Wonderwall

Oasis e Manchester, musica e calcio, il saper essere sbarazzini nonostante la crisi di mezza età e la nuova frontiera del calcio europeo, i fratelli Gallagher e gli sceicchi Mansour ed Al Mubarak.

Sarebbe troppo facile paragonare la vita di ogni tifoso azzurro con quella della band più famosa della moderna ma semplice città mancuniana, infatti lo faremo molto volentieri. Del resto, si sa, basta seguire lo scrittore, quindi Stand by Me.

Dalla terza serie alla Premier League in quattro anni non dev’essere stato semplice, ne sanno qualcosa i Citizens che hanno vissuto con le lacrime di gioia il 1998-1999 e di dolore la nuova e sofferta retrocessione del 2001. Molti, vedendo la propria squadra crollare mentre i Red Devils alzavano trofei quasi una volta al mese, avranno sicuramente pensato “è tutto finito, i bei tempi del 1970 non torneranno mai più, è stato bello finché è durato”.

Il calcio e la vita sono spesso strani, inspiegabili, un lampo nel deserto di motivazioni e risultati riesce a far ritrovare quella serenità che mancava fino a un paio di mesi prima. E fu così che arrivò quel segnale, quel Deus ex machina capace di riportare tutto alla normalità nella maniera meno dolorosa possibile: Kevin Keegan da Armthorpe consegna al Manchester City meno conosciuto di sempre una storica promozione in Premier League, trono da cui nessun azzurro scese mai più.

Don’t go away, mister Kevin.

Ovviamente non fu così, l’allenatore ormai felice dell’obiettivo raggiunto decise di emigrare al Nord per risollevare quel Newcastle che aveva portato sul tetto della Championship e successivamente al terzo posto in Premier League prima di sedersi sulla panchina del Maine Road: un uomo chiamato “salvezza”, da alcuni persino “rinascita”.

Ma tornando proprio al Maine Road, l’ultima rete nello storico stadio del City la mise a segno Marc-Vivien Foé, che purtroppo si spegnerà prematuramente proprio su un campo da calcio qualche mese dopo in un tragico episodio che ha segnato la storia di questo sport. Quell’anno arrivò anche la qualificazione in Coppa Uefa, non male per una squadra che aveva toccato con mano l’oblio della terza divisione.

Purtroppo Live Forever è soltanto una canzone, mentre tutte le storie – soprattutto nello sport – hanno una fine ben definita e necessitano una rivoluzione rapida ed indolore. Non è facile far dimenticare chi ti ha permesso di tornare alla normalità, di poterti nuovamente confrontare con il rivale di sempre e persino di batterlo in un rocambolesco 3-1 con rete di Anelka: little by little si arriva davvero dove si vuole.

Il City of Manchester Stadium diventa il primo segno tangibile di una rivoluzione mai messa davvero in atto dalla nuova proprietà del Manchester, arrivata nel 2007 parlando thailandese: Thaksin Shinawatra è il nuovo presidente, Sven-Göran Eriksson il nuovo allenatore.

Il Masterplan è poco chiaro, gli acquisti sono una valanga e in campo i risultati si vedono soltanto in parte: Rolando Bianchi, Elano, Martin Petrov, Valeri Bojinov, Javier Garrido, Vedran Ćorluka, Gelson Fernandes e Geovanni Dos Santos brillano fino a metà stagione, poi il tracollo che permise di accedere alla Coppa Uefa soltanto grazie alla classifica Fair Play della Premier League. Anche un piccolo aiuto, a volte, ci vuole.

A fine anno arriva però la notizia più inattesa e preoccupante, che potrebbe causare una tempesta di cambiamenti in negativo e far tornare lo spettro di una caduta libera in breve tempo: dopo un solo anno di presidenza – e dopo aver comprato Tal Ben Haim, Jô e Shaun Wright-Phillips esonerando Eriksson – Thaksin Shinawatra fu costretto a mettere in vendita la società in quanto coinvolto in uno scandalo politico.

Non temere caro Manchester City, stop crying your heart out: è tempo di cambiare pelle.

Abu Dhabi United Group, a sentirlo così sembra un amico dei Diavoli Rossi. Sebbene il nome possa ingannare, il proprietario non è Sir Alex Ferguson bensì Mansur bin Zayd Al Nahyan, figlio del defunto presidente degli Emirati Arabi Zayed bin Sultan Al Nahyan: insomma, non proprio gli ultimi arrivati e nemmeno dalla parte dei rivali.

La parte azzurra di Manchester, dopo aver sentito l’entità del budget previsto per il calciomercato, può tornare a sognare: questa volta spera di farlo per davvero.

Sfiorato il clamoroso ingaggio di Kakà dal Milan, i nuovi proprietari si rifanno con lo strappareCarlos Tevez alllo United e Robinho al Real Madrid, riuscendo nella brillante impresa di far passare in secondo piano gli arrivi di giocatori brillanti quali Craig Bellamy, Nigel de Jong, Wayne Bridge e Shay Given.

Il primo anno è considerato di transizione, i Citizens continuano a non stupire ma raggiungono comunque il centro della classifica, una posizione nobilissima che mette in luce come un anno oggi considerato “deludente” corrisponda a quello che 15 anni prima sarebbe stato un vero e proprio miracolo sportivo. Non male come inizio, ma il meglio deve ancora venire. Basta non guardare al passato con rabbia, già, don’t look back in anger.

L’anno seguente lo scontrino finale fa registrare £110 milioni di sterline sborsati per far crescere ulteriormente una squadra che, visti i presupposti ed i grandi progetti, deve iniziare a farlo il prima possibile: arrivano Gareth Barry, Roque Santa Cruz, Emmanuel Adebayor, Kolo Touré, Joleon Lescott e Carlos Tévez che si toglie la maglia rossa dello United per vestire di azzurro, ma la storia fatica a cambiare.

La pazienza ha un limite, anche le casse societarie – su questo avrei qualche dubbio in più – e quindi l’era di Hughes si spegne a fine Dicembre del 2009, quando in panchina viene chiamato l’homo novus e l’uomo giusto: Roberto Mancini.

Dicono che se ti fai amico Craig Bellamy hai risolto buona parte dei tuoi problemi, lui non gioca spesso ma il Manchester City targato Mancini arriva al quinto posto e si qualifica inCoppa Uefa, il massimo possibile per una squadra che si trovava a navigare in un pericoloso centro classifica in un freddo inverno tipicamente anglosassone.

Nel 2010 arrivano un terzo posto e la prima coppa alzata dall’allenatore italiano, una F.A. Cup necessaria per prendere coscienza di un cambiamento necessario e più che mai in corso: arrivano Silva, Kolarov, Balotelli, Yaya Touré, Boateng, Milner, Džeko ed arriva anche una storica qualificazione in Champions League, che da quasi 50 anni non vedeva altro se non feste in piazza dei cugini rossi e poco clementi.

Il 2011 è un anno indescrivibile. Difficile da raccontare se sei tifoso imparziale, figuriamoci se hai fatto un salto sul divano alla rete di Agüero ad un secondo dalla fine del campionato: la mano di Mancini plasmò una squadra fino a renderla quasi perfetta, e sarà proprio quel “quasi” a rendere il tutto più indimenticabile.

Arrivano Clichy e proprio El Kun, Sergio Agüero, prelevato dall’Atlético Madrid per 45 milioni di pounds. Le 11 vittorie nelle prime 12 partite sono il preludio al trionfo finale, per quanto ad un tifoso azzurro potesse forse bastare anche soltanto la clamorosa e travolgente vittoria per 1-6 contro il Manchester United a suon di prese in giro e “Why Always Me?”.

Sembra il classico anno perfetto, in cui ti va bene tutto e puoi permetterti di sederti davanti alla televisione ed aspettare senza sofferenza, perché tanto prima o poi il gol arriva. Purtroppo – o per fortuna – qualcosa andò storto, un paio di problemi permisero ai rivali rossi di tornare in vetta e portarsi a 8 punti di vantaggio nel girone di ritorno, ma proprio sul più bello sarebbe accaduto l’incredibile. Una rete di Vincent Kompany nella stracittadina di ritorno aprì le porte per una clamorosa remuntada, che portò il City a pari punti con i rivali ad una giornata dal termine, ma con un +8 – numero ricorrente – di differenza reti che faceva pregustare la vendetta alla parte azzurra di città. Chi se lo sarebbe mai aspettato?

L’ultima giornata di quella stagione non ha senso, Mancini rischia di perdere dalle mani il titolo in casa, rischia di farlo nel peggiore dei modi ma riesce a sollevarlo nella maniera meno prevedibile del mondo: sarà una rete a 5 secondi dalla fine, proprio di Sergio Leonel Agüero Del Castillo, a consegnare il titolo al Manchester City dopo 46 anni per la disperazione dei Red Devils già in festa a Sunderland e per il delirio azzurro sparso per il mondo.

Hanno vinto loro, ha perso la storia, Mancini a Manchester con la sua mano ha mangiato vivi i rivali di sempre.

È tempo di brindare, è tempo di farlo con il migliore champagne in circolazione, dicono che sia buono lo champagne supernova: ti porta sulle stelle, sulla vetta di una montagna per molti impossibile da scalare, in cima alla Premier League.

Il resto è onestamente storia recente, di qui in poi viene considerata fallimentare qualsiasi stagione senza alcun titolo sollevato, motivo per cui il matrimonio con il Mancio finirà in maniera poco limpida ma nonostante tutto fra bei ricordi e sorrisi, un po’ come quelli dello Charming Man Manuel Pellegrini, capace di riportare sul trono il Manchester City nel 2014 vincendo un paio di Coppe di Lega durante il suo silenzioso ma pacifico cammino azzurro.

 

Pochi giorni fa si è aperta la nuova era, Pep Guardiola è arrivato in città e tutti sono rimasti sintonizzati per vedere all’opera l’allenatore più richiesto del mondo – insieme allo Special One, guarda caso ora al Manchester United – in una delle squadre più brillanti dell’ultimo decennio.

A quick peep cantavano gli Oasis, riferendosi ad un rapido pigolio, ma nell’era dei social network suona decisamente più moderno parlare di cinguettii. È stato un Pep molto social quello visto all’opera la settimana scorsa, un “Quick Pep” che ha postato un “Quick Tweet”con una persona che ci ha accompagnato lungo tutto il nostro percorso di oggi.

Chi ha incontrato per primo l’allenatore spagnolo? Mancini? Pellegrini? Keegan o forse Eriksson? No, nessuno di loro, il primo uomo con cui devi sederti a tavola una volta atterrato a Manchester si chiama Gallagher, Noel Gallagher.

Bene, non resta che aspettare per capire come e cosa cambierà – a parte lo scudetto – in una squadra a tratti perfetta in cui è cambiato tutto, un diamante preziosissimo e nato da pochi anni, un miscuglio di talento ma ancora mai arrivato a dominare le competizioni europee. Eppure per una squadra i cui padroni non parlano inglese, non dovrebbe essere poi così complicato dimostrarsi spigliati e spavaldi anche fuori dall’Inghilterra. Il Manchester City dovrà comportarsi come gli Oasis, vincere tutto senza preoccuparsi di poter dare fastidio, farlo con stile senza perdere mai la voglia di andare avanti. Anche perché, questo i fratelli Gallagher lo sanno bene, today is gonna be the day.

E perché forse proprio Pep potrà essere l’uomo che salverà ancora una volta il Manchester City, portandolo una volta per tutte a scavalcare il muro delle meraviglie, che laggiù chiamano da sempre Wonderwall.

Perché calcio e musica, alla fine della storia, portano agli uomini le stesse emozioni: tristi o felici non importa, basta viverle, che sia in terza divisione o con la Champions League in mano, che sia da Noel o da Liam Gallagher.

Scritto e disponibile su Numerosette.eu
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