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Nosotti racconta: il Milan dagli occhi a mandorla

[Immagine in copertina tratta da Internet]

Closing, Europa League,  calciomercato, aeroplanini e nuovi orizzonti. Chi meglio di Marco Nosotti avrebbe potuto parlarci del nuovo Milan dagli occhi a mandorla?

Prima, però, è doveroso un passo indietro: per aspettative e rosa a disposizione, la stagione è stata davvero positiva? Montella ha fatto un grandissimo lavoro?

Questa la risposta del giornalista sportivo, storico inviato rossonero per Sky Sport:

“Montella ha fatto un buon lavoro, un ottimo lavoro, per due motivi: ha riportato un trofeo che non c’era, perché da tempo il Milan non vinceva la Supercoppa Italiana, il secondo aspetto è l’arrivo in Europa League. Come ci si è arrivati è significativo ma fino a un certo punto, l’importante era raggiungerla in un momento in cui è in corso una profonda rivoluzione copernicana, dove i cinesi sono arrivati al posto di Berlusconi con altri criteri di giudizio nel lavoro, in un’azienda come il calcio che è sempre particolare”.

“Montella mi è piaciuto perché aveva delle idee di calcio e le ha sapute adattare al gruppo a disposizione: la difesa a 4 che partiva con due esterni molto larghi, poi contro il chievo ha capito che la gestione dell’uscita palla si poteva fare diversamente. Si difende con 3 uomini fissi dietro, insomma questo Milan sa coprire e ripartire. Forse non è riuscito a far rendere al massimo Bacca, ma non sempre le cose vanno per forza nella giusta direzione anche se un giocatore ha un grande nome e tu sei un bravo allenatore”.

“Il Milan ha avuto un ottimo girone d’andata e ha chiuso con un buon lavoro, propedeutico per quello che sarà” aggiunge Nosotti.

Il closing porterà davvero qualcosa di positivo e di bello come la nuova maglia, che a detta di tutti è spettacolare?

“Sono 24 anni che faccio il Milan e la maglia a righe strette non mi dispiaceva, forse perché mi ricorda un altro Milan: quello di Rivera ed Altafini”.

“Anche le tradizioni contano, io non so se lo capiranno anche i nuovi padroni del vapore, che sapranno sicuramente di management di marketing e che sapranno gestire anche un approdo del Milan in borsa. Devono capire che il calcio è fatto anche di maglie, di tifosi, di passione: si gioca con i piedi, si vive senza certezze del risultato e la società deve provare a farne arrivare in casa Milan”.

“Credo che questo closing abbia inaugurato una nuova era. Non sarà più come prima, non aspettiamoci di veder subito sventolare in cielo le bandiere perché non penso sia una delle prime cose che vorranno fare; prima bisogna mettere a posto e far quadrare i conti, trovare i risultati, rendere appetibile e dare nuovamente il senso a un grande nome e marchio. Nel mondo ci sono Real Madrid, Barcellona, un paio di inglesi e poi c’è il Milan”.

“Spero che la nuova proprietà compri giocatori al Milan. Qualcosa ci sarà, ma spero che ci sia sempre attenzione all’umanità di questo sport, che è un elemento che a volte sfugge. Sarò un vecchio romantico – e sono anche per far quadrare i conti – ma non è tutto”.

Di seguito riportiamo l’audio dell’intervista a Marco Nosotti, che ringraziamo.

A cura di Lorenzo Semino e Nicolò Garbarino

Fuori dal coro – La squalifica di Muntari è giusta

(Immagine di copertina trovata su internet)

Metto subito le mani avanti verso chi, leggendo il titolo, potrebbe darmi del razzista: non lo sono. E, ovviamente, sono contrario ad ogni tipo di razzismo, che vada ad attaccare la differenza di carnagione a quella di religione fino alla sessualità.

Sappiamo più o meno tutti cosa è successo a Cagliari, domenica scorsa, in occasione di Cagliari-Pescara. Nel dubbio, riassumo per chi potrebbe non aver letto o sentito in questi giorni: una piccola parte dei tifosi di casa, dalla curva, ha indirizzato cori e insulti razzisti verso il ghanese Sulley Muntari, centrocampista del Pescara. Il calciatore ha dapprima protestato con l’arbitro Minelli, prendendosi un’ammonizione per la platealità delle proteste, e poco dopo abbandonato senza essere sostituito, di sua spontanea volontà, prendendosi l’espulsione.

Evento che ha destato clamore e interesse, con addirittura l’ONU che si schiera dalla sua parte, condannando la vergognosa condotta di quello sparuto gruppo di tifosi che hanno gridato e cantato contro di lui.

Muntari esce dal campo senza l’autorizzazione dell’arbitro, rimediando la seconda ammonizione, polemizzando con alcuni tifosi avversari (Foto: SKY)

L’altro ieri arriva la decisione del Giudice Sportivo, con milioni di occhi addosso visti anche i fatti di Roma (la plateale simulazione di Strootman nel derby) e Milano (cori contro il napoletano Koulibaly).

Arriva, “quasi a sorpresa”, anche la squalifica per il ghanese, di una giornata:

MUNTARI Sulley Ali (Pescara): doppia ammonizione per proteste nei confronti degli Ufficiali di gara, e per comportamento non regolamentare in campo perché abbandonava il terreno di giuoco senza autorizzazione del Direttore di gara (provvedimento comunicato al capitano della Soc. Pescara)

CLICCA QUI PER LEGGERE TUTTO IL COMUNICATO DEL GIUDICE SPORTIVO RELATIVO AL 34° TURNO DI SERIE A

Inutile dire che siano arrivate nuove polemiche, schieramenti e indignazioni, verso il sistema arbitrale e il Giudice Sportivo, usando come paragone i fatti gestiti da Rocchi per Inter-Napoli: in seguito ai cori contro Koulibaly, come è stato suggerito dai piani alti della Lega, è stato letto il comunicato secondo cui, se fossero continuati i cori a sfogo razziale, la partita sarebbe stata sospesa e rimandata. Dopo questo ultimatum i cori sono cessati e la partita ha continuato il suo corso. Ma i “coristi” a San Siro erano molti di più, in proporzione, rispetto a quelli di Cagliari. Secondo il referto di Minelli, infatti, chi ha indirizzato tali cori contro l’ex Milan e Inter era un gruppetto di massimo 10 persone, che sono state sentite dal giocatore solo perché la curva stava manifestando tramite una protesta silenziosa.

Il Giudice Sportivo, letta la relazione dei collaboratori della Procura federale e il referto dell’Arbitro relativi alla gara in oggetto, nella quale si attestano cori di discriminazione razziale effettuati, al 40° del secondo tempo, all’indirizzo del calciatore del Pescara Muntari; considerato che i pur deprecabili cori di discriminazione razziale sono stati percepiti nell’impianto in virtù anche della protesta silenziosa in atto dei tifosi (come segnalato dagli stessi rappresentanti della Procura federale) ma, essendo stati intonati da un numero approssimativo di soli dieci sostenitori e dunque meno dell’1% del numero degli occupanti del settore (circa duemila), non integrano dunque il presupposto della dimensione minima che insieme a quello della percezione reale è alla base della punibilità dei comportamenti in questione, peraltro non percepiti dagli Ufficiali di gara (come refertato dall’Arbitro), a norma dell’art. 11, comma 3, CGS; delibera di non adottare provvedimenti sanzionatori nei confronti della Soc. Cagliari.

E quindi arriviamo alla questione spinosa: è giusta la squalifica di una giornata assegnata a Muntari?

Seguendo il cuore, il fattore umano, assolutamente no. Ma è giusto che il Giudice Sportivo abbia dovuto (non per forza, quindi, voluto) seguire il regolamento.

Nella Regola 12 del regolamento della Lega Serie A, infatti, se un calciatore abbandona il campo di gioco senza il consenso del direttore di gara, quindi senza che sia in atto una sostituzione o un intervento da parte dello staff medico a bordo campo, è da considerarsi espulso, qualunque sia la ragione. La decisione del G.S., quindi, è volta a non creare un precedente: se Minelli avesse sospeso la gara per dei cori che, a quanto pare, non ha sentito né lui né nessun altro giocatore in campo, e se non fosse arrivata la squalifica per il ghanese dopo la sua uscita non autorizzata, chiunque si sarebbe sentito giustificato a chiedere la sospensione delle partite per cori e insulti o ad andarsene di punto in bianco se non accontentato.

E la decisione di non punire la tifoseria sarda? Anche questa questione è piuttosto spinosa: i cori sarebbero stati intonati da una decina di tifosi, perché quindi punire un’intera tifoseria e un’intera società, chiudendo un settore o tutto lo stadio per una o più giornate? Sarebbe come punire tutta una classe per la bravata fatta di un solo alunno.

E’ ovvio che la volontà di tutti sia quella di trovare i responsabili di eventi gravi come questi, la cosa migliore sarebbero le testimonianze dei “silenti”, che di sicuro li avranno individuato (e forse provato a fermare),  ma non è mai un bene far di tutta l’erba un fascio.

O no?

 

RUGGERO ROGASI

Twitter @RuggeroRogasi

Inter-Milan decisa sul closing

È andato oggi in scena il primo derby della madonnina cinese in seguito al tanto sudato closing, arrivato in casa rossonera. Dopo le numerose polemiche dovute alla nuova proprietà (molto poco eleganti) è stato finalmente il campo a parlare. Partita molto confusa, con entrambe le contendenti che sentivano la pressione di una sfida dal sapore europeo; nei primi venti minuti è il Milan a fare la partita grazie ad uno straripante Deulofeu; lo spagnolo è davvero ispirato e dai suoi piedi arrivano dribbling scatti e triangolazioni con i compagni oltre che un palo colpito, mettendo un po’ di tecnica e giocate in una partita che si è giocata molto sui contrasti e sul fisico. Il dominio rossonero si rompe al 36′, grazie ad una zampata di Antonio Candreva, che approfitta di una svista difensiva di De Sciglio e infila da un angolo difficile un non perfetto Donnarumma.

 

Da questo momento è proprio la squadra di Stefano Pioli a prendere in mano il gioco e a creare occasioni, fino a quando con Icardi non trova il raddoppio al 44′ su deviazione sottomisura in seguito al cross di Perisic, per l’argentino è il primo goal in un derby, trovato dal numero 9 alla sua nona presenza in questa partita. Curioso notare come il capitano dell’Inter vada a segno in meno di una partita su due giocate: sono infatti tredici le partite in cui ha fatto gol (sei volte una rete, sei doppiette e una tripletta: totale 21) contro le diciassette a secco. Nel secondo tempo la partita cambia nuovamente l’andazzo, è il Milan ad assumere il controllo, sia del possesso (61%, sovvertendo una statistica spesso favorevole ai nerazzurri che hanno una media del 54% in questa stagione), che delle occasioni da goal (14 tiri totali, di cui 6 nello specchio, per l’Inter rispettivamente 10 e 4), senza però mai riuscire a trovare la via della rete fino al minuto 83, quando Alessio Romagnoli insacca in mischia sull’assist di Suso. All’Inter manca equilibrio dopo la sostituzione di Joao Mario e non riesce più a ripartire ed il Milan ci crede fino alla fine e con tanto cuore trova il pareggio al 97′, grazie a Cristian Zapata, anche lui al suo primo goal in derby.

TOP E FLOP – I migliori dell’Inter non sono I due marcatori, bensì I due che hanno dato più sostanza alla squadra permettendo di costruire il momentaneo 2-0; Joao Mario era infatti stato fondamentale ai nerazzurri al fine di mantere un equilibrio a centrocampo, sono arrivate grazie a lui due nitide occasioni da goal e ha recuperato quattro palloni su quattro contrasti tentati. Altro top dell’Inter sicuramente è stato Handanovic, in grandissima forma oggi e che con le sue uscite ha spesso salvato I suoi compagni dallo svantaggio nella prima frazione di gioco, piccolo errore in uscita sul goal di Zapata che non macchia una prestazione maiuscola. Flop sono stati invece Medel, insicuro in fase difensiva ed incapace di dare apporto difensivo nella parte finale della partita quando è stato spostato in mezzo al campo, e Murillo, che da subentrato ha dato tutt’altro che sicurezze al pacchetto difensivo nerazzurro, per il colombiano una notevole involuzione.

Per quanto riguarda il Milan i due top sono facilmente individuabili, ovvero Deulofeu e Zapata: il primo in quanto trascinatore dei rossoneri e uomo più pericoloso della partita (6 dribbling riusciti e un palo colpito), mentre il secondo per via del goal allo scadere, ciliegina sulla torta di un’ottima partita, condita dalla quasi totalità dei contrasti vinti e un’ottima gestione del possesso palla in fase difensiva. Flop invece De Sciglio, errore imperdonabile sul primo goal di Candreva oltre che troppo poco propositivo e carismatico. Discorso analogo per il secondo flop rossonero, ovvero Carlos Bacca, il quale sbaglia il potenziale vantaggio a pochi passi dalla porta e non riesce mai a rendersi particolarmente pericoloso durante la partita, anche per lui il carattere è un elemento assai negativo.

Il primo derby con gli occhi a mandorla

[Immagine in copertina tratta da Internet]

L’ultimo derby nel periodo pasquale ci riporta al 10 aprile 1993 giorno in cui Gullit, il tulipano nero, con un grandissimo tiro al volo aveva pareggiato il primo gol di Nicola Berti contribuendo notevolmente alla vittoria del campionato stesso proprio sopra l’Inter di Mister Bagnoli. Le cose sono sensibilmente cambiate e prima di rivedere le due milanesi sui gradini più alti del podio chissà quanta acqua dovrà ancora passare sotto i ponti meneghini.

Nonostante orari strani e posizioni in classifica non invidiabili, Milano è in fibrillazione già da tempo pronta a un gran match. Ci si aspetta una probabile contestazione da ambo le parti, per le abitudini italiane un derby della madonnina alle 12.30 pare una beffa bella e buona. Bisogna far largo alla rassegnazione, ormai Cina e Asia la fan da padrone e 556 milioni di telespettatori potenziali sono un’occasione troppo ghiotta per la Lega Calcio, visto anche l’enorme ricavo dal punto di vista dei diritti televisivi.

18.30 Pechino 12.30 Milano: chissà chi si godrà di più la partita.

Il derby dei punti interrogativi – 31 anni dopo il primo derby “Berlusconiano” il Milan si trova in mani nuove, fresche di closing. Sulle due sponde i punti di domanda si accumulano ogni giorno di più, riguardanti da una parte un closing e una nuova società molto (forse troppo) enigmatica, dall’altra un progetto che pare più solido ma che non riesce a dimostrarlo coi risultati. Una stacittadina che non vedrà più solo Bauscià contro Casciavit ma che potrà valere una supremazia anche in Oriente. La dittatura delle ali dal punto di vista tattico i riflettori saranno sicuramente puntati sugli esterni offensivi, la sfida a quattro vede due spagnoli contro un croato e un italiano, Suso e Deulofeu con il mantra della fantasia e delle invenzioni, Perisic e Candreva sulla falsa riga della forza fisica e della velocità, condita da un gran tiro.

Milan – Montella pare avere dubbi solamente a centrocampo vista la squalifica di Pasalic, il prescelto pare essere Mati Fernandez al fianco di Kucka e del Principito Sosa, meno probabile la presenza di Locatelli. Attacco certo con Suso e Deulofeu al servizio di Bacca e linea di difesa presieduta da Zapata e Romagnoli

Probabile formazione (4-3-3): Donnarumma; Calabria, Zapata, Romagnoli, De Sciglio; Kucka; Sosa, Mati Fernandez; Suso, Bacca, Deulofeu.

Inter – Pioli rimane sul suo prediletto 4-2-3-1 Probabile panchina per Murillo, a gestire la difesa ci sarà Medel ad affiancare Miranda, solito ballottaggio sulla trequarti tra Joao Mario e Banega. Gagliardi riprende il suo posto davanti alla difesa mentre Icardi spera finalmente di purgare il diavolo unica squadra mancante nella sua lunga lista di vittime in Serie A.

Probabile formazione (4-2-3-1): Handanovic; D’Ambrosio, Medel, Miranda, Nagatomo; Gagliardini, Kondogbia; Candreva, Joao Mario, Perisic; Icardi.

In generale i rossoneri sperano di continuare a volare sulle ali dell’entusiasmo vista anche la continuità dei risultati sotto i riflettori di San Siro. L’Inter deve invece far dimenticare ai suoi tifosi una sconfitta molto pesante e il derby sulla testa di Pioli pare essere una vera e propria spada di Damocle. Chissà che tipo di risposte riuscirà a darci questo speciale sabato mattina spartiacque. Si spera che almeno lo spettacolo sia soddisfacente quanto un All You Can Eat da 13€ a pranzo.

Tel Chi El Telùn

 

La giornata pasquale di Serie A come uno spettacolo di Aldo, Giovanni e Giacomo.

I cinesi come gli spagnoli, interpretati dai comici in questione sotto abiti rossoneri: nella gara delle 12.30, infatti, sarà il Milan a farla da protagonista dopo aver messo a compimento il fantomatico closing? In casa giocherà invece l’Inter, che ha vinto l’ultimo derby nel quale a trionfare sia stata la squadra “ospite”. Era il 15 gennaio 2012, a segno El Principe Diego Alberto Milito.

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Un super Falcinelli dà speranza al Crotone

[Immagine in copertina tratta da Internet]

È andata in scena ieri Crotone – Inter, gara valevole per la trentunesima giornata di Serie A, sfida che vedeva contrapposte due squadre con ambizioni ben differenti e situazioni di classifica assai diverse; da una parte i nerazzurri in piena corsa Europa, bisognosi dei tre punti per tenere il passo delle squadre in lotta per un posto nelle coppe e reduce da una brutta sconfitta in casa contro la Sampdoria, mentre dall’altra un Crotone con l’acqua alla gola bisognoso assolutamente di punti per rincorrere il treno salvezza già da tempo in fuga. Una salvezza è qualcosa di lontano ma non del tutto insperato dato il – per usare un eufemismo – Non eccezionale ruolino di marcia dell’Empoli, reduce da un pareggio interno contro il Pescara.

IL TATTICISMO PAGA – L’incontro è iniziato come ci si poteva aspettare, con un’Inter padrona del gioco e un Crotone attendista e speranzoso di sfruttare un contropiede per cogliere impreparata la difesa nerazzurra; il tatticismo dei padroni di casa però paga ed al 18′ sugli sviluppi di una ripartenza guadagnano un calcio di rigore, trasformato da Falcinelli, il quale in pochi minuti diventerà eroe di giornata segnando un altra rete fondamentale. La truppa di Stefano Pioli, sconfitto da quando è stato ‘confermato’ sulla panchina nerazzurra, non trova forza di reagire. Non basta il controllo del pallino di gioco pressochè totale (possesso palla del 73%) a creare occasioni realmente pericolose, il copione della partita contro la Samp sembra ripetersi, l’Inter non ha idee e trova difficoltà nel costruire, chiudendo il primo tempo sotto di due reti.

Nella ripresa la trama di gioco non cambia, ma i nerazzurri sembrano avere più voglia di fare rispetto alla prima frazione e sebbene i tiri nello specchio siano pochi (solamente 4 in tutta la partita contro i 7 dei ben più cinici rossoblu) arriva il pareggio con Danilo D’Ambrosio che segna il suo secondo goal consecutivo spizzando una palla nel cuore dell’area dell’incolpevole Cordaz. Nonostante numerosi attacchi condotti dall’Inter i minuti scivolano via rapidamente e il Crotone riesce a portare a casa tre punti d’oro in chiave salvezza, portandosi a -3 dall’Empoli con un mister Nicola mai domo nemmeno sugli spalti.

PERDERE IL TERRENO – Discorso opposto invece per gli uomini di Pioli, I quali con questa sconfitta, pur non compromettendo il loro cammino verso l’Europa,rimangono a 55 perdendo terreno nei confronti di Milan (che con la vittoria interna sorpassa I cugini andando a 57) e Atalanta (la quale pareggiando in casa col Sassuolo si portano a 59).

Insomma, per entrambe le squadre scese in campo oggi si prospetta un finale di stagione scoppiettante; se il Crotone dovrà sfruttare le ultime giornate tentando di completare una rimonta che avrebbe dell’incredibile, l’Inter dovrà invece fare del suo meglio affinché i sogni europei non svaniscano. Definitivamente.

 

Quanto è noioso saper volare?

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2014, Antonio Conte saluta di punto in bianco la Juventus. Il casus belli per molti fu soprattutto la mancata intromissione bianconera nella trattativa fra Chelsea e Cuadrado, da sempre un pallino del tecnico leccese. Lo avreste mai detto che proprio il colombiano sarebbe diventato una chiave tattica per la Vecchia Signora a tre anni di distanza?

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Vietato Sbagliare

Vietato sbagliare, tanto per l’Inter quanto per la Roma, tanto per chi aprirà la 29esima giornata quanto per chi dovrà chiuderla.

L’anticipo delle 18 vedrà contrapposto il granata del Torino al nerazzurro proprio dell’Inter, che cerca costantemente un aggancio alla Lazio – impegnata al Sant’Elia contro il Cagliari– e alla zona Champions League.

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Ntcham

Le opportunità, un po’ come la speranza, sono il sale della vita.

Un continuo stimolo ad andare avanti, la consapevolezza che la nostra esistenza ce ne concederà un numero pressoché infinito. Tanto più se hai appena 20 anni.

Che si tratti di uno spazio in cui tornare ad esprimersi – parlando del sottoscritto – oppure di un cambio di allenatore, della palla giusta al momento giusto. La possibilità di cambiare tutto – davvero tutto – con un tiro.

Olivier Jules Ntcham nasce il 6 Febbraio 1996 a Longjumeau, un paesino francese da 20.000 anime. La sua vita svolta quando sbarca al Le Havre, squadra in cui sono transitati giocatori del calibro di Diarra, Aubameyang e Mahrez.

Il ragazzo non tarda ad attirare su di se le attenzioni degli scout e nell’Estate del 2012 arriva il salto verso le giovanili del Manchester City, che intravede in lui le potenzialità per sostituire Yaya Tourè, giocatore fondamentale ma sfortunatamente non infinito.

Nei due anni a Manchester Olivier non riesce a esordire in prima squadra, ma la sua tecnica di livello, unita a una struttura fisica semplicemente mostruosa per la sua età, fanno sensazione. Arriva così, due Estati fa, la chiamata del Genoa che se lo assicura in prestito biennale con diritto di riscatto e controriscatto, sperando dunque in una facile plusvalenza e nell’ abilità di Gasperini, l’uomo giusto per farlo sbocciare.

Tuttavia, nonostante un inizio promettente, Ntcham sparisce sempre più dai radar rossoblu, messo progressivamente da parte a causa delle difficoltà della squadra e, di conseguenza, dell’impossibilità di sperimentare. Solo qualche fugace apparizione per lui e una marea di voci, rigorosamente non confermate, che parlano di un ragazzo triste e abbandonato a sé stesso.

La sua avventura all’ombra della lanterna sembra potersi concludere in anticipo, ma con l’arrivo di Jurić si riaccende la speranza. Un tecnico giovane e innovativo, la persona giusta. Il nuovo mister cita Ntcham nelle interviste pre stagione, riponendo grandi speranze in lui. Speranze che sembrano portare, quasi come un percorso già scritto, alla prima stagionale, in casa col Cagliari. Una partita maledetta, un copione già visto: gol di Borriello, l’ennesimo, da ex e porta difesa da Storari che sembra stregata

Poi la svolta: Ntcham, entrato da qualche minuto, riceve fuori area, controlla e lascia partire il destro. Una deviazione tradisce Storari e la palla si insacca. Gioia.

Il francese indica la panchina, è al settimo cielo. Qualche minuto più tardi sfiora la doppietta, è rinato. Forse è riapparso il giocatore dalle potenzialità infinite.

O forse no. Perché dopo il Cagliari si palesano nuovamente le difficoltà della scorsa stagione: Ntcham gradualmente sparisce e a Dicembre, contro il Palermo, tocca il punto più basso della sua breve carriera. In evidente confusione, probabilmente con mille pensieri per la testa, viene mandato in campo da Jurić a causa dell’emergenza a centrocampo. È una serata nera, con due errori personali propizia la rimonta del Palermo che sbanca il Ferraris dopo tre mesi senza vittorie.

Consumata la tragedia, a Genova non sembra esserci più spazio, tantomeno pazienza, per lui. Il Genoa è in caduta libera e il tempo degli esperimenti nuovamente terminato.

Qui mi riallaccio al concetto iniziale, a quel susseguirsi di opportunità che è la nostra vita. Il Genoa perde 5-0 a Pescara – fino a quel momento a secco di vittorie – inanellando una poco invidiabile serie di 9 partite senza gioie in campionato, portando all’inevitabile esonero di Jurić. Arriva Mandorlini e con lui la speranza di recuperare concretezza.

Una premessa che sembra mettere ancor più da parte Ntcham, apparentemente perso nel limbo del “potrei ma non voglio”. Perché tanti si sono accorti delle sue potenzialità e altrettanti sono stanchi della sua discontinuità, dei suoi singhiozzi.

Eppure Olivier ha 21 anni, fino all’anno scorso non aveva mai giocato una partita a livello professionistico, tanto meno in Italia, e nella sfrontatezza della sua giovane età sembra nascondere una sensibilità e un’umanità che tanti tifosi di vecchia data, distratti e arrabbiati per le questioni societarie, sembrano aver dimenticato.

Nel nostro mondo di squali, tuttavia, Ntcham deve imparare a sfruttare le sue opportunità, e in quello che probabilmente è il turning point del campionato rossoblu arriva l’ennesima, questa volta direttamente dal fato. In uno stadio mezzo vuoto a causa della protesta dei tifosi genoani, glaciale e col fiato sospeso dopo il vantaggio bolognese firmato Viviani, Pandev decide che dopo 16 anni di carriera passati nel nostro paese essere mandato in campo nel recupero è un insulto. Mandorlini non si fa pregare e manda in campo, a freddo, Ntcham invece del macedone.

E’ il miracolo. Dopo un tiro al volo finito in curva, seguito dai fischi di rito dei suoi tifosi, il francese tira fuori dal cilindro il gol dell’anno rossoblu. Una bordata quasi inspiegabile, da fermo, che si insacca nel sette lontano per lo stupore di Mirante, piantato a centro porta, e Cataldi che non riesce neanche a esultare. Per Ntcham è il delirio, esulta animosamente facendo il segno delle chiacchiere, riferite ai suoi tifosi e a tutti i discorsi spesi su di lui nei mesi precedenti. C’è tanta rabbia e amarezza in questa sua liberazione, tanta consapevolezza di sé. Per la terza volta Ntcham sembra capire cosa è in grado di dare, cosa vorrebbe dare sempre.

La favola continua poi a Empoli, ieri, e il copione è pressoché lo stesso: sostituzione a ridosso della fine, palla che arriva nella stessa zona di 7 giorni prima e che questa volta si insacca in maniera meno elegante, più fortunosa, ma con lo stesso risultato. Questa volta il Genoa vince e Ntcham diventa un eroe, una speranza.

Ancor più se tra 5 giorni si gioca il derby, che lui stesso ha definito “la partita più importante dell’anno”, ancor più se il Genoa ci arriva finalmente sgombro da pensieri e uno sguardo in meno alle sue spalle, complici le due squadre lasciate indietro a pensare alle ultime tre posizioni.

Ancor più con un gioiellino che sembra, finalmente, recuperato. Pronto finalmente a scrivere la propria epica in una città tanto impaziente quanto pronta ad amare ancora.

 

Il Grande Gaspe

Alla fine ha vinto lui.Vedere un uomo saltare come un bambino e lanciare la cravatta ai tifosi che lo stanno esaltando fa scappare a tutti un sorriso. Per alcuni dolceamaro, ma pur sempre un sorriso.

gasperini

La cravatta,  simbolo eterno della spocchia dell’allenatore, immagine della superiorità di classe del manager sul tifoso che si accontenta di una sciarpa e di perdere la voce sui gradoni. Quella sciarpa non c’era più, Gian Piero Gasperini aveva deciso di togliersela prima di correre con tutta la squadra a ringraziare chi prima della fine aveva fatto tremare lo stadio ripetendo il suo nome.

Chi lo trova per primo vince una plusvalenza tipo quella di Thiago Motta

Chi lo trova per primo vince una plusvalenza tipo quella di Thiago Motta

Non è una cosa da poco per un centrocampista di quantità, difficile da ricordare in campo – metronomo di Pescara e Palermo – ma incredibilmente carismatico e vincente una volta sedutosi in panchina: ladies and gentlemen, the Great Gasperini.

L’uomo che non si fa scappare niente, che prende tutto e lo trasforma in oro.

A proposito di scappare, qualcuno aveva provato a farlo fuggire, a fargli mollare quel Genoaper cui ormai – parole sue – soffre se perde e gioisce se vince. Ebbene si, qualcuno ci aveva provato, a torto o a ragione, senza però riuscirci.

Gasperini Gianpiero è troppo cocciuto per arrendersi a qualche striscione, troppo orgoglioso per accettare di vedersi screditato da una tifoseria che alla fine ha dovuto accettare il fatto che un Genoa senza Gasp è come un cielo senza stelle.

Il Grande Gatsby fece di tutto per riconquistare la donna amata tempo prima, the Great Gasp ha provato a fare lo stesso riprendendosi con classe ed in maniera stupefacente la fiducia di un popolo che sembrava averlo ostracizzato dopo le pesanti dichiarazioni di qualche mese addietro.

"Al Dio della Scala non credere mai"

“Al Dio della Scala non credere mai”

Dopo la magia del “periodo giovanile”, dal 2006 al 2010, le esperienze di Milano e Palermo hanno rischiato di rovinare una carriera immeritatamente rimasta nel centro classifica. Succede poi che si decida di tornare, un po’ come Jack Gatsby, si decida di farlo con stile e con la consapevole certezza di essere finalmente ritornato a casa.

Gasperini, lavoratore taciturno, non ha tuttavia mai voluto feste degne del peggior Trimalcione o troppo clamore attorno alla sua figura, volutamente rimasta nel mezzo fra riservatezza e genialità.

Il genio gasperiniano che riportò la squadra più antica d’Italia in Europa e che riuscì a ripetersi persino un anno fa, bloccato soltanto da una sciagurata gestione societaria che non è riuscita a fare tesoro delle dozzine di plusvalenze garantite ogni anno dal mister più redditizio d’Italia.

Nonostante tutto ha scelto di restare a Genova, forse per un anno o magari per sempre, sicuramente accortosi dell’influsso quasi mistico che la città marinara riesce a trasmettergli ogni volta che il “suo” Genoa scende in campo al Ferraris, forse anche perché leggermente affezionato emotivamente a quell’atmosfera tutta sentimenti ed emozioni.

Il 3-4-3 è un’istituzione, il trequartista non serve e non servono nemmeno tanti fronzoli: la coppia Juric-Milanetto docet.

"Ma chi me l'ha fatto fare?"

“Ma chi me l’ha fatto fare?”

Il Genoa ha bisogno di Gasperini e Gasperini del Genoa, in un chiasmo che si colora di rossoblù giorno dopo giorno sempre di più.

Il perché non lo sappiamo, mai nessuno lo capirà forse, ma chi passa da Genova sotto le ali del brizzolato piemontese ne esce rigenerato e con un esercito di squadre più vincenti del Grifone pronte a fare follie.

Se il Genoa avesse alle spalle una società meno interessata alle plusvalenze e più alle grandi ambizioni, beh meglio non pensarci per non ritrovarsi ad avere fra le mani una potenziale squadra quasi mitologica (la difesa Criscito, Bonucci, Sokratis e l’attacco El Sharaawi, Milito, Perotti credo parlino da soli).

"C'eravamo tanto amati"

“C’eravamo tanto amati”

Juraj Kucka decide di salutare a modo suo il Gasp prima di andare a Milano

Juraj Kucka decide di salutare a modo suo il Gasp prima di andare a Milano: belli strani gli slovacchi

Il gioco aiuta, le squadre allenate da Gasperson hanno come caratteristica la velocità di manovra, quella croce e delizia che fa esaltare per le miriadi di azioni create e disperarsi allo stesso tempo quando arrivano i contropiede.

Il derby di domenica 8 Maggio, tuttavia, è l’apoteosi della carriera rossoblù del mister sfortunato con le grandi: idee chiare, gioco sulle fasce e mai un passo indietro. Certo, avere giocatori motivati aiuta e non poco, così come trovarsi a giocare contro una squadra invisibile come la Sampdoria delle ultime due settimane, ma la sostanza rimane un gradino sopra a tutto il resto.

Comunque vada a finire, che sia stato un addio oppure un “to be continued”, nella città del rossoblù e del blucerchiato a vincere è stato lui.

A vincere è stato l’uomo con le palle. L’uomo che ha rischiato di perdere tutto, persino di cadere nella piscina della contestazione da cui è difficile uscire vivi ma nella quale ha nuotato senza alcuna esitazione. Alla fine è riuscito anche a far tornare il Sole, un miracolo che ha fatto si che tutta quell’acqua evaporasse, che si asciugasse ogni goccia e si vivesse di nuovo come ai vecchi tempi.

La corsa sotto la Gradinata Nord non verrà cancellata mai, per fortuna non esistono ancora gomme o marchingegni per rimuovere i bei ricordi.

In un calcio pieno di dubbi e controsensi, il credo gasperiniano rimane una delle poche ed intramontabili certezze.

“A un Dio a lieto fine non credere mai”.

Fabrizio De André

"Quasi mai"

“Quasi mai”

"Che poi, voglio dire, anche io sono un po' matto"

“Che poi, voglio dire, anche io sono un po’ matto”

Scritto e disponibile su Numerosette.eu
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