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Oltre il titolo – A chi la palma di capocannoniere della Premier League?

La Premier League sta finendo. A quattro giornate dal termine (in media, a qualche squadra ne mancano cinque, all’Arsenal sei) alcuni verdetti paiono quasi scontati: a meno di clamorosi ribaltoni, il Sunderland finirà in Championship, insieme al Middlesborugh e una tra Swansea e Hull City; Everton e Arsenal in Europa League, insieme a una tra le due squadre di Manchester o il Liverpool, tutte e tre ancora in corsa per la Champions League, e la sfida per il titolo è tra Chelsea (favoritissimo) e il Tottenham.

I premi come miglior giocatore dell’anno e come miglior giovane dell’anno sono già stati assegnati, a N’Golo Kanté e Dele Alli (secondo consecutivo per lui), anche la squadra dell’anno è già stata schierata, con grande presenza di giocatori proprio Blues e Spurs.

L’unica cosa in bilico, al momento, riguarda la corsa al titolo di capocannoniere del campionato, con quattro giocatori ancora in corsa, più qualche possibile out-sider che potrebbe dar loro del fil da torcere.

ROMELU LUKAKU – EVERTON – 24 RETI

Il belga è primo in classifica, con un buon vantaggio sugli altri detentori, e una buonissima media (0,73 reti a partita), segna una volta ogni 120 minuti di gioco e, ma è inutile dirlo, è un’autentica forza della natura. Paga un po’ la discontinuità e l’anarchia tattica: quando non ha il pallone, difficilmente riesce a fare il movimento determinante per farsi trovare pronto a battere a rete (può essere un esempio lo scarso numero di reti di testa, 5), bensì preferisce aspettare la palla a metà campo, in fase di non possesso, riceverla facendo a sportellate con il difensore di turno, partire come una furia e scaraventare il pallone a rete con il sinistro (o il destro), o anche provare la giocata sul portiere e saltarlo. Il numero 10 dell’Everton è arrivato così in alto senza tirare alcun rigore (solo un gol su punizione, contro il Crystal Palace), ed ha il vantaggio di giocare in una squadra che fa pieno affidamento su di lui (più di un terzo delle marcature dei Toffees sono sue), difficile quindi che il primo posto gli possa essere tolto.

HARRY KANE – TOTTENHAM – 20 RETI

Il migliore sia in termini di media gol (0,80), sia per minutaggio (un gol ogni 105 minuti), l’Uragano è il rifinitore della meravigliosa orchestra guidata da Pochettino. Un solo gol di testa, due su rigore, ma tatticamente è determinante per la squadra: si abbassa quando deve far salire la squadra, riesce a servire palloni utili alla causa degli Spurs e fa i movimenti che deve fare un attaccante, facendosi trovare pronto per gli assist di Eriksen, Alli o chi per loro. Paga l’infortunio subito il mese scorso, quando era ancora al comando della classifica marcatori. Sa anche battere i calci di punizione (ha preso diversi legni, a dire il vero), e può riuscire a raggiungere e superare Lukaku, con 5 giornate ancora da giocare (ci sono anche gli incroci con Arsenal e Manchester United) e il supporto di tutta la squadra.

ALEXIS SANCHEZ – ARSENAL – 19 RETI

Tra tutti, il cileno è il meno attaccante (è un’ala), ma per qualche mese ha giocato proprio come punta centrale per ovviare al momento di scarsa forma di Olivier Giroud. La fiducia di Wenger è stata ripagata con diversi gol, anche di bella fattura. Ma, appunto, non essendo una punta di ruolo è spesso stato costretto a partire da fuori area, non reggendo il duello fisico con la maggior parte dei difensori avversari. Così molti suoi gol sono di ottima fattura, con entrambi i piedi, su rigore, qualcuno di testa (e uno con la mano). Tra i top scorer è quello con più assist all’attivo, 10, e con il ritorno di Giroud è tornato a fare l’ala, continuando a garantire le sue solite giocate di grande classe. Non è il favorito alla vittoria del titolo, visto il ruolo, ma può giocarsi le sue carte per restare sul podio.

DIEGO COSTA – CHELSEA – 19 RETI

Lo spagnolo è tornato grande grazie anche alla cura Conte, che gli ha adattato la squadra attorno rendendolo il marcatore implacabile di un tempo. Non batte rigori, non batte punizioni, tra i detentori è il più “centravanti”, bisognoso dei palloni serviti dai compagni ma anche capace di tirar fuori dal cilindro giocate eccezionali. Esuberante sia fisicamente sia caratterialmente, con cinque giornate da giocare potrebbe, anche incentivato dalla corsa al titolo dei Blues, accelerare la sua vena realizzativa e raggiungere i suoi più giovani colleghi. Ad ora l’unico dubbio è il suo futuro: dopo una presunta lite con Conte si è parlato tantissimo di un passaggio in Cina, ma le voci sembrano essersi placate. Buon segno o silenzio tattico?

SERGIO AGUERO – MANCHESTER CITY – 17 RETI

Attaccante tuttofare, l’argentino del Manchester City è un po’ indietro rispetto ai suoi standard, a causa sia del nuovo gioco del Manchester City, che alterna i ritmi altissimi tipici della Premier alle trame infinite di passaggi tipici delle squadre di Guardiola, sia della momentanea esplosione di Gabriel Jesus, unita ai rapporti non semplicissimi con l’ex allenatore di Barcellona e Bayern Monaco. L’infortunio del brasiliano lo ha riportato stabilmente al suo posto, una coesistenza tra i due può esserci. Ma pare impossibile una rimonta del genere.

ZLATAN IBRAHIMOVIC – MANCHESTER UNITED – 17 RETI

Come è accaduto anche altrove, lo svedese ha catalizzato il gioco dei Red Devils sulle sue spalle, divenendo leader offensivo (quasi dittatore) della squadra. Tutto guadagnato, finché gioca bene. Questo perché quando ha reso al di sotto delle aspettative la squadra ne ha risentito, faticando e aggrappandosi a giocate singole quasi inaspettate. Prova dell’Ibracentrismo dello United di Mourinho è il fatto che il secondo marcatore stagionale della squadra è Juan Mata, 6 reti, il terzo Rashford con 5 e seguono Martial e Pogba con 4. Il suo infortunio in Europa League contro l’Anderlecht ha messo fine alla sua stagione, e forse alla sua esperienza a Old Trafford, quindi non potrà risalire la classifica.

GLI OUTSIDERS

Mancano nomi più o meno altisonanti tra i top scorers annuali, ma difficilmente uno di loro potrà imporsi. Segue a quota 16 reti Dele Alli, 15 reti Eden Hazard (record personale), a 14 il trio di punte Defoe-Benteke-Joshua King. Tra gli abituali marcatori hanno deluso anche Llorente (Swansea, 12 gol), Jamie Vardy, l’anno scorso autore di 24 reti, quest’anno fermo a 11, Carroll (7) e Sturridge (2).

Co la giusta fiducia, Benteke ha ritrovato serenità e gol con la maglia del Crystal Palace (foto: Mirror)

IN FUTURO

Senza considerare il mercato, con possibili arrivi da e per l’estero, n futuro i favoriti saranno di sicuro Lukaku e Kane, vista la qualità e l’età. Se la giocheranno di sicuro con i “vecchi” (si fa per dire) Aguero e Diego Costa, ma occhio a Rashford, Iheanacho e Gabriel Jesus, giovanissimi e in rampa di lancio. Da tenere d’occhio anche Origi e Gabbiadini, che con la giusta fiducia potrebbero andare ben oltre la doppia cifra.

Ottimo l’impatto di Manolo Gabbiadini al Southampton finora, con 6 reti in 7 partite

Walk this way

Nell’ultimo decennio, parlando di calcio, le due domande più frequenti sono:

  • con che squadre il Chievo riesce a fare ogni anno 40 punti?
  • sarà questa la stagione dell’Arsenal?

Se per la prima domanda si tratta di semplice ironia, il motivo della seconda è probabilmente semplice: la nuova generazione non ha vissuto da spettatrice consapevole i trionfi di Arsène Wenger con i Gunners, cominciati nel 1998 con un double e culminati con la storica stagione del “non perdo mai” nel 2003/2004. Quell’Arsenal era inarrestabile, fece 90 punti eguagliando il Preston e fece pregustare a tutti gli amanti del calcio un dominio biancorosso nei secoli dei secoli. Ma di eterno nel calcio non c’è nulla, anche le sgroppate di Robert Pires hanno una fine, ecco perché quella squadra ad oggi rimane un quadro meraviglioso, un capolavoro dipinto tutto d’un fiato che tuttavia non si riesce a replicare.

Nello stesso anno in cui i Gunners alzarono il primo trofeo di una lunga serie, gli Aerosmith componevano un capolavoro chiamato “I don’t want to miss a thing”, titolo che rispecchia meravigliosamente bene immagini come queste, simbolo del gigante buono e filo-francese creato proprio dal pittoresco tecnico di Strasburgo.

“Non voglio chiudere gli occhi,
non mi voglio addormentare, 
non mi voglio perdere niente.”
Chiusa la parentesi rotonda, si torna inevitabilmente a viaggiare nel presente. La stagione 2016/17 è ormai alle porte ed anche i Gunners, pur consapevoli di dover ancora fare qualche colpo grosso di mercato, si stanno preparando all’ennesimo tentativo di ripetere le gesta degli antenati nemmeno poi così lontani.

PORTIERI – Jaded

Sistemato già nella scorsa estate il reparto più pericolante della squadra, oggi si registra persino un leggero esubero fra i pali: il “povero” Wojciech Szczesny avrebbe trovato pochissimo spazio vicino a Cech ed Ospina, motivo per cui è stato lasciato a crescere ancora in Serie A. I giovani Emiliano Martinez e Matt Macey chiudono una lista tanto lunga quanto positiva: lo scorso anno le reti subite – come nella stagione ancora precedente – sono state relativamente poche, solo 36: quella di Wenger si è rivelata una delle migliori difese insieme al campione d’Inghilterra Leicester, seconda soltanto a quelle di Manchester United e Tottenham.

“Petr, Ma chi glielo dice a Wojciech che qui non giocherà mai?”

DIFENSORI – Cryin’

Non sarà probabilmente Rob Holding, giovane talento dalle belle speranze appena arrivato dal Bolton, a rovesciare le gerarchie e a risolvere i problemi difensivi dei Gunners: ci ha provato Chambers, ora accostato al Watford, non ci è riuscito nemmeno Gabriel Paulista, ancora troppo poco affidabile per garantire una sicurezza costante durante la stagione.

Continuità e sicurezza sono diventati invece i capisaldi di casa Laurent Koscielny, difensore “acerbo e maldestro” diventato negli anni il “miglior centrale del campionato”, come sostiene Rio Ferdinand, non proprio un passante qualunque.

Se per il francese si sprecano i complimenti, il colosso tedesco e biondo Per Mertesacker sta ancora cercando di riguadagnarsi quelli che si era meritato durante le prime due stagioni a Londra, coronate da 69 presenze in campionato e 5 reti.

Sulla fascia sinistra ci sono l’ordinato Nacho Monreal e l’eterna promessa Kieran Gibbs, mentre i veri problemi numerici si registrano sul lato destro: se Hector Bellerìn rappresenta probabilmente il miglior giovane in squadra – l’interesse fastidioso del Barcellona ne è la prova vivente – non è ancora chiaro il futuro tanto dell’ex West Ham Carl Jenkinson quanto di Mathieu Debuchy, che nonostante l’infortunio ed il prestito al Bordeaux da cui è appena tornato continua a far sapere di non voler continuare l’avventura londinese: ha giocato venerdì contro il Lens, ma il suo futuro resta avvolto nella nebbia.

“In my opinion it seems much more practical to keep a younger and arguably more talented Carl Jenkinson, that it does to keep an ageing, out of form Mathieu Debuchy” sostiene sul web uno scrittore amico dell’Arsenal, chissà che non possano restare entrambi. L’importante, però, è che non parta lo scattista Bellerìn.

 

CENTROCAMPISTI – Dream On

Il vero reparto da sogno, non me ne voglia Flavio Briatore, è il centrocampo. La forza ed il limite dell’Arsenal sta proprio lì, lì nel mezzo, dove l’intelligenza di un ormai intoccabile ed evoluto Aaron Ramsey ed il tempismo di Mesut Özil fanno fatica ad esser sostenute da una retroguardia che – come abbiamo detto – è buona ma non magnifica.

Fortunatamente il primo acquisto per la nuova stagione è un ottimo compromesso fra difesa e creatività, fra sostanza e fantasia, fra Taulant e Granit: si tratta di Xhaka, un corsaro quandosi tratta di recuperare palloni ma un preciso geometra in fase di impostazione. Sarà lui il collante fra difesa e centrocampo capace di rendere meno pesanti le sfuriate offensive dei cannoni biancorossi?

Un altro giocatore ancora tutto da scoprire è Mohamed Elneny, prelevato dal Basilea lo scorso gennaio per circa 12.000.000 di euro: il nuovo mediano incontrista agli ordini di Arsène Wenger è subito entrato a pieno nel progetto biancorosso collezionando una dozzina di presenze nella sua prima mid-season inglese. Le due più grandi qualità del classe 1992 egiziano sono senza dubbio temperamento e precisione nei passaggi, di cui andremo ad analizzare i dati grazie alla piattaforma WyScout.com.

WyScout El Neny

L’acquisto di Elneny nella finestra di gennaio, a dire il vero, è stato necessario in seguito all’infortunio – uno dei tanti – subito da Francis Coquelin: il francese è un vero e proprio beniamino dell’Emirates e aveva cominciato la stagione in maniera perfetta, prima di accasciarsi a terra rialzandosi soltanto a 2016 inoltrato. Basso, compatto ed infaticabile corridore, anche con gli arrivi egiziani e svizzeri il suo impiego non dovrebbe essere compromesso; sarà certamente complicato trovare spazio e continuità, ma se proverà a conquistarsi la fiducia di Wenger con la stessa grinta che lo ha reso un beniamino dei tifosi, beh a quel punto non sarebbe facile arginarlo.

Ci siamo completamente dimenticati di Jack Wilshere, abbastanza comprensibile e normale considerando come nelle ultime due stagioni il peperino di Stevenage abbia giocato soltanto 17 partite di Premier League su 76 disponibili. Il suo palmarès, rigorosamente con la maglia dell’Arsenal, assomiglia più ad un bollettino medico che ad una bacheca piena di trofei:

wilshere

All credits to transfermarkt.it

Su Mesut Özil e i suoi passaggi smarcanti non serve aggiungere nulla, rovinerebbe soltanto l’atmosfera, mentre Santi Cazorla merita un capitolo a parte: agile ma potente, veloce ma intelligente, spesso assente ma sempre decisivo.

Se due stagioni fa 7 reti in 37 partite – solo un’assenza durante tutta la stagione – lo avevano reso quasi unico oltre che indispensabile, l’anno scorso non è andata così bene, complici i quasi 4 mesi di assenza per infortunio. Mai però sottovalutare Paquirrin, formidabile a dileguarsi negli spazi e letale da fuori area.

 

ATTACCANTI – Crazy

Serge Gnabry e Andre Iwobi sono le promesse da realizzare, Joel Campbell e Alex Oxlade-Chamberlain quelle – ad oggi – non mantenute, ma i due esterni nel 4-2-3-1 saranno rispettivamente Alexis Sanchez e Theo Walcott: il primo è la stella di cui nessuno a Londra si vuole privare, il secondo ogni volta che entra cambia le partite.

Nello scorso campionato Sanchez ha giocato 2.445 minuti, Walcott “soltanto” 1.373: il cileno è insostituibile, il londinese tutto rapidità e traversoni si è rivelato l’uomo devastante a partita in corso. Sul lato destro viene spesso utilizzato Ramsey nel ruolo di regista avanzato, ma del resto si sa che Wenger fa della rotazione – complici anche i tanti infortuni – un’arma letale e vincente.

Se Danny Welbeck continua a fare i conti con un problema al ginocchio che lo ha tenuto fermo per mesi e continua a farlo, l’uomo della provvidenza si chiama Olivier Giroud: potenza, intelligenza e caparbietà che si verbalizzano con 16 reti in 38 partite, nessuna esclusa.

A dire il vero i suoi detrattori sono molti, fra cui spicca l’icona Spurs Garth Crooks: per lui il francese segna troppo poco, l’Arsenal non vincerà mai nulla finché la vecchia stella del Montpellier popolerà l’area di rigore.

 

Titolo o non titolo, a proposito di prime pagine non possiamo non parlare dell’uomo che ha stregato il Giappone finendo nel mirino proprio di Arséne Wenger, allenatore che nella terra del Sole nascente ha allenato e vinto con il  Nagoya Grampus Eight: si tratta del giovane Takuma Asano, tanto sconosciuto ai più quanto interessante e tutto da scoprire.

Nelle scorse settimane vi avevamo parlato di lui, lo avevamo fatto ponendo l’accento sui 5 trofei alzati – seppur in Giappone – a soli 21 anni.

L’ennesima incognita porta il nome di Yaya Sanogo, il cui talento è al momento incomprensibile e davvero nascosto: dal 2015 sono arrivati ben tre prestiti ma solo 4 reti, troppo poche. “Sarà il nuovo Adebayor” aveva azzardato qualche tifoso biancorosso, oggi il paragone sembra quasi definitivamente naufragato. Mai dire mai.

 

Bisogna ammettere che lo scorso anno l’Arsenal ha dimostrato più caparbietà del solito, restando aggrappata per mesi alla vetta e lasciando lo scettro soltanto di fronte al miracolo di Ranieri, ma fino a poche giornate dal termine i rivali del Tottenham avevano creduto sul serio di poter rovinare i preparativi ai tifosi avversari. Il St. Totteringham Day, infatti, è un’istituzione per i tifosi biancorossi; si tratta del giorno in cui matematicamente i Gunners sono sicuri di finire sopra i rivali del Tottenham e, di rimando, decidono di festeggiare. La data ormai è diventata una sorta di must, un avvenimento ricorrente per via della dozzina di campionati in cui il biancorosso sovrasta il biancoblu. A metà campionato sarebbe stato improbabile pensare ad una ripetizione di questa festa, si credeva che al termine della stagione 2016 sarebbe arrivato dopo anni di egemonia cittadina il momento di una minestrina per far andar giù meglio il campionato meravigliosamente strabiliante del Tottenham, spinto dall’uragano Harry Kane e fermato soltanto dal Leicester. Invece no, sono arrivati davanti ancora una volta: 71 punti a 70, un premio amaro ma sempre meglio di niente.

 

Gli Aerosmith cantavano “What could have been love”, se i Gunners avessero avuto un po’ di fortuna in più chissà cosa ci saremmo trovati a raccontare oggi. Probabilmente qualcosa di diverso, sicuramente però basterebbe una stagione altrettanto storica per far dimenticare 12 anni di buoni piazzamenti a luci soffuse. Perché l’Arsenal non si è arreso, è ancora lì aggrappato, nonostante tutto.

Aerosmith, Arsène Wenger, Arsenal, arte ed ambizione: magari sarà proprio nella Premier delle meraviglie, in cui nessuno si aspetta la loro rinascita, che i cannoni torneranno a fare terra bruciata su tutti i campi d’Inghilterra.

Quel quadro datato 2004, dipinto dal mago di Strasburgo, ha oggi un valore inestimabile. L’artista più silenzioso della Premier League, però, non riesce a ricrearne una copia simile all’originale, che ha lasciato a bocca aperta milioni di sportivi in tutto il mondo in un passato visto dai più giovani come molto, molto lontano. Chissà che questa volta, mentre gli occhi di tutto il paese sono puntati sui due saltimbanchi di Manchester o alla ricerca di altre favole a lieto fine come quella del Leicester, lo stanco e silenzioso Arsène non ci riesca per davvero.

Perché loro ci sono sempre, nel bene e nel male.

Dì “arrivederci” a un altro giorno

Aerosmith

Scritto e disponibile su Numerosette.eu
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