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Must The Show Go On?

Non sempre il contrasto serve, non sempre porta vantaggi: non sarebbe forse meglio fare un passo indietro?

A caduta libera. Conte risponde a Mourinho, Mourinho risponde a Conte, in un groviglio di dichiarazioni spinte, forse nemmeno troppo volute, sicuramente evitabili. In mondovisione.

Tutto è cominciato con una freccia ardente dello Special One all’indirizzo degli allenatori che nell’area tecnica “si atteggiano come clown”, frase a cui hanno risposto – in maniera diametralmente opposta – tanto Conte quanto Klopp.

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Premier o Champions…League?

[Immagine in copertina tratta da Internet]

Questa è solamente una delle domande che in molti si porranno, vista la folta e inedita presenza di ben 5 squadre inglesi nel tabellone di Champions. Non bastavano Chelsea, Tottenham, Manchester City e Liverpool (dopo aver sconfitto l’Hoffenheim nella doppia sfida ai preliminari), anche lo United di José Mourinho parteciperà alla competizione più prestigiosa per club grazie alla vittoria in Europa League.

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Emre Can’t… Emre Can!

Lunedì 1 maggio 2017, la sera si gioca il consueto Monday Night della Premier League, in campo ci sono Watford e Liverpool a Vicarage Road. Sono circa le 21:46, quando dalla destra arriva un pallone a Lucas Leiva, che guarda avanti e vede Emre Can partire verso l’area di rigore. Pensa a scucchiaiare un pallone per il tedesco, in modo da metterlo davanti al portiere avversario. Le cose non vanno però come pensava il brasiliano: la palla è un po’ corta, così Can si ferma, prende lo slancio ed esegue una rovesciata da manuale. Il portiere avversario, l’ex Tottenham Gomes, non si lancia nemmeno, e osserva il pallone finire sotto l’incrocio dei pali alla sua destra. Questa meraviglia sarà l’unica realizzazione della gara, che mantiene così il Liverpool in piena lotta per la Champions League.

EMRE CAN’T – Non è che il centrocampista tedesco sia un vero e proprio bomber, anzi! Esce dal settore giovanile del Bayern Monaco come difensore centrale, pur dimostrando di aver piedi buoni e un’ottima visione di gioco. Mantiene questo ruolo anche nella sua stagione al Bayer Leverkusen, e successivamente nel suo primo anno con la maglia dei Reds. Solo quando arriva Klopp al posto di Rodgers sulla panchina di Anfield arriva anche il cambio di ruolo, davanti alla difesa, come mediano e come regista. Diventa piano piano un giocatore preziosissimo in entrambe le fasi di gioco, poco vistoso ma molto efficace. I suoi gol in carriera, prima di lunedì sera, erano appena 19. Ecco perché nessuno poteva aspettarsi un gesto tecnico simile, né tanto meno la realizzazione.

EMRE CAN – Con la palla a mezz’aria, e il suo corpo che si prepara al movimento perfetto, già tutti immaginavamo come poteva finire: con la palla in fondo alla rete! Chissà, magari Leiva avrà anche pensato “Accidenti! Gli ho dato una palla troppo corta”, Firmino che gli corre a fianco pensando “Mi faccio trovare pronto per la sua sponda”. Poi avranno notato lo sguardo del numero 23, sul pallone, dopo uno rapidissimo alla porta avversaria. “Lo fa! Lo fa! Ma riuscirà?”. Ci riesce.

Siamo già a chiederci se sarà il gol dell’anno in Premier League: una prodezza del genere, a 15 metri di distanza dalla porta, se lo contenderà di sicuro.

E chissà se qualcuno pensava che proprio Can sarebbe stato capace di competere per quel titolo.

 

RUGGERO ROGASI

Twitter @RuggeroRogasi

 

Oltre il titolo – A chi la palma di capocannoniere della Premier League?

La Premier League sta finendo. A quattro giornate dal termine (in media, a qualche squadra ne mancano cinque, all’Arsenal sei) alcuni verdetti paiono quasi scontati: a meno di clamorosi ribaltoni, il Sunderland finirà in Championship, insieme al Middlesborugh e una tra Swansea e Hull City; Everton e Arsenal in Europa League, insieme a una tra le due squadre di Manchester o il Liverpool, tutte e tre ancora in corsa per la Champions League, e la sfida per il titolo è tra Chelsea (favoritissimo) e il Tottenham.

I premi come miglior giocatore dell’anno e come miglior giovane dell’anno sono già stati assegnati, a N’Golo Kanté e Dele Alli (secondo consecutivo per lui), anche la squadra dell’anno è già stata schierata, con grande presenza di giocatori proprio Blues e Spurs.

L’unica cosa in bilico, al momento, riguarda la corsa al titolo di capocannoniere del campionato, con quattro giocatori ancora in corsa, più qualche possibile out-sider che potrebbe dar loro del fil da torcere.

ROMELU LUKAKU – EVERTON – 24 RETI

Il belga è primo in classifica, con un buon vantaggio sugli altri detentori, e una buonissima media (0,73 reti a partita), segna una volta ogni 120 minuti di gioco e, ma è inutile dirlo, è un’autentica forza della natura. Paga un po’ la discontinuità e l’anarchia tattica: quando non ha il pallone, difficilmente riesce a fare il movimento determinante per farsi trovare pronto a battere a rete (può essere un esempio lo scarso numero di reti di testa, 5), bensì preferisce aspettare la palla a metà campo, in fase di non possesso, riceverla facendo a sportellate con il difensore di turno, partire come una furia e scaraventare il pallone a rete con il sinistro (o il destro), o anche provare la giocata sul portiere e saltarlo. Il numero 10 dell’Everton è arrivato così in alto senza tirare alcun rigore (solo un gol su punizione, contro il Crystal Palace), ed ha il vantaggio di giocare in una squadra che fa pieno affidamento su di lui (più di un terzo delle marcature dei Toffees sono sue), difficile quindi che il primo posto gli possa essere tolto.

HARRY KANE – TOTTENHAM – 20 RETI

Il migliore sia in termini di media gol (0,80), sia per minutaggio (un gol ogni 105 minuti), l’Uragano è il rifinitore della meravigliosa orchestra guidata da Pochettino. Un solo gol di testa, due su rigore, ma tatticamente è determinante per la squadra: si abbassa quando deve far salire la squadra, riesce a servire palloni utili alla causa degli Spurs e fa i movimenti che deve fare un attaccante, facendosi trovare pronto per gli assist di Eriksen, Alli o chi per loro. Paga l’infortunio subito il mese scorso, quando era ancora al comando della classifica marcatori. Sa anche battere i calci di punizione (ha preso diversi legni, a dire il vero), e può riuscire a raggiungere e superare Lukaku, con 5 giornate ancora da giocare (ci sono anche gli incroci con Arsenal e Manchester United) e il supporto di tutta la squadra.

ALEXIS SANCHEZ – ARSENAL – 19 RETI

Tra tutti, il cileno è il meno attaccante (è un’ala), ma per qualche mese ha giocato proprio come punta centrale per ovviare al momento di scarsa forma di Olivier Giroud. La fiducia di Wenger è stata ripagata con diversi gol, anche di bella fattura. Ma, appunto, non essendo una punta di ruolo è spesso stato costretto a partire da fuori area, non reggendo il duello fisico con la maggior parte dei difensori avversari. Così molti suoi gol sono di ottima fattura, con entrambi i piedi, su rigore, qualcuno di testa (e uno con la mano). Tra i top scorer è quello con più assist all’attivo, 10, e con il ritorno di Giroud è tornato a fare l’ala, continuando a garantire le sue solite giocate di grande classe. Non è il favorito alla vittoria del titolo, visto il ruolo, ma può giocarsi le sue carte per restare sul podio.

DIEGO COSTA – CHELSEA – 19 RETI

Lo spagnolo è tornato grande grazie anche alla cura Conte, che gli ha adattato la squadra attorno rendendolo il marcatore implacabile di un tempo. Non batte rigori, non batte punizioni, tra i detentori è il più “centravanti”, bisognoso dei palloni serviti dai compagni ma anche capace di tirar fuori dal cilindro giocate eccezionali. Esuberante sia fisicamente sia caratterialmente, con cinque giornate da giocare potrebbe, anche incentivato dalla corsa al titolo dei Blues, accelerare la sua vena realizzativa e raggiungere i suoi più giovani colleghi. Ad ora l’unico dubbio è il suo futuro: dopo una presunta lite con Conte si è parlato tantissimo di un passaggio in Cina, ma le voci sembrano essersi placate. Buon segno o silenzio tattico?

SERGIO AGUERO – MANCHESTER CITY – 17 RETI

Attaccante tuttofare, l’argentino del Manchester City è un po’ indietro rispetto ai suoi standard, a causa sia del nuovo gioco del Manchester City, che alterna i ritmi altissimi tipici della Premier alle trame infinite di passaggi tipici delle squadre di Guardiola, sia della momentanea esplosione di Gabriel Jesus, unita ai rapporti non semplicissimi con l’ex allenatore di Barcellona e Bayern Monaco. L’infortunio del brasiliano lo ha riportato stabilmente al suo posto, una coesistenza tra i due può esserci. Ma pare impossibile una rimonta del genere.

ZLATAN IBRAHIMOVIC – MANCHESTER UNITED – 17 RETI

Come è accaduto anche altrove, lo svedese ha catalizzato il gioco dei Red Devils sulle sue spalle, divenendo leader offensivo (quasi dittatore) della squadra. Tutto guadagnato, finché gioca bene. Questo perché quando ha reso al di sotto delle aspettative la squadra ne ha risentito, faticando e aggrappandosi a giocate singole quasi inaspettate. Prova dell’Ibracentrismo dello United di Mourinho è il fatto che il secondo marcatore stagionale della squadra è Juan Mata, 6 reti, il terzo Rashford con 5 e seguono Martial e Pogba con 4. Il suo infortunio in Europa League contro l’Anderlecht ha messo fine alla sua stagione, e forse alla sua esperienza a Old Trafford, quindi non potrà risalire la classifica.

GLI OUTSIDERS

Mancano nomi più o meno altisonanti tra i top scorers annuali, ma difficilmente uno di loro potrà imporsi. Segue a quota 16 reti Dele Alli, 15 reti Eden Hazard (record personale), a 14 il trio di punte Defoe-Benteke-Joshua King. Tra gli abituali marcatori hanno deluso anche Llorente (Swansea, 12 gol), Jamie Vardy, l’anno scorso autore di 24 reti, quest’anno fermo a 11, Carroll (7) e Sturridge (2).

Co la giusta fiducia, Benteke ha ritrovato serenità e gol con la maglia del Crystal Palace (foto: Mirror)

IN FUTURO

Senza considerare il mercato, con possibili arrivi da e per l’estero, n futuro i favoriti saranno di sicuro Lukaku e Kane, vista la qualità e l’età. Se la giocheranno di sicuro con i “vecchi” (si fa per dire) Aguero e Diego Costa, ma occhio a Rashford, Iheanacho e Gabriel Jesus, giovanissimi e in rampa di lancio. Da tenere d’occhio anche Origi e Gabbiadini, che con la giusta fiducia potrebbero andare ben oltre la doppia cifra.

Ottimo l’impatto di Manolo Gabbiadini al Southampton finora, con 6 reti in 7 partite

Vincere la Premier League

Conferenza stampa in quel di Cobham. Antonio Conte non nomina la Juventus ma tutti parlano di una sua frase sulla squadra di Corso Galileo Ferraris, titolo che ha fatto inferocire molti tifosi bianconeri.

“Vincere la Premier League sarebbe un grande successo, probabilmente il più grande perché vincere questo campionato è complicatissimo”, tradotto per alcuni quotidiani sportivi nazionali: “Vincere la Premier sarebbe meglio dei tre scudetti con la Juventus”.

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L’insostenibile leggerezza dell’Everton

[Immagine in copertina tratta da Internet]

Liverpool, patria di artisti, mercanti e viaggiatori. Goodison Park, Anfield Road, le statue di Bill Shankly e Dixie Dean davanti alle porte d’ingresso. Giusto per ricordarsi che qui niente è un gioco, che qui si confondono i santi con gli eroi.

IL MOMENTO D’ORO – Everton, Koeman, Lukaku, 57 punti in classifica.

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E vissero tutti…

Ammettiamolo, visto l’ultimo periodo ci aspettavamo tutti che sarebbe arrivato questo momento, ma in cuor nostro speravamo che questo momento, appunto, non sarebbe mai arrivato.

Ieri sera, al King Power Stadium, verso le 21:10 (ora italiana) è finita, stavolta per davvero, la favola Leicester. 26° minuto, Saul Niguez raccoglie l’assist di Filipe Luis e supera Schmeichel, davanti ai tifosi delle Foxes che credevano nella rimonta. Credevano di ribaltare quel misero 1-0, siglato Griezmann su rigore, del Vicent Calderon. A nulla è servito, al 61° minuto, il gol del pareggio di Jamie Vardy, e a nulla sarebbe servito un altro gol (i campioni d’Inghilterra avrebbero dovuto vincere con almeno due gol di scarto).

Fine della favola, quindi. Fine di una favola iniziata nell’agosto del 2015 e sviluppatasi nel corso del tempo, in nove bellissimi mesi, con un bravissimo narratore quale è Claudio Ranieri e i magnifici protagonisti che rispondono al nome di Jamie Vardy, Riyad Mahrez, N’Golo Kanté e tutti gli altri.

Questo perché il Leicester City dell’anno scorso aveva, sì, tre giocatori fondamentali su cui basava il suo gioco (i tre sopracitati, appunto) ma la sua vera forza era il gruppo. E, quindi, quando a “toppare” erano loro tre ci pensava qualcun altro a metterci le pezze (che sia Okazaki, Drinkwater, Morgan, Huth, Ulloa…).

A titolo vinto è arrivato l’appagamento. Giocatori e società si sono sentiti sazi, si sono sentiti troppo sicuri di sé, e si sono lasciati andare, rendendosi protagonisti quindi di una stagione da dimenticare. La peggior stagione di una squadra campione d’Inghilterra.

A marzo arriva così l’esonero di Claudio Ranieri, che lascia la squadra in piena lotta per la lotta salvezza nelle mani di William… ehm… Craig Shakespeare con la speranza che, dato il nome, la tragedia si trasformi in salvezza. Ed in effetti la squadra si rialza e si avvia verso una salvezza tranquilla (adesso i punti di vantaggio sullo Swansea, terzultimo, sono 9 con una gara in meno).

L’errore più grande, e qui parlo di una mia personalissima opinione, lo ha fatto la società in estate, sacrificando N’Golo Kanté per il Dio Quattrino (ma bisogna anche vedere quanto può aver pesato la decisione del francese). Il classe 1991, non mi stancherò mai di dirlo, è un giocatore unico, che riesce a sistemare da solo la linea mediana. Hazard, qualche mese fa, disse che giocando insieme a lui pare di “giocare con tutti e tre i gemelli Kanté in campo” (e non ha gemelli, sia ben chiaro). Oppure gira la battuta “La Terra è ricoperta dal 70% d’acqua e dal 30% di Kanté”.

Questo per dire: N’Golo fa un lavoro eccezionale per la squadra in cui milita, correndo e sbattendosi per 90 minuti, 38 giornate all’anno (più coppe).

Tornando alla fine della favola: ieri, quindi, si è consumato l’ultimo atto, tra le lacrime dei tifosi e degli appassionati che speravano in un altro miracolo sportivo. Quando sarà possibile un’altra Favola Leicester? Difficile dirlo: in Premier le solite 6 hanno ripreso saldamente il potere (si è aggiunto anche l’Everton, settimo, che ha 13 punti di vantaggio sul West Brom ottavo), in Italia e Germania sarà difficilissimo scalzare Juventus e Bayern Monaco prima di 5-6 anni. In Spagna è un duetto Barcellona-Real Madrid infastidito dall’Atletico. Forse in Francia le cose sono più aperte, con il Monaco e il Nizza che stanno riuscendo a rendere la Ligue 1 un po’ meno monopolizzata dal PSG.

Resta il fatto di aver avuto la fortuna di assistere alla favola calcistica più bella degli ultimi anni, in cui una squadra di (non me ne voglia nessuno) gregari che si è imposta nel calcio che conta, nel campionato più ricco, antico e tradizionale d’Europa.

Ricorderemo tutti quel #GoFoxes, portandocelo stretto nel cuore.

Lingard e la (non) arte dell’esultanza

(Immagine di copertina trovata su internet)

Ad ogni azione corrisponde una reazione. E se l’azione è un gol,  o magari anche un gran gol, la reazione può essere un’esultanza, magari anche una di quelle che possiamo definire smodata, esagerata, ma comunque in proporzione alla rete segnata pochi istanti prima.

Detto questo, pensiamo a cosa è successo domenica pomeriggio al Riverside Stadium di Middlesbrough. Middlesbrough-Manchester United, il risultato è di 1-0 per gli ospiti. Poco dopo l’ora di gioco Jesse Lingard prende palla, corre come un matto, calcia da fuori area e la piazza lì, sotto il sette. Un gol bello, bellissimo, di un giocatore che ha questi numeri nel sangue.

A questo punto nella mente del giocatore ci sono molteplici opzioni riguardo l’esultanza, che per molti rappresenta l’essenza del calcio: a volte il giocatore non esulta, vuoi per carattere (Balotelli) o per forma di rispetto verso la squadra avversaria. Qualcuno va ad abbracciare i compagni, specialmente l’assist man se c’è davvero un assist.

La strana e complessa stretta di mano tra Pogba e Lingard di solito finisce con la “dab” (immagine tratta dal Guardian)

Ma questo non è un gol di squadra, questo è un grandissimo gol preparato e confezionato da un solo uomo. Jesse Lingard, appunto. Quando ci sono gol di questo tipo di solito i giocatori esultano in modo smodato, mimando un “Non ci credo” o un “Mamma mia che gol” o addirittura “Sì, sono stato io, questo gol è tutto mio” con le braccia larghe, quasi a chiamare a sé tutti gli applausi del caso. Oppure potrebbe andare tra la folla, ad abbracciare i tifosi sugli spalti in un vero bagno di folla.

No, Jesse Lingard non fa così. Tira, segna, e corre verso bordo campo  prima con una mano sull’orecchio e la lingua di fuori (come nella foto di copertina), poi chiude la bocca e allarga le braccia. Sembra voglia prendersi l’abbraccio della folla. No, va verso la telecamera e comincia… Mima un suonatore di flauto, nel frattempo fa uno strano balletto…

L’esultanza scuote un po’ l’animo di chi guarda la partita. Il gesto tecnico rimane, così come la discussa esultanza, definita strana e anche un po’ bruttina.

Solo dopo arriva la spiegazione del numero dei Red Devils: è uscito da poco un nuovo album di uno dei suoi rapper preferiti, Drake, e in uno dei pezzi c’è questa specie di balletto. La decisione di riproporlo in campo viene proprio dalla promessa fatta ai compagni di squadra “Se segno ballo come lui“.

Certo, Mata e Young potevano porre fine a questo scempio (immagine tratta da Internet)

Certo, da uno come il classe 1992 aspettarcelo: tra linguacce, corna, dab e le strane mosse con Pogba, “l’Uomo di Wembley” ci ha abituati a strane cerimonie sia per le sue prodezze, sia per quelle dei compagni.

Resta da capire quanto durerà questo balletto, e quale sarà la prossima esultanza del giocatore.

Alla prossima, Jesse!

L’esultanza di Lingard in Comunity Shield contro il Leicester City (Immagine tratta da Internet)

Bad Boys

(Immagine di copertina tratta da internet)

Se c’è una caratteristica di alcuni giocatori che negli ultimi anni ha fatto innamorare sempre più tifosi, questa è di sicuro la grinta.

Che sia allo stadio, parlando con gli amici o anche solo tramite i social networks, la figura del giocatore “cattivo”, che dà tutto in campo, imponendosi sugli avversari anche in modo esuberante (e un po’ sopra le righe) è quella che viene ricordata con più entusiasmo.

Esuberanza che si può manifestare tramite una specie di insolenza, cattiveria agonistica, aggressività…

Ma perché vengono ricordati proprio loro? Questi calciatori, probabilmente, rappresentano una sorta di “io represso” in tutti noi. Come loro corrono in campo, tirano pedate a destra e a manca, recuperano palloni importantissimi, urlano incitando le curve, così noi vorremmo essere nella vita di tutti giorni verso le avversità che incontriamo. Come, del resto, i bambini si immedesimano nei grandi campioni imitandone movenze, conclusioni ed esultanze.

Ngolo Kante rappresenta la grinta e l’aggressività buona e genuina (foto – Evening Standard)

Dove sta la differenza? Nell’etica. Ciò che fanno questi Bad Boys, sul campo, non può essere accettato nel mondo fuori dal campo, e di sicuro questa grinta agonistica non può essere una scusante per le scorrettezze.

Il passo da un capitano e leader di una squadra ad un giocatore scorretto e odiato dai tifosi è breve, e ovviamente anche i più “sportivi” tra gli esuberanti rischiano di finire spesso sul taccuino dei  cattivi degli arbitri.

Così un giocatore fortissimo e carismatico come Ibrahimovic può cadere nella tentazione di rifilare una gomitata contro il difensore che lo marcava (foto in copertina) e prendersi una squalifica di tre giornate, accettate di buon grado dallo svedese. Per giunta, Tyrone Mings (il difensore) gli ha ricambiato il favore in partita, atterrando su di lui in modo non proprio corretto e prendendo 5 giornate di stop.

E come non pensare a Joey Barton, più volte condannato per condotta violenta fuori e dentro al campo, con 10 mesi carcere (non tutti scontati), centinaia di migliaia di sterline di multa e deferimenti vari da parte della Football Association.

13 maggio 2012: in Manchester City – QPR il “buon” Barton ne ebbe un po’ per tutti, subito dopo passò in prestito al Marsiglia (immagine tratta da internet)

Un cattivone “inglese” più recente è di sicuro Mario Balotelli, con i suoi messaggi, le sue frecciatine e le sue marachelle ai tempi del Manchester City, tanto da aver fatto coniare il termine “balotellate”.

Giocatori che, oltre alle varie qualità tecniche, piacciono più o meno a tutti. Ma occhio: a passare da un Ngolo Kante ad un Martin Taylor il passo è breve…

Il fallo di Martin Taylor su Eduardo Da Silva nel 2008. L’attaccante brasiliano, naturalizzato croato, è stato fermo un anno (immagine tratta da internet)

Piacere, questa è la Premier

Immagine di copertina tratta da Internet (di Matthew Ashton)

Best, Zola, Vialli, Gerrard, Bergkamp, Henry, Drogba…potremmo continuare ancora per molto a elencare anche solo una piccola parte delle grandi leggende del passato che hanno calcato i palcoscenici della Premier League. Per molti è uno dei campionati più belli del mondo. Per tanti un campionato in lento declino, che ha già consegnato lo scettro del Ranking UEFA alla Liga. Fatto sta che è ancora uno dei campionati più seguiti al mondo e, soprattutto, una delle mete più ambite dai calciatori professionisti. Sarà per la storia di cui è intrisa ogni singola maglia. Sarà per il ritmo frenetico mostrato in ogni partita. Sarà per il tifo caloroso che risuona in ogni stadio.

La Premier League riesce a smuovere gli animi di ogni amante del pallone che si rispetti che, sì, è pronto a vedere una bagarre senza sosta tra le solite sei-sette squadre che ogni anno si sfidano per le posizioni più elevate, ma anche voglioso di sorprese più o meno eclatanti, dalla vittoria della sfavorita di turno in una trasferta senza speranza al trionfo in campionato della squadra più improbabile (ogni riferimento al Leicester City è puramente… voluto).

Il livello sui campi (e sulle panchine) della Premier League si è ulteriormente arricchito quest’anno, tra un Ibrahimovic e un Gundogan (per far due nomi), mescolando di nuovo le carte anche grazie ai nuovi arrivi tra le panchina (Conte, Guardiola, Mourinho) e le conferme dei migliori architetti (Klopp e Pochettino), dando vita, infine ad un campionato aperto, con sorprese sempre dietro l’angolo, sul lungo e sul breve periodo.

Ed è anche questo che inseguiremo: sorprese. Ma anche emozioni, tifo, storia, ragionamenti e un pizzico di follia (che male non fa) attraverso approfondimenti di ogni tipo.

Quindi prepariamoci, perché questo viaggio è appena iniziato.

Buona Premier a tutti!