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Oltre il titolo – A chi la palma di capocannoniere della Premier League?

La Premier League sta finendo. A quattro giornate dal termine (in media, a qualche squadra ne mancano cinque, all’Arsenal sei) alcuni verdetti paiono quasi scontati: a meno di clamorosi ribaltoni, il Sunderland finirà in Championship, insieme al Middlesborugh e una tra Swansea e Hull City; Everton e Arsenal in Europa League, insieme a una tra le due squadre di Manchester o il Liverpool, tutte e tre ancora in corsa per la Champions League, e la sfida per il titolo è tra Chelsea (favoritissimo) e il Tottenham.

I premi come miglior giocatore dell’anno e come miglior giovane dell’anno sono già stati assegnati, a N’Golo Kanté e Dele Alli (secondo consecutivo per lui), anche la squadra dell’anno è già stata schierata, con grande presenza di giocatori proprio Blues e Spurs.

L’unica cosa in bilico, al momento, riguarda la corsa al titolo di capocannoniere del campionato, con quattro giocatori ancora in corsa, più qualche possibile out-sider che potrebbe dar loro del fil da torcere.

ROMELU LUKAKU – EVERTON – 24 RETI

Il belga è primo in classifica, con un buon vantaggio sugli altri detentori, e una buonissima media (0,73 reti a partita), segna una volta ogni 120 minuti di gioco e, ma è inutile dirlo, è un’autentica forza della natura. Paga un po’ la discontinuità e l’anarchia tattica: quando non ha il pallone, difficilmente riesce a fare il movimento determinante per farsi trovare pronto a battere a rete (può essere un esempio lo scarso numero di reti di testa, 5), bensì preferisce aspettare la palla a metà campo, in fase di non possesso, riceverla facendo a sportellate con il difensore di turno, partire come una furia e scaraventare il pallone a rete con il sinistro (o il destro), o anche provare la giocata sul portiere e saltarlo. Il numero 10 dell’Everton è arrivato così in alto senza tirare alcun rigore (solo un gol su punizione, contro il Crystal Palace), ed ha il vantaggio di giocare in una squadra che fa pieno affidamento su di lui (più di un terzo delle marcature dei Toffees sono sue), difficile quindi che il primo posto gli possa essere tolto.

HARRY KANE – TOTTENHAM – 20 RETI

Il migliore sia in termini di media gol (0,80), sia per minutaggio (un gol ogni 105 minuti), l’Uragano è il rifinitore della meravigliosa orchestra guidata da Pochettino. Un solo gol di testa, due su rigore, ma tatticamente è determinante per la squadra: si abbassa quando deve far salire la squadra, riesce a servire palloni utili alla causa degli Spurs e fa i movimenti che deve fare un attaccante, facendosi trovare pronto per gli assist di Eriksen, Alli o chi per loro. Paga l’infortunio subito il mese scorso, quando era ancora al comando della classifica marcatori. Sa anche battere i calci di punizione (ha preso diversi legni, a dire il vero), e può riuscire a raggiungere e superare Lukaku, con 5 giornate ancora da giocare (ci sono anche gli incroci con Arsenal e Manchester United) e il supporto di tutta la squadra.

ALEXIS SANCHEZ – ARSENAL – 19 RETI

Tra tutti, il cileno è il meno attaccante (è un’ala), ma per qualche mese ha giocato proprio come punta centrale per ovviare al momento di scarsa forma di Olivier Giroud. La fiducia di Wenger è stata ripagata con diversi gol, anche di bella fattura. Ma, appunto, non essendo una punta di ruolo è spesso stato costretto a partire da fuori area, non reggendo il duello fisico con la maggior parte dei difensori avversari. Così molti suoi gol sono di ottima fattura, con entrambi i piedi, su rigore, qualcuno di testa (e uno con la mano). Tra i top scorer è quello con più assist all’attivo, 10, e con il ritorno di Giroud è tornato a fare l’ala, continuando a garantire le sue solite giocate di grande classe. Non è il favorito alla vittoria del titolo, visto il ruolo, ma può giocarsi le sue carte per restare sul podio.

DIEGO COSTA – CHELSEA – 19 RETI

Lo spagnolo è tornato grande grazie anche alla cura Conte, che gli ha adattato la squadra attorno rendendolo il marcatore implacabile di un tempo. Non batte rigori, non batte punizioni, tra i detentori è il più “centravanti”, bisognoso dei palloni serviti dai compagni ma anche capace di tirar fuori dal cilindro giocate eccezionali. Esuberante sia fisicamente sia caratterialmente, con cinque giornate da giocare potrebbe, anche incentivato dalla corsa al titolo dei Blues, accelerare la sua vena realizzativa e raggiungere i suoi più giovani colleghi. Ad ora l’unico dubbio è il suo futuro: dopo una presunta lite con Conte si è parlato tantissimo di un passaggio in Cina, ma le voci sembrano essersi placate. Buon segno o silenzio tattico?

SERGIO AGUERO – MANCHESTER CITY – 17 RETI

Attaccante tuttofare, l’argentino del Manchester City è un po’ indietro rispetto ai suoi standard, a causa sia del nuovo gioco del Manchester City, che alterna i ritmi altissimi tipici della Premier alle trame infinite di passaggi tipici delle squadre di Guardiola, sia della momentanea esplosione di Gabriel Jesus, unita ai rapporti non semplicissimi con l’ex allenatore di Barcellona e Bayern Monaco. L’infortunio del brasiliano lo ha riportato stabilmente al suo posto, una coesistenza tra i due può esserci. Ma pare impossibile una rimonta del genere.

ZLATAN IBRAHIMOVIC – MANCHESTER UNITED – 17 RETI

Come è accaduto anche altrove, lo svedese ha catalizzato il gioco dei Red Devils sulle sue spalle, divenendo leader offensivo (quasi dittatore) della squadra. Tutto guadagnato, finché gioca bene. Questo perché quando ha reso al di sotto delle aspettative la squadra ne ha risentito, faticando e aggrappandosi a giocate singole quasi inaspettate. Prova dell’Ibracentrismo dello United di Mourinho è il fatto che il secondo marcatore stagionale della squadra è Juan Mata, 6 reti, il terzo Rashford con 5 e seguono Martial e Pogba con 4. Il suo infortunio in Europa League contro l’Anderlecht ha messo fine alla sua stagione, e forse alla sua esperienza a Old Trafford, quindi non potrà risalire la classifica.

GLI OUTSIDERS

Mancano nomi più o meno altisonanti tra i top scorers annuali, ma difficilmente uno di loro potrà imporsi. Segue a quota 16 reti Dele Alli, 15 reti Eden Hazard (record personale), a 14 il trio di punte Defoe-Benteke-Joshua King. Tra gli abituali marcatori hanno deluso anche Llorente (Swansea, 12 gol), Jamie Vardy, l’anno scorso autore di 24 reti, quest’anno fermo a 11, Carroll (7) e Sturridge (2).

Co la giusta fiducia, Benteke ha ritrovato serenità e gol con la maglia del Crystal Palace (foto: Mirror)

IN FUTURO

Senza considerare il mercato, con possibili arrivi da e per l’estero, n futuro i favoriti saranno di sicuro Lukaku e Kane, vista la qualità e l’età. Se la giocheranno di sicuro con i “vecchi” (si fa per dire) Aguero e Diego Costa, ma occhio a Rashford, Iheanacho e Gabriel Jesus, giovanissimi e in rampa di lancio. Da tenere d’occhio anche Origi e Gabbiadini, che con la giusta fiducia potrebbero andare ben oltre la doppia cifra.

Ottimo l’impatto di Manolo Gabbiadini al Southampton finora, con 6 reti in 7 partite

Vincere la Premier League

Conferenza stampa in quel di Cobham. Antonio Conte non nomina la Juventus ma tutti parlano di una sua frase sulla squadra di Corso Galileo Ferraris, titolo che ha fatto inferocire molti tifosi bianconeri.

“Vincere la Premier League sarebbe un grande successo, probabilmente il più grande perché vincere questo campionato è complicatissimo”, tradotto per alcuni quotidiani sportivi nazionali: “Vincere la Premier sarebbe meglio dei tre scudetti con la Juventus”.

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L’insostenibile leggerezza dell’Everton

[Immagine in copertina tratta da Internet]

Liverpool, patria di artisti, mercanti e viaggiatori. Goodison Park, Anfield Road, le statue di Bill Shankly e Dixie Dean davanti alle porte d’ingresso. Giusto per ricordarsi che qui niente è un gioco, che qui si confondono i santi con gli eroi.

IL MOMENTO D’ORO – Everton, Koeman, Lukaku, 57 punti in classifica.

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E vissero tutti…

Ammettiamolo, visto l’ultimo periodo ci aspettavamo tutti che sarebbe arrivato questo momento, ma in cuor nostro speravamo che questo momento, appunto, non sarebbe mai arrivato.

Ieri sera, al King Power Stadium, verso le 21:10 (ora italiana) è finita, stavolta per davvero, la favola Leicester. 26° minuto, Saul Niguez raccoglie l’assist di Filipe Luis e supera Schmeichel, davanti ai tifosi delle Foxes che credevano nella rimonta. Credevano di ribaltare quel misero 1-0, siglato Griezmann su rigore, del Vicent Calderon. A nulla è servito, al 61° minuto, il gol del pareggio di Jamie Vardy, e a nulla sarebbe servito un altro gol (i campioni d’Inghilterra avrebbero dovuto vincere con almeno due gol di scarto).

Fine della favola, quindi. Fine di una favola iniziata nell’agosto del 2015 e sviluppatasi nel corso del tempo, in nove bellissimi mesi, con un bravissimo narratore quale è Claudio Ranieri e i magnifici protagonisti che rispondono al nome di Jamie Vardy, Riyad Mahrez, N’Golo Kanté e tutti gli altri.

Questo perché il Leicester City dell’anno scorso aveva, sì, tre giocatori fondamentali su cui basava il suo gioco (i tre sopracitati, appunto) ma la sua vera forza era il gruppo. E, quindi, quando a “toppare” erano loro tre ci pensava qualcun altro a metterci le pezze (che sia Okazaki, Drinkwater, Morgan, Huth, Ulloa…).

A titolo vinto è arrivato l’appagamento. Giocatori e società si sono sentiti sazi, si sono sentiti troppo sicuri di sé, e si sono lasciati andare, rendendosi protagonisti quindi di una stagione da dimenticare. La peggior stagione di una squadra campione d’Inghilterra.

A marzo arriva così l’esonero di Claudio Ranieri, che lascia la squadra in piena lotta per la lotta salvezza nelle mani di William… ehm… Craig Shakespeare con la speranza che, dato il nome, la tragedia si trasformi in salvezza. Ed in effetti la squadra si rialza e si avvia verso una salvezza tranquilla (adesso i punti di vantaggio sullo Swansea, terzultimo, sono 9 con una gara in meno).

L’errore più grande, e qui parlo di una mia personalissima opinione, lo ha fatto la società in estate, sacrificando N’Golo Kanté per il Dio Quattrino (ma bisogna anche vedere quanto può aver pesato la decisione del francese). Il classe 1991, non mi stancherò mai di dirlo, è un giocatore unico, che riesce a sistemare da solo la linea mediana. Hazard, qualche mese fa, disse che giocando insieme a lui pare di “giocare con tutti e tre i gemelli Kanté in campo” (e non ha gemelli, sia ben chiaro). Oppure gira la battuta “La Terra è ricoperta dal 70% d’acqua e dal 30% di Kanté”.

Questo per dire: N’Golo fa un lavoro eccezionale per la squadra in cui milita, correndo e sbattendosi per 90 minuti, 38 giornate all’anno (più coppe).

Tornando alla fine della favola: ieri, quindi, si è consumato l’ultimo atto, tra le lacrime dei tifosi e degli appassionati che speravano in un altro miracolo sportivo. Quando sarà possibile un’altra Favola Leicester? Difficile dirlo: in Premier le solite 6 hanno ripreso saldamente il potere (si è aggiunto anche l’Everton, settimo, che ha 13 punti di vantaggio sul West Brom ottavo), in Italia e Germania sarà difficilissimo scalzare Juventus e Bayern Monaco prima di 5-6 anni. In Spagna è un duetto Barcellona-Real Madrid infastidito dall’Atletico. Forse in Francia le cose sono più aperte, con il Monaco e il Nizza che stanno riuscendo a rendere la Ligue 1 un po’ meno monopolizzata dal PSG.

Resta il fatto di aver avuto la fortuna di assistere alla favola calcistica più bella degli ultimi anni, in cui una squadra di (non me ne voglia nessuno) gregari che si è imposta nel calcio che conta, nel campionato più ricco, antico e tradizionale d’Europa.

Ricorderemo tutti quel #GoFoxes, portandocelo stretto nel cuore.

Lingard e la (non) arte dell’esultanza

(Immagine di copertina trovata su internet)

Ad ogni azione corrisponde una reazione. E se l’azione è un gol,  o magari anche un gran gol, la reazione può essere un’esultanza, magari anche una di quelle che possiamo definire smodata, esagerata, ma comunque in proporzione alla rete segnata pochi istanti prima.

Detto questo, pensiamo a cosa è successo domenica pomeriggio al Riverside Stadium di Middlesbrough. Middlesbrough-Manchester United, il risultato è di 1-0 per gli ospiti. Poco dopo l’ora di gioco Jesse Lingard prende palla, corre come un matto, calcia da fuori area e la piazza lì, sotto il sette. Un gol bello, bellissimo, di un giocatore che ha questi numeri nel sangue.

A questo punto nella mente del giocatore ci sono molteplici opzioni riguardo l’esultanza, che per molti rappresenta l’essenza del calcio: a volte il giocatore non esulta, vuoi per carattere (Balotelli) o per forma di rispetto verso la squadra avversaria. Qualcuno va ad abbracciare i compagni, specialmente l’assist man se c’è davvero un assist.

La strana e complessa stretta di mano tra Pogba e Lingard di solito finisce con la “dab” (immagine tratta dal Guardian)

Ma questo non è un gol di squadra, questo è un grandissimo gol preparato e confezionato da un solo uomo. Jesse Lingard, appunto. Quando ci sono gol di questo tipo di solito i giocatori esultano in modo smodato, mimando un “Non ci credo” o un “Mamma mia che gol” o addirittura “Sì, sono stato io, questo gol è tutto mio” con le braccia larghe, quasi a chiamare a sé tutti gli applausi del caso. Oppure potrebbe andare tra la folla, ad abbracciare i tifosi sugli spalti in un vero bagno di folla.

No, Jesse Lingard non fa così. Tira, segna, e corre verso bordo campo  prima con una mano sull’orecchio e la lingua di fuori (come nella foto di copertina), poi chiude la bocca e allarga le braccia. Sembra voglia prendersi l’abbraccio della folla. No, va verso la telecamera e comincia… Mima un suonatore di flauto, nel frattempo fa uno strano balletto…

L’esultanza scuote un po’ l’animo di chi guarda la partita. Il gesto tecnico rimane, così come la discussa esultanza, definita strana e anche un po’ bruttina.

Solo dopo arriva la spiegazione del numero dei Red Devils: è uscito da poco un nuovo album di uno dei suoi rapper preferiti, Drake, e in uno dei pezzi c’è questa specie di balletto. La decisione di riproporlo in campo viene proprio dalla promessa fatta ai compagni di squadra “Se segno ballo come lui“.

Certo, Mata e Young potevano porre fine a questo scempio (immagine tratta da Internet)

Certo, da uno come il classe 1992 aspettarcelo: tra linguacce, corna, dab e le strane mosse con Pogba, “l’Uomo di Wembley” ci ha abituati a strane cerimonie sia per le sue prodezze, sia per quelle dei compagni.

Resta da capire quanto durerà questo balletto, e quale sarà la prossima esultanza del giocatore.

Alla prossima, Jesse!

L’esultanza di Lingard in Comunity Shield contro il Leicester City (Immagine tratta da Internet)

Bad Boys

(Immagine di copertina tratta da internet)

Se c’è una caratteristica di alcuni giocatori che negli ultimi anni ha fatto innamorare sempre più tifosi, questa è di sicuro la grinta.

Che sia allo stadio, parlando con gli amici o anche solo tramite i social networks, la figura del giocatore “cattivo”, che dà tutto in campo, imponendosi sugli avversari anche in modo esuberante (e un po’ sopra le righe) è quella che viene ricordata con più entusiasmo.

Esuberanza che si può manifestare tramite una specie di insolenza, cattiveria agonistica, aggressività…

Ma perché vengono ricordati proprio loro? Questi calciatori, probabilmente, rappresentano una sorta di “io represso” in tutti noi. Come loro corrono in campo, tirano pedate a destra e a manca, recuperano palloni importantissimi, urlano incitando le curve, così noi vorremmo essere nella vita di tutti giorni verso le avversità che incontriamo. Come, del resto, i bambini si immedesimano nei grandi campioni imitandone movenze, conclusioni ed esultanze.

Ngolo Kante rappresenta la grinta e l’aggressività buona e genuina (foto – Evening Standard)

Dove sta la differenza? Nell’etica. Ciò che fanno questi Bad Boys, sul campo, non può essere accettato nel mondo fuori dal campo, e di sicuro questa grinta agonistica non può essere una scusante per le scorrettezze.

Il passo da un capitano e leader di una squadra ad un giocatore scorretto e odiato dai tifosi è breve, e ovviamente anche i più “sportivi” tra gli esuberanti rischiano di finire spesso sul taccuino dei  cattivi degli arbitri.

Così un giocatore fortissimo e carismatico come Ibrahimovic può cadere nella tentazione di rifilare una gomitata contro il difensore che lo marcava (foto in copertina) e prendersi una squalifica di tre giornate, accettate di buon grado dallo svedese. Per giunta, Tyrone Mings (il difensore) gli ha ricambiato il favore in partita, atterrando su di lui in modo non proprio corretto e prendendo 5 giornate di stop.

E come non pensare a Joey Barton, più volte condannato per condotta violenta fuori e dentro al campo, con 10 mesi carcere (non tutti scontati), centinaia di migliaia di sterline di multa e deferimenti vari da parte della Football Association.

13 maggio 2012: in Manchester City – QPR il “buon” Barton ne ebbe un po’ per tutti, subito dopo passò in prestito al Marsiglia (immagine tratta da internet)

Un cattivone “inglese” più recente è di sicuro Mario Balotelli, con i suoi messaggi, le sue frecciatine e le sue marachelle ai tempi del Manchester City, tanto da aver fatto coniare il termine “balotellate”.

Giocatori che, oltre alle varie qualità tecniche, piacciono più o meno a tutti. Ma occhio: a passare da un Ngolo Kante ad un Martin Taylor il passo è breve…

Il fallo di Martin Taylor su Eduardo Da Silva nel 2008. L’attaccante brasiliano, naturalizzato croato, è stato fermo un anno (immagine tratta da internet)

Piacere, questa è la Premier

Immagine di copertina tratta da Internet (di Matthew Ashton)

Best, Zola, Vialli, Gerrard, Bergkamp, Henry, Drogba…potremmo continuare ancora per molto a elencare anche solo una piccola parte delle grandi leggende del passato che hanno calcato i palcoscenici della Premier League. Per molti è uno dei campionati più belli del mondo. Per tanti un campionato in lento declino, che ha già consegnato lo scettro del Ranking UEFA alla Liga. Fatto sta che è ancora uno dei campionati più seguiti al mondo e, soprattutto, una delle mete più ambite dai calciatori professionisti. Sarà per la storia di cui è intrisa ogni singola maglia. Sarà per il ritmo frenetico mostrato in ogni partita. Sarà per il tifo caloroso che risuona in ogni stadio.

La Premier League riesce a smuovere gli animi di ogni amante del pallone che si rispetti che, sì, è pronto a vedere una bagarre senza sosta tra le solite sei-sette squadre che ogni anno si sfidano per le posizioni più elevate, ma anche voglioso di sorprese più o meno eclatanti, dalla vittoria della sfavorita di turno in una trasferta senza speranza al trionfo in campionato della squadra più improbabile (ogni riferimento al Leicester City è puramente… voluto).

Il livello sui campi (e sulle panchine) della Premier League si è ulteriormente arricchito quest’anno, tra un Ibrahimovic e un Gundogan (per far due nomi), mescolando di nuovo le carte anche grazie ai nuovi arrivi tra le panchina (Conte, Guardiola, Mourinho) e le conferme dei migliori architetti (Klopp e Pochettino), dando vita, infine ad un campionato aperto, con sorprese sempre dietro l’angolo, sul lungo e sul breve periodo.

Ed è anche questo che inseguiremo: sorprese. Ma anche emozioni, tifo, storia, ragionamenti e un pizzico di follia (che male non fa) attraverso approfondimenti di ogni tipo.

Quindi prepariamoci, perché questo viaggio è appena iniziato.

Buona Premier a tutti!

Walk this way

Nell’ultimo decennio, parlando di calcio, le due domande più frequenti sono:

  • con che squadre il Chievo riesce a fare ogni anno 40 punti?
  • sarà questa la stagione dell’Arsenal?

Se per la prima domanda si tratta di semplice ironia, il motivo della seconda è probabilmente semplice: la nuova generazione non ha vissuto da spettatrice consapevole i trionfi di Arsène Wenger con i Gunners, cominciati nel 1998 con un double e culminati con la storica stagione del “non perdo mai” nel 2003/2004. Quell’Arsenal era inarrestabile, fece 90 punti eguagliando il Preston e fece pregustare a tutti gli amanti del calcio un dominio biancorosso nei secoli dei secoli. Ma di eterno nel calcio non c’è nulla, anche le sgroppate di Robert Pires hanno una fine, ecco perché quella squadra ad oggi rimane un quadro meraviglioso, un capolavoro dipinto tutto d’un fiato che tuttavia non si riesce a replicare.

Nello stesso anno in cui i Gunners alzarono il primo trofeo di una lunga serie, gli Aerosmith componevano un capolavoro chiamato “I don’t want to miss a thing”, titolo che rispecchia meravigliosamente bene immagini come queste, simbolo del gigante buono e filo-francese creato proprio dal pittoresco tecnico di Strasburgo.

“Non voglio chiudere gli occhi,
non mi voglio addormentare, 
non mi voglio perdere niente.”
Chiusa la parentesi rotonda, si torna inevitabilmente a viaggiare nel presente. La stagione 2016/17 è ormai alle porte ed anche i Gunners, pur consapevoli di dover ancora fare qualche colpo grosso di mercato, si stanno preparando all’ennesimo tentativo di ripetere le gesta degli antenati nemmeno poi così lontani.

PORTIERI – Jaded

Sistemato già nella scorsa estate il reparto più pericolante della squadra, oggi si registra persino un leggero esubero fra i pali: il “povero” Wojciech Szczesny avrebbe trovato pochissimo spazio vicino a Cech ed Ospina, motivo per cui è stato lasciato a crescere ancora in Serie A. I giovani Emiliano Martinez e Matt Macey chiudono una lista tanto lunga quanto positiva: lo scorso anno le reti subite – come nella stagione ancora precedente – sono state relativamente poche, solo 36: quella di Wenger si è rivelata una delle migliori difese insieme al campione d’Inghilterra Leicester, seconda soltanto a quelle di Manchester United e Tottenham.

“Petr, Ma chi glielo dice a Wojciech che qui non giocherà mai?”

DIFENSORI – Cryin’

Non sarà probabilmente Rob Holding, giovane talento dalle belle speranze appena arrivato dal Bolton, a rovesciare le gerarchie e a risolvere i problemi difensivi dei Gunners: ci ha provato Chambers, ora accostato al Watford, non ci è riuscito nemmeno Gabriel Paulista, ancora troppo poco affidabile per garantire una sicurezza costante durante la stagione.

Continuità e sicurezza sono diventati invece i capisaldi di casa Laurent Koscielny, difensore “acerbo e maldestro” diventato negli anni il “miglior centrale del campionato”, come sostiene Rio Ferdinand, non proprio un passante qualunque.

Se per il francese si sprecano i complimenti, il colosso tedesco e biondo Per Mertesacker sta ancora cercando di riguadagnarsi quelli che si era meritato durante le prime due stagioni a Londra, coronate da 69 presenze in campionato e 5 reti.

Sulla fascia sinistra ci sono l’ordinato Nacho Monreal e l’eterna promessa Kieran Gibbs, mentre i veri problemi numerici si registrano sul lato destro: se Hector Bellerìn rappresenta probabilmente il miglior giovane in squadra – l’interesse fastidioso del Barcellona ne è la prova vivente – non è ancora chiaro il futuro tanto dell’ex West Ham Carl Jenkinson quanto di Mathieu Debuchy, che nonostante l’infortunio ed il prestito al Bordeaux da cui è appena tornato continua a far sapere di non voler continuare l’avventura londinese: ha giocato venerdì contro il Lens, ma il suo futuro resta avvolto nella nebbia.

“In my opinion it seems much more practical to keep a younger and arguably more talented Carl Jenkinson, that it does to keep an ageing, out of form Mathieu Debuchy” sostiene sul web uno scrittore amico dell’Arsenal, chissà che non possano restare entrambi. L’importante, però, è che non parta lo scattista Bellerìn.

 

CENTROCAMPISTI – Dream On

Il vero reparto da sogno, non me ne voglia Flavio Briatore, è il centrocampo. La forza ed il limite dell’Arsenal sta proprio lì, lì nel mezzo, dove l’intelligenza di un ormai intoccabile ed evoluto Aaron Ramsey ed il tempismo di Mesut Özil fanno fatica ad esser sostenute da una retroguardia che – come abbiamo detto – è buona ma non magnifica.

Fortunatamente il primo acquisto per la nuova stagione è un ottimo compromesso fra difesa e creatività, fra sostanza e fantasia, fra Taulant e Granit: si tratta di Xhaka, un corsaro quandosi tratta di recuperare palloni ma un preciso geometra in fase di impostazione. Sarà lui il collante fra difesa e centrocampo capace di rendere meno pesanti le sfuriate offensive dei cannoni biancorossi?

Un altro giocatore ancora tutto da scoprire è Mohamed Elneny, prelevato dal Basilea lo scorso gennaio per circa 12.000.000 di euro: il nuovo mediano incontrista agli ordini di Arsène Wenger è subito entrato a pieno nel progetto biancorosso collezionando una dozzina di presenze nella sua prima mid-season inglese. Le due più grandi qualità del classe 1992 egiziano sono senza dubbio temperamento e precisione nei passaggi, di cui andremo ad analizzare i dati grazie alla piattaforma WyScout.com.

WyScout El Neny

L’acquisto di Elneny nella finestra di gennaio, a dire il vero, è stato necessario in seguito all’infortunio – uno dei tanti – subito da Francis Coquelin: il francese è un vero e proprio beniamino dell’Emirates e aveva cominciato la stagione in maniera perfetta, prima di accasciarsi a terra rialzandosi soltanto a 2016 inoltrato. Basso, compatto ed infaticabile corridore, anche con gli arrivi egiziani e svizzeri il suo impiego non dovrebbe essere compromesso; sarà certamente complicato trovare spazio e continuità, ma se proverà a conquistarsi la fiducia di Wenger con la stessa grinta che lo ha reso un beniamino dei tifosi, beh a quel punto non sarebbe facile arginarlo.

Ci siamo completamente dimenticati di Jack Wilshere, abbastanza comprensibile e normale considerando come nelle ultime due stagioni il peperino di Stevenage abbia giocato soltanto 17 partite di Premier League su 76 disponibili. Il suo palmarès, rigorosamente con la maglia dell’Arsenal, assomiglia più ad un bollettino medico che ad una bacheca piena di trofei:

wilshere

All credits to transfermarkt.it

Su Mesut Özil e i suoi passaggi smarcanti non serve aggiungere nulla, rovinerebbe soltanto l’atmosfera, mentre Santi Cazorla merita un capitolo a parte: agile ma potente, veloce ma intelligente, spesso assente ma sempre decisivo.

Se due stagioni fa 7 reti in 37 partite – solo un’assenza durante tutta la stagione – lo avevano reso quasi unico oltre che indispensabile, l’anno scorso non è andata così bene, complici i quasi 4 mesi di assenza per infortunio. Mai però sottovalutare Paquirrin, formidabile a dileguarsi negli spazi e letale da fuori area.

 

ATTACCANTI – Crazy

Serge Gnabry e Andre Iwobi sono le promesse da realizzare, Joel Campbell e Alex Oxlade-Chamberlain quelle – ad oggi – non mantenute, ma i due esterni nel 4-2-3-1 saranno rispettivamente Alexis Sanchez e Theo Walcott: il primo è la stella di cui nessuno a Londra si vuole privare, il secondo ogni volta che entra cambia le partite.

Nello scorso campionato Sanchez ha giocato 2.445 minuti, Walcott “soltanto” 1.373: il cileno è insostituibile, il londinese tutto rapidità e traversoni si è rivelato l’uomo devastante a partita in corso. Sul lato destro viene spesso utilizzato Ramsey nel ruolo di regista avanzato, ma del resto si sa che Wenger fa della rotazione – complici anche i tanti infortuni – un’arma letale e vincente.

Se Danny Welbeck continua a fare i conti con un problema al ginocchio che lo ha tenuto fermo per mesi e continua a farlo, l’uomo della provvidenza si chiama Olivier Giroud: potenza, intelligenza e caparbietà che si verbalizzano con 16 reti in 38 partite, nessuna esclusa.

A dire il vero i suoi detrattori sono molti, fra cui spicca l’icona Spurs Garth Crooks: per lui il francese segna troppo poco, l’Arsenal non vincerà mai nulla finché la vecchia stella del Montpellier popolerà l’area di rigore.

 

Titolo o non titolo, a proposito di prime pagine non possiamo non parlare dell’uomo che ha stregato il Giappone finendo nel mirino proprio di Arséne Wenger, allenatore che nella terra del Sole nascente ha allenato e vinto con il  Nagoya Grampus Eight: si tratta del giovane Takuma Asano, tanto sconosciuto ai più quanto interessante e tutto da scoprire.

Nelle scorse settimane vi avevamo parlato di lui, lo avevamo fatto ponendo l’accento sui 5 trofei alzati – seppur in Giappone – a soli 21 anni.

L’ennesima incognita porta il nome di Yaya Sanogo, il cui talento è al momento incomprensibile e davvero nascosto: dal 2015 sono arrivati ben tre prestiti ma solo 4 reti, troppo poche. “Sarà il nuovo Adebayor” aveva azzardato qualche tifoso biancorosso, oggi il paragone sembra quasi definitivamente naufragato. Mai dire mai.

 

Bisogna ammettere che lo scorso anno l’Arsenal ha dimostrato più caparbietà del solito, restando aggrappata per mesi alla vetta e lasciando lo scettro soltanto di fronte al miracolo di Ranieri, ma fino a poche giornate dal termine i rivali del Tottenham avevano creduto sul serio di poter rovinare i preparativi ai tifosi avversari. Il St. Totteringham Day, infatti, è un’istituzione per i tifosi biancorossi; si tratta del giorno in cui matematicamente i Gunners sono sicuri di finire sopra i rivali del Tottenham e, di rimando, decidono di festeggiare. La data ormai è diventata una sorta di must, un avvenimento ricorrente per via della dozzina di campionati in cui il biancorosso sovrasta il biancoblu. A metà campionato sarebbe stato improbabile pensare ad una ripetizione di questa festa, si credeva che al termine della stagione 2016 sarebbe arrivato dopo anni di egemonia cittadina il momento di una minestrina per far andar giù meglio il campionato meravigliosamente strabiliante del Tottenham, spinto dall’uragano Harry Kane e fermato soltanto dal Leicester. Invece no, sono arrivati davanti ancora una volta: 71 punti a 70, un premio amaro ma sempre meglio di niente.

 

Gli Aerosmith cantavano “What could have been love”, se i Gunners avessero avuto un po’ di fortuna in più chissà cosa ci saremmo trovati a raccontare oggi. Probabilmente qualcosa di diverso, sicuramente però basterebbe una stagione altrettanto storica per far dimenticare 12 anni di buoni piazzamenti a luci soffuse. Perché l’Arsenal non si è arreso, è ancora lì aggrappato, nonostante tutto.

Aerosmith, Arsène Wenger, Arsenal, arte ed ambizione: magari sarà proprio nella Premier delle meraviglie, in cui nessuno si aspetta la loro rinascita, che i cannoni torneranno a fare terra bruciata su tutti i campi d’Inghilterra.

Quel quadro datato 2004, dipinto dal mago di Strasburgo, ha oggi un valore inestimabile. L’artista più silenzioso della Premier League, però, non riesce a ricrearne una copia simile all’originale, che ha lasciato a bocca aperta milioni di sportivi in tutto il mondo in un passato visto dai più giovani come molto, molto lontano. Chissà che questa volta, mentre gli occhi di tutto il paese sono puntati sui due saltimbanchi di Manchester o alla ricerca di altre favole a lieto fine come quella del Leicester, lo stanco e silenzioso Arsène non ci riesca per davvero.

Perché loro ci sono sempre, nel bene e nel male.

Dì “arrivederci” a un altro giorno

Aerosmith

Scritto e disponibile su Numerosette.eu
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Come due somari

“Andiamo a stenderci, comodi, in profondità.

Giù fra i crepacci bui col Diavolo, che ci ospita”

Samuele Bersani (che ringrazio per aver ispirato le citazioni presenti in queste righe ndr)

newcastle

Newcastle.

Se non ci sei mai stato non puoi capire. Non puoi perché se già è difficile farlo quando hai alle spalle un background calcistico-culturale di tutto rispetto, figuriamoci se ne hai soltanto sentito parlare alla televisione.

Quella fra Magpies e Black Cats, fra bianconeri e biancorossi, non è una rivalità: si tratta di un lungo, interminabile ed impressionante susseguirsi di emozioni contrastanti. Tu scendi, io salgo, se siamo nella stessa serie ci scanniamo nel derby e proviamo a farci del male a vicenda; c’è una leggenda che dice che i tifosi del Newcastle abbiano soltanto amici dello stesso sangue e viceversa.

Ieri sera una ha sbattuto in terra l’altra, il Sunderland arrembante di Sam Allardyce ha smontato l’Everton e le speranze di salvezza di Rafa Benitez, arrivato da pochi mesi ma mai parso all’altezza di un incarico più difficile di quanto possa si possa immaginare.

Già, perché Newcastle upon Tyne è crazy, una città piena di luci ma circondata dal buio, a luci rosse nelle tenebre del freddo Nord d’Inghilterra. Ecco che quindi si avvicinano alla perfezione, senza mai toccarsi, il nero degli uni con il rosso degli altri.

Se la parte biancorossa ride l’altra piange e noi, in qualità di amici e vicini del prossimo, ci occuperemo principalmente di loro.

Alan Pardew ritengo sia il casus belli. Con lui erano sempre arrivate stagioni dignitose, certo che a volte l’ambizione gioca davvero brutti scherzi. Il manager, dopo aver condotto le Magpies a uno storico ritorno in Europa ricreando un’atmosfera magica in una città che ne sentiva il bisogno da troppo tempo, dopo questa impresa ha deciso di lasciare casa e amici di punto in bianco per tornare a Londra, tornare al Crystal Palace e farlo in grande stile.

"Non prendermi sul serio, sono un impostore"

“Non prendermi sul serio, sono un impostore”

Bene, adesso immaginate questi due, prima Steve McClaren e qualche mese dopo Rafa Benitez, entrambi chiamati a sostituire un uomo magari mai amato ma sicuramente vincente, desiderosi di farlo ma alle prese con una realtà in cui – lo ripetiamo – se non ci sei mai stato prima devi fare l’abitudine.

Parte malissimo l’ex tecnico della Nazionale, naufragato sotto un diluvio universale a Wembley nel 2007 – l’Inghilterra perse partita e pass per l’Europeo contro l’eternamente sottovalutata Croazia – e non ripresosi ancora del tutto. Parte male sebbene siano arrivati acquisti ottimi: Wijnaldum e Mitrovic possono già bastare per salvarsi, vero Steve?

Per niente, forse anche perché la difesa bianconera non si dimostrerà mai davvero all’altezza; i due terzini sono il meno, uno è Janmaat e l’altro varia fra Dummett e Haidara, il vero problema è il cuore.

Coloccini ce ne mette tanto ma non basta, il giovanissimo Chancel Mbemba non riuscirà invece a rispettare il grande clamore con cui era atterrato al confine con la Scozia: e pensare che ce l’ha davvero messa tutta, era anche felice di poter vestire bianconero, ma se non entri nei loro cuori non puoi farci granché.

Lorenzo Semino © Newcastle, United Kingdom

“Sarò la causa di ogni preoccupazione”

 

Il centrocampo è forte, ma forte nel vero senso della parola. Pensi ad Anita e ti viene in mente la roccia, Tioté fa rima con cemento armato, Colback non si è mai spostato nella vita – a parte per passare dal Sunderland al Newcastle, altissimo tradimento – mentre l’unico con un minimo sindacale di fantasia in campo si chiama Georgino. Non fatevi ingannare, non è brasiliano ma olandese, il veloce e compatto Georgino Wijnaldum, arrivato dal PSV ed unico vero trascinatore morale dei bianconeri. Ha la colla sugli scarpini, non perde mai il pallone salvo lasciarlo partire quando deve bucare una porta.

Lorenzo Semino © Newcastle, United Kingdom

“Vorrei ma non posso”

Il resto è tanto, troppo solismo laddove servirebbe gioco di squadra.

Sissoko è un velocista irrefrenabile ma quest’anno viaggiava alla metà della velocità, Thauvin ed Ayoze Perez sono due solisti ancora acerbi, Riviere e Cissé giocano poco, Gouffran e De Jong ancora meno.

Aleksander Mitrovic è l’unico a salvarsi per davvero, un folle attaccante che avrebbe potuto dire la sua in Premier League se soltanto non avesse avuto il compagno più vicino a 30 metri di distanza. Il problema sta proprio in questo, troppa differenza fra i reparti e poco gioco di squadra: in pratica un 4-5-1 sterile e poco limpido, tanto che i tifosi del Newcastle arrivarono addirittura a rimpiangere il traditore Pardew.

“È l’occasione di lasciar perdere?” si chiese McClaren, rispondendosi in maniera affermativa più o meno intorno alla fine di Febbraio.

Il 10 Marzo arriva il momento del takeover, e che takeover: sulla panchina del Newcastle arriva l’allenatore uscente dal Real Madrid, arriva la gentilezza di Rafa Benitez. Gentilezza e pacatezza che tuttavia stonano e non poco con la schiettezza di una delle città più spartane del Regno Unito, dove già di per sé non regna il bon ton.

Nel frattempo, a Gennaio, arrivano in fila indiana Townsend, Shelvey, Saivet e Doumbia: quello che difende più dei quattro però è Rafa Benitez. Una squadra penultima a 15 giornate dalla fine e con un presidente spendaccione non può pensare di non risolvere la situazione difensiva, fatto sta che le Magpies cercano di arginare le debolezze in copertura rimpinzandosi di enormi e a tratti folli acquisti offensivi. I risultati si vedono in parte nella fase realizzativa, dove le Magpies segnano 12 volte in 9 uscite con Benitez in panchina, ma dietro rimane il solito immotivato immobilismo a giocare un ruolo da padrone.

Lorenzo Semino © Newcastle, United Kingdom

“Se avessi un ultimo fiammifero io non lo sprecherei. Su un muro umido ad accenderlo non ci proverei” Foto di Lorenzo Semino

Il derby con il Sunderland viene risolto da un colpo rabbioso di Mitrovic, unico gladiatore in un’arena di novellini buttati lì in mezzo un po’ per caso; a dire il vero però l’età media della squadra non è nemmeno così bassa, anzi, cosa che può essere vista come un handicap fisico o come un vantaggio di esperienza.

Sono decisive due sconfitte esterne, una rocambolesca contro la compagna di retrocessione Norwich e l’altra a Southampton, poi arrivano due vittorie ed altrettanti pareggi prima del tracollo definitivo di fronte all’Aston Villa.

Non arriva altro se non un pareggio, un clean sheet contro gli ultimissimi, una partita ridicola se vuoi salvarti e se dovresti farlo con il coltello fra i denti; la percentuale dei passaggi riusciti dai 6 giocatori offensivi è piuttosto alta, circa l’80% – cosa nemmeno troppo complicata se giochi contro una squadra di fantasmi – ma le palle gol sono 2 in tutta la partita.

Lorenzo Semino © Newcastle, United Kingdom

“Papà, ma non dovremmo cercare di segnare?”
“Si, appunto, dovremmo”

 

Il Sunderland, dalla parte opposta del fiume Tyne, ha insegnato che ai grandi acquisti può contrapporsi il cuore e la voglia di non deludere i tifosi, oltre a un fenomenale e decisivo Jermain Defoe. Non che Borini sia stato da meno, non che Khazri sia scarso. Ha prima ribaltato una sfida complicatissima contro un Chelsea colpito nell’orgoglio e si è poi agevolmente liberato di un Everton materasso che sembra averci preso gusto dopo aver fatto da passerella per il Leicester di Ranieri.

Fatto sta che Big Sam ci credeva e ci è riuscito, ha fatto suo un miracolo trasformando le belle azioni in reti, trasformando le buone prestazioni in punti pesantissimi.

Oggi, a poche ore dalla retrocessione illustre del Newcastle, non sappiamo se essere più tristi all’idea di non rivedere per almeno un anno il derby più fisico della Gran Bretagna o per il fatto che sia stato promosso anche il Middlesbrough, altra acerrima rivale dei bianconeri.

Non resta che fare silenzio, non resta che fare le condoglianze ad una squadra nata per fare a pugni con il mondo ma ritrovatasi a dover fare i conti con troppo peso e poca sostanza; come nella boxe, dove se non ti muovi prendi una marea di botte.

In una città dove vivono i provocatori di risse da bar gli istrionici giocatori del Newcastle avrebbero potuto fare scintille, se non fosse che Rafa Benitez è un uomo pacifico.

Rafa e Steve, vissuti all’ombra dell’aura di Alan Pardew, hanno gestito la loro avventura a St. James’ Park in maniera goffa: come due somari, senza strategia, senza nemmeno l’indirizzo per andare via.

 

Lorenzo Semino © Newcastle, United Kingdom

“Lì c’è l’uscita e là l’ingresso: siamo a un crocevia.”