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Notte tutta italiana in Europa League: tre vittorie, Atalanta da sogno

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Se la settimana europea delle italiane era iniziata in maniera negativa con un solo punto guadagnato su tre partite di Champions League, in Europa League le nostre squadre hanno fatto l’en plein: nove punti in tre gare, impreziosite da grandi prestazioni.

Partiamo dalla sfida più scontata delle tre, quella che vedeva impagnato il Milan in trasferta contro l’Austria Vienna, match nel quale i rossoneri hanno dato sensazione di controllo assoluto durante tutta la gara. Note di merito per Andrè Silva, tripletta per lui, e Calhanoglu, che segna un gol impreziosito da due assist; a completare il tabellino dei marcatori Suso, a conferma di come il gruppo si stia via via amalgamando tra nuovi acquisti e volti già noti tra le fila rossonere. Risultato finale un 5-1 che, seppur ottenuto contro una formazione tutt’altro che temibile, dà morale e può essere un ottimo punto di partenza per andare avanti nella competizione.

La Lazio era invece impegnata in terra olandese contro il Vitesse, squadra che – come vi abbiamo raccontato in seguito ai sorteggi – pur non avendo in rosa grandi campioni poteva risultare difficile da battere, in virtù anche della sua esperienza europea. I biancocelesti non hanno in effetti avuto vita facile, con i padroni di casa che hanno condotto la gara per ben due volte grazie alle reti di Matavz e Linssen, rimontate da Parolo e dal solito Immobile, sempre più leader della squadra capitolina. Il goal del definitivo 2-3 è invece di Murgia, che timbra il cartellino per la seconda volta in stagione e segna un’altra rete decisiva dopo quella in Supercoppa. Lazio che può dirsi soddisfatta per aver dimostrato di avere gran carattere, continuando la propria serie positiva dopo le due vittorie consecutive in campionato.

In ultimo l’Atalanta. Vi avevamo raccontato di come per i bergamaschi sarebbe stato molto difficile fare punti contro una squadra molto ben attrezzata come l’Everton, ma anche di come gli uomini di Gasperini ci avessero abituato a grandi prestazioni contro le big. Detto fatto, l’Atalanta ha letteralmente schiacciato la formazione britannica battendola per tre reti a zero e dominando la partita per quasi tutti i novanta minuti di gioco, mettendo in mostra un calcio propositivo e divertente da vedere. Da incorniciare le prestazioni di Masiello, che segna una rete sfiorando anche la seconda, e quella di Petagna, che ha svolto un lavoro fondamentale al fine dello sviluppo della manovra nerazzurra; per la Dea adesso è obbligatorio non solo parlare di qualificazione, ma anche di primo posto nel girone.

Milan sul velluto, ok Lazio: si può fare. L’Atalanta pesca un girone di ferro

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Si sono appena svolti i sorteggi dei gironi dell’Europa League 2017/2018, andiamo pertanto a scoprire chi affronteranno le squadre italiane coinvolte nella competizione e quante possibilità esse abbiano di passare il turno: partiamo dal Milan, pescata come testa di serie del gruppo D, che si troverà davanti un girone tutt’altro che insidioso, costituito dagli austriaci dell’Austria Vienna, i croati del Rijeka e i greci dell’AEK Atene.

Proprio i primi, arrivati secondi dietro al Salisburgo nell’ultima Bundesliga austriaca, che però hanno perso il loro miglior marcatore, nonchè capocannoniere del campionato d’Austria Kayode (17 gol la scorsa stagione), potrebbero risultare l’unica vera potenziale sorpresa in questo girone, completato dalle molto meno preparate AEK e Rijeka, primo posto per il Milan che sembra facilmente raggiungibile, ma nel calcio nulla è mai scontato.

Anche la Lazio partiva come testa di serie nel gruppo K, ma dovrà vedersela con squadre di un livello superiore rispetto ai rossoneri. I biancocelesti si troveranno di fronte i francesi del Nizza, che seppur reduce da un doppio confronto in Champions League tutt’altro che positivo, è stato una sorpresa della scorsa Ligue 1 e nel proprio organico vanta giocatori di esperienza internazionale e buon tasso tecnico come Jallet, Sneijder,Balotelli e il giovane classe 1997 Saint-Maximin. Altra avversaria sarà il Vitesse (Olanda) che pur non avendo grandi giocatori in rosa spesso si qualifica nelle coppe europee ed ha vinto la Coppa d’Olanda la scorsa stagione superando in finale l’AZ Alkmaar, avversario perciò da non sottovalutare. A completare il girone i belgi dello Zulte, qualificatisi grazie alla vittoria della Coppa del Belgio, i quali non dovrebbero però impensierire più di tanto la Lazio.

In ultimo parliamo dell’Atalanta, alla quale è toccato un sorteggio decisamente sfortunato, finisce infatti nel gruppo E assieme ad Everton (Inghilterra), Lione (Francia) e il meno temibile Apollon Limassol (Cipro). I nerazzurri sulla carta sono decisamente inferiori agli inglesi, sia per profondità di rosa che per qualità degli unidici titolari, difficile pensare che i bergamaschi possano ottenere punti in Inghilterra, anche se gli uomini di Gasperini nell’ultima stagione ci hanno abituato a grandi prestazioni contro le big. Discorso diverso per il Lione che nell’ultima sessione di mercato ha perso diversi dei suoi uomini chiave come Valbuena, Gonalons, N’Koulou, Mammana, Tolisso e soprattutto bomber Lacazette, al netto di rimpiazzi non sullo stesso livello, ma con in rosa elementi di ottimo livello e potenzialmente pericolosi come Fekir e Depay, nel complesso si può però dire che non sia molto superiore ai nerazzurri, che probabilmente si giocheranno il passaggio del turno proprio con i francesi. Con due avversarie di questo livello, imperativo diventa fare 6 punti contro i ciprioti dell’Apollon, impresa che però sembra essere decisamente alla portata della ”Dea”.

Nosotti racconta: il Milan dagli occhi a mandorla

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Closing, Europa League,  calciomercato, aeroplanini e nuovi orizzonti. Chi meglio di Marco Nosotti avrebbe potuto parlarci del nuovo Milan dagli occhi a mandorla?

Prima, però, è doveroso un passo indietro: per aspettative e rosa a disposizione, la stagione è stata davvero positiva? Montella ha fatto un grandissimo lavoro?

Questa la risposta del giornalista sportivo, storico inviato rossonero per Sky Sport:

“Montella ha fatto un buon lavoro, un ottimo lavoro, per due motivi: ha riportato un trofeo che non c’era, perché da tempo il Milan non vinceva la Supercoppa Italiana, il secondo aspetto è l’arrivo in Europa League. Come ci si è arrivati è significativo ma fino a un certo punto, l’importante era raggiungerla in un momento in cui è in corso una profonda rivoluzione copernicana, dove i cinesi sono arrivati al posto di Berlusconi con altri criteri di giudizio nel lavoro, in un’azienda come il calcio che è sempre particolare”.

“Montella mi è piaciuto perché aveva delle idee di calcio e le ha sapute adattare al gruppo a disposizione: la difesa a 4 che partiva con due esterni molto larghi, poi contro il chievo ha capito che la gestione dell’uscita palla si poteva fare diversamente. Si difende con 3 uomini fissi dietro, insomma questo Milan sa coprire e ripartire. Forse non è riuscito a far rendere al massimo Bacca, ma non sempre le cose vanno per forza nella giusta direzione anche se un giocatore ha un grande nome e tu sei un bravo allenatore”.

“Il Milan ha avuto un ottimo girone d’andata e ha chiuso con un buon lavoro, propedeutico per quello che sarà” aggiunge Nosotti.

Il closing porterà davvero qualcosa di positivo e di bello come la nuova maglia, che a detta di tutti è spettacolare?

“Sono 24 anni che faccio il Milan e la maglia a righe strette non mi dispiaceva, forse perché mi ricorda un altro Milan: quello di Rivera ed Altafini”.

“Anche le tradizioni contano, io non so se lo capiranno anche i nuovi padroni del vapore, che sapranno sicuramente di management di marketing e che sapranno gestire anche un approdo del Milan in borsa. Devono capire che il calcio è fatto anche di maglie, di tifosi, di passione: si gioca con i piedi, si vive senza certezze del risultato e la società deve provare a farne arrivare in casa Milan”.

“Credo che questo closing abbia inaugurato una nuova era. Non sarà più come prima, non aspettiamoci di veder subito sventolare in cielo le bandiere perché non penso sia una delle prime cose che vorranno fare; prima bisogna mettere a posto e far quadrare i conti, trovare i risultati, rendere appetibile e dare nuovamente il senso a un grande nome e marchio. Nel mondo ci sono Real Madrid, Barcellona, un paio di inglesi e poi c’è il Milan”.

“Spero che la nuova proprietà compri giocatori al Milan. Qualcosa ci sarà, ma spero che ci sia sempre attenzione all’umanità di questo sport, che è un elemento che a volte sfugge. Sarò un vecchio romantico – e sono anche per far quadrare i conti – ma non è tutto”.

Di seguito riportiamo l’audio dell’intervista a Marco Nosotti, che ringraziamo.

A cura di Lorenzo Semino e Nicolò Garbarino

Gioventù bruciata?

(Immagine di copertina: collage dell’autore con foto trovate su internet)

Una delle cose più intriganti del calcio moderno sono i giovani promettenti. Ogni anno si apre una specie di gara a trovare i giovani più forti, maturi, che potrebbero diventare i campioni del futuro. Con tanto, poi, di “Io ve lo dico: Bale diventerà un giocatore fortissimo, da Real Madrid” (sì, sono io nel 2008 dopo aver giocato con il Tottenham a FIFA, mica dopo averlo visto dal vivo).

Una delle cose più emozionanti erano le liste di Don Balon, con nomi e nomi di giovani più o meno conosciuti che, probabilmente, avrebbero raggiunto grandi livelli una volta maturati. Qualche nome veniva azzeccato, qualche nome assolutamente no. Ma si sa, dando centinaia di nomi ogni volta il crack lo becchi di sicuro.

Da qualche anno a questa parte faccio “il giochino” di osservare i primi giocatori che salgono alla ribalta per anno di nascita (da classe 1993 non vi dico lo sconforto quando, nel 2010, debuttò nella Fiorentina Babacar, primo classe 1993 che avevo sentito visto il mio tifo viola), e per la classe 1998 non posso che citare quelli che, nel 2014, erano sulla bocca di tutti: parlo ovviamente di Martin Ödegaard e Hachim Mastour.

I due trequartisti hanno storie molto simili, con una fine (momentanea) molto simile.

Nel 2014, appunto, dalla Norvegia arrivavano le voci di un ragazzo fenomeno, in forza allo Strømgodset, seguito un po’ da tutti. Gli occhi della Premier League, del Bayern Monaco, del Barcellona e del Real Madrid erano su di lui. Tutti aspettavano che compisse 16 anni, a metà dicembre, per farlo firmare e accaparrarsi quello che di sicuro sarebbe diventato il Messi scandinavo. Mesi di tensione, quindi, con il ragazzo che sfogliava la margherita di offerte e benefit che avrebbe ricevuto firmando per una squadra o per un’altra. A gennaio 2015 arriva la tanto attesa con il Real Madrid, che paga al club norvegese quasi 5 milioni di euro e offre uno stipendio di circa 2 milioni di euro netti al ragazzo, che si accasa alla squadra giovanile.

Ed ecco arriva il primo problema: immaginate l’ultimo arrivato nella cantera madridista, appena sedicenne, che guadagna molto in più di tutti gli altri ragazzi in rosa. Il suo arrivo non è ben visto da qualche compagno di squadra. Arriva anche il debutto in Liga, il 23 maggio del 2015 contro il Getafe, subentrando a Cristiano Ronaldo a mezzora dalla fine.

“Il fenomeno di oggi cede il posto al fenomeno del domani” [cit. più o meno tutti] (Immagine trovata su internet)
Nel frattempo, per non essere da meno, qui in Italia, più precisamente a Milano, stavamo impazzendo per Hachim Mastour: stesso ruolo, stesso anno di nascita, settore giovanile del Milan. Giravano sul web numerosissimi filmati delle sue giocate pazzesche, con difensori saltati come birilli. Nato a Reggio Emilia, con chiarissime origini marocchine, aveva già debuttato con l’Italia Under 16. Il ruolo di numero 10 rossonero e azzurro sembrava in cassaforte per almeno una quindicina d’anni. Per mesi viene osannato dai tifosi, in massa viene chiesto alla società di farlo debuttare in campionato (mai arrivato in Serie A). Tanto è l’entusiasmo che le sue gesta arrivano in Marocco, e il ct Zaki Badou lo chiama e lo fa esordire nella partita contro la Libia. Un minuto. Un solo minuto quello giocato con la maglia dei Leoni dell’Atlante. Tanto basta per bloccarlo definitivamente come marocchino.

Era la stagione 2014-2015, e il mondo del calcio sembrava aver trovato i campioni del futuro.

La stagione successiva mostrò, invece, quello che sembra essere il loro reale valore. Martin rimane a giocare nel Castilla, pur allenandosi spesso con la prima squadra ma senza convincere né Benitez né Zidane (che già lo seguiva con i giovani), con Perez suo unico sponsor, probabilmente con la speranza di mostrare a tutti di non aver preso un enorme abbaglio comprandolo e stipendiandolo a peso d’oro. 62 presenze totali con i giovani dei Blancos, con appena 5 reti segnate, pochissimo se consideriamo le aspettative.

Mastour invece lascia Milano, in prestito, per andare a giocare in Spagna, al Malaga, e trovare la consacrazione nel calcio dei grandi. L’accordo era per un prestito biennale, ma il rapporto viene interrotto a metà vista l’unica presenza con il club, per soli 5 minuti.

I due, da predestinati, diventano casi. Nell’estate del 2016, addirittura, il patron dei Blancos Florentino Perez impone a Zidane di portarsi il norvegese nel ritiro estivo in Canada, ma una volta cominciati i giochi non scenderà in campo.

Zidane e Ödegaard ai tempi del Castilla (Foto: Fox Sports)

Nel frattempo Mastour torna a Milano, ma solo per riprendere i bagagli e volare in Olanda, al PEC Zwolle. L’intenzione è quella di testarlo in un campionato meno impegnativo ma che punti molto sui giovani, in modo da farlo crescere o anche solo vedere di che pasta sia realmente fatto il giocatore. Tantissime le persone alla sua presentazione, con i tifosi che lo idolatrano come un grande campione pronto a dar tutto per la maglia.

“Prendi in braccio mio figlio, così quando crescerà potrò fargli vedere la foto in cui ha posato con il futuro Pallone d’Oro” (Immagine trovata su internet)

Speranza mal riposte. 5 presenze in Eredivisie, una sola da titolare, per un totale di 150 minuti in campo. Non una giocata decisiva né una rete. Una presenza in Coppa, sempre da subentrato e 7 presenze (stavolta da titolare) con il settore giovanile dei bianco-blu, con una rete (su rigore) e un assist all’attivo.

Ödegaard lo raggiunge a gennaio in Olanda, con il Real che lo manda in prestito (gli accordi sono fino all’estate del 2018) all’Heerenven, con tanto di penale che gli olandesi dovranno pagare ai Blancos nel caso il norvegese non riuscisse a trovare spazio. Grazie a questa clausola riesce a trovare il campo ben 11 volte tra campionato e coppa, ma l’idea è che il tecnico Streppel potrebbe benissimo farne a meno visto lo scarso apporto che riesce a dare nella manovra della squadra (solo due assist in 586 minuti giocati).

Cosa è successo a questi due ragazzi? Di sicuro c’è stata troppa fretta. Le grandissime aspettative dei norvegesi su Ödegaard, con tanto di soprannomi pesanti (uno su tutti “Messi di ghiaccio”) hanno probabilmente messo grandissime pressioni sul ragazzo, che a 16 anni appena compiuti ha fatto un passo troppo lungo rispetto a quello che potrebbe fare un giocatore con bona tecnica, ma con una mentalità ancora tutta da formare (e provate anche a dare 2 milioni di euro all’anno ad un sedicenne…). Al momento delle firme, Ancelotti definì l’operazione come una semplice mossa di marketing per rafforzare il brand dei Galacticos anche in Scandinavia, e visto il poco spazio trovato in Liga è facile pensare che finora nessuno degli allenatori che lo hanno osservato lo abbiano reputato pronto per un campionato top.

Le voci su Ödegaard hanno così condizionato l’ambiente attorno a Mastour, con la società rossonera che ha pompato mediaticamente il ragazzo a tal punto da fargli bruciare le tappe e, quindi, fargli saltare il processo di maturazione che avrebbe potuto, questo sì, trasformarlo forse non in un fenomeno, ma almeno in un calciatore degno di calcare i campi della Serie A.

Questa, ovviamente, non è una bocciatura per nessuno dei due. Entrambi i ragazzi hanno talento da vendere e con i giusti stimoli potranno far decollare le loro carriere come meglio possono.

Il primo passo che però dovrebbero fare, tutti e due, è indietro, ridimensionando il futuro che avevano progettato e ripartendo con aspettative minori, che potranno solo esser migliorate.

A nemmeno 19 anni, di tempo ne hanno eccome.