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Oltre il titolo – A chi la palma di capocannoniere della Premier League?

La Premier League sta finendo. A quattro giornate dal termine (in media, a qualche squadra ne mancano cinque, all’Arsenal sei) alcuni verdetti paiono quasi scontati: a meno di clamorosi ribaltoni, il Sunderland finirà in Championship, insieme al Middlesborugh e una tra Swansea e Hull City; Everton e Arsenal in Europa League, insieme a una tra le due squadre di Manchester o il Liverpool, tutte e tre ancora in corsa per la Champions League, e la sfida per il titolo è tra Chelsea (favoritissimo) e il Tottenham.

I premi come miglior giocatore dell’anno e come miglior giovane dell’anno sono già stati assegnati, a N’Golo Kanté e Dele Alli (secondo consecutivo per lui), anche la squadra dell’anno è già stata schierata, con grande presenza di giocatori proprio Blues e Spurs.

L’unica cosa in bilico, al momento, riguarda la corsa al titolo di capocannoniere del campionato, con quattro giocatori ancora in corsa, più qualche possibile out-sider che potrebbe dar loro del fil da torcere.

ROMELU LUKAKU – EVERTON – 24 RETI

Il belga è primo in classifica, con un buon vantaggio sugli altri detentori, e una buonissima media (0,73 reti a partita), segna una volta ogni 120 minuti di gioco e, ma è inutile dirlo, è un’autentica forza della natura. Paga un po’ la discontinuità e l’anarchia tattica: quando non ha il pallone, difficilmente riesce a fare il movimento determinante per farsi trovare pronto a battere a rete (può essere un esempio lo scarso numero di reti di testa, 5), bensì preferisce aspettare la palla a metà campo, in fase di non possesso, riceverla facendo a sportellate con il difensore di turno, partire come una furia e scaraventare il pallone a rete con il sinistro (o il destro), o anche provare la giocata sul portiere e saltarlo. Il numero 10 dell’Everton è arrivato così in alto senza tirare alcun rigore (solo un gol su punizione, contro il Crystal Palace), ed ha il vantaggio di giocare in una squadra che fa pieno affidamento su di lui (più di un terzo delle marcature dei Toffees sono sue), difficile quindi che il primo posto gli possa essere tolto.

HARRY KANE – TOTTENHAM – 20 RETI

Il migliore sia in termini di media gol (0,80), sia per minutaggio (un gol ogni 105 minuti), l’Uragano è il rifinitore della meravigliosa orchestra guidata da Pochettino. Un solo gol di testa, due su rigore, ma tatticamente è determinante per la squadra: si abbassa quando deve far salire la squadra, riesce a servire palloni utili alla causa degli Spurs e fa i movimenti che deve fare un attaccante, facendosi trovare pronto per gli assist di Eriksen, Alli o chi per loro. Paga l’infortunio subito il mese scorso, quando era ancora al comando della classifica marcatori. Sa anche battere i calci di punizione (ha preso diversi legni, a dire il vero), e può riuscire a raggiungere e superare Lukaku, con 5 giornate ancora da giocare (ci sono anche gli incroci con Arsenal e Manchester United) e il supporto di tutta la squadra.

ALEXIS SANCHEZ – ARSENAL – 19 RETI

Tra tutti, il cileno è il meno attaccante (è un’ala), ma per qualche mese ha giocato proprio come punta centrale per ovviare al momento di scarsa forma di Olivier Giroud. La fiducia di Wenger è stata ripagata con diversi gol, anche di bella fattura. Ma, appunto, non essendo una punta di ruolo è spesso stato costretto a partire da fuori area, non reggendo il duello fisico con la maggior parte dei difensori avversari. Così molti suoi gol sono di ottima fattura, con entrambi i piedi, su rigore, qualcuno di testa (e uno con la mano). Tra i top scorer è quello con più assist all’attivo, 10, e con il ritorno di Giroud è tornato a fare l’ala, continuando a garantire le sue solite giocate di grande classe. Non è il favorito alla vittoria del titolo, visto il ruolo, ma può giocarsi le sue carte per restare sul podio.

DIEGO COSTA – CHELSEA – 19 RETI

Lo spagnolo è tornato grande grazie anche alla cura Conte, che gli ha adattato la squadra attorno rendendolo il marcatore implacabile di un tempo. Non batte rigori, non batte punizioni, tra i detentori è il più “centravanti”, bisognoso dei palloni serviti dai compagni ma anche capace di tirar fuori dal cilindro giocate eccezionali. Esuberante sia fisicamente sia caratterialmente, con cinque giornate da giocare potrebbe, anche incentivato dalla corsa al titolo dei Blues, accelerare la sua vena realizzativa e raggiungere i suoi più giovani colleghi. Ad ora l’unico dubbio è il suo futuro: dopo una presunta lite con Conte si è parlato tantissimo di un passaggio in Cina, ma le voci sembrano essersi placate. Buon segno o silenzio tattico?

SERGIO AGUERO – MANCHESTER CITY – 17 RETI

Attaccante tuttofare, l’argentino del Manchester City è un po’ indietro rispetto ai suoi standard, a causa sia del nuovo gioco del Manchester City, che alterna i ritmi altissimi tipici della Premier alle trame infinite di passaggi tipici delle squadre di Guardiola, sia della momentanea esplosione di Gabriel Jesus, unita ai rapporti non semplicissimi con l’ex allenatore di Barcellona e Bayern Monaco. L’infortunio del brasiliano lo ha riportato stabilmente al suo posto, una coesistenza tra i due può esserci. Ma pare impossibile una rimonta del genere.

ZLATAN IBRAHIMOVIC – MANCHESTER UNITED – 17 RETI

Come è accaduto anche altrove, lo svedese ha catalizzato il gioco dei Red Devils sulle sue spalle, divenendo leader offensivo (quasi dittatore) della squadra. Tutto guadagnato, finché gioca bene. Questo perché quando ha reso al di sotto delle aspettative la squadra ne ha risentito, faticando e aggrappandosi a giocate singole quasi inaspettate. Prova dell’Ibracentrismo dello United di Mourinho è il fatto che il secondo marcatore stagionale della squadra è Juan Mata, 6 reti, il terzo Rashford con 5 e seguono Martial e Pogba con 4. Il suo infortunio in Europa League contro l’Anderlecht ha messo fine alla sua stagione, e forse alla sua esperienza a Old Trafford, quindi non potrà risalire la classifica.

GLI OUTSIDERS

Mancano nomi più o meno altisonanti tra i top scorers annuali, ma difficilmente uno di loro potrà imporsi. Segue a quota 16 reti Dele Alli, 15 reti Eden Hazard (record personale), a 14 il trio di punte Defoe-Benteke-Joshua King. Tra gli abituali marcatori hanno deluso anche Llorente (Swansea, 12 gol), Jamie Vardy, l’anno scorso autore di 24 reti, quest’anno fermo a 11, Carroll (7) e Sturridge (2).

Co la giusta fiducia, Benteke ha ritrovato serenità e gol con la maglia del Crystal Palace (foto: Mirror)

IN FUTURO

Senza considerare il mercato, con possibili arrivi da e per l’estero, n futuro i favoriti saranno di sicuro Lukaku e Kane, vista la qualità e l’età. Se la giocheranno di sicuro con i “vecchi” (si fa per dire) Aguero e Diego Costa, ma occhio a Rashford, Iheanacho e Gabriel Jesus, giovanissimi e in rampa di lancio. Da tenere d’occhio anche Origi e Gabbiadini, che con la giusta fiducia potrebbero andare ben oltre la doppia cifra.

Ottimo l’impatto di Manolo Gabbiadini al Southampton finora, con 6 reti in 7 partite

Bad Boys

(Immagine di copertina tratta da internet)

Se c’è una caratteristica di alcuni giocatori che negli ultimi anni ha fatto innamorare sempre più tifosi, questa è di sicuro la grinta.

Che sia allo stadio, parlando con gli amici o anche solo tramite i social networks, la figura del giocatore “cattivo”, che dà tutto in campo, imponendosi sugli avversari anche in modo esuberante (e un po’ sopra le righe) è quella che viene ricordata con più entusiasmo.

Esuberanza che si può manifestare tramite una specie di insolenza, cattiveria agonistica, aggressività…

Ma perché vengono ricordati proprio loro? Questi calciatori, probabilmente, rappresentano una sorta di “io represso” in tutti noi. Come loro corrono in campo, tirano pedate a destra e a manca, recuperano palloni importantissimi, urlano incitando le curve, così noi vorremmo essere nella vita di tutti giorni verso le avversità che incontriamo. Come, del resto, i bambini si immedesimano nei grandi campioni imitandone movenze, conclusioni ed esultanze.

Ngolo Kante rappresenta la grinta e l’aggressività buona e genuina (foto – Evening Standard)

Dove sta la differenza? Nell’etica. Ciò che fanno questi Bad Boys, sul campo, non può essere accettato nel mondo fuori dal campo, e di sicuro questa grinta agonistica non può essere una scusante per le scorrettezze.

Il passo da un capitano e leader di una squadra ad un giocatore scorretto e odiato dai tifosi è breve, e ovviamente anche i più “sportivi” tra gli esuberanti rischiano di finire spesso sul taccuino dei  cattivi degli arbitri.

Così un giocatore fortissimo e carismatico come Ibrahimovic può cadere nella tentazione di rifilare una gomitata contro il difensore che lo marcava (foto in copertina) e prendersi una squalifica di tre giornate, accettate di buon grado dallo svedese. Per giunta, Tyrone Mings (il difensore) gli ha ricambiato il favore in partita, atterrando su di lui in modo non proprio corretto e prendendo 5 giornate di stop.

E come non pensare a Joey Barton, più volte condannato per condotta violenta fuori e dentro al campo, con 10 mesi carcere (non tutti scontati), centinaia di migliaia di sterline di multa e deferimenti vari da parte della Football Association.

13 maggio 2012: in Manchester City – QPR il “buon” Barton ne ebbe un po’ per tutti, subito dopo passò in prestito al Marsiglia (immagine tratta da internet)

Un cattivone “inglese” più recente è di sicuro Mario Balotelli, con i suoi messaggi, le sue frecciatine e le sue marachelle ai tempi del Manchester City, tanto da aver fatto coniare il termine “balotellate”.

Giocatori che, oltre alle varie qualità tecniche, piacciono più o meno a tutti. Ma occhio: a passare da un Ngolo Kante ad un Martin Taylor il passo è breve…

Il fallo di Martin Taylor su Eduardo Da Silva nel 2008. L’attaccante brasiliano, naturalizzato croato, è stato fermo un anno (immagine tratta da internet)

Ntcham

Le opportunità, un po’ come la speranza, sono il sale della vita.

Un continuo stimolo ad andare avanti, la consapevolezza che la nostra esistenza ce ne concederà un numero pressoché infinito. Tanto più se hai appena 20 anni.

Che si tratti di uno spazio in cui tornare ad esprimersi – parlando del sottoscritto – oppure di un cambio di allenatore, della palla giusta al momento giusto. La possibilità di cambiare tutto – davvero tutto – con un tiro.

Olivier Jules Ntcham nasce il 6 Febbraio 1996 a Longjumeau, un paesino francese da 20.000 anime. La sua vita svolta quando sbarca al Le Havre, squadra in cui sono transitati giocatori del calibro di Diarra, Aubameyang e Mahrez.

Il ragazzo non tarda ad attirare su di se le attenzioni degli scout e nell’Estate del 2012 arriva il salto verso le giovanili del Manchester City, che intravede in lui le potenzialità per sostituire Yaya Tourè, giocatore fondamentale ma sfortunatamente non infinito.

Nei due anni a Manchester Olivier non riesce a esordire in prima squadra, ma la sua tecnica di livello, unita a una struttura fisica semplicemente mostruosa per la sua età, fanno sensazione. Arriva così, due Estati fa, la chiamata del Genoa che se lo assicura in prestito biennale con diritto di riscatto e controriscatto, sperando dunque in una facile plusvalenza e nell’ abilità di Gasperini, l’uomo giusto per farlo sbocciare.

Tuttavia, nonostante un inizio promettente, Ntcham sparisce sempre più dai radar rossoblu, messo progressivamente da parte a causa delle difficoltà della squadra e, di conseguenza, dell’impossibilità di sperimentare. Solo qualche fugace apparizione per lui e una marea di voci, rigorosamente non confermate, che parlano di un ragazzo triste e abbandonato a sé stesso.

La sua avventura all’ombra della lanterna sembra potersi concludere in anticipo, ma con l’arrivo di Jurić si riaccende la speranza. Un tecnico giovane e innovativo, la persona giusta. Il nuovo mister cita Ntcham nelle interviste pre stagione, riponendo grandi speranze in lui. Speranze che sembrano portare, quasi come un percorso già scritto, alla prima stagionale, in casa col Cagliari. Una partita maledetta, un copione già visto: gol di Borriello, l’ennesimo, da ex e porta difesa da Storari che sembra stregata

Poi la svolta: Ntcham, entrato da qualche minuto, riceve fuori area, controlla e lascia partire il destro. Una deviazione tradisce Storari e la palla si insacca. Gioia.

Il francese indica la panchina, è al settimo cielo. Qualche minuto più tardi sfiora la doppietta, è rinato. Forse è riapparso il giocatore dalle potenzialità infinite.

O forse no. Perché dopo il Cagliari si palesano nuovamente le difficoltà della scorsa stagione: Ntcham gradualmente sparisce e a Dicembre, contro il Palermo, tocca il punto più basso della sua breve carriera. In evidente confusione, probabilmente con mille pensieri per la testa, viene mandato in campo da Jurić a causa dell’emergenza a centrocampo. È una serata nera, con due errori personali propizia la rimonta del Palermo che sbanca il Ferraris dopo tre mesi senza vittorie.

Consumata la tragedia, a Genova non sembra esserci più spazio, tantomeno pazienza, per lui. Il Genoa è in caduta libera e il tempo degli esperimenti nuovamente terminato.

Qui mi riallaccio al concetto iniziale, a quel susseguirsi di opportunità che è la nostra vita. Il Genoa perde 5-0 a Pescara – fino a quel momento a secco di vittorie – inanellando una poco invidiabile serie di 9 partite senza gioie in campionato, portando all’inevitabile esonero di Jurić. Arriva Mandorlini e con lui la speranza di recuperare concretezza.

Una premessa che sembra mettere ancor più da parte Ntcham, apparentemente perso nel limbo del “potrei ma non voglio”. Perché tanti si sono accorti delle sue potenzialità e altrettanti sono stanchi della sua discontinuità, dei suoi singhiozzi.

Eppure Olivier ha 21 anni, fino all’anno scorso non aveva mai giocato una partita a livello professionistico, tanto meno in Italia, e nella sfrontatezza della sua giovane età sembra nascondere una sensibilità e un’umanità che tanti tifosi di vecchia data, distratti e arrabbiati per le questioni societarie, sembrano aver dimenticato.

Nel nostro mondo di squali, tuttavia, Ntcham deve imparare a sfruttare le sue opportunità, e in quello che probabilmente è il turning point del campionato rossoblu arriva l’ennesima, questa volta direttamente dal fato. In uno stadio mezzo vuoto a causa della protesta dei tifosi genoani, glaciale e col fiato sospeso dopo il vantaggio bolognese firmato Viviani, Pandev decide che dopo 16 anni di carriera passati nel nostro paese essere mandato in campo nel recupero è un insulto. Mandorlini non si fa pregare e manda in campo, a freddo, Ntcham invece del macedone.

E’ il miracolo. Dopo un tiro al volo finito in curva, seguito dai fischi di rito dei suoi tifosi, il francese tira fuori dal cilindro il gol dell’anno rossoblu. Una bordata quasi inspiegabile, da fermo, che si insacca nel sette lontano per lo stupore di Mirante, piantato a centro porta, e Cataldi che non riesce neanche a esultare. Per Ntcham è il delirio, esulta animosamente facendo il segno delle chiacchiere, riferite ai suoi tifosi e a tutti i discorsi spesi su di lui nei mesi precedenti. C’è tanta rabbia e amarezza in questa sua liberazione, tanta consapevolezza di sé. Per la terza volta Ntcham sembra capire cosa è in grado di dare, cosa vorrebbe dare sempre.

La favola continua poi a Empoli, ieri, e il copione è pressoché lo stesso: sostituzione a ridosso della fine, palla che arriva nella stessa zona di 7 giorni prima e che questa volta si insacca in maniera meno elegante, più fortunosa, ma con lo stesso risultato. Questa volta il Genoa vince e Ntcham diventa un eroe, una speranza.

Ancor più se tra 5 giorni si gioca il derby, che lui stesso ha definito “la partita più importante dell’anno”, ancor più se il Genoa ci arriva finalmente sgombro da pensieri e uno sguardo in meno alle sue spalle, complici le due squadre lasciate indietro a pensare alle ultime tre posizioni.

Ancor più con un gioiellino che sembra, finalmente, recuperato. Pronto finalmente a scrivere la propria epica in una città tanto impaziente quanto pronta ad amare ancora.

 

Wonderwall

Oasis e Manchester, musica e calcio, il saper essere sbarazzini nonostante la crisi di mezza età e la nuova frontiera del calcio europeo, i fratelli Gallagher e gli sceicchi Mansour ed Al Mubarak.

Sarebbe troppo facile paragonare la vita di ogni tifoso azzurro con quella della band più famosa della moderna ma semplice città mancuniana, infatti lo faremo molto volentieri. Del resto, si sa, basta seguire lo scrittore, quindi Stand by Me.

Dalla terza serie alla Premier League in quattro anni non dev’essere stato semplice, ne sanno qualcosa i Citizens che hanno vissuto con le lacrime di gioia il 1998-1999 e di dolore la nuova e sofferta retrocessione del 2001. Molti, vedendo la propria squadra crollare mentre i Red Devils alzavano trofei quasi una volta al mese, avranno sicuramente pensato “è tutto finito, i bei tempi del 1970 non torneranno mai più, è stato bello finché è durato”.

Il calcio e la vita sono spesso strani, inspiegabili, un lampo nel deserto di motivazioni e risultati riesce a far ritrovare quella serenità che mancava fino a un paio di mesi prima. E fu così che arrivò quel segnale, quel Deus ex machina capace di riportare tutto alla normalità nella maniera meno dolorosa possibile: Kevin Keegan da Armthorpe consegna al Manchester City meno conosciuto di sempre una storica promozione in Premier League, trono da cui nessun azzurro scese mai più.

Don’t go away, mister Kevin.

Ovviamente non fu così, l’allenatore ormai felice dell’obiettivo raggiunto decise di emigrare al Nord per risollevare quel Newcastle che aveva portato sul tetto della Championship e successivamente al terzo posto in Premier League prima di sedersi sulla panchina del Maine Road: un uomo chiamato “salvezza”, da alcuni persino “rinascita”.

Ma tornando proprio al Maine Road, l’ultima rete nello storico stadio del City la mise a segno Marc-Vivien Foé, che purtroppo si spegnerà prematuramente proprio su un campo da calcio qualche mese dopo in un tragico episodio che ha segnato la storia di questo sport. Quell’anno arrivò anche la qualificazione in Coppa Uefa, non male per una squadra che aveva toccato con mano l’oblio della terza divisione.

Purtroppo Live Forever è soltanto una canzone, mentre tutte le storie – soprattutto nello sport – hanno una fine ben definita e necessitano una rivoluzione rapida ed indolore. Non è facile far dimenticare chi ti ha permesso di tornare alla normalità, di poterti nuovamente confrontare con il rivale di sempre e persino di batterlo in un rocambolesco 3-1 con rete di Anelka: little by little si arriva davvero dove si vuole.

Il City of Manchester Stadium diventa il primo segno tangibile di una rivoluzione mai messa davvero in atto dalla nuova proprietà del Manchester, arrivata nel 2007 parlando thailandese: Thaksin Shinawatra è il nuovo presidente, Sven-Göran Eriksson il nuovo allenatore.

Il Masterplan è poco chiaro, gli acquisti sono una valanga e in campo i risultati si vedono soltanto in parte: Rolando Bianchi, Elano, Martin Petrov, Valeri Bojinov, Javier Garrido, Vedran Ćorluka, Gelson Fernandes e Geovanni Dos Santos brillano fino a metà stagione, poi il tracollo che permise di accedere alla Coppa Uefa soltanto grazie alla classifica Fair Play della Premier League. Anche un piccolo aiuto, a volte, ci vuole.

A fine anno arriva però la notizia più inattesa e preoccupante, che potrebbe causare una tempesta di cambiamenti in negativo e far tornare lo spettro di una caduta libera in breve tempo: dopo un solo anno di presidenza – e dopo aver comprato Tal Ben Haim, Jô e Shaun Wright-Phillips esonerando Eriksson – Thaksin Shinawatra fu costretto a mettere in vendita la società in quanto coinvolto in uno scandalo politico.

Non temere caro Manchester City, stop crying your heart out: è tempo di cambiare pelle.

Abu Dhabi United Group, a sentirlo così sembra un amico dei Diavoli Rossi. Sebbene il nome possa ingannare, il proprietario non è Sir Alex Ferguson bensì Mansur bin Zayd Al Nahyan, figlio del defunto presidente degli Emirati Arabi Zayed bin Sultan Al Nahyan: insomma, non proprio gli ultimi arrivati e nemmeno dalla parte dei rivali.

La parte azzurra di Manchester, dopo aver sentito l’entità del budget previsto per il calciomercato, può tornare a sognare: questa volta spera di farlo per davvero.

Sfiorato il clamoroso ingaggio di Kakà dal Milan, i nuovi proprietari si rifanno con lo strappareCarlos Tevez alllo United e Robinho al Real Madrid, riuscendo nella brillante impresa di far passare in secondo piano gli arrivi di giocatori brillanti quali Craig Bellamy, Nigel de Jong, Wayne Bridge e Shay Given.

Il primo anno è considerato di transizione, i Citizens continuano a non stupire ma raggiungono comunque il centro della classifica, una posizione nobilissima che mette in luce come un anno oggi considerato “deludente” corrisponda a quello che 15 anni prima sarebbe stato un vero e proprio miracolo sportivo. Non male come inizio, ma il meglio deve ancora venire. Basta non guardare al passato con rabbia, già, don’t look back in anger.

L’anno seguente lo scontrino finale fa registrare £110 milioni di sterline sborsati per far crescere ulteriormente una squadra che, visti i presupposti ed i grandi progetti, deve iniziare a farlo il prima possibile: arrivano Gareth Barry, Roque Santa Cruz, Emmanuel Adebayor, Kolo Touré, Joleon Lescott e Carlos Tévez che si toglie la maglia rossa dello United per vestire di azzurro, ma la storia fatica a cambiare.

La pazienza ha un limite, anche le casse societarie – su questo avrei qualche dubbio in più – e quindi l’era di Hughes si spegne a fine Dicembre del 2009, quando in panchina viene chiamato l’homo novus e l’uomo giusto: Roberto Mancini.

Dicono che se ti fai amico Craig Bellamy hai risolto buona parte dei tuoi problemi, lui non gioca spesso ma il Manchester City targato Mancini arriva al quinto posto e si qualifica inCoppa Uefa, il massimo possibile per una squadra che si trovava a navigare in un pericoloso centro classifica in un freddo inverno tipicamente anglosassone.

Nel 2010 arrivano un terzo posto e la prima coppa alzata dall’allenatore italiano, una F.A. Cup necessaria per prendere coscienza di un cambiamento necessario e più che mai in corso: arrivano Silva, Kolarov, Balotelli, Yaya Touré, Boateng, Milner, Džeko ed arriva anche una storica qualificazione in Champions League, che da quasi 50 anni non vedeva altro se non feste in piazza dei cugini rossi e poco clementi.

Il 2011 è un anno indescrivibile. Difficile da raccontare se sei tifoso imparziale, figuriamoci se hai fatto un salto sul divano alla rete di Agüero ad un secondo dalla fine del campionato: la mano di Mancini plasmò una squadra fino a renderla quasi perfetta, e sarà proprio quel “quasi” a rendere il tutto più indimenticabile.

Arrivano Clichy e proprio El Kun, Sergio Agüero, prelevato dall’Atlético Madrid per 45 milioni di pounds. Le 11 vittorie nelle prime 12 partite sono il preludio al trionfo finale, per quanto ad un tifoso azzurro potesse forse bastare anche soltanto la clamorosa e travolgente vittoria per 1-6 contro il Manchester United a suon di prese in giro e “Why Always Me?”.

Sembra il classico anno perfetto, in cui ti va bene tutto e puoi permetterti di sederti davanti alla televisione ed aspettare senza sofferenza, perché tanto prima o poi il gol arriva. Purtroppo – o per fortuna – qualcosa andò storto, un paio di problemi permisero ai rivali rossi di tornare in vetta e portarsi a 8 punti di vantaggio nel girone di ritorno, ma proprio sul più bello sarebbe accaduto l’incredibile. Una rete di Vincent Kompany nella stracittadina di ritorno aprì le porte per una clamorosa remuntada, che portò il City a pari punti con i rivali ad una giornata dal termine, ma con un +8 – numero ricorrente – di differenza reti che faceva pregustare la vendetta alla parte azzurra di città. Chi se lo sarebbe mai aspettato?

L’ultima giornata di quella stagione non ha senso, Mancini rischia di perdere dalle mani il titolo in casa, rischia di farlo nel peggiore dei modi ma riesce a sollevarlo nella maniera meno prevedibile del mondo: sarà una rete a 5 secondi dalla fine, proprio di Sergio Leonel Agüero Del Castillo, a consegnare il titolo al Manchester City dopo 46 anni per la disperazione dei Red Devils già in festa a Sunderland e per il delirio azzurro sparso per il mondo.

Hanno vinto loro, ha perso la storia, Mancini a Manchester con la sua mano ha mangiato vivi i rivali di sempre.

È tempo di brindare, è tempo di farlo con il migliore champagne in circolazione, dicono che sia buono lo champagne supernova: ti porta sulle stelle, sulla vetta di una montagna per molti impossibile da scalare, in cima alla Premier League.

Il resto è onestamente storia recente, di qui in poi viene considerata fallimentare qualsiasi stagione senza alcun titolo sollevato, motivo per cui il matrimonio con il Mancio finirà in maniera poco limpida ma nonostante tutto fra bei ricordi e sorrisi, un po’ come quelli dello Charming Man Manuel Pellegrini, capace di riportare sul trono il Manchester City nel 2014 vincendo un paio di Coppe di Lega durante il suo silenzioso ma pacifico cammino azzurro.

 

Pochi giorni fa si è aperta la nuova era, Pep Guardiola è arrivato in città e tutti sono rimasti sintonizzati per vedere all’opera l’allenatore più richiesto del mondo – insieme allo Special One, guarda caso ora al Manchester United – in una delle squadre più brillanti dell’ultimo decennio.

A quick peep cantavano gli Oasis, riferendosi ad un rapido pigolio, ma nell’era dei social network suona decisamente più moderno parlare di cinguettii. È stato un Pep molto social quello visto all’opera la settimana scorsa, un “Quick Pep” che ha postato un “Quick Tweet”con una persona che ci ha accompagnato lungo tutto il nostro percorso di oggi.

Chi ha incontrato per primo l’allenatore spagnolo? Mancini? Pellegrini? Keegan o forse Eriksson? No, nessuno di loro, il primo uomo con cui devi sederti a tavola una volta atterrato a Manchester si chiama Gallagher, Noel Gallagher.

Bene, non resta che aspettare per capire come e cosa cambierà – a parte lo scudetto – in una squadra a tratti perfetta in cui è cambiato tutto, un diamante preziosissimo e nato da pochi anni, un miscuglio di talento ma ancora mai arrivato a dominare le competizioni europee. Eppure per una squadra i cui padroni non parlano inglese, non dovrebbe essere poi così complicato dimostrarsi spigliati e spavaldi anche fuori dall’Inghilterra. Il Manchester City dovrà comportarsi come gli Oasis, vincere tutto senza preoccuparsi di poter dare fastidio, farlo con stile senza perdere mai la voglia di andare avanti. Anche perché, questo i fratelli Gallagher lo sanno bene, today is gonna be the day.

E perché forse proprio Pep potrà essere l’uomo che salverà ancora una volta il Manchester City, portandolo una volta per tutte a scavalcare il muro delle meraviglie, che laggiù chiamano da sempre Wonderwall.

Perché calcio e musica, alla fine della storia, portano agli uomini le stesse emozioni: tristi o felici non importa, basta viverle, che sia in terza divisione o con la Champions League in mano, che sia da Noel o da Liam Gallagher.

Scritto e disponibile su Numerosette.eu
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