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L’Italia che non ha paura

Francesco De Gregori non parlava di Nazionale di Calcio quando scrisse una canzone ancora oggi annoverata fra le più patriottiche di sempre, sicuramente gli argomenti importanti della vita sono altri ed il lutto al braccio con cui gli Azzurri hanno giocato ieri sera ne è la prova vivente. È proprio questo il punto, il calcio e lo sport con la loro vitalità riescono a donare energia a tutto quel che non ne avrebbe altrimenti, ci fa piangere e gridare di gioia, riesce a far muovere chi non è abituato a fare neanche un passo per alzarsi dal divano.

Pellè e Zaza hanno rappresentato l’immagine del giovane inesperto, voglioso di rompere gli schemi ma ancora troppo acerbo per prendersi sulle spalle un colpo da maestro o una rincorsa troppo istrionica, Matteo Darmian fa quasi tenerezza per la voglia di segnare che si è trasformata in un rigore sbagliato, Mattia De Sciglio è il silenzioso che si è preso la rivincita, il centrocampo azzurro ha dimostrato come non sia impossibile rimpiazzare il trio Marchisio-Verratti-De Rossi in maniera più che dignitosa.

La difesa italiana è il patrimonio culturale della nostra penisola, unico ed inarrivabile, Boateng docet.

Peccato solo che l’industria dei cucchiai, con il pensionamento di Andrea Pirlo, andrà ben presto rivoluzionata onde evitare di vendere cara la pelle per colpa di qualche teenager poco abituato alle “Notti Magiche” che hanno reso enorme una nazione da tutti considerata come il “Paese delle Meraviglie”. Non è facile, ci vuole esperienza, ci vuole meno brillantina e più personalità: ricordiamoci che prima dell’invenzione del vocabolo “Goldigrosso” per la rete contro i tedeschi nel 2006 il nostro Fabio era soltanto un terzino quasi sconosciuto e come tale è poi rimasto, quindi c’è davvero speranza per tutti.

Poi avevamo registi e pittori, Del Piero e Totti, questo è vero ma è meglio non pensarci e fare i conti con il tempo che passa.

L’Italia di oggi è questa, lo abbiamo dimostrato tanto in politica quanto nel calcio, con l’unica differenza che un rigore calciato in maniera pittoresca o un gesto del “cucchiaio” a precedere una carezza verranno dimenticati molto presto, oltre a non provocare altro se non un po’ di mal di pancia o una notte passata a voler dimenticare,  che comunque non è poco.

L’Italia è così, prendere o lasciare, riusciamo a farci notare anche quando arriviamo in terra nemica privi dei nostri pezzi pregiati – Marchisio e Verratti, non smetterò di ripeterlo – e con uno zainetto in spalla da turisti un po’ sui generis.

Antonio Conte, però, ha avuto il grande merito di mettere in mostra un’Italia che lavora, l’Italia che non muore, l’Italia con le bandiere, l’Italia del 12 dicembre, l’Italia povera come sempre.

E si, anche quella del 1° di Luglio.

L’unica fortuna, se di fortuna vogliamo parlare, è che grazie alla mancata vittoria di ieri torneremo ancora una volta a parlare di cose serie, quindi prendiamola con filosofia ricordiamoci che la sconfitta è soltanto una parte del gioco.

Anche se, a dirla tutta, non abbiamo neanche perso, perché una rigirata è tanto crudele quanto poco realista.

Ce ne andiamo più da Matteo Darmian che da Zaza, ma questa è un’altra storia: l’italiano è così, prendere o lasciare.

“Se fossi stato al vostro posto, ma al vostro posto non ci so stare”

Fabrizio De André

Pittoreschi, trasandati e raffazzonati, unici nel nostro essere differenti.