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Orgogliosi di essere i cugini sfigati

Ieri sera, in Spagna e più precisamente a Madrid, si è giocato uno dei derby più sentiti del calcio europeo. Atletico Madrid-Real Madrid. Simeone-Zidane. Griezmann-Cristiano Ronaldo.
Ma era un derby speciale, questo. L’ultimo derby giocato al Vicente Calderòn! A partire dalla prossima stagione, le gare casalinghe dei Colchoneros si giocheranno al Wanda Metropolitano.

Il Wanda Metropolitano potrà ospitare fino a 66.000 persone e sarà coperto in caso di pioggia (Immagine trovata su internet)

Ma non è l’argomento di questo articolo. Come nemmeno lo è il risultato di ieri. Prima del fischio d’inizio, sugli spalti, è spuntata una grande coreografia, tenuta dai tifosi rojiblancos.
“Orgullosos de no ser como vosotros”. “Orgogliosi di non essere come voi”.


Così a freddo, può sembrare una cosa dettata dalla rivalità che divide la Madrid “Real” dalla Madrid “Atletico”. Cosa piuttosto normale: il tifo organizzato, quello serio, (ma, sia ben chiaro, non violento) trova sempre coreografie e striscioni spettacolari, da applausi. Per loro è un grande evento. E organizzare coreografie del genere non è sempre facile.
Pensandoci un po’ di più, poi, si potrebbe trovare però un significato più nascosto.
“Orgogliosi di non essere come voi”.
È quel “come voi” che mi ha fatto pensare a questo pezzo.
“Voi” è il Real Madrid. E il Real Madrid è una delle squadre più forti e vincenti della storia, con 81 titoli in bacheca, giocatori fortissimi come Benzema e CR7, con un passato segnato da Raùl, Ronaldo, Zidane, Beckham…
Quell'”Orgogliosi di non essere come voi” può essere tradotto, quindi, in “Orgogliosi di essere come noi”. L’Atletico Madrid è una squadra con molte meno soddisfazioni e molti meno titoli in bacheca (28), meno potente dal punto di vista mediatico e anche nel valore assoluto della rosa, senza nulla togliere a Griezmann, Carrasco e Godìn.
Con quel messaggio, quindi, i tifosi dei Colchoneros si sono definiti “Orgogliosi di essere i cugini sfigati”. Ed è questa la parte bella del tifo: lasciar da parte la voce “Titoli”, tifare la propria squadra perché è bello farlo, nel bene e nel male, sfruttare ogni momento per dirsi “Io sono tifoso della squadra, e la sostengo sempre”.
“Orgullosos de no ser como vosotros”. Orgogliosi di non essere i cugini vincenti, ma quelli sfigati.
Non è detto che nella testa degli organizzatori sia passato quello che ho scritto io. Magari il messaggio era un altro, molto più blando. Ma a me piace pensarla così.

Ruggero Rogasi
Twitter @RuggeroRogasi

E vissero tutti…

Ammettiamolo, visto l’ultimo periodo ci aspettavamo tutti che sarebbe arrivato questo momento, ma in cuor nostro speravamo che questo momento, appunto, non sarebbe mai arrivato.

Ieri sera, al King Power Stadium, verso le 21:10 (ora italiana) è finita, stavolta per davvero, la favola Leicester. 26° minuto, Saul Niguez raccoglie l’assist di Filipe Luis e supera Schmeichel, davanti ai tifosi delle Foxes che credevano nella rimonta. Credevano di ribaltare quel misero 1-0, siglato Griezmann su rigore, del Vicent Calderon. A nulla è servito, al 61° minuto, il gol del pareggio di Jamie Vardy, e a nulla sarebbe servito un altro gol (i campioni d’Inghilterra avrebbero dovuto vincere con almeno due gol di scarto).

Fine della favola, quindi. Fine di una favola iniziata nell’agosto del 2015 e sviluppatasi nel corso del tempo, in nove bellissimi mesi, con un bravissimo narratore quale è Claudio Ranieri e i magnifici protagonisti che rispondono al nome di Jamie Vardy, Riyad Mahrez, N’Golo Kanté e tutti gli altri.

Questo perché il Leicester City dell’anno scorso aveva, sì, tre giocatori fondamentali su cui basava il suo gioco (i tre sopracitati, appunto) ma la sua vera forza era il gruppo. E, quindi, quando a “toppare” erano loro tre ci pensava qualcun altro a metterci le pezze (che sia Okazaki, Drinkwater, Morgan, Huth, Ulloa…).

A titolo vinto è arrivato l’appagamento. Giocatori e società si sono sentiti sazi, si sono sentiti troppo sicuri di sé, e si sono lasciati andare, rendendosi protagonisti quindi di una stagione da dimenticare. La peggior stagione di una squadra campione d’Inghilterra.

A marzo arriva così l’esonero di Claudio Ranieri, che lascia la squadra in piena lotta per la lotta salvezza nelle mani di William… ehm… Craig Shakespeare con la speranza che, dato il nome, la tragedia si trasformi in salvezza. Ed in effetti la squadra si rialza e si avvia verso una salvezza tranquilla (adesso i punti di vantaggio sullo Swansea, terzultimo, sono 9 con una gara in meno).

L’errore più grande, e qui parlo di una mia personalissima opinione, lo ha fatto la società in estate, sacrificando N’Golo Kanté per il Dio Quattrino (ma bisogna anche vedere quanto può aver pesato la decisione del francese). Il classe 1991, non mi stancherò mai di dirlo, è un giocatore unico, che riesce a sistemare da solo la linea mediana. Hazard, qualche mese fa, disse che giocando insieme a lui pare di “giocare con tutti e tre i gemelli Kanté in campo” (e non ha gemelli, sia ben chiaro). Oppure gira la battuta “La Terra è ricoperta dal 70% d’acqua e dal 30% di Kanté”.

Questo per dire: N’Golo fa un lavoro eccezionale per la squadra in cui milita, correndo e sbattendosi per 90 minuti, 38 giornate all’anno (più coppe).

Tornando alla fine della favola: ieri, quindi, si è consumato l’ultimo atto, tra le lacrime dei tifosi e degli appassionati che speravano in un altro miracolo sportivo. Quando sarà possibile un’altra Favola Leicester? Difficile dirlo: in Premier le solite 6 hanno ripreso saldamente il potere (si è aggiunto anche l’Everton, settimo, che ha 13 punti di vantaggio sul West Brom ottavo), in Italia e Germania sarà difficilissimo scalzare Juventus e Bayern Monaco prima di 5-6 anni. In Spagna è un duetto Barcellona-Real Madrid infastidito dall’Atletico. Forse in Francia le cose sono più aperte, con il Monaco e il Nizza che stanno riuscendo a rendere la Ligue 1 un po’ meno monopolizzata dal PSG.

Resta il fatto di aver avuto la fortuna di assistere alla favola calcistica più bella degli ultimi anni, in cui una squadra di (non me ne voglia nessuno) gregari che si è imposta nel calcio che conta, nel campionato più ricco, antico e tradizionale d’Europa.

Ricorderemo tutti quel #GoFoxes, portandocelo stretto nel cuore.

La Fenice

(Immagine di copertina trovata su internet)

Favoloso uccello sacro degli Egizi, simile per l’aspetto a una grossa aquila, con vivido piumaggio multicolore, a cui si attribuiva la peculiarità di morire bruciato alla fine di un periodo di 500 anni, e di rinascere quindi dalle proprie ceneri

Come non parlare di una rinascita, seppur calcistica, in tempo di Pasqua? Nel suo piccolo, senza scomodare paragoni troppo biblici, quella di Radamel Falcao si può definire proprio questo: una rinascita.

Tra il 2011 e il 2013, l’Atletico Madrid ha avuto tra le mani quello che, ai tempi, era il centravanti più forte del mondo. Non basava il suo gioco sul fisico, vista la statura (177 cm), ma sulla rapidità, di movimento e di pensiero, e sullo stacco poderoso, capace di portarlo ben oltre i saltatori avversari e segnare di testa, al volo, rovesciata…

Un sorridente Falcao alla presentazione con il Monaco (immagine trovata su internet)

Nell’estate passò, tra mille mormorii, al Monaco del ricchissimo Rybolovlev, magnate russo che voleva stoppare la supremazia del PSG in Francia. A fermare El Tigre, però, non furono i difensori della Ligue 1: nel gennaio del 2014 un bruttissimo infortunio al ginocchio sinistro mette fine alla sua stagione, impedendo anche la convocazione al Mondiale brasiliano.

Finita la stagione, e recuperato del tutto, la sua voglia di rivalsa lo porta in Premier League per due anni, tra Manchester United e Chelsea, dove però non trova mai continuità.

Torna in Francia, con la coda tra le gambe, e le domande di molti appassionati si chiedono: “Che ne sarà di lui?”. Si parla di Serie A (difficile, visto l’ingaggio comunque molto alto), di ritorno in Spagna o di Saudade (passatemi il termine, anche se non è brasiliano) in Sudamerica, magari proprio nel River Plate che lo aveva lanciato verso l’Europa.

Invece no. Radamel non si arrende, ha 31 anni e vuole provare a mantenere la promessa fatta il giorno del suo arrivo nel Principato: fermare la supremazia del PSG.

Falcao esulta con il compagno di reparto Mbappe (foto: SKY)

Si mette a lavorare, quindi, e anche grazie al lavoro del tecnico portoghese Jardim e ad una squadra piena di giovani in rampa di lancio, si riscopre la macchina da gol di un tempo.

Nel 4-4-2 dei biancorossi, il numero 9 fa la punta insieme al talentino francese Kylian Mbappe (che ricordiamo NON essere il nuovo Henry) e mette a segno 17 reti in campionato e 6 in Champions League, con i monegaschi che si giocheranno il ritorno in casa contro il Borussia Dortmund forti della vittoria per 3-2 dell’andata. Come se non bastasse, proprio loro sono primi in classifica in Ligue 1, con tre punti di vantaggio sul PSG (fuori dalla CL) e quattro sul Nizza dell’altra fenice Balotelli.

Si può dire, con la dovuta cautela, che Radamel sia tornato, che sia pronto a prendersi ciò che il calcio gli deve e che non gli ha dato negli ultimi anni.

Sperando sia l’inizio di una nuova fase, seppur breve, di una folgorante storia.

Leicester: la più bella delle 8 regine d’Europa

Sembrava che la luce si stesse spegnendo piano piano. Sembrava che la cavalcata meravigliosa della scorsa stagione, fosse destinata a non avere un seguito, a rimanere un ricordo. Magico, bellissimo, eterno. Ma un ricordo. L’esonero shock di Raineri (in fin dei conti nemmeno troppo ingiustificato) dopo la partita di andata a Siviglia ha lasciato un vuoto in tutti i “supporters” delle Foxes, che sembrava impossibile da colmare. In fondo, gran parte dell’epopea della scorsa stagione è stata merito suo. Non era possibile immaginare Leicester senza Ranieri, e Ranieri senza Leicester.

SEPARAZIONE NECESSARIA – Nel calcio, si sa, non esiste la riconoscenza. Altrimenti “King Claudio” sarebbe ancora seduto su quella panchina, anche con la squadra retrocessa in quarta serie. Ma ciò che non smetterà mai di esistere su quel rettangolo verde sono le favole: solo un punto separava il Leicester dalla retrocessione solo due settimane fa; poi è stato cacciato (il termine è appropriato) Ranieri, e da allora solo vittorie. Segno che il valore assoluto della squadra è rimasto invariato, al contrario dell’atteggiamento e dell’impegno; quello sì, irriconoscibile. Dall’arrivo di Shakespeare in panchina sembra essersi ritrovata quella grinta, quella “garra” che aveva fatto innamorare così tante persone delle Foxes. Prova del fatto che tra Ranieri e lo spogliatoio, o almeno parte di esso, si era rotto qualcosa: perciò il divorzio dall’allenatore italiano è stata l’unica soluzione praticabile.

ESSERE O NON ESSERE? – Mai momento poteva essere più adatto per porsi il dubbio. Continuare a sognare o fermarsi definitivamente? Se si sceglie la trama di Shakespeare (William), l’opzione è la seconda. Ma Craig, in panchina da due settimane, decide di non seguire la trama composta dal suo più famoso omonimo, e sceglie di riscrivere il finale: al King Power Stadium finisce 2-0 per l’ex 11 di Ranieri, che si iscrive per la prima volta nella sua storia al club delle prime 8 d’Europa, in compagnia di vere istituzioni, come Barcellona, Real Madrid, Juventus, Bayern Monaco eccetera.

SI È RIVISTO IL “VECCHIO” LEICESTER – La cosa che più ha fatto piacere ai tifosi e ai simpatizzanti, oltre al risultato, è stato rivedere, sul campo con il Siviglia, il Leicester a cui tutti siamo stati abituati: corsa, rabbia, voglia. Tanta voglia. L’esempio lampante è quel Jamie Vardy che fino a 15 giorni fa sembrava solo un lontano parente del capocannoniere ammirato lo scorso anno. Ieri ci ha regalato, nella partita più importante dell’anno fin ora, una prestazione maiuscola: indemoniato, sempre a caccia del pallone, per 95′ minuti. Sponde, botte, contrasti, recuperi, anticipi, tiri. Ma è tornata sugli scudi tutta la vecchia guardia: sul tabellino ci sono i nomi di Morgan e Albrighton, colonne portanti con Ranieri; si è visto un ritrovato Mahrez, capace di mandare da solo in tilt la difesa degli spagnoli con dribbling letali. Si nota meno, ma anche Fuchs ha svolto tanto, tanto lavoro utile, sia in copertura che in ripartenza, marchio di fabbrica degli uomini in blu. Insomma, un pizzico di Ranieri c’è stato anche ieri sera…

Adesso non importa chi verrà pescato nei sorteggi per i quarti a Nyon: ieri sera, contro una squadra superiore tecnicamente, il Leicester ha riacceso il cuore “Foxes” in tutti quelli che lo stavano per spegnere. L’abbiamo detto prima: ciò che non smetterà mai di esistere su quel rettangolo verde sono le favole. E comunque vada ai quarti, è stata una favola. O meglio: È ancora una favola.

“Come on Foxes”.

PSG con i remi in Barça. I blaugrana scrivono la storia.

OBIETTIVO: SCRIVERE LA STORIA- Dopo il 4-0 da fantascienza al Parco dei Principi, è una partita che rimarrà alla storia, comunque vada: per il Paris c’è l’occasione più che concreta di eliminare la squadra dei marziani, facendo fruttare il bottino dell’andata; per il Barcellona, la voglia di ribaltare un 4-0, impresa mai riuscita prima.

Pronti, partenz… 1-0!! Neanche il tempo di partire, Suarez la butta dentro. Prevedibile, si immaginava che il Barcellona avrebbe tentato un assedio prorompente. Dopo la dormita difensiva, il PSG si ricorda che il riscaldamento è finito; decide di iniziare a impostare una partita difensiva, e l’unica opzione d’attacco sono le ripartenze, che con Lucas e Draxler possono essere devastanti: prevedibile.

Quello che non si può prevedere è il colpo del campione, del genio assoluto: al 40′ Andres Iniesta tira fuori dal cilindro un colpo di tacco che manda in cortocircuito Trapp e Kurzawa, che la butta dentro, ma nella porta sbagliata: 2-0.

LA “MSN” – “Messi-Suarez-Neymar”? No. “Mai Stati Normali”. Perché il trio sudamericano decide che è il momento di entrare negli almanacchi di storia. Dopo 5 minuti della ripresa Neymar si procura un rigore per fallo di Meunier. Neymar scrive, Messi esegue: 3-0. Il Camp Nou è in visibilio, l’impresa ora è possibile.
O forse no: Cavani porta sul 3-1 il risultato, con un collo esterno che fulmina Ter Stegen. Minuto 62′. Gli stati d’animo si invertono: al Barça servono altri 3 gol, perché quello del Matador, in trasferta, vale doppio. Euforia Paris, sogni infranti Barcellona.

“Mai Stati Normali”. Già. Una squadra normale sarebbe già con la testa negli spogliatoi, a pensare a quanto sarebbe stato bello riuscire almeno a portare la partita ai supplementari. Soprattutto se se il cronometro segna 87′.

Ma “O’ Ney” dipinge una punizione capolavoro, e Trapp non può fare altro che raccogliere il pallone dal fondo della rete. Barça 4. PSG 1.

Sembra impossibile. SEMBRA. Dicevano i latini “fortuna audaces iuvat”: stasera i più audaci sono quelli con la casacca a bande rosso-blu, e la fortuna decide di assisterli. O meglio, l’arbitro. Al 90′ rigore (molto) generoso per fallo su Suarez: il rigorista designato con la 10, che di nome fa Lionel, lascia il posto al brasiliano: anche Messi si è accorto che Neymar stasera ha il piede magico. Rincorsa al cardiopalma, il silenzio prima del boato: 5-1.

5. Minuti. Di. Recupero.

Panico negli occhi dei parigini. “Garra”, grinta in quelli dei catalani. Per 5 minuti la palla non entra più, la candela della speranza sembra aver finito la cera.

IL GOAL DELLA STORIA – È l’uomo meno atteso che la risolve. Sull’ultimo pallone disponibile buttato nell’area del PSG, la difesa in maglia bianca è concentrata su Piqué, il più pericoloso sui palloni alti, con 3 uomini su di lui. Ma si perde Sergi Roberto, uno dei più piccoli: sbuca alle spalle di Matuidi, e in spaccata trafigge Trapp. 6-1!!!
PARADISO BLAUGRANA. Fischio finale: la storia è scritta.

LEGGENDARI, MA CHE SPRECO PSG – Il miglior sceneggiatore non avrebbe saputo scrivere trama più avvincente. Ci possono essere milioni di interpretazioni, su vittoria meritata o meno, per aiuti arbitrali o meno. Un fatto però certo c’è: il PSG ha sprecato un’opportunita più unica che rara. Dopo una vittoria per 4-0 in casa, al Camp Nou devi pensare a difenderti a oltranza. Emery ha impostato la squadra come se quella di ieri fosse una partita qualsiasi. Centrocampo troppo votato al palleggio e poco all’interdizione, con l’ingresso di Krychowiak che è stato effettuato quando ormai il Barcellona aveva deciso che l’avrebbe vinta. E Kimpembe lasciato in panchina, dopo la sontuosa prestazione di Parigi con un Suarez anestetizzato, è un’enorme falla nell’11 iniziale.
Forse pensava di poter fare la partita anche al Camp Nou. Atteggiamento audace. La fortuna aiuta gli audaci. Ma in una partita ad eliminazione diretta, solo 11 giocatori possono uscirne vincitori. E questa volta, la dea bendata ha deciso di posarsi su quelli “Mai Stati Normali”.

Robe da PSG

Robe da pazzi. Se Mediaset cercava una prova per poter rinfacciare alle emittenti rivali di essersi assicurata la competizione più bella in circolazione, dopo la partita di questa sera ha un buon motivo per potersi vantare di trasmettere la Champions League in diretta. Già, perché chi ha avuto la fortuna di assistere a Barcellona contro Paris Saint-Germain la dimenticherà difficilmente.

Sarebbero bastate 4 reti senza subirne, ma ne sono arrivate 6: come se non bastasse la rete di Edinson Cavani si è trasformata da probabile ammazzacaffè a inizio della fine, visto e considerato che da quel momento i parigini hanno spento la luce permettendo a Neymar di accendersi e risplendere di luce propria. 3 gol in 5 minuti, doppietta del brasiliano ed assist per Sergi Roberto nell’ultima azione della partita.

PSG, Paris Saint Germain Prende Sei Gol. Va bene, può bastare.

LA FRASE DEL GIORNO

“Abbiamo il dovere di provarci e io sono fiducioso. Se un rivale è stato capace di farci 4 gol io so che noi possiamo farne 6 di reti.
Sono convinto che nel corso della gara ci sarà un momento nel quale saremo vicini alla qualificazione. Non so come andrà a finire, magari segnano loro, magari restiamo solo vicini senza arrivare alla meta, ma sono sicuro che ci sarà un momento nel quale ‘vedremo’ la possibilità di passare. A me la storia non interessa nulla, io voglio solo vincere” – Luis Enrique

IL TWEET DEL GIORNO

IL VIDEO DEL GIORNO

Educazione siberiana

Un momento, fermi tutti. La Siberia meglio non nominarla.

A dire il vero converrebbe non nominare proprio la Russia, visto che Andriy ha rifiutato un’offerta faraonica da San Pietroburgo presentando come motivazione: “Non vado a giocare per gli invasori della mia Ucraina”.

Per alcuni l’erede di Sheva, per altri soltanto uno spaccone, per gli amanti del contropiede un semplice gioiello da cristalleria. Signore e signori: Andriy Yarmolenko.

yarmolenko

“La vera arma del gentiluomo è l’eleganza”

 

VITA DI PERIFERIA

“La Dinamo ha fatto tanto per me, posso dire che è una seconda famiglia. Se non ci fosse stata la Dinamo nella mia vita, non so dove sarei adesso. Questa società mi ha reso quel che sono oggi. Io non posso che esserle grato per tutto ciò.”

 

Ci sono giocatori il cui talento si vede fin da quando sono bambini, giocatori che ti fanno chiedere “ma sto davvero vedendo tutto questo?” salvo poi perdersi nelle grotte delle giovanili aspettando il tanto atteso salto di qualità.

Questo stava per capitare anche a lui, ad Andriy Yarmolenko, giovanissimo bambino che venne bloccato all’istante dagli scout dalla squadra più importante d’Ucraina: la Dinamo Kiev.

Non facile ambientarsi in una realtà così grande quando hai solo 12 anni, lo è ancor di meno se sei stato abituato fin dal giorno prima a fare magie per pochi intimi in uno stadio intitolato a Yuri Gagarin, noto cosmonauta ucraino.

Jurij Alekseevič Gagarin è stato un cosmonauta, primo uomo a volare nello spazio il 12 aprile 1961.

Jurij Alekseevič Gagarin è stato un cosmonauta, primo uomo a volare nello spazio il 12 aprile 1961.

 

La storia di Andriy Mykolaiovich Yarmolenko comincia infatti alla Desna Chernihiv. squadra dal nome tanto complicato quanto importante per la crescita del ragazzo che, dopo un paio di mesi da fantasma, chiede e ottiene il permesso di ritornare a giocare proprio a Chernihiv.

Qui si rigenera, torna il fenomeno di sempre, quello schiacciasassi troppo alto per essere contrastato ma talmente veloce da lasciare tutti storditi: del resto l’aria di casa fa sempre bene.

Una squadra lungimirante sa bene di non dover mai perdere di vista chi anche se per pochi mesi è stato ritenuto all’altezza, infatti dalla Dinamo Kiev viene mantenuto costantemente un occhio di riguardo. Un riguardo che diventa offerta irrinunciabile quando, nel 2007, le Merengues dell’Est tornano a bussare alla porta di casa Yarmolenko: questa volta ha le valigie già pronte, ormai è temprato.

 

“IL RAGAZZO SI FARA’, ANCHE SE HA LE GAMBE STRETTE”

L’11 maggio 2008 arrivano nello stesso giorno l’esordio in Dinamo – Vorskla Poltava e il primo gol in maglia bianco blu: praticamente un predestinato.

In una partita clamorosamente rocambolesca, la Dinamo passa in vantaggio nel primo tempo salvo poi venire recuperata dai rivali in maglia verde del Vorskla; di qui un susseguirsi di emozioni, con due rigori sbagliati dai padroni di casa fino al momento dell’ingresso di Yarmolenko.

Numero 70, capelli spettinati e fisico ancora non pervenuto, fatto sta che la palla del match arriva a lui. Punizione calciata nel classico mischione dell’ultimo minuto, doppia deviazione che costringe il portiere a un miracolo in tuffo ma sulla ribattuta c’è il giovane Yarmolenko.

Gioco, partita e incontro.

 

“MI HANNO INSEGNATO CHE LA VITA E’ UNA GUERRA E ORA SO COME COMBATTERLA”

yarmolenko

“Il nostro staff tecnico ci vuole aggressivi sia in difesa che in attacco. In questa maniera possiamo gestire il possesso palla e attaccare più che difendere.”

 Arrivano i titoli con la squadra e quelli personali; grazie alle oltre 100 reti da quanto veste la maglia della Dinamo Kiev e alle prestazioni da urlo con la nazionale ha vinto sia nel 2013 che nel 2014 il premio come “Miglior Giocatore Ucraino” dell’anno. Con l’amico Konoplyanka si spartiscono premi, oltre alle fasce quando si gioca in nazionale; Andiy un’ala destra, Yevhen un attaccante che ama partire dalla sinistra per rientrare e chiudere col piede destro.

Ad oggi in Prem’er-Liha, Yarmolenko può superare il record personale di reti (12), stabilito nella stagione 2011-12 ed eguagliato nel 2013-14.

Andriy Yarmolenko con gli anni è cresciuto, lo ha fatto tanto con la Dinamo quanto con la nazionale Ucraina, che si prepara a fare da outsider nel girone con la Francia, puntando tutto proprio sulla coppia d’acciaio con Konoplyanka.

Yarmolenko ama alla follia partire dalle corsie laterali, accentrarsi con un guizzo e scaricare sul secondo palo un colpo potente e chirurgico.

E’ un’ala destra atipica ma veloce che illumina da anni un campionato per il resto dalle luci soffuse come l’Ukrainian Premier League.

Grafico tratto da WyScout, sponsor ufficiale numerosette.eu

Grafico tratto da WyScout, sponsor ufficiale numerosette

 

Dal punto di vista realizzativo non è di certo un bomber irrefrenabile, ma il gioco di Yarmolenko è principalmente rivolto a mandare a rete compagni di squadra; i dati d’interazione con i compagni mostrano infatti come il 71% dei suoi passaggi nella metà campo avversaria sono diretti verso la porta, e tra questi il 58% sono andati a buon fine.

 

 

GIOCARE ALLA YARMOLENKO

Yarmolenko è un giocatore che abbellirebbe ogni tridente, decisamente più alto degli standard per un “winger” visti i suoi 189 centimetri ma dotato di una velocità straripante.

yarmolenko

 

 

 

 

 

Una delle specialità della casa è il colpo di tacco “a rientrare e disorientare”, quella giocata tanto esteticamente fastosa quanto materialmente efficace per mandare al bar il diretto avversario che si aspetterebbe un dribbling in progressione. Non è di certo il primo né l’ultimo esterno d’attacco a farne uso, non in ultimo Cristiano Ronaldo ama prendersi gioco degli altri con questo trucco, ma almeno una volta a partita vedrete Yarmolenko tentare di saltare qualcuno con il tacco: evidentemente gli piace e basta.

Il tiro è potente e caratterizzato dal collo del piede teso e un’escursione breve della gamba dopo la conclusione, tiro che viene liberato quasi sempre da posizione defilata rispetto al centro dell’area; proprio per questo, dovendo superare il portiere spesso ben piazzato, occorre un pallone liftato che vada a freddare l’estremo difensore sul primo o sul secondo palo.

yarmolenko

Yarmolenko ama partire da lontano andando a recuperare il pallone anche in mezzo al campo, se necessario, salvo poi ributtarsi a capofitto verso l’area di rigore

Il tiro è un bolide: ciao Everton e Howard può solo guardare

Il tiro è un bolide: ciao Everton e Howard può solo guardare

 

Andriy Yarmolenko non è un giocatore come tutti gli altri.

Non lo era da bambino e non lo può essere di conseguenza neanche oggi, a 26 anni e con un Europeo all’orizzonte.

Yarmolenko non è come tutti gli altri soltanto perché ha scelto di non esserlo, perché ha scelto di lasciare la Dinamo per tornare nello stadio di Yuri Gagarin, perché alla Dinamo è poi tornato e ora le giura amore eterno, non è come tutti gli altri perché fondamentalmente lui gli altri non li vede nemmeno. Nel 2013 rifiutò lo Zenit dicendo che non sarebbe andato a giocare per il paese che sta invadendo la sua Ucraina.

Beh, solo per dovere di cronaca, Andrij Mykolajovyč Jarmolenko è nato proprio a San Pietroburgo.

Ma a lui non importa dove sia nato, l’educazione che ha ricevuto in Ucraina glielo ha insegnato.

“Si nasce, si cresce, si lavora, si muore. Alcuni si godono la vita, altri no: noi la combattiamo.”

yarmolenko

“Da quassù la Terra è bellissima, senza frontiere né confini” (Yuri Gagarin)

Scritto e disponibile su Numerosette.eu
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