Un calcio al vecchio Calcio

Si sente sempre più spesso dire che “non c’è più il calcio di una volta…”, facendo riferimento a vari aspetti: trasferimenti con cifre esorbitanti e stipendi non da meno, simulazioni plateali per procurarsi vantaggi durante una partita, o riguardo alla fedeltà a una squadra durante la carriera di un calciatore. Tutto ciò si può condividere o meno, ma c’è un altra questione che potrebbe portare a sentire ancora più spesso che “il calcio non è più quello di prima”: il cambio di regole che la Fifa sta studiando.
Partiamo dal presupposto che le regole sono sempre in continuo aggiornamento, anche se si tratta di dettagli che non fanno scalpore: alcuni accorgimenti sul fuorigioco, sul fallo di mano, sul colore del cartellino dopo un fallo e così via. Fino a che si discute di “piccolezze”, niente di strano, in quanto vengono elaborate per facilitare gli arbitri nell’interpretazione degli episodi, per limitare la loro libera interpretazione così da non agevolare o sfavorire una squadra o l’altra durante una partita.

Ma una cosa sono i dettagli, una cosa è la struttura portante del gioco. Ogni sport ha le sue caratteristiche, che per forza di cose lo distinguono dagli altri, e non parlo solo di strumenti (palle, racchette, campi di gioco ecc.), ma anche di regole: durata del tempo, effettività o meno di questo, falli, tipi di fallo, metodo di giudizio (elettronico o “umano”) e chi più ne ha più ne metta.

La prima grande novità è stata applicata durante l’ultima edizione dei Mondiali, nel 2014 in Brasile: a discrezione del direttore di gara, poteva essere concesso, a metà del primo e a metà del secondo tempo, un time-out per dare ai giocatori l’opportunità di rinfrescarsi date le temperature proibitive dell’estate brasiliana. Già questo punto ha suscitato proteste, perché per dare ai giocatori l’opportunità di recuperare parte delle energie ci sono da sempre i 15 minuti dell’intervallo, che magari avrebbe potuto essere allungato a seconda delle condizioni climatiche, evitando così di spezzare il ritmo a metà frazione.

Ma il boom di proposte arriva da Marzo dello scorso anno in poi: il nuovo presidente della Fifa, Gianni Infantino, è partito forte nell’attuazione del suo programma: il primo provvedimento è stata la Goal Line Technology, che evita ogni dubbio se la palla oltrepassi la riga di porta o meno; già ufficiale la VAR (Assistenza video per gli arbitri) dal prossimo campionato: in caso di dubbio, l’arbitro potrà consultare un monitor per confermare o eventualmente correggere una decisione presa durante la partita. Forse perde un po’ di senso la figura dell’arbitro, che ha molte meno responsabilità nel corso della gara. Prima di questa, è stato ufficializzato il mondiale a 48 squadre (fin ora è sempre stato a 32) a partire dal 2026: tutti gironi da 3 squadre. L’obiettivo (oltre che, ovviamente, economico) era quello di allargare la fascia di partecipazione per le nazionali, ma forse ci saranno più effetti negativi che positivi; aumentando i gironi, le probabilità delle grandi Nazionali (Italia, Germania, Spagna, Brasile, Argentina ecc.) di passare al turno successivo aumentano, così come diminuiscono le possibilità di avere delle squadre “outsider”, le sorprese del torneo, poiché per ogni girone passa solo la prima qualificata.

Ma potremmo aspettarci altre modifiche. Infantino infatti, ha nel suo staff una leggenda come Marco Van Basten, leggenda del Milan campione di tutto con Sacchi. Ed è da lui che partono altre idee che forse, e non a torto, vi faranno storcere il naso:

  • Abolizione del fuorigioco: abbastanza assurda come cosa, perché perderebbe di senso ogni manovra tattica; basterebbe piazzare un colosso davanti alla porta avversaria per tutti i 90 minuti e calciare la palla verso di lui appena se ne ha l’occasione.
  • Espulsione a tempo: come nel basket, prima di arrivare all’espulsione definitiva occorrerebbero 5 falli; prima del quinto, il giocatore dovrebbe stare fuori dal campo per un tempo definito.
  • Tempo effettivo negli ultimi 10 minuti: servirebbe ad evitare perdite di tempo. E se dovessero verificarsi prima?
  • Shootout: al posto dei classici rigori, il giocatore dovrebbe partire palla al piede da 25 metri e chiudere l’azione in 8 secondi.

Il calcio è il calcio. E con tutti i difetti che può avere, la gente si innamora di QUESTO sport, non di una mistura di tante altre discipline, dove l’unica cosa che rimarrebbe invariata sarebbe il colore dell’erba. Forse…

“Modificare” è diverso da “snaturare”.

Emre Can’t… Emre Can!

Lunedì 1 maggio 2017, la sera si gioca il consueto Monday Night della Premier League, in campo ci sono Watford e Liverpool a Vicarage Road. Sono circa le 21:46, quando dalla destra arriva un pallone a Lucas Leiva, che guarda avanti e vede Emre Can partire verso l’area di rigore. Pensa a scucchiaiare un pallone per il tedesco, in modo da metterlo davanti al portiere avversario. Le cose non vanno però come pensava il brasiliano: la palla è un po’ corta, così Can si ferma, prende lo slancio ed esegue una rovesciata da manuale. Il portiere avversario, l’ex Tottenham Gomes, non si lancia nemmeno, e osserva il pallone finire sotto l’incrocio dei pali alla sua destra. Questa meraviglia sarà l’unica realizzazione della gara, che mantiene così il Liverpool in piena lotta per la Champions League.

EMRE CAN’T – Non è che il centrocampista tedesco sia un vero e proprio bomber, anzi! Esce dal settore giovanile del Bayern Monaco come difensore centrale, pur dimostrando di aver piedi buoni e un’ottima visione di gioco. Mantiene questo ruolo anche nella sua stagione al Bayer Leverkusen, e successivamente nel suo primo anno con la maglia dei Reds. Solo quando arriva Klopp al posto di Rodgers sulla panchina di Anfield arriva anche il cambio di ruolo, davanti alla difesa, come mediano e come regista. Diventa piano piano un giocatore preziosissimo in entrambe le fasi di gioco, poco vistoso ma molto efficace. I suoi gol in carriera, prima di lunedì sera, erano appena 19. Ecco perché nessuno poteva aspettarsi un gesto tecnico simile, né tanto meno la realizzazione.

EMRE CAN – Con la palla a mezz’aria, e il suo corpo che si prepara al movimento perfetto, già tutti immaginavamo come poteva finire: con la palla in fondo alla rete! Chissà, magari Leiva avrà anche pensato “Accidenti! Gli ho dato una palla troppo corta”, Firmino che gli corre a fianco pensando “Mi faccio trovare pronto per la sua sponda”. Poi avranno notato lo sguardo del numero 23, sul pallone, dopo uno rapidissimo alla porta avversaria. “Lo fa! Lo fa! Ma riuscirà?”. Ci riesce.

Siamo già a chiederci se sarà il gol dell’anno in Premier League: una prodezza del genere, a 15 metri di distanza dalla porta, se lo contenderà di sicuro.

E chissà se qualcuno pensava che proprio Can sarebbe stato capace di competere per quel titolo.

 

RUGGERO ROGASI

Twitter @RuggeroRogasi

 

Muntari è vittima della sua in-giustizia privata

Si suppone che chi è vittima di cori razzisti venga tutelato a prescindere. Lo suggerisce il buon senso. Ma durante Cagliari-Pescara è successo qualcosa che nessuno si sarebbe mai aspettato

L’accaduto – Minuto 87: Muntari si avvicina all’arbitro Minelli con atteggiamento deciso, e lì per lì sembra per protestare dopo la decisione del direttore di gara che ha appena assegnato un fallo ai sardi. Capita spesso, niente di eclatante. Ma le proteste continuano, e dalla gestualità del giocatore ghanese, che indica con veemenza il proprio braccio, e dal labiale si capisce “questo è il mio colore”, dicendo quindi all’arbitro che gli sono stati indirizzati dei cori razzisti. Ululati più che cori. Il regolamento prevede che la partita venga sospesa in un caso come questo, ma la discussione va avanti per 3-4 minuti e Minelli non sembra assolutamente voler ascoltare il giocatore del Pescara, che continua la sua protesta anche con gli assistenti. Muntari decide quindi di farsi giustizia da solo e abbandona il terreno di gioco prima del fischio finale.

Oltre al danno, la beffa – Non solo ha subito cori e ululati, non solo non ha visto nessuna reazione o voglia di approfondire la questione da parte dell’arbitro e dei suoi assistenti: nella lista dei giocatori squalificati per il prossimo turno, c’è anche il suo nome. Eh già, perché l’abbandono autonomo del campo viene considerato da espulsione, secondo il regolamento. Lo stesso regolamento che avrebbe dovuto difendere Sulley. E allora perché in un caso non viene applicato e in un altro sì?

Orecchio non sente, cuore non duole – La giustificazione del sestetto arbitrale è che nessuno di loro ha sentito i cori, eseguiti solo da qualche tifoso e che Muntari ha sentito perché in quel momento si trovava nella zona degli spalti dove questi erano ospitati. La squalifica al giocatore invece è semplicemente la conseguenza dell’applicazione del regolamento. Tutto può essere, quello che ha lasciato però un po’ interdetti è il modo con cui Minelli ha gestito le proteste del centrocampista, forse convinto che Muntari abbia scambiato dei “buu” di sfottò dei tifosi avversari con effettivi cori razzisti. La vicenda ha avuto un’eco enorme, tanto che l’Alto Commissario per i Diritti Umani dell’ONU Zeid Ra’ad al-Hussein ha definito la protesta del ghanese “Un esempio per tutti noi nella lotta al razzismo”.

Esempio che dovrebbe avere più seguito, anche solo per coerenza, perché quelli che insultano i giocatori di colore avversari, sono i primi che esultano quando quelli di colore della propria squadra li fa vincere.

Fuori dal coro – La squalifica di Muntari è giusta

(Immagine di copertina trovata su internet)

Metto subito le mani avanti verso chi, leggendo il titolo, potrebbe darmi del razzista: non lo sono. E, ovviamente, sono contrario ad ogni tipo di razzismo, che vada ad attaccare la differenza di carnagione a quella di religione fino alla sessualità.

Sappiamo più o meno tutti cosa è successo a Cagliari, domenica scorsa, in occasione di Cagliari-Pescara. Nel dubbio, riassumo per chi potrebbe non aver letto o sentito in questi giorni: una piccola parte dei tifosi di casa, dalla curva, ha indirizzato cori e insulti razzisti verso il ghanese Sulley Muntari, centrocampista del Pescara. Il calciatore ha dapprima protestato con l’arbitro Minelli, prendendosi un’ammonizione per la platealità delle proteste, e poco dopo abbandonato senza essere sostituito, di sua spontanea volontà, prendendosi l’espulsione.

Evento che ha destato clamore e interesse, con addirittura l’ONU che si schiera dalla sua parte, condannando la vergognosa condotta di quello sparuto gruppo di tifosi che hanno gridato e cantato contro di lui.

Muntari esce dal campo senza l’autorizzazione dell’arbitro, rimediando la seconda ammonizione, polemizzando con alcuni tifosi avversari (Foto: SKY)

L’altro ieri arriva la decisione del Giudice Sportivo, con milioni di occhi addosso visti anche i fatti di Roma (la plateale simulazione di Strootman nel derby) e Milano (cori contro il napoletano Koulibaly).

Arriva, “quasi a sorpresa”, anche la squalifica per il ghanese, di una giornata:

MUNTARI Sulley Ali (Pescara): doppia ammonizione per proteste nei confronti degli Ufficiali di gara, e per comportamento non regolamentare in campo perché abbandonava il terreno di giuoco senza autorizzazione del Direttore di gara (provvedimento comunicato al capitano della Soc. Pescara)

CLICCA QUI PER LEGGERE TUTTO IL COMUNICATO DEL GIUDICE SPORTIVO RELATIVO AL 34° TURNO DI SERIE A

Inutile dire che siano arrivate nuove polemiche, schieramenti e indignazioni, verso il sistema arbitrale e il Giudice Sportivo, usando come paragone i fatti gestiti da Rocchi per Inter-Napoli: in seguito ai cori contro Koulibaly, come è stato suggerito dai piani alti della Lega, è stato letto il comunicato secondo cui, se fossero continuati i cori a sfogo razziale, la partita sarebbe stata sospesa e rimandata. Dopo questo ultimatum i cori sono cessati e la partita ha continuato il suo corso. Ma i “coristi” a San Siro erano molti di più, in proporzione, rispetto a quelli di Cagliari. Secondo il referto di Minelli, infatti, chi ha indirizzato tali cori contro l’ex Milan e Inter era un gruppetto di massimo 10 persone, che sono state sentite dal giocatore solo perché la curva stava manifestando tramite una protesta silenziosa.

Il Giudice Sportivo, letta la relazione dei collaboratori della Procura federale e il referto dell’Arbitro relativi alla gara in oggetto, nella quale si attestano cori di discriminazione razziale effettuati, al 40° del secondo tempo, all’indirizzo del calciatore del Pescara Muntari; considerato che i pur deprecabili cori di discriminazione razziale sono stati percepiti nell’impianto in virtù anche della protesta silenziosa in atto dei tifosi (come segnalato dagli stessi rappresentanti della Procura federale) ma, essendo stati intonati da un numero approssimativo di soli dieci sostenitori e dunque meno dell’1% del numero degli occupanti del settore (circa duemila), non integrano dunque il presupposto della dimensione minima che insieme a quello della percezione reale è alla base della punibilità dei comportamenti in questione, peraltro non percepiti dagli Ufficiali di gara (come refertato dall’Arbitro), a norma dell’art. 11, comma 3, CGS; delibera di non adottare provvedimenti sanzionatori nei confronti della Soc. Cagliari.

E quindi arriviamo alla questione spinosa: è giusta la squalifica di una giornata assegnata a Muntari?

Seguendo il cuore, il fattore umano, assolutamente no. Ma è giusto che il Giudice Sportivo abbia dovuto (non per forza, quindi, voluto) seguire il regolamento.

Nella Regola 12 del regolamento della Lega Serie A, infatti, se un calciatore abbandona il campo di gioco senza il consenso del direttore di gara, quindi senza che sia in atto una sostituzione o un intervento da parte dello staff medico a bordo campo, è da considerarsi espulso, qualunque sia la ragione. La decisione del G.S., quindi, è volta a non creare un precedente: se Minelli avesse sospeso la gara per dei cori che, a quanto pare, non ha sentito né lui né nessun altro giocatore in campo, e se non fosse arrivata la squalifica per il ghanese dopo la sua uscita non autorizzata, chiunque si sarebbe sentito giustificato a chiedere la sospensione delle partite per cori e insulti o ad andarsene di punto in bianco se non accontentato.

E la decisione di non punire la tifoseria sarda? Anche questa questione è piuttosto spinosa: i cori sarebbero stati intonati da una decina di tifosi, perché quindi punire un’intera tifoseria e un’intera società, chiudendo un settore o tutto lo stadio per una o più giornate? Sarebbe come punire tutta una classe per la bravata fatta di un solo alunno.

E’ ovvio che la volontà di tutti sia quella di trovare i responsabili di eventi gravi come questi, la cosa migliore sarebbero le testimonianze dei “silenti”, che di sicuro li avranno individuato (e forse provato a fermare),  ma non è mai un bene far di tutta l’erba un fascio.

O no?

 

RUGGERO ROGASI

Twitter @RuggeroRogasi

Zehnsationnel – 31esima giornata, Wer ist Deutscher Meister?

[Immagine in copertina tratta da Internet]

Trentunesima giornata ricca di emozioni e colpi di scena quella del Wochenende appena trascorso di Bundesliga.

Andiamo direttamente nel dettaglio.

  1. Il Bayern dà i numeri: fa 5 e ne mette 6, mentre Ancelotti si regala il 4. Sono infatti 5 i titoli consecutivi per i bavaresi (27 totali) dopo la travolgente vittoria della Volkswagen Arena per 0-6 ai danni del malcapitato Wolfsburg e sono 4 i personalissimi titoli nazionali per Carletto tra Premier League, Ligue 1, Serie A e, appunto, Bundesliga. E’ quasi superfluo parlare della mera vittoria di giornata di fronte uno strapotere economico e tecnico che in Germania non ha rivali. Passeggeri ed estemporanei sono stati, in quei rari casi, parentesi come Stoccarda, Wolfsburg e Dortmund, squadre che, alternativamente, hanno inframmezzato l’egemonia del Bayern. E’ interessante capire quanto e se effettivamente qualche team possa realmente infastidire nel medio-lungo periodo lo strapotere bavarese. Le speranze erano tutte riposte sul Borussia Dortmund che, fin qui, ha deluso le aspettative, mentre è difficile ipotizzare quanto presto il Lipsia (l’unica società con un colosso economico alle spalle) potrà costruire una squadra realmente competitiva per creare quella competizione che, attualmente, manca in Germania e tanto fa storcere il naso a chi si approccia alla Bundesliga.
  2. Tornando alla rincorsa Europa League, continua la marcia della squadra nettamente più in forma da 2 mesi a questa parte, ovviamente parlo del Werder Brema. I Werderaner si impongono sulle rive del fiume Weser su un Hertha Berlino quinto e che, adesso, si guarda alle spalle trovando proprio la squadra di Nouri. Goal e assist per il solito Kruse. Goal e assist per Bartels. Europa League agganciata per il Werder che adesso ha nel mirino l’Hertha. Considerato il momento non sembra una missione impossibile, tutt’altro.
  3. Il momento ultrapositivo del Werder si affianca alla reazione di orgoglio dei ragazzi di un ex icona del club, Torsten Frings. Il Darmstadt ottiene la terza vittoria consecutiva vincendo sonoramente la gara del Böllenfalltor contro il Friburgo. Platte, Gondorf e Schipplock firmano il successo dei Lilien che salgono a 24 punti coltivando la seppur minima speranza di un terzultimo posto che varrebbe lo spareggio. La squadra dell’Assia dovrà vincere le 3 partite rimanenti sebbene il prossimo impegno sia di scena all’Allianz Arena e sembra difficile immaginare come Frings e i suoi ragazzi possano disturbare la passerella annunciata del Bayern post-Meisterschale.
  4. Per una speranza salvezza del Darmstadt, c’è un Augsburg che al termine del 4-0 casalingo sull’Amburgo tira un bello strattone alla propria classifica inguaiando i Rothosen. Alla WWK Arena Altintop, Max e Bobadilla aprono e chiudono le danze di una vittoria che issa i bavaresi a quota 35 a più 2 sulla zona playout con 9 punti restanti. L’Amburgo, mai in partita e annichilito, si ritrova al terzultimo posto che significherebbe spareggio. Una situazione veramente difficile per i Rothosen alla terza sconfitta consecutiva, 4 nelle ultime 5. La prossima partita, in casa col Mainz, potrà essere decisiva per entrambe in termini salvezza.
  5. Mainz che perde alla Opel Arena contro un ‘Gladbach alla ricerca di una qualificazione in Europa League che renda meno amara una stagione sicuramente difficile. Stindl e Schulz chiamano, Yoshinori Muto risponde parzialmente e in ritardo per i padroni di casa. Termina 1-2, coi biancorossi che si ritrovano a braccetto con Wolfsburg e Amburgo a 33 punti, mentre i Fohlen salgono a 42 a meno 3 dall’Europa.
  6. Lasciando la zona retrocessione, si registra la vittoria in extremis dell’Hoffenheim che riagguanta momentaneamente il terzo posto in attesa del vero e proprio spareggio di Dortmund del prossimo turno. Hübner regala la quindicesima vittoria in questa stagione di Bundes su un Francoforte volitivo ma ancora in affanno. Per l’Hoffenheim la sicurezza di disputare la Champions League nella prossima stagione è matematica. Per le Adler, invece, il campionato è già finito. L’Europa è riconquistata grazie alla qualificazione in finale di Coppa di Germania.
  7. Tra le squadre che nutrono ancora speranze nell’Europa c’è lo Schalke che infierisce sul cadavere del Leverkusen travolgendo le Aspirine alla BayArena. La coppia austriaca Burgstaller-Schöpf guida la squadra di Weinzierl a questo successo regalandosi anche la firma personale di capitan Höwedes. Per il Leverkusen sembra quasi un’abdicazione d’orgoglio la rete, unica del match, firmata da Stefan Kießling. Il Bayer è allo sbando e la salvezza non è ancora matematica. Il rischio c’è e la prossima a Ingolstadt potrebbe rappresentare un crocevia decisivo per entrambe.
  8. Champions matematica e secondo posto quasi blindato per il neopromosso Lipsia autore di una stagione assolutamente positiva e impronosticabile alla vigilia. La squadra di Hasenhüttl pareggia a reti bianche in casa contro l’Ingolstadt permettendo al Bayern di festeggiare con un turno di anticipo il suo 27esimo Meisterschale. Gli Schanzer mantengono vivo il sogno salvezza, distante 5 punti. Facile immaginare che tanto, se non tutto, passerà dalla gara dell’Audi Sportpark contro l’inguardabile Leverkusen dell’ultimo mese e mezzo.
  9. Aspirine che, dopo l’allontanamento di Roger Schmidt, hanno ulteriormente compromesso lo stato di salute psicologico di una squadra ormai allo sbando da settimane e settimane, capace di passare da un ottavo di Champions a una lotta salvezza a cui molti giocatori non sono abituati. Le figure barbine in serie hanno visto il Leverkusen scendere nelle posizioni in classifica complice l’immobilismo di punti ripetuto. Adesso la società è alla ricerca di un uomo che riesca a evitare l’imponderabile e l’imprevedibile, forse potrebbe essere troppo tardi.
  10. Pareggio anche per l’altra squadra in odore di Champions, il Borussia Dortmund. Gli Schwarzgelben non vanno oltre lo 0-0 interno contro il Colonia, pur dominando e sciupando parecchio. La squadra di Tuchel, in finale di Coppa di Germania, può sperare ancora nel terzo posto che eviterebbe ai gialloneri i preliminari di Champions League. Speranza che passa dalla prossima sfida interna che li oppone proprio all’Hoffenheim, uno dei match clou del prossimo turno.

 

Trentaduesimo turno che propone tantissime sfide importanti e interessanti per la classifica, partite che seguiremo insieme nel post-settimana, sempre con Zenhsationnel.

Paulo

“Paulo non lo sa, chi governerà, sa soltanto che vuole un amore che gli scaldi l’anima ed il cuore, che gli dia la mano in riva al mare” Brunori Sas – Paolo

Beh, a giudicare dalla prima squadra che si è interessata al tecnico portoghese, nella Ruhr non troverebbe alcuna riva, né sabbia né sassi su cui sedersi per assaporare un bel tramonto con gabbiani e navi che partano per lunghi viaggi.

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Playoff si, playoff no

Due errori grossolani hanno lasciato aperta la lotta salvezza e la cavalcata promozione, con il solito dubbio “playoff si, playoff no” ad attanagliare tifosi di mezza Serie B.

Grande balzo del Perugia, che ferma il momento positivo della Pro Vercelli e mantiene vive proprio le speranze di playoff, approfittando anche di una sconfitta casalinga subita dal Cittadella, fermato sul 2-3 da un Cesena guerresco. Manuel Iori sbaglia dal dischetto dopo soli 2′, poi la partita sfugge di mano così come il 4° posto, sempre più sotto il dominio dei biancorossi di mister Bucchi.

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Oltre il titolo – A chi la palma di capocannoniere della Premier League?

La Premier League sta finendo. A quattro giornate dal termine (in media, a qualche squadra ne mancano cinque, all’Arsenal sei) alcuni verdetti paiono quasi scontati: a meno di clamorosi ribaltoni, il Sunderland finirà in Championship, insieme al Middlesborugh e una tra Swansea e Hull City; Everton e Arsenal in Europa League, insieme a una tra le due squadre di Manchester o il Liverpool, tutte e tre ancora in corsa per la Champions League, e la sfida per il titolo è tra Chelsea (favoritissimo) e il Tottenham.

I premi come miglior giocatore dell’anno e come miglior giovane dell’anno sono già stati assegnati, a N’Golo Kanté e Dele Alli (secondo consecutivo per lui), anche la squadra dell’anno è già stata schierata, con grande presenza di giocatori proprio Blues e Spurs.

L’unica cosa in bilico, al momento, riguarda la corsa al titolo di capocannoniere del campionato, con quattro giocatori ancora in corsa, più qualche possibile out-sider che potrebbe dar loro del fil da torcere.

ROMELU LUKAKU – EVERTON – 24 RETI

Il belga è primo in classifica, con un buon vantaggio sugli altri detentori, e una buonissima media (0,73 reti a partita), segna una volta ogni 120 minuti di gioco e, ma è inutile dirlo, è un’autentica forza della natura. Paga un po’ la discontinuità e l’anarchia tattica: quando non ha il pallone, difficilmente riesce a fare il movimento determinante per farsi trovare pronto a battere a rete (può essere un esempio lo scarso numero di reti di testa, 5), bensì preferisce aspettare la palla a metà campo, in fase di non possesso, riceverla facendo a sportellate con il difensore di turno, partire come una furia e scaraventare il pallone a rete con il sinistro (o il destro), o anche provare la giocata sul portiere e saltarlo. Il numero 10 dell’Everton è arrivato così in alto senza tirare alcun rigore (solo un gol su punizione, contro il Crystal Palace), ed ha il vantaggio di giocare in una squadra che fa pieno affidamento su di lui (più di un terzo delle marcature dei Toffees sono sue), difficile quindi che il primo posto gli possa essere tolto.

HARRY KANE – TOTTENHAM – 20 RETI

Il migliore sia in termini di media gol (0,80), sia per minutaggio (un gol ogni 105 minuti), l’Uragano è il rifinitore della meravigliosa orchestra guidata da Pochettino. Un solo gol di testa, due su rigore, ma tatticamente è determinante per la squadra: si abbassa quando deve far salire la squadra, riesce a servire palloni utili alla causa degli Spurs e fa i movimenti che deve fare un attaccante, facendosi trovare pronto per gli assist di Eriksen, Alli o chi per loro. Paga l’infortunio subito il mese scorso, quando era ancora al comando della classifica marcatori. Sa anche battere i calci di punizione (ha preso diversi legni, a dire il vero), e può riuscire a raggiungere e superare Lukaku, con 5 giornate ancora da giocare (ci sono anche gli incroci con Arsenal e Manchester United) e il supporto di tutta la squadra.

ALEXIS SANCHEZ – ARSENAL – 19 RETI

Tra tutti, il cileno è il meno attaccante (è un’ala), ma per qualche mese ha giocato proprio come punta centrale per ovviare al momento di scarsa forma di Olivier Giroud. La fiducia di Wenger è stata ripagata con diversi gol, anche di bella fattura. Ma, appunto, non essendo una punta di ruolo è spesso stato costretto a partire da fuori area, non reggendo il duello fisico con la maggior parte dei difensori avversari. Così molti suoi gol sono di ottima fattura, con entrambi i piedi, su rigore, qualcuno di testa (e uno con la mano). Tra i top scorer è quello con più assist all’attivo, 10, e con il ritorno di Giroud è tornato a fare l’ala, continuando a garantire le sue solite giocate di grande classe. Non è il favorito alla vittoria del titolo, visto il ruolo, ma può giocarsi le sue carte per restare sul podio.

DIEGO COSTA – CHELSEA – 19 RETI

Lo spagnolo è tornato grande grazie anche alla cura Conte, che gli ha adattato la squadra attorno rendendolo il marcatore implacabile di un tempo. Non batte rigori, non batte punizioni, tra i detentori è il più “centravanti”, bisognoso dei palloni serviti dai compagni ma anche capace di tirar fuori dal cilindro giocate eccezionali. Esuberante sia fisicamente sia caratterialmente, con cinque giornate da giocare potrebbe, anche incentivato dalla corsa al titolo dei Blues, accelerare la sua vena realizzativa e raggiungere i suoi più giovani colleghi. Ad ora l’unico dubbio è il suo futuro: dopo una presunta lite con Conte si è parlato tantissimo di un passaggio in Cina, ma le voci sembrano essersi placate. Buon segno o silenzio tattico?

SERGIO AGUERO – MANCHESTER CITY – 17 RETI

Attaccante tuttofare, l’argentino del Manchester City è un po’ indietro rispetto ai suoi standard, a causa sia del nuovo gioco del Manchester City, che alterna i ritmi altissimi tipici della Premier alle trame infinite di passaggi tipici delle squadre di Guardiola, sia della momentanea esplosione di Gabriel Jesus, unita ai rapporti non semplicissimi con l’ex allenatore di Barcellona e Bayern Monaco. L’infortunio del brasiliano lo ha riportato stabilmente al suo posto, una coesistenza tra i due può esserci. Ma pare impossibile una rimonta del genere.

ZLATAN IBRAHIMOVIC – MANCHESTER UNITED – 17 RETI

Come è accaduto anche altrove, lo svedese ha catalizzato il gioco dei Red Devils sulle sue spalle, divenendo leader offensivo (quasi dittatore) della squadra. Tutto guadagnato, finché gioca bene. Questo perché quando ha reso al di sotto delle aspettative la squadra ne ha risentito, faticando e aggrappandosi a giocate singole quasi inaspettate. Prova dell’Ibracentrismo dello United di Mourinho è il fatto che il secondo marcatore stagionale della squadra è Juan Mata, 6 reti, il terzo Rashford con 5 e seguono Martial e Pogba con 4. Il suo infortunio in Europa League contro l’Anderlecht ha messo fine alla sua stagione, e forse alla sua esperienza a Old Trafford, quindi non potrà risalire la classifica.

GLI OUTSIDERS

Mancano nomi più o meno altisonanti tra i top scorers annuali, ma difficilmente uno di loro potrà imporsi. Segue a quota 16 reti Dele Alli, 15 reti Eden Hazard (record personale), a 14 il trio di punte Defoe-Benteke-Joshua King. Tra gli abituali marcatori hanno deluso anche Llorente (Swansea, 12 gol), Jamie Vardy, l’anno scorso autore di 24 reti, quest’anno fermo a 11, Carroll (7) e Sturridge (2).

Co la giusta fiducia, Benteke ha ritrovato serenità e gol con la maglia del Crystal Palace (foto: Mirror)

IN FUTURO

Senza considerare il mercato, con possibili arrivi da e per l’estero, n futuro i favoriti saranno di sicuro Lukaku e Kane, vista la qualità e l’età. Se la giocheranno di sicuro con i “vecchi” (si fa per dire) Aguero e Diego Costa, ma occhio a Rashford, Iheanacho e Gabriel Jesus, giovanissimi e in rampa di lancio. Da tenere d’occhio anche Origi e Gabbiadini, che con la giusta fiducia potrebbero andare ben oltre la doppia cifra.

Ottimo l’impatto di Manolo Gabbiadini al Southampton finora, con 6 reti in 7 partite

Vincere la Premier League

Conferenza stampa in quel di Cobham. Antonio Conte non nomina la Juventus ma tutti parlano di una sua frase sulla squadra di Corso Galileo Ferraris, titolo che ha fatto inferocire molti tifosi bianconeri.

“Vincere la Premier League sarebbe un grande successo, probabilmente il più grande perché vincere questo campionato è complicatissimo”, tradotto per alcuni quotidiani sportivi nazionali: “Vincere la Premier sarebbe meglio dei tre scudetti con la Juventus”.

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