La forza di Sansone

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Nicola Sansone ha salutato qualche mese fa la Serie A, lo ha fatto per spostarsi in Spagna e inabissarsi nei mari della Liga con il Submarino Amarillochiamato Villarreal.

Il Sassuolo non sembra sentire più di tanto la mancanza dell’esterno offensivo, nato a Monaco di Baviera e cresciuto nelle giovanili del Bayern, grazie soprattutto alle ottime prestazioni messe in mostra da Matteo Politano, fatto sta che il classe ’91 sta colpendo e stupendo molti per l’inizio brillante di stagione.

Eppure subito dopo il suo arrivo in maglia amarilla un ciclone aveva investito il Madrigàl, colpito duramente dalle dimissioni del tecnico Marcelino, a cui è subentrato Francisco Escribà. Il tecnico spagnolo, reduce dal deludente campionato con il Getafe retrocesso in Segunda Divisiòn, ha risposto presente alla chiamata proprio del Villarreal riponendo piena fiducia nella stella italiana, che lavora spalleggiando alla perfezione gli attaccanti a cui deve fare da garzone. Il papero Pato (3 gol all’attivo di cui solamente uno in campionato), l’infortunato Soldado e la nuova stella congolese chiamata Bakambu (una sola rete ma anche due sole presenze) stanno faticando non poco a farsi notare nella classifica marcatori della Liga proprio per ‘colpa’ del compagno italo-tedesco, che di reti ne ha messe a segno ben 4 in 8 gare e che risolve molto spesso i rebus presenti nelle difese avversarie.

Bruno e Roberto Soriano insieme a Manu Trigueros rendono solido il centrocampo, capace di reggere le sue scorribande insieme alle giocate di Jonathan dos Santos.

Le 5 reti rifilate al Celta Vigo nella scorsa giornata hanno permesso agli uomini di Escriba un salto in alto nella classifica dei gol fatti, che restano comunque relativamente pochi: 21 per l’Atletico Madrid, solamente 14 per il sottomarino giallo. Nella siccità di reti segnate è tuttavia proprio il ‘nostro’ Nicola Sansone a distinguersi tra la folla con prestazioni da trascinatore e reti da distanza proibitiva.

Come questa:

“Nico ci dà la possibilità di giocare sulla fascia, si smarca molto bene ed è più veloce dei difensori avversari. Per noi è un attaccante importante e ci porta molti vantaggi” ha ammesso proprio il suo nuovo tecnico, affascinato dalle gesta con cui si è presentato in Liga l’ex giocatore neroverde.

La dote più importante dell’esterno offensivo è proprio la capacità di creare occasioni da rete: il fisico poco possente e la grande tecnica di cui è sempre stato provvisto lo hanno reso a tratti imprendibile dalle difese di mezza Italia ed ora a maggior ragione sta accadendo in Spagna, dove si vive per attaccare lo spazio.

“Cos’è più dolce del miele, e cos’è più forte del leone?” [Gdc 14.18] recita un noto indovinello posto dall’eroe e giudice biblico Sansone, famoso per la forza esponenziale.

Calcisticamente parlando e fatte le dovute proporzioni, la risposta al quesito secolare sembra essere proprio il gioco di Nicola Sansone, capace di renderlo un esterno ammirato da mezza Europa. Dolce ed efficace, silenzioso ma sublime.

Che possa essere lui la chiave per l’attacco azzurro di Giampiero Ventura?

Non chiamatemi Cholito

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Giovanni Pablo Simeone è un predestinato.

Portarsi nello zaino 2/3 del nome paterno, quel così famoso e tanto temuto Diego, non dove essere stato facile, fatto sta che il giovane classe ’95 ha bussato alle porte della Serie A con la testa alta e le idee piuttosto chiare: i gol contro Pescara e Bologna docent.

Entrato a far parte delle giovanili del River Plate nel 2008 – proprio mentre il padre si sedeva in panchina al Monumentàl, restando tuttavia in carica soltanto per dieci mesi -, il giovane Simeone ha faticato non poco a mettersi in mostra fra i tanti gioielli di cui possono disporre i milionàrios. Ogni leva corrisponde a milioni di plusvalenze e dozzine di talenti: ne è un esempio lampante il giovane Boyé, ora in forza al Torino, mentre per la difesa basti pensare a Mammana del Lione. Ci sono poi i tanti ‘salvatori della patria’, come Lucas Alario, che restano in maglia biancorossa sperando di portare a casa il Superclàsico di Buenos Aires, magari proprio nella tana del nemico, dentro la Bombonera.

Giovanni Pablo però non ha scelto nulla di tutto questo e, dopo un anno in prestito al Banfield da protagonista con 12 reti stagionali, si è visto recapitare un’offerta tanto interessante quanto propizia dal nuovo Genoa di Ivan Juric, che non ha mai nascosto la stima nei suoi confronti fin dal primo pallone toccato con timore al Ferraris.

La parola “cholo” non vuole indicare altro se non un particolare incrocio di razze capace di mettere insieme qualità e quantità, caratteristiche tipiche del padre. È principalmente questo il motivo per cui molti giornalisti hanno etichettato il giovane argentino come ‘Cholito’, nomignolo da cui lui stesso ha cercato di rifuggire.

“Voglio essere soltanto Giovanni Simeone, niente di più” è il manifesto del 22enne argentino, che non vuole venire chiamato così ma sa che capiterà per un bel po’. Perlomeno finché non spiccherà il volo, dimostrando al mondo intero come l’allievo possa superare il maestro, tanto nella vita quanto nel mondo dello sport.

“Al Genoa Milito ha fatto molto bene, sarebbe bello fare come lui” ha rivelato recentemente proprio Simeone Jr., un biglietto da visita non da poco per presentarsi a una nuova città come Genova. Un crogiolo di pareri, emozioni e ‘caruggi’ che rendono la vita di ogni attaccante un vero e proprio saliscendi di emozioni.

I paragoni con il padre, il vincente allenatore dell’Atletico Madrid a cui in parte si ispira proprio il Grifone delle prime giornate, è normale e scontato per un figlio d’arte.

Si tratta solamente di ‘passaggi e passaggi di tempo’ direbbero forse Fabrizio de Andrè e Ivano Fossati, ma cambiando l’ordine degli addendi la sostanza non cambia: Giovanni Pablo Simeone vuole darsi da fare e provarci da solo, sarà eternamente debitore al padre ma vuole essere ricordato per le sue gesta. Niente di più, niente di meno, niente ‘cholito’ e niente ‘figlio di papà’.

Jamie don’t be hasty

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Preparate il rigoroso cream tea, fatelo possibilmente in sintonia con i rigorosi orari britannici, tenendo conto del fuso orario e dell’uomo di cui parleremo rubandovi qualche minuto: Jamie Vardy.

La colonna sonora per gustarvi al meglio questa serie di GIF animate varia a seconda del vostro stato d’animo:

  • se la giornata è stata particolarmente dolce, puntate su un semplice Banana Pancakes di Jack Johnson;
  • se avete faticato ma non volete farvi scappare un po’ di leggerezza, Lollipop e i Chordettes sono lì che vi aspettano;
  • se invece avete compreso fino in fondo il richiamo musicale presente nel titolo, beh allora i passi sono due:
  1. Paolo Nutini, Jenny don’t be hasty;
  2. la canzone si caricherà di grinta all’unisono con la discesa di Clyne, il resto lo fa lui. Lo fa Jamie Vardy.

“Che bellezza” direbbe probabilmente un noto commentatore sportivo, mentre tutti noi ci stiamo chiedendo “che fine ha fatto Jamie Vardy?”. O meglio, se in nazionale stenta a trovare spazio resta il principe indiscusso di Leicester, terra che ha conquistato a suon di reti, corse elettrizzanti e braccialetti ross…ehm, blu cobalto.

L’Inghilterra dell’interim coach Gareth Southgate non durerà molto, questo lo sanno quasi tutti – compreso Roberto Mancini -, fatto sta che timidamente qualcuno ha fatto capire di non credere più solamente, unicamente e incondizionatamente in lui. Nell’uomo che ha liberato per un secondo il calcio dall’ipocrisia, l’attaccante cattivo ma spassoso, l’ex operaio divenuto iperattivo e rimasto talvolta poco elegante tanto in campo quanto fuori, l’emblema del miracolo fiabesco firmato Sir Claudio Ranieri ed apprezzato senza distinzioni in tutto il mondo.

Inghilterra

Senza dubbio le 2 reti messe a segno finora dal bomber di Sheffield non vanno di pari passo con le 24 della scorsa e storica stagione, ma l’errore di Jamie Vardy potrebbe trovarsi proprio qui, sotto i suoi occhi: una stagione proprio da principe non impedisce di poter diventare re, autorità che viene però raggiunta solamente con calma, sangue freddo e nessuna pietà.

“Calma, sangue freddo e nessuna pietà”, dicevamo.

La squadra crede in lui, tutti sanno che l’arrivo di Islam Slimani ha portato e porterà una ventata d’aria fresca negli schemi ranieriani, ma Vardy non ha mai avuto a che fare con un compagno così abile e scafato in un 4-4-2.

Ulloa e Kramaric si sono dovuti abbassare allo strapotere dell’attaccante ancora oggi titolarissimo, mentre la convivenza in un 4-4-2 potrebbe essere difficile da sopportare per due attaccanti sostanzialmente abbastanza simili. Ranieri così ha scelto, Ranieri probabilmente avrà ragione, certo che chi ha comprato il signor Vardy al Fantacalcio d’oltremanica si starà ponendo qualche domanda. . I due attaccanti potrebbero e dovrebbero, a rigor di logica, segnare leggermente meno ma farlo entrambi, garantendo alle Foxes un numero di reti maggiore e ben distribuito fra la testa rasata dell’algerino e la cresta sbarazzina di Jamie.

Nessuna pressione addosso, nessuna pressione addosso, nessuna pressione addosso

Tanto per capire, se un preziosissimo Leonardo Ulloa lo scorso anno ha messo a segno 6 reti con la maglia del Leicester, oggi al King Power Stadium se ne aspettano almeno il doppio dalle due nuove frecce nella faretra di Robin Ranieri.

Ragionando sui dati ed analizzando le statistiche fornite da WyScout.com, con tutta probabilità Slimani reciterà la parte del finalizzatore, mentre Vardy insieme quelle di trascinatore, di uomo squadra e di tuttofare, del resto un po’ come nella sua vita precedente.

Leicester

Un po’ come per Higuaìn e Dybala, i due cannonieri rischiano di “cancellarsi” a vicenda, mettersi in ombra l’uno con l’altro senza neanche volerlo fino in fondo, per tre giornate segna uno mentre l’altro resta un passo indietro.

L’ultimo arrivato cerca meno il pallone ma segna di più, la vecchia conoscenza si muove solamente in funzione di quello e spesso sa anche come giocarlo ai compagni, ma riduce lo score realizzativo per via di una minore precisione sotto porta. Precisione, non grinta e cattiveria agonistica; in quello è quasi insuperabile.

La grandezza del Leicester e di Jamie Vardy sarà proprio quella di accogliere il nuovo arrivato, di farlo con la consapevolezza di avere tutto il tempo per prendersi altre rivincite personali, certo inoltre di essere già salito sul trono dorato della Premier League.

I libri di storia parleranno di lui, ora serve fare il gregario. Solo ogni tanto, solo se necessario, in ogni caso mi raccomando: Jamie, non essere frettoloso.

 

Klopp ruba ai ricchi per dare ai poveri

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Prima sconfitta per Antonio Conte, ennesima vittoria esaltante per la ciurma di Jurgen Klopp.

Come si fa a non ammirarne la sincerità?

Prima del match il tedesco aveva definito Conte ‘il Guardiola di Torino’, mentre l’ex allenatore dell’Italia aveva preferito non addentrarsi in paragoni azzardati chiamandolo semplicemente ‘one of the best in the world’.

Il Liverpool ha cominciato la sfida senza esitazione, ma anche questo Antonio lo aveva preventivato. Purtroppo per lui i Blues oggi sono un po’ più lenti del solito, ne sono la prova gli zero tiri in porta nei primi 27′ di gioco.

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Il Liverpool governa la partita con i tre giocatori dietro l’unica punta Daniel Sturridge, Coutinho-Lallana-Mané resta la sintesi perfetta del gioco ‘kloppiano’: classe, velocità e potenza.

Secondo i colleghi di SkySports i Reds giocano con un 4-1-2-3 di partenza, vero ma non del tutto.

Liverpool

Fatto sta che il Chelsea commette due errori in fase difensiva e perde di fatto la partita nel primo tempo, prima al 17′ e poi al 37′.

PRIMA REGOLA DEL CLUB – Mai dormire sui calci piazzati

Proprio così, Conte lo sa bene ma non scende lui in campo, ecco perché sul calcio di punizione battuto rapidamente dal Liverpool nessuno si sposta sulla corsia di destra. Tre giocatori rossi sono soli soletti, arriva Lovren che con un tocco preciso scocca la prima freccia nel cuore di Stamford Bridge che, stranamente, si ammutolisce di fronte alla rapidità di esecuzione.

Avanti un altro 

 SECONDA REGOLA DEL CLUB – Non concedere spazio 

Come rivelato dal nostro collaboratore Simone:
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Vero, ecco perché lasciare solo proprio l’unico giocatore ‘difensivista’ della squadra dal cerchio di centrocampo in su può anche starci in una situazione simile, quando o recuperi la rete di vantaggio as soon as possible o sei spacciato.
Se però accade che proprio a lui capiti il pallone sui piedi, che abbia il tempo di stopparlo e mettere a segno una rete meravigliosa, c’è ben poco da fare se non rammaricarsi per non aver avuto la prontezza di contrastarlo immediatamente.
Prevenire è meglio che curare, il gol di Henderson è il migliore della serata.

Il gigante Courtois si distende ma non ci arriva 

Nella ripresa il match cambia leggermente, il Chelsea spera in un crollo fisico del Liverpool che però non arriva, ecco spiegato il motivo per cui ci vogliono quasi 20′ prima che il solito Diego Costa riapra la partita. Tanto cuore ma pochi spazi, nonostante si stia giocando contro una delle squadre più aperte della Premier League stasera non si passa proprio.

L’unica cosa che si apre sul serio è il naso del povero David Luiz, appena tornato dal Paris Saint-Germain ma colpito dalla testa di Sadio Mané.

Dopo essere stato criticato più o meno da tutti i maggiori esponenti del mondo calcistico dal momento del suo rientro alla base, Geezer non si è dato per vinto ed ha regalato tutto sommato una prestazione decente, eccezion fatta per lo svarione collettivo nella rete del vantaggio di Lovren. Errore che in ogni caso non è costato poco.

Eh ma allora ditelo che ce l’avete tutti con me!

Il miglior riassunto del match lo dà Gary Neville dopo appena 10′ di gioco: “I giocatori del Liverpool sono troppo in forma e veloci per il Chelsea. Guarda i Blues, sono lenti”.

Conte si è fermato ma non ha perso le speranze, in conferenza stampa conferma il fatto che si debba ‘lavorare duramente per evitare di arrivare decimi come l’anno scorso’ e può contare su 10 punti in 5 giornate, tanti quanti quelli di uno Jurgen Klopp in versione Robin Hood.

Ruba ai ricchi per dare ai poveri, batte Arsenal e Chelsea con eleganza per prenderne due dal Burnley ed uscire tra i fischi.

Così è, se vi piace, il nuovo Liverpool.

LO SCATTO DEL GIORNO

Così non valeva nemmeno in Francia, caro David

Dentro al replay

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Torna la Serie A, torna Ten Reasons Why, torna la rubrica che non vuole imitare Andrea Scanzi ma che inevitabilmente deve seguire il suo modus operandi per garantire al lettore la risata facile.

Questa  settimana a parlare è stata la pioggia, capace di fare tornare gli incubi sulla città di Genova e sulle decisioni arbitrali per la vittoria in rimonta della Roma sotto la grandine.

L’Inter ha vinto all’ultimo respiro, il Milan è rimasto senza fiato e la Lazio continua a cercare il suo stabile equilibrio dopo un’estate in bilico. Il Cagliari perde la partita ed il povero Ionita – a cui vanno i nostri auguri – per molti mesi, ma nella settimana dei rinvii c’è anche chi sbaglia le uscite. Vero Joe?

Gasperini non ci sta a perdere il posto, Ballardini lo ha già perso ed il suo successore – Roberto De Zerbi – ha cominciato nel peggiore dei modi. Che poi, se come punta di diamante devi farti bastare il solo Diamanti, non c’è poi troppo da fare. Palermo quasi da ricostruire. Anzi, Quaison.

Per contrastare il rumore della pioggia battente risponderemo, come sempre, con la musica.

Per i titoli dei nostri dieci capitoli ringraziamo Samuele Bersani, per il resto vi lasciamo con il dubbio. Dentro al replay c’è il fallo su Dzeko, il rigore di Totti, ci sono le facce di Honda e De Zerbi, ci sono le gocce di pioggia ed i chicchi di grandine.

CAPITOLO PRIMO – Cadono le stelle

Volami a fianco e solca il tempo (Vecchi Difetti – Marta sui Tubi) 

 

CAPITOLO SECONDO – La sua regolarità, è come se…

L’uomo più furbo del mondo, conquistatore instancabile e attento(L’uomo più furbo del mondo – Max Gazzé)

 

CAPITOLO TERZO – Tornerò davvero

Cambiai il mio nome in coda di lupo, cambiai il mio pony con un cavallo muto (Coda di Lupo) 

 

CAPITOLO QUARTO – Se rimango ancora qui è come se morissi

In un buio di giostre in disuso (Khorakhanè – Fabrizio De Andrè)

 

CAPITOLO QUINTO – Per un attimo c’ero

Quello che resta del Sole te lo porto a casa  (L’estate di John Wayne – Raphael Gualazzi) 

 

CAPITOLO SESTO – Allora è vero

Un passo indietro ed io già so di avere torto

Un passo indietro – Negramaro

Un passo avanti e il cielo è blu, tutto il resto non pesa più (Un passo indietro – Negramaro) 

 

CAPITOLO SETTIMO – Ci sei anche tu prima di andare via 

 Non soffro se mi sento solo, soffro solo se mi fai sentire dispari (Dispari – Marta Sui Tubi)

 

CAPITOLO OTTAVO – Guardandomi allo specchio

Nessuno li sta cercando, nessuno li sta aspettando (Gli autobus di notte – Luca Carboni)

 

CAPITOLO NONO – Più sarò lontano (dalla porta ndc) e più sarò da te

 Seconda stella a destra (L’isola che non c’è – Edoardo Bennato) 

 

CAPITOLO DECIMO – Cadono le stelle e sono cieco

Abbiamo il Sole in piazza rare volte, il resto è pioggia che ci bagna (Genova per noi – Paolo Conte) 

 

EPILOGO – Si è fermato il tempo, è sparita anche la luna, è cominciata l’eclissi

Vengo a prenderti stasera (Torpedo Blu – Giorgio Gaber) 

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West Bromwich nel paese delle meraviglie

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West Bromwich Albion, in the middle of nowhere.

Nella terra dei tordi – Throstles – e dei pantaloni larghi, talmente tanto da venire chiamati Baggies – sacchetti molto larghi – sorge una squadra dalle sembianze fiabesche, capace di passare inosservata fra le dozzine di realtà strapotenti e ricchissime della Premier League. Proprio come un Mr Nobody, proprio come Tony Pulis.

58 anni e non sentirli, il tecnico gallese vanta più promozioni raggiunte che reti in carriera. Va detto, per dovere di cronaca, che il signor Pulis era un difensore piuttosto arcigno.

“Sono il Chievo d’Inghilterra” ho sentito dire un giorno, lasciandomi andare ad un sorriso tanto sincero quanto poco dolce. Amaro perché questa squadra meriterebbe di più, i suoi tifosi ed una storia ultracentenaria altrettanto.

Già nel 1878, quando nella città di New York per la prima volta veniva consegnato a domicilio il latte in bottiglie di vetro, in una cittadina non poi troppo distante da Birmingham – e quindi dall’Aston Villa, che all’epoca aveva già 4 anni di storia – spiccavano il volo i throstles biancoblu, prendeva vita il West Bromwich Albion.

Da quel tempo di anni ne sono passati tanti, forse troppi, fatto sta che i ragazzetti delle West Midlands sono ancora vivi, sono in Premier League e si sono persino evoluti: Nacer Chadli e Salomon Rondòn ne sono la prova vivente.

Un baldo assistente della backroom del West Bromwich Albion misura il petto di Nacer Chadli 

Dal 2010 ad oggi non sono arrivate retrocessioni, un grande traguardo per una squadra che da qualche anno aveva perso la stabilità che l’aveva resa celebre: nel bene e nel male, sono sempre stati una garanzia di un sereno centro classifica, salvo poi cadere o sollevarsi di punto in bianco.

A proposito di bianco, la grande dote del WBA resta quella del clean sheet: due stagioni fa ne sono arrivati una ventina, fra vittorie e pareggi per 0-0, mentre nell’ultimo anno sono stati soltanto 11, quasi tutti nel girone di andata, prima che una lenta caduta a picco portasse i tordi biancoblù ad un 13° posto dignitoso ma quasi risicato visto il brillante inizio.

Dopo 3 partite di Premier League i ragazzi di Tony Pulis sono in perfetto equilibrio: 2 clean sheets immacolati, una vittoria, un pareggio ed una sconfitta.

La squadra è particolarmente completa, oltre a questo la mancata partenza di Saido Berahino garantirà un ricambio continuo e concreto di qualità, forza e velocità, da tempo punti cardine per provare a far bene in Premier League.

Senza considerare, fra l’altro, che il piccolo folletto tanto richiesto – ma rimasto al The Hawthorns – al momento è stato superato nelle gerarchie dal giovane Jonathan Leko, per molti il nuovo Balotelli. Il vero Balotelli?

La difesa è particolarmente solida: esperta al centro, giovane e scattante sulle fasce.

Jonny Evans, Jonas Olsson, Craig Dawson e Gareth McAuley garantiscono, i nuovi arrivati Galloway e Nyom sveltiscono.

Il centrocampo è un’altra arma piuttosto potente di cui può disporre Pulis: il carisma scozzese di Darren Fletcher, la forza di McClean, il dinamismo della coppia Morrison–Brunt – ora infortunato – uniti ai gregari Yacob e Gardner garantiscono un frangiflutti decisamente potente e resistente agli attacchi delle migliori squadre sul territorio.

WBA training session

Solitamente nel 4-2-3-1 viene dato spazio al duo formato da Fletcher e Yacob a sostegno di tre giocatori con obblighi e mansioni decisamente più offensive: lì davanti c’è spazio, c’è concorrenza e c’è tanta qualità. Più di quella che traspare a prima vista.

C’è anche un presidente piuttosto ambizioso, che si è risentito per il mancato arrivo di un club-record signing, un acquisto faraonico fermato, secondo i media inglesi, dall’head coachPulis: “Eravamo vicini all’arrivo di un giocatore che avrebbe superato il nostro record di spesa per un acquisto, grazie soprattutto all’aiuto di Jeremy Pearce e Gouchan Lai – ha dichiarato il patron John Williams al sito ufficiale del club – ma per ragioni calcistiche è stato deciso di non perseguirlo. Dunque, sebbene fosse un po’ tardi, abbiamo cercato di puntare su un altro obiettivo di grande qualità, ma per sfortuna non siamo riusciti a raggiungerlo in tempo”.

La decisione di rendere pubblico il piano di mercato ha creato non pochi malumori all’interno della tifoseria, che da tempo sostiene un allenatore ora dato da alcuni tabloids persino vicino all’addio con un possibile ritorno di Roy Hodgson alla finestra. Semplici rumors o cruda verità?

Ve lo ricordate in Serie A?

In versione Goran Pandev

In mezzo a tutto questo, un giocatore non di certo leggero – alias Momo Sissoko – si sta allenando con le Baggies insieme all’amico svincolato Marouane Chamakh, proprio mentre un attaccante che ha stregato la Francia ad Euro 2016 indossava i pantaloni biancoblù: Hal Robson-Kanu, da Reading con furore.  

Salomon Rondòn, scomodo da contenere e sempre pericoloso sotto porta, guida l’attacco in maniera pacata ed equilibrata, come confermato dai numeri: 11 reti in 44 partite inglesi, relativamente pochi se paragonati ai 28 messi a segno con la maglia dello Zenit San Pietroburgo in 57 partite ma tanti se si considerano le numerosissime sponde per i compagni.

Berahino e McClean ne hanno messi a segno rispettivamente 4 a testa la scorsa stagione, una media che rispecchia come il West Bromwich non segni molto ma lo faccia con costanza, senza esaltarsi o subire troppo durante un anno intero.

34 gol fatti e 48 subiti l’anno scorso, secondo peggior attacco del campionato ma settima miglior difesa del campionato nonostante una posizione medio-bassa nella classifica finale.

Dei 4 acquisti per rafforzare il reparto offensivo non abbiamo citato il nuovo numero 10 Matt Phillips, vera sorpresa di inizio stagione, arrivato per 6.000.000 di euro dopo un anno meraviglioso al Queens Park Rangers, dove ha segnato 8 volte regalando 5 assist e collezionando quasi 3.800 minuti di gioco.

Con un campionato tutto da vivere e niente da perdere, il West Bromwich Albion si è presentato ancora una volta al grande pubblico con grande stile, umiltà e carte da giocare: sarà questo l’anno della consacrazione per chi ha saputo star sempre, perfettamente, al proprio posto come un Signor Nessuno?

Probabilmente no, ma alle Baggies va benissimo così.

Nessuno ne parla mai, per comodità lo chiamano persino WBA, ma tutti lo patiscono in campo, dove l’apparenza spesso non conta. Inganna, come nella vita, come nel 4-2-3-1 un po’ moderno ed un po’ ricercato targato Tony Pulis, colonna portante del club che potrebbe davvero lasciare ma lo farebbe a testa altissima.

Sic stantibus rebus, per il momento rimane fermo lì. Lì nel mezzo, anche in classifica.

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Il cacciatore di aquiloni

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Non è facile essere un figlio d’arte. Potrà forse esserlo per quanto riguarda il tenore di vita, sapendo di poter contare sulla gloria conquistata dal padre nel passato, ma costruirsi un futuro lungo e duraturo quando si vive all’ombra di un genitore illustre non è mai cosa scontata.

Giovanni Pablo Simeone porta con sé 2/3 del nome paterno, quello di Diego, storica colonna del calcio argentino e tecnico tanto sublime, quanto appunto “cholo”, ovvero un particolare incrocio di razze capace di mettere insieme qualità e quantità. Forse un pizzico più di quantità, ma non importa.

Il nuovo giocatore del Genoa è un attaccante mobile, rapido e dotato di un’ottima caratteristica utile a chi voglia sfondare le porte e i cancelli della Serie A: il tempismo.

Nei non pochi video che si possono scovare sul web, il 21enne – nato a Madrid ma di nazionalità argentina – sembra proprio un abile gestore del pallone, bravo a controllarlo e ancora più letale quando si tratta di infilarlo in rete di testa.

Non ci credete? I dati gentilmente forniti da WyScout.com parlano abbastanza chiaro: il 58% dei colpi di testa del Cholito corrispondono a un gol, mentre il restante 42% si suddivide equamente fra parate del portiere avversario e palloni a lato. Una media per nulla scontata, basti pensare come Leonardo Pavoletti abbia percentuali più basse (il 60% dei suoi colpi di testa vengono parati o finiscono fuori ed il 40% ha un esito positivo) provandoci mediamente il doppio delle volte rispetto al nuovo arrivato al “Signorini” di Pegli. Si tratta ovviamente anche di reparti difensivi differenti, per scoprirlo basterà attendere.

Simeone è agile ed abile a districarsi negli spazi in area di rigore, territorio nel quale ama vivere ma da cui si sposta in caso di necessità. Altro dato importante, il classe ’95 proveniente dal River e con un passato in prestito al Banfield corre davvero tanto.

Ottimo finalizzatore, salta l’uomo senza troppa difficoltà facendo leva su un fisico snello e molto agile: in patria c’è chi lo ha paragonato a Saviola, chi a Paulo Dybala o Luciano Vietto – fortemente voluto dal padre all’Atletico Madrid – e chi addirittura ai più grandi nomi del panorama argentino. Messi o Maradona? Provando a trovare altri paralleli con giocatori meno fenomenali o più noti in Italia, si potrebbe trovare qualche affinità con il Gallo Belotti, attaccante del Torino bravo negli inserimenti e prolifico di testa, esplosivo nelle incursioni ed a servizio della squadra quando si trova con la palla fra i piedi. Anche Jonathan Calleri, fresco acquisto del West Ham, oltre ad aver avuto all’incirca gli stessi numeri di Simeone nella scorsa stagione, assomiglia non poco al futuro numero 9 rossoblù.

Fatte le dovute considerazioni, va poi ricordato come proprio al Banfield, squadra nella quale è definitivamente sbocciato con 12 reti stagionali, abbia giocato tanto insieme, dietro ed al posto di Santiago Silva nel 4-2-3-1 o 4-5-1 dei biancoverdi che spesso veniva mutato in un 4-4-2 quando entrambi gli attaccanti si trovavano davanti.

Giovanni Simeone sembra quindi essere anche un giocatore piuttosto duttile o, quantomeno, non privo di esperienza nei repentini cambi di modulo e di posizione. Cosa che, apparentemente, con il gioco molto propositivo di Ivan Juric sarà fondamentale. Lo sarà tanto quanto la sua voglia di stupire, visto e considerato che si è già detto “loco” al pensiero di vestire la maglia del Genoa e che chiunque parli argentino e giochi in attacco venga accolto con un occhio di riguardo da tutti quei tifosi che hanno ancora negli occhi le gesta di Diego Alberto Milito.

milito

Il Cholito, figlio del gigante Cholo, proverà a conquistarsi i grandi palcoscenici saltando sempre più in alto e facendolo da solo, cercando il pallone con la testa o sotto porta come ha dimostrato di saper fare molto bene nei primi anni ad alti livelli in Argentina.

Lo farà come un cacciatore di aquiloni, sempre con gli occhi rivolti al cielo e pronto a colpire a sangue freddo spezzando i fili di quelli degli altri, riuscendo a stupire tutti con un solo movimento silenzioso e repentino.

L’unica cosa importante è che resti intatto il suo filo, che l’aquilone del Cholito continui a volare libero. Sempre più in alto.

Simeone

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Walk this way

Nell’ultimo decennio, parlando di calcio, le due domande più frequenti sono:

  • con che squadre il Chievo riesce a fare ogni anno 40 punti?
  • sarà questa la stagione dell’Arsenal?

Se per la prima domanda si tratta di semplice ironia, il motivo della seconda è probabilmente semplice: la nuova generazione non ha vissuto da spettatrice consapevole i trionfi di Arsène Wenger con i Gunners, cominciati nel 1998 con un double e culminati con la storica stagione del “non perdo mai” nel 2003/2004. Quell’Arsenal era inarrestabile, fece 90 punti eguagliando il Preston e fece pregustare a tutti gli amanti del calcio un dominio biancorosso nei secoli dei secoli. Ma di eterno nel calcio non c’è nulla, anche le sgroppate di Robert Pires hanno una fine, ecco perché quella squadra ad oggi rimane un quadro meraviglioso, un capolavoro dipinto tutto d’un fiato che tuttavia non si riesce a replicare.

Nello stesso anno in cui i Gunners alzarono il primo trofeo di una lunga serie, gli Aerosmith componevano un capolavoro chiamato “I don’t want to miss a thing”, titolo che rispecchia meravigliosamente bene immagini come queste, simbolo del gigante buono e filo-francese creato proprio dal pittoresco tecnico di Strasburgo.

“Non voglio chiudere gli occhi,
non mi voglio addormentare, 
non mi voglio perdere niente.”
Chiusa la parentesi rotonda, si torna inevitabilmente a viaggiare nel presente. La stagione 2016/17 è ormai alle porte ed anche i Gunners, pur consapevoli di dover ancora fare qualche colpo grosso di mercato, si stanno preparando all’ennesimo tentativo di ripetere le gesta degli antenati nemmeno poi così lontani.

PORTIERI – Jaded

Sistemato già nella scorsa estate il reparto più pericolante della squadra, oggi si registra persino un leggero esubero fra i pali: il “povero” Wojciech Szczesny avrebbe trovato pochissimo spazio vicino a Cech ed Ospina, motivo per cui è stato lasciato a crescere ancora in Serie A. I giovani Emiliano Martinez e Matt Macey chiudono una lista tanto lunga quanto positiva: lo scorso anno le reti subite – come nella stagione ancora precedente – sono state relativamente poche, solo 36: quella di Wenger si è rivelata una delle migliori difese insieme al campione d’Inghilterra Leicester, seconda soltanto a quelle di Manchester United e Tottenham.

“Petr, Ma chi glielo dice a Wojciech che qui non giocherà mai?”

DIFENSORI – Cryin’

Non sarà probabilmente Rob Holding, giovane talento dalle belle speranze appena arrivato dal Bolton, a rovesciare le gerarchie e a risolvere i problemi difensivi dei Gunners: ci ha provato Chambers, ora accostato al Watford, non ci è riuscito nemmeno Gabriel Paulista, ancora troppo poco affidabile per garantire una sicurezza costante durante la stagione.

Continuità e sicurezza sono diventati invece i capisaldi di casa Laurent Koscielny, difensore “acerbo e maldestro” diventato negli anni il “miglior centrale del campionato”, come sostiene Rio Ferdinand, non proprio un passante qualunque.

Se per il francese si sprecano i complimenti, il colosso tedesco e biondo Per Mertesacker sta ancora cercando di riguadagnarsi quelli che si era meritato durante le prime due stagioni a Londra, coronate da 69 presenze in campionato e 5 reti.

Sulla fascia sinistra ci sono l’ordinato Nacho Monreal e l’eterna promessa Kieran Gibbs, mentre i veri problemi numerici si registrano sul lato destro: se Hector Bellerìn rappresenta probabilmente il miglior giovane in squadra – l’interesse fastidioso del Barcellona ne è la prova vivente – non è ancora chiaro il futuro tanto dell’ex West Ham Carl Jenkinson quanto di Mathieu Debuchy, che nonostante l’infortunio ed il prestito al Bordeaux da cui è appena tornato continua a far sapere di non voler continuare l’avventura londinese: ha giocato venerdì contro il Lens, ma il suo futuro resta avvolto nella nebbia.

“In my opinion it seems much more practical to keep a younger and arguably more talented Carl Jenkinson, that it does to keep an ageing, out of form Mathieu Debuchy” sostiene sul web uno scrittore amico dell’Arsenal, chissà che non possano restare entrambi. L’importante, però, è che non parta lo scattista Bellerìn.

 

CENTROCAMPISTI – Dream On

Il vero reparto da sogno, non me ne voglia Flavio Briatore, è il centrocampo. La forza ed il limite dell’Arsenal sta proprio lì, lì nel mezzo, dove l’intelligenza di un ormai intoccabile ed evoluto Aaron Ramsey ed il tempismo di Mesut Özil fanno fatica ad esser sostenute da una retroguardia che – come abbiamo detto – è buona ma non magnifica.

Fortunatamente il primo acquisto per la nuova stagione è un ottimo compromesso fra difesa e creatività, fra sostanza e fantasia, fra Taulant e Granit: si tratta di Xhaka, un corsaro quandosi tratta di recuperare palloni ma un preciso geometra in fase di impostazione. Sarà lui il collante fra difesa e centrocampo capace di rendere meno pesanti le sfuriate offensive dei cannoni biancorossi?

Un altro giocatore ancora tutto da scoprire è Mohamed Elneny, prelevato dal Basilea lo scorso gennaio per circa 12.000.000 di euro: il nuovo mediano incontrista agli ordini di Arsène Wenger è subito entrato a pieno nel progetto biancorosso collezionando una dozzina di presenze nella sua prima mid-season inglese. Le due più grandi qualità del classe 1992 egiziano sono senza dubbio temperamento e precisione nei passaggi, di cui andremo ad analizzare i dati grazie alla piattaforma WyScout.com.

WyScout El Neny

L’acquisto di Elneny nella finestra di gennaio, a dire il vero, è stato necessario in seguito all’infortunio – uno dei tanti – subito da Francis Coquelin: il francese è un vero e proprio beniamino dell’Emirates e aveva cominciato la stagione in maniera perfetta, prima di accasciarsi a terra rialzandosi soltanto a 2016 inoltrato. Basso, compatto ed infaticabile corridore, anche con gli arrivi egiziani e svizzeri il suo impiego non dovrebbe essere compromesso; sarà certamente complicato trovare spazio e continuità, ma se proverà a conquistarsi la fiducia di Wenger con la stessa grinta che lo ha reso un beniamino dei tifosi, beh a quel punto non sarebbe facile arginarlo.

Ci siamo completamente dimenticati di Jack Wilshere, abbastanza comprensibile e normale considerando come nelle ultime due stagioni il peperino di Stevenage abbia giocato soltanto 17 partite di Premier League su 76 disponibili. Il suo palmarès, rigorosamente con la maglia dell’Arsenal, assomiglia più ad un bollettino medico che ad una bacheca piena di trofei:

wilshere

All credits to transfermarkt.it

Su Mesut Özil e i suoi passaggi smarcanti non serve aggiungere nulla, rovinerebbe soltanto l’atmosfera, mentre Santi Cazorla merita un capitolo a parte: agile ma potente, veloce ma intelligente, spesso assente ma sempre decisivo.

Se due stagioni fa 7 reti in 37 partite – solo un’assenza durante tutta la stagione – lo avevano reso quasi unico oltre che indispensabile, l’anno scorso non è andata così bene, complici i quasi 4 mesi di assenza per infortunio. Mai però sottovalutare Paquirrin, formidabile a dileguarsi negli spazi e letale da fuori area.

 

ATTACCANTI – Crazy

Serge Gnabry e Andre Iwobi sono le promesse da realizzare, Joel Campbell e Alex Oxlade-Chamberlain quelle – ad oggi – non mantenute, ma i due esterni nel 4-2-3-1 saranno rispettivamente Alexis Sanchez e Theo Walcott: il primo è la stella di cui nessuno a Londra si vuole privare, il secondo ogni volta che entra cambia le partite.

Nello scorso campionato Sanchez ha giocato 2.445 minuti, Walcott “soltanto” 1.373: il cileno è insostituibile, il londinese tutto rapidità e traversoni si è rivelato l’uomo devastante a partita in corso. Sul lato destro viene spesso utilizzato Ramsey nel ruolo di regista avanzato, ma del resto si sa che Wenger fa della rotazione – complici anche i tanti infortuni – un’arma letale e vincente.

Se Danny Welbeck continua a fare i conti con un problema al ginocchio che lo ha tenuto fermo per mesi e continua a farlo, l’uomo della provvidenza si chiama Olivier Giroud: potenza, intelligenza e caparbietà che si verbalizzano con 16 reti in 38 partite, nessuna esclusa.

A dire il vero i suoi detrattori sono molti, fra cui spicca l’icona Spurs Garth Crooks: per lui il francese segna troppo poco, l’Arsenal non vincerà mai nulla finché la vecchia stella del Montpellier popolerà l’area di rigore.

 

Titolo o non titolo, a proposito di prime pagine non possiamo non parlare dell’uomo che ha stregato il Giappone finendo nel mirino proprio di Arséne Wenger, allenatore che nella terra del Sole nascente ha allenato e vinto con il  Nagoya Grampus Eight: si tratta del giovane Takuma Asano, tanto sconosciuto ai più quanto interessante e tutto da scoprire.

Nelle scorse settimane vi avevamo parlato di lui, lo avevamo fatto ponendo l’accento sui 5 trofei alzati – seppur in Giappone – a soli 21 anni.

L’ennesima incognita porta il nome di Yaya Sanogo, il cui talento è al momento incomprensibile e davvero nascosto: dal 2015 sono arrivati ben tre prestiti ma solo 4 reti, troppo poche. “Sarà il nuovo Adebayor” aveva azzardato qualche tifoso biancorosso, oggi il paragone sembra quasi definitivamente naufragato. Mai dire mai.

 

Bisogna ammettere che lo scorso anno l’Arsenal ha dimostrato più caparbietà del solito, restando aggrappata per mesi alla vetta e lasciando lo scettro soltanto di fronte al miracolo di Ranieri, ma fino a poche giornate dal termine i rivali del Tottenham avevano creduto sul serio di poter rovinare i preparativi ai tifosi avversari. Il St. Totteringham Day, infatti, è un’istituzione per i tifosi biancorossi; si tratta del giorno in cui matematicamente i Gunners sono sicuri di finire sopra i rivali del Tottenham e, di rimando, decidono di festeggiare. La data ormai è diventata una sorta di must, un avvenimento ricorrente per via della dozzina di campionati in cui il biancorosso sovrasta il biancoblu. A metà campionato sarebbe stato improbabile pensare ad una ripetizione di questa festa, si credeva che al termine della stagione 2016 sarebbe arrivato dopo anni di egemonia cittadina il momento di una minestrina per far andar giù meglio il campionato meravigliosamente strabiliante del Tottenham, spinto dall’uragano Harry Kane e fermato soltanto dal Leicester. Invece no, sono arrivati davanti ancora una volta: 71 punti a 70, un premio amaro ma sempre meglio di niente.

 

Gli Aerosmith cantavano “What could have been love”, se i Gunners avessero avuto un po’ di fortuna in più chissà cosa ci saremmo trovati a raccontare oggi. Probabilmente qualcosa di diverso, sicuramente però basterebbe una stagione altrettanto storica per far dimenticare 12 anni di buoni piazzamenti a luci soffuse. Perché l’Arsenal non si è arreso, è ancora lì aggrappato, nonostante tutto.

Aerosmith, Arsène Wenger, Arsenal, arte ed ambizione: magari sarà proprio nella Premier delle meraviglie, in cui nessuno si aspetta la loro rinascita, che i cannoni torneranno a fare terra bruciata su tutti i campi d’Inghilterra.

Quel quadro datato 2004, dipinto dal mago di Strasburgo, ha oggi un valore inestimabile. L’artista più silenzioso della Premier League, però, non riesce a ricrearne una copia simile all’originale, che ha lasciato a bocca aperta milioni di sportivi in tutto il mondo in un passato visto dai più giovani come molto, molto lontano. Chissà che questa volta, mentre gli occhi di tutto il paese sono puntati sui due saltimbanchi di Manchester o alla ricerca di altre favole a lieto fine come quella del Leicester, lo stanco e silenzioso Arsène non ci riesca per davvero.

Perché loro ci sono sempre, nel bene e nel male.

Dì “arrivederci” a un altro giorno

Aerosmith

Scritto e disponibile su Numerosette.eu
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Speciale Calciomercato

È tempo di calciomercato, inutile girarci intorno.

Proveremo a identificare, con la nostra solita leggera ironia, tutte le pedine europee – e non solo – che i grandi club stanno muovendo in vista della stagione ormai alle porte. Lo faremo, come necessario quando si tratta di milioni, con l’aiuto delle valutazioni folli o “moderate” che ogni club dà ai gioielli di cui non vuole, non può o cerca di privarsi.

22.500.000 € – MARKO PJACA

È lui l’uomo del momento. Arriva da predestinato, tutti ne parlano e tutti si aspettano grandi cose. Il fantasma di Mateo Kovacic aleggerà sull’ennesimo talento sbocciato alla Dinamo Zagabria, che deve però ancora trovare forza e carattere per la definitiva consacrazione in Europa.

Fisicamente è un paio di spanne sopra il centrocampista del Real Madrid, mentalmente è ancora tutto da vedere.

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9.800.000 € – GANSO

Citiamo lui ma non dobbiamo dimenticare gli altri. Il Siviglia, infatti, ha deciso di cambiare pelle dopo la dipartita di Unai Emery ed ha deciso di farlo comprando un fiume di giocatori, fra i quali spicca proprio il nome di Ganso. Dopo essere stato accostato al Milan per tutta l’estate del 2011, il talento ex Santos e San Paolo è rimasto in Brasile fino ad oggi, giorno in cui è atterrato a Siviglia per salutare i nuovi compagni e cominciare, a 26 anni, la prima avventura in Europa. Anzi, a dire il vero dovrà tornare in America per vederli, visto e considerato che si trovano in tournée ad Orlando, ma conta il pensiero.

Emery e Krychowiak non ci sono più, è vero, ma Lucky Luciano Vietto è il grande nome per l’attacco, Kranevitter la sorpresa, Franco Vazquez e Joaquín Correa i volti noti agli italiani e Jorge Sampaoli il nuovo tecnico: siete davvero sicuri che si siano indeboliti?

 

0 € – DIEGO

Oggi è arrivata l’ufficialità: Diego Ribas da Cunha lascia il Fenerbahçe e lo farà senza infamia e senza lode dopo 5 reti in una cinquantina di presenze. Passa al Flamengo, squadra che ha scelto di dargli ancora fiducia sperando di non pentirsene.

Nell’annuncio ufficiale manca il tanto amato codino che lo ha contraddistinto nell’ultimo e sfortunato anno in Turchia: le scelte banali non gli sono mai piaciute, oggi ritorna alle origini.

Dal bianconero del Santos al rossonero del Flamengo, da San Paolo a Rio de Janeiro.

DIEGO

60.000.000€ – JOHN STONES

A Manchester aspettano lui e Leroy Sané, poi l’operazione chiamata “Guardiola” potrà finalmente partire senza freni: il difensore dell’Everton è valutato una cifra da capogiro, ma è stato immortalato ieri pomeriggio per le vie della città che farebbe di tutto per ospitarlo, quindi i rumors di un affare già chiuso iniziano a farsi sempre più numerosi.

John Stones è virtualmente un giocatore del Manchester City, se ne parla da mesi e Guardiola lo vuole a tutti i costi. Beh, un attimo, proprio a 59.000.000 di Euro magari no, ecco svelato il motivo per il quale non lo abbiamo ancora visto con la maglietta azzurra.

Tipica espressione di chi sa di aver appena speso un mese di stipendio per fare felice una fidanzata: menomale che può permetterselo

Tipica espressione di chi sa di aver appena speso un mese di stipendio per fare felice una fidanzata: menomale che può permetterselo

Una canzone italiana piuttosto nota recita “ogni cosa ha il suo prezzo, ma nessuno saprà quanto costa la mia libertà”. A dire il vero non sappiamo nemmeno quanto costi realmente Paul Pogba, felicemente ancora bianconero e felicemente sopravvalutato dal mondo intero.

10.000.000€ – NICOLA SANSONE

Il Villareal lo vuole, il Submarino Amarillo dovrà però pagare un caro prezzo per averlo. Il patron Squinzi non è solito svendere i giocatori – i 18.000.000 di euro sborsati dall’Atletico Madrid per Šime Vrsaljko docent – e pertanto non bisogna aspettarsi una trattativa facile.

La Liga è galáctica, la Spagna attrae ed il Sassuolo gioca “soltanto” l’Europa League: un sogno Champions tutto giallo potrebbe far cambiare idea e casacca all’esterno più sottovalutato d’Italia?

 

Massimo 15.000.000€ (secondo Marotta) – Minimo 25.000.000€ (secondo Lotito) – LUCAS BIGLIA

Tuttosport come sempre non ha dubbi: Lucas Biglia sarà l’uomo di fiducia per la nuova Juventus, qualora fosse costretta a dover fare i conti con un Paul Pogba in meno.

L’argentino ha 30 anni, Lotito chiede 25.000.000 di euro e Marotta ne offre quasi la metà: potranno trovare un accordo? Con questi numeri e queste distanze, è più facile che i biancocelesti raggiungano quota 1000 abbonati in una settimana.

Al suo fianco spicca sempre il nome di Nemanja Matic, simile fisicamente al francese ormai diretto a Manchester – così si dice – ma con alle spalle una valutazione molto alta da parte del Chelsea, oltre ad un contratto che lo lega con i Blues fino a Giugno del 2019.

 

29.000.000€ – GEORGINIO WIJNALDUM

A St.James’ Park stanno preparando i fazzoletti bianchi per salutare la classe cristallina dell’olandese dopo una sola stagione: colpa della stagione infausta, colpa della relegation ma soprattutto “colpa” del Liverpool, capace di distruggere la concorrenza raddoppiando le offerte della Roma e del Tottenham, da tempo interessate all’ex stella del PSV Eindhoven.

Da SkySports sono certi, il giocatore sta già viaggiando verso il Merseyside “to undergo a medical”, ovvero per sostenere la visita medica di routine.

Per un giocatore che ha fatto del temperamento e della forza le sue armi vincenti, non dovrebbe essere un problema.

Skysports wijnaldum

25.000.000€ – NICOLAS GAITAN

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Frasi di rito e di benvenuto da parte del presidente della sua nuova squadra, l’Atletico Madrid: “Nicolas Gaitan è un attaccante di straordinario talento, tutta la nostra famiglia gli augura il meglio in questa nuova tappa” ha dichiarato Enrique Cerezo durante la presentazione dell’ex stella del Benfica.

Il 28enne, invece, appena sbarcato nella capitale spagnola, ha esordito con un sentito “Spero di ripagare sul campo la fiducia del club, posso portare ordine tattico e gioco di squadra”. 

Che possa essere l’inizio di una nuova era? La tecnica di Gaitan nella concretezza del Cholismo: affascinante, interessante e potenzialmente molto, molto divertente.

Gaitan Nico

Wonderwall

Oasis e Manchester, musica e calcio, il saper essere sbarazzini nonostante la crisi di mezza età e la nuova frontiera del calcio europeo, i fratelli Gallagher e gli sceicchi Mansour ed Al Mubarak.

Sarebbe troppo facile paragonare la vita di ogni tifoso azzurro con quella della band più famosa della moderna ma semplice città mancuniana, infatti lo faremo molto volentieri. Del resto, si sa, basta seguire lo scrittore, quindi Stand by Me.

Dalla terza serie alla Premier League in quattro anni non dev’essere stato semplice, ne sanno qualcosa i Citizens che hanno vissuto con le lacrime di gioia il 1998-1999 e di dolore la nuova e sofferta retrocessione del 2001. Molti, vedendo la propria squadra crollare mentre i Red Devils alzavano trofei quasi una volta al mese, avranno sicuramente pensato “è tutto finito, i bei tempi del 1970 non torneranno mai più, è stato bello finché è durato”.

Il calcio e la vita sono spesso strani, inspiegabili, un lampo nel deserto di motivazioni e risultati riesce a far ritrovare quella serenità che mancava fino a un paio di mesi prima. E fu così che arrivò quel segnale, quel Deus ex machina capace di riportare tutto alla normalità nella maniera meno dolorosa possibile: Kevin Keegan da Armthorpe consegna al Manchester City meno conosciuto di sempre una storica promozione in Premier League, trono da cui nessun azzurro scese mai più.

Don’t go away, mister Kevin.

Ovviamente non fu così, l’allenatore ormai felice dell’obiettivo raggiunto decise di emigrare al Nord per risollevare quel Newcastle che aveva portato sul tetto della Championship e successivamente al terzo posto in Premier League prima di sedersi sulla panchina del Maine Road: un uomo chiamato “salvezza”, da alcuni persino “rinascita”.

Ma tornando proprio al Maine Road, l’ultima rete nello storico stadio del City la mise a segno Marc-Vivien Foé, che purtroppo si spegnerà prematuramente proprio su un campo da calcio qualche mese dopo in un tragico episodio che ha segnato la storia di questo sport. Quell’anno arrivò anche la qualificazione in Coppa Uefa, non male per una squadra che aveva toccato con mano l’oblio della terza divisione.

Purtroppo Live Forever è soltanto una canzone, mentre tutte le storie – soprattutto nello sport – hanno una fine ben definita e necessitano una rivoluzione rapida ed indolore. Non è facile far dimenticare chi ti ha permesso di tornare alla normalità, di poterti nuovamente confrontare con il rivale di sempre e persino di batterlo in un rocambolesco 3-1 con rete di Anelka: little by little si arriva davvero dove si vuole.

Il City of Manchester Stadium diventa il primo segno tangibile di una rivoluzione mai messa davvero in atto dalla nuova proprietà del Manchester, arrivata nel 2007 parlando thailandese: Thaksin Shinawatra è il nuovo presidente, Sven-Göran Eriksson il nuovo allenatore.

Il Masterplan è poco chiaro, gli acquisti sono una valanga e in campo i risultati si vedono soltanto in parte: Rolando Bianchi, Elano, Martin Petrov, Valeri Bojinov, Javier Garrido, Vedran Ćorluka, Gelson Fernandes e Geovanni Dos Santos brillano fino a metà stagione, poi il tracollo che permise di accedere alla Coppa Uefa soltanto grazie alla classifica Fair Play della Premier League. Anche un piccolo aiuto, a volte, ci vuole.

A fine anno arriva però la notizia più inattesa e preoccupante, che potrebbe causare una tempesta di cambiamenti in negativo e far tornare lo spettro di una caduta libera in breve tempo: dopo un solo anno di presidenza – e dopo aver comprato Tal Ben Haim, Jô e Shaun Wright-Phillips esonerando Eriksson – Thaksin Shinawatra fu costretto a mettere in vendita la società in quanto coinvolto in uno scandalo politico.

Non temere caro Manchester City, stop crying your heart out: è tempo di cambiare pelle.

Abu Dhabi United Group, a sentirlo così sembra un amico dei Diavoli Rossi. Sebbene il nome possa ingannare, il proprietario non è Sir Alex Ferguson bensì Mansur bin Zayd Al Nahyan, figlio del defunto presidente degli Emirati Arabi Zayed bin Sultan Al Nahyan: insomma, non proprio gli ultimi arrivati e nemmeno dalla parte dei rivali.

La parte azzurra di Manchester, dopo aver sentito l’entità del budget previsto per il calciomercato, può tornare a sognare: questa volta spera di farlo per davvero.

Sfiorato il clamoroso ingaggio di Kakà dal Milan, i nuovi proprietari si rifanno con lo strappareCarlos Tevez alllo United e Robinho al Real Madrid, riuscendo nella brillante impresa di far passare in secondo piano gli arrivi di giocatori brillanti quali Craig Bellamy, Nigel de Jong, Wayne Bridge e Shay Given.

Il primo anno è considerato di transizione, i Citizens continuano a non stupire ma raggiungono comunque il centro della classifica, una posizione nobilissima che mette in luce come un anno oggi considerato “deludente” corrisponda a quello che 15 anni prima sarebbe stato un vero e proprio miracolo sportivo. Non male come inizio, ma il meglio deve ancora venire. Basta non guardare al passato con rabbia, già, don’t look back in anger.

L’anno seguente lo scontrino finale fa registrare £110 milioni di sterline sborsati per far crescere ulteriormente una squadra che, visti i presupposti ed i grandi progetti, deve iniziare a farlo il prima possibile: arrivano Gareth Barry, Roque Santa Cruz, Emmanuel Adebayor, Kolo Touré, Joleon Lescott e Carlos Tévez che si toglie la maglia rossa dello United per vestire di azzurro, ma la storia fatica a cambiare.

La pazienza ha un limite, anche le casse societarie – su questo avrei qualche dubbio in più – e quindi l’era di Hughes si spegne a fine Dicembre del 2009, quando in panchina viene chiamato l’homo novus e l’uomo giusto: Roberto Mancini.

Dicono che se ti fai amico Craig Bellamy hai risolto buona parte dei tuoi problemi, lui non gioca spesso ma il Manchester City targato Mancini arriva al quinto posto e si qualifica inCoppa Uefa, il massimo possibile per una squadra che si trovava a navigare in un pericoloso centro classifica in un freddo inverno tipicamente anglosassone.

Nel 2010 arrivano un terzo posto e la prima coppa alzata dall’allenatore italiano, una F.A. Cup necessaria per prendere coscienza di un cambiamento necessario e più che mai in corso: arrivano Silva, Kolarov, Balotelli, Yaya Touré, Boateng, Milner, Džeko ed arriva anche una storica qualificazione in Champions League, che da quasi 50 anni non vedeva altro se non feste in piazza dei cugini rossi e poco clementi.

Il 2011 è un anno indescrivibile. Difficile da raccontare se sei tifoso imparziale, figuriamoci se hai fatto un salto sul divano alla rete di Agüero ad un secondo dalla fine del campionato: la mano di Mancini plasmò una squadra fino a renderla quasi perfetta, e sarà proprio quel “quasi” a rendere il tutto più indimenticabile.

Arrivano Clichy e proprio El Kun, Sergio Agüero, prelevato dall’Atlético Madrid per 45 milioni di pounds. Le 11 vittorie nelle prime 12 partite sono il preludio al trionfo finale, per quanto ad un tifoso azzurro potesse forse bastare anche soltanto la clamorosa e travolgente vittoria per 1-6 contro il Manchester United a suon di prese in giro e “Why Always Me?”.

Sembra il classico anno perfetto, in cui ti va bene tutto e puoi permetterti di sederti davanti alla televisione ed aspettare senza sofferenza, perché tanto prima o poi il gol arriva. Purtroppo – o per fortuna – qualcosa andò storto, un paio di problemi permisero ai rivali rossi di tornare in vetta e portarsi a 8 punti di vantaggio nel girone di ritorno, ma proprio sul più bello sarebbe accaduto l’incredibile. Una rete di Vincent Kompany nella stracittadina di ritorno aprì le porte per una clamorosa remuntada, che portò il City a pari punti con i rivali ad una giornata dal termine, ma con un +8 – numero ricorrente – di differenza reti che faceva pregustare la vendetta alla parte azzurra di città. Chi se lo sarebbe mai aspettato?

L’ultima giornata di quella stagione non ha senso, Mancini rischia di perdere dalle mani il titolo in casa, rischia di farlo nel peggiore dei modi ma riesce a sollevarlo nella maniera meno prevedibile del mondo: sarà una rete a 5 secondi dalla fine, proprio di Sergio Leonel Agüero Del Castillo, a consegnare il titolo al Manchester City dopo 46 anni per la disperazione dei Red Devils già in festa a Sunderland e per il delirio azzurro sparso per il mondo.

Hanno vinto loro, ha perso la storia, Mancini a Manchester con la sua mano ha mangiato vivi i rivali di sempre.

È tempo di brindare, è tempo di farlo con il migliore champagne in circolazione, dicono che sia buono lo champagne supernova: ti porta sulle stelle, sulla vetta di una montagna per molti impossibile da scalare, in cima alla Premier League.

Il resto è onestamente storia recente, di qui in poi viene considerata fallimentare qualsiasi stagione senza alcun titolo sollevato, motivo per cui il matrimonio con il Mancio finirà in maniera poco limpida ma nonostante tutto fra bei ricordi e sorrisi, un po’ come quelli dello Charming Man Manuel Pellegrini, capace di riportare sul trono il Manchester City nel 2014 vincendo un paio di Coppe di Lega durante il suo silenzioso ma pacifico cammino azzurro.

 

Pochi giorni fa si è aperta la nuova era, Pep Guardiola è arrivato in città e tutti sono rimasti sintonizzati per vedere all’opera l’allenatore più richiesto del mondo – insieme allo Special One, guarda caso ora al Manchester United – in una delle squadre più brillanti dell’ultimo decennio.

A quick peep cantavano gli Oasis, riferendosi ad un rapido pigolio, ma nell’era dei social network suona decisamente più moderno parlare di cinguettii. È stato un Pep molto social quello visto all’opera la settimana scorsa, un “Quick Pep” che ha postato un “Quick Tweet”con una persona che ci ha accompagnato lungo tutto il nostro percorso di oggi.

Chi ha incontrato per primo l’allenatore spagnolo? Mancini? Pellegrini? Keegan o forse Eriksson? No, nessuno di loro, il primo uomo con cui devi sederti a tavola una volta atterrato a Manchester si chiama Gallagher, Noel Gallagher.

Bene, non resta che aspettare per capire come e cosa cambierà – a parte lo scudetto – in una squadra a tratti perfetta in cui è cambiato tutto, un diamante preziosissimo e nato da pochi anni, un miscuglio di talento ma ancora mai arrivato a dominare le competizioni europee. Eppure per una squadra i cui padroni non parlano inglese, non dovrebbe essere poi così complicato dimostrarsi spigliati e spavaldi anche fuori dall’Inghilterra. Il Manchester City dovrà comportarsi come gli Oasis, vincere tutto senza preoccuparsi di poter dare fastidio, farlo con stile senza perdere mai la voglia di andare avanti. Anche perché, questo i fratelli Gallagher lo sanno bene, today is gonna be the day.

E perché forse proprio Pep potrà essere l’uomo che salverà ancora una volta il Manchester City, portandolo una volta per tutte a scavalcare il muro delle meraviglie, che laggiù chiamano da sempre Wonderwall.

Perché calcio e musica, alla fine della storia, portano agli uomini le stesse emozioni: tristi o felici non importa, basta viverle, che sia in terza divisione o con la Champions League in mano, che sia da Noel o da Liam Gallagher.

Scritto e disponibile su Numerosette.eu
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