Kessié dell’altro mondo

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“Più no che sì” sarebbe stato, con tutta probabilità, il responso finale qualora in estate ci fossimo radunati per chiedere a qualche tifoso senza particolari pretese“Conoscete Kessié?”.

Probabilmente Gian Piero Gasperini faceva parte della minoranza positiva, del resto che l’allenatore piemontese fosse quasi unico nel saper valorizzare giovani promesse – Criscito, Sturaro, El Sharaawi e Caldara tanto per citare un quartetto sparso qua e là nel tempo – ne eravamo a conoscenza, tuttavia resta clamoroso come il giovanissimo ivoriano abbia preso in mano chiavi del centrocampo e cuore dei tifosi bergamaschi, non facili da scalfire per chiunque.

6 reti e 2 assist in 12 presenze sono una quantità esponenziale per un classe 1996, nato a fine dicembre ma già sulla bocca di tutti a inizio campionato per una doppietta nel 3-4 casalingo contro la Lazio.

Solido ma letale in progressione, agile ed altrettanto abile negli inserimenti, l’equilibrio lo rende uno fra i centrocampisti più pregiati della Serie A, dove un simile exploit può essere trovato solamente nelle figure di Lucas Torreira e Luca Mazzitelli, magari meno estrosi e decisivi dell’ivoriano ma altrettanto promettenti.

Alla media di 1 gol ogni 2 partite, altissima ed impressionante per un giocatore presentatosi al mondo del calcio come incontrista, si unisce un grafico delle zone di campo coperte davvero unico ed impressionante: le heatmaps fornite da WyScout.comci descrivono un giocatore che si ‘spalma’ in maniera omogenea su tutto il prato verde, partendo prevalentemente dal centro-destra senza però disdegnare tanto il ripiegamento difensivo quanto gli inserimenti repentini, entrambe carte vincenti per il gioco dinamico e propositivo di Gasperini.

In 90’ di gioco Franck Kessié si mostra allo spettatore come un vero e proprio albero della cuccagna: puoi trovarlo ovunque e i suoi segreti sono racchiusi nell’enorme tecnica individuale, capace di farlo salire in cattedra soverchiando la grande sostanza del centrocampo atalantino, portata in campo soprattutto dai veterani Carmona e Migliaccio.

La sua preponderanza si mescola poi perfettamente con la  duttilità di Kurtic e con la voglia degli altrettanto promettenti Gagliardini-Freuler. Il ruolo del gioiello alla corte nerazzurra, non ancora pienamente identificato dalle squadre avversarie, resta quindi un mistero per tutti.

Chiamatelo centrocampista tuttofare, mediano-fantasista, un regista di nuova generazione, ma il nuovo giovane lanciato da Gasperini resta la sorpresa più luminosa della prima parte di campionato, esattamente come la sua Atalanta delle meraviglie.

Se poi la scorsa estate Granit Xhaka si è preso le prime pagine dei quotidiani sportivi, volandosene a Londra come prototipo e manifesto del centrocampista moderno per circa 40 milioni di euro, sarà proprio Franck Kessié il nuovo granitico e dinamico di cui nel prossimo calciomercato avrà bisogno una grande squadra?

A vederlo oggi in campo, più sì che no.

Nel Blues dipinto di Blues

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Come nella vita, così anche nel calcio, prima o poi arriva il momento della verità.

Non appena ti sfiora vieni sbattuto con le spalle al muro, in difficoltà, consapevole che da quella precisa situazione dovrai in qualche modo tirarti fuori se non vuoi prendere la valigia e tornartene a casa senza applausi.

Le possibilità sono due: puoi prendere la strada della fiducia, mantenendo sempre inalterata la tua linea di pensiero, oppure puoi andare in ‘all in’, puntare tutto su qualcosa di tanto rischioso quanto potenzialmente trionfante. Puoi anche decidere di percorrerle entrambe, ma devi avere un carisma direttamente proporzionale alla voglia di vincere.

Antonio Conte, il Chelsea, un inizio magico e un momento quasi drammatico, poi la rinascita ed ora la vetta in Premier League: la grande bellezza del calcio riassunta in 5 semplici partite, dalle tigri dell’Hull City alla distruzione dell’Everton.

Partiamo dalla Genesi, ovvero dal momento in cui, dopo un inizio più che promettente, Klopp prima e Wenger poi diedero una mazzata nella schiena a una squadra potenzialmente devastante ma ancora poco lucida. In Inghilterra, ad essere onesti, nessuno aveva mai inneggiato all’esonero prematuro di del nuovo tecnico italiano, ma qualche voce negativa è ovviamente arrivata fino ai verdi prati di Cobham, centro sportivo modesto ma allo stesso tempo immenso dove qualsiasi allenatore si sentirebbe nel Paradiso calcistico.

“Idea of football” e “work hard” sono i due concetti base della nuova filosofia ‘contiana’ che si è colorata di blu da quest’estate; seguendo da vicino la squadra londinese, bisogna ammetterlo, alle parole sono sempre seguiti i fatti. Allenamenti brevi ma di enorme intensità, ma soprattutto una volontà ben chiara di cambiare modulo e soluzioni difensive di una squadra che può contare su un attacco stratosferico ma, talvolta, concede qualcosa di troppo agli avversari.

Ecco che quindi arriviamo al turning point, quella scelta chiave che cambierà forse per sempre la stagione del Chelsea meno chiacchierato degli ultimi anni: il 3-4-3.

Chelsea (3-4-3) – Courtois; Azpilicueta, David Luiz, Cahill; Moses, Kante, Matic, Alonso; Pedro, Hazard, Diego Costa

Che Conte amasse la difesa a 3 non era un segreto, nemmeno che prima o poi lo volesse provare oltremanica, ma metterlo in atto proprio nel momento in cui sei messo in discussione? Non so in quanti ci avrebbero mai puntato anche solamente un pound. Facciamo un penny e siamo tutti contenti?

Invece la storia dice altro, racconta di come dal momento del cambiamento tattico siano arrivate 5 vittorie in campionato e soprattutto 5 ‘clean sheets’, concetto che l’allenatore leccese ha imparato prima ancora del significato della parola ‘lascia’.

Prima ha messo in riga i campioni uscenti, poi ha umiliato José Mourinho senza nemmeno dargli tempo di entrare in campo, mentre Southampton ed Everton stanno ancora aspettando di vedere un pallone. Scherzi a parte, con il nuovo sistema di gioco il Chelsea non vince, il Chelsea vola.

Chelsea

I paragoni con la Juventus si sprecano, vuoi la somiglianza fra Victor Moses ed Asamoah oppure quella di Cesar Azpilicueta con Lichtsteiner, fatto sta che la squadra di Conte ha imparato a vincere gli avversari con l’unica arma consentita in Premier League: il dominio.

“Ho deciso di non sostituire Diego Costa anche se eravamo 3 a 0 perché in questo campionato un calo di concentrazione può essere fatale” ha dichiarato al termine della vittoria contro il Leicester, beh una frase simile la dice lunga su come i giocatori ai suoi ordini non hanno tempo per prendere fiato, almeno per i 90′ di gioco settimanali. Chi lo accontenta gioca, gli altri possono accomodarsi in panchina. Ne sanno qualcosa Michy Batshuayi e Cesc Fabregas, per nulla svogliati ma non ancora entrati a pieno regime negli schemi del mister, che se non vede la giusta intensità ha preferisce aspettare, piuttosto facendo esordire giovani volenterosi come Nathaniel Chalobah ed Ola Aina, senza dimenticarsi ovviamente di quel Ruben Loftus-Cheek riadattato centravanti.

Diego è ancora un po’ restio, ma in fondo in fondo sono…quasi amici

 

Il Chelsea di Conte è onestamente imprendibile, ricorda a tratti – da un paio di partite – l’Italia degli Europei, tanto cinica quanto capace di soffrire e far giocare l’avversario.

In tutto questo Cesar Azpilicueta è il simbolo della rinascita blues: ordinato e preciso, silenzioso ma efficace, ha rubato il posto persino a John Terry, che si vede sostituito in larga parte anche dal carisma clamorosamente divertente di Geezer, alias David Luiz. Se Gary Cahill ha sulla coscienza un paio di reti, 2/3 delle palle recuperate sono merito dei frangiflutti laureati per eccellenza, ovvero la coppia Matic-Kante, unica vera differenza rispetto al centrocampo “tutto qualità” di cui poteva disporre in bianconero. A proposito di qualità, Hazard, Willian e Pedro garantiscono un ricambio di soluzioni da Oscar, che non ci siamo dimenticati di citare. Sulle fasce Moses ed Alonso hanno vinto i ballottaggi con tutti gli altri, forse perché garantiscono sgroppate veloci, triangolazioni o quadrilateri efficaci e coperture difensive allo stesso tempo, o forse solamente perché ricordano a Conte proprio Asamoah e Lichtsteiner. Chi lo sa, fatto sta che la squadra funziona, va alla grande anche perché può contare sul capocannoniere del campionato, quel Diego Costa che in estate voleva tornare all’Atletico Madrid ma che alla fine ha deciso di restare. Per il momento sembra che abbia fatto la scelta giusta.

“Felice di stare lassù”

La partita contro l’Everton è stata una passeggiata di salute, pazzesco se considerato il potenziale straordinario di cui gli avversari erano forniti. Non in ultimo proprio l’ex BluesRomelu Lukaku, sostituto designato dell’attaccante brasiliano naturalizzato spagnolo ma ‘rimasto’ a Goodison Park per una lunga e complicata serie di eventi.

Il Chelsea a tratti gioca già a memoria, ne sono una prova le continue triangolazioni perfette e ben oliate fra terzino, centrocampista ed esterno d’attacco: vedere per credere.

Sulla faccia di Roman Abramovich si è rivisto un sorriso, Eden Hazard ha ricominciato a darsi da fare e ad incantare, mentre nel frattempo il Chelsea tornava a vincere. Anzi, a stravincere.

Tutto merito del gioco di squadra, cavallo di battaglia di Antonio Conte, capace di far credere agli avversari che un difensore in meno sia un punto debole; si tratta invece di un’enorme asso nella manica, perché la sue squadre attaccano in 7 e si difendono in 5, proprio come il numero di vittorie consecutive in Premier senza subire una rete.

Un tecnico a volte burbero, molto settario e poco diplomatico è tornato a far sorridere un gruppo che da tropo tempo si era seduto sugli allori, lo ha fatto cominciando con un lungo processo di recupero fisico-mentale nei verdi prati austriaci di Velden mettendo in pratica le sue tabelle persino nelle ore dei pasti. Il risultato dopo pochi mesi di video-lezioni e ore di training sessions è un Chelsea oggi primo in classifica, forse solamente per una notte, ma siamo certi che a Londra questa ‘big revenge’ (citando Ranieri) se la siano goduta tutta. Forse perché un po’ meno scontata e melensa del solito?

Una squadra che gioca da squadra, rigorosamente quadrata e motivata. Una squadra che vince, pareggia o perde ma facendolo da squadra. Anzi, per non fare arrabbiare Conte, una squadra che vince e basta. Così è (se vi pare) il nuovo Chelsea.

Ho un brutto rapporto con la sconfitta; se perdo sto male per dei giorni, quindi cerco di trovare tutti i modi per evitarla

Antonio Conte

Esiste un aggettivo per descrivere questa foto?

 

O plata O plomo

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LIVELLO DI SPOILER: Medio-Alto

Premessa: chi si è avventurato nella Foresta Amazzonica chiamata Narcos, cercando di dare una visione più o meno pittoresca della splendida e tanto menzionata opera Netflix, ne ha guardato le due serie in circa una settimana. Poi, commettendo un errore gravissimo, si è preso qualche giorno di pausa, perdendo così un po’ di smalto nei ricordi e nelle suggestioni che una serie come quella su Pablo Escobàr può generare. Detto questo, ce la metterà, anzi ce la metterò tutta. Del resto, o piace o non piace.

Cominciamo con la scena chiave della serie, il momento in cui si è ad un passo dalla fine ma si sceglie di far nascere un nuovo inizio. La sola vista di “Don Pablo’ provoca nei soldati dell’esercito un senso di paura e desolazione, come se fossero letteralmente legati con una corda, impotenti di fronte al nemico che passa in mezzo a loro senza che nessuno abbia la forza di muovere un dito.

Prima osservazione: la corda è disegnata proprio sulla felpa di Pablo.

Seconda osservazione: l’esercito colombiano era stato inviato in quel bosco con un solo imperativo categorico, prendere Pablo Escobar ed ucciderlo. Ma non accadde nulla di tutto questo.

Narcos

Bogotà è il centro del mondo.

Momento, momento, momento. C’è stato anche chi ha paragonato la figura del protagonista con quella di Peter Griffin, tanto buffa quanto esilarante. Se a tratti si potrebbe anche trovare un punto d’accordo, soprattutto nella fisiognomica, credo si siano dimenticati una dote fondamentale e peculiare del personaggio interpretato da  Wagner Moura: la spietatezza. Rigorosamente unita ad una nonchalance tipica di chi pensa di avere in tasca le sorti del mondo.

Il Pablo Escobar raccontato dal trio Chris Brancato, Carlo Bernard e Doug Miro è un personaggio quasi mitologico, una leggenda che respira ma di cui si narrano gesta totalmente contrastanti. Se il rispetto e l’attaccamento quasi morboso per la famiglia pervadono le scene in casa, nei giardini delle ville di sua proprietà vengono prese decisioni clamorosamente pesanti, rumorose e degne del peggior terrorista mai esistito sulla faccia della terra.

Un dettaglio tanto particolare quanto potenzialmente interessante della serie è però il rapporto del protagonista con i vari personaggi.

Diciamo che non avete scelta, o andate avanti a leggere le nostre teorie oppure il senso di colpa sarà così forte da impedirvi di prendere sonno la notte, facendovi sentire pesanti ed eternamente insoddisfatti. Insomma, tanto per restare in tema, o plata o plomo.

o-plata-o-plomo

 

Prima di tutto presentiamo però i due protagonisti in sottofondo, i due agenti della DEA che rendono Narcos un vero e proprio intreccio di sensazioni e sentimenti: parlo ovviamente di Javier Peña e Steve Murphy, probabilmente il personaggio più riuscito oltre che la voce narrante di tutta la serie.

Partiamo dalla familia, cosa buona e giusta.

Durante tutto il percorso di ‘prigionia’ e latitanza, Pablo si rifiuta categoricamente di perdere anche soltanto per un secondo la quotidianità, la tranquillità mattutina ed il caffè del pomeriggio, motivo per cui le scelte più dure vengono prese proprio quando questo idillio viene ridotto in frantumi o bloccato sul più bello.

Rapporto con la moglie e considerazione dei figli sono il lato chiaro e quello scuro di una medaglia al valore che il nostro protagonista ha da sempre cercato di guadagnarsi, ergendosi a capopopolo sperando di conquistarsi l’amore dei cittadini elargendo soldi come fossero volantini:

  • Te Amo Tata” resterà la frase più sentita in presenza della moglie, tradita però con una brillante ed ammaliante giornalista nel corso di buona parte della serie;
  • Nella stessa misura ma con le dovute proporzioni Pablo vive per rendere felici i due figli, ma non si preoccupa minimamente del fatto che per colpa sua la figlia sia rimasta sorda da un orecchio. O, perlomeno, non lo farà mai trasparire.

“Ogni scarrafone è bello a mamma sua” si dice quotidianamente, non so come si dica in colombiano ma ecco spiegato il motivo per cui Pablo ed Hermilda saranno complici dal primo all’ultimo minuto di partita. La figura familiare più importante è però quella di‘hermano’ Gustavo, ma ne parleremo in fase conclusiva.

Il mancato arrivo al potere segnò la fine di un sogno forse genuino ma sicuramente poco realizzabile e rappresentò soprattutto l’inizio di quella sciagurata e spietata campagna di attentati, linciaggi ed opere di sterminio verso chiunque osasse frapporsi tra la legalità e il suo operato.

A proposito di legalità, per il nostro protagonista non esiste. Ne sa qualcosa il ministro della giustizia Rodrigo Lara Bonilla, il candidato presidente Luis Carlos Galàn, i passeggeri del volo Avianca 203 su cui Cesar Gaviria sarebbe dovuto salire. Giusto usare il condizionale, perché gli agenti della DEA glielo impedirono proprio sul filo di lana, mentre un siluro si esplose a 5 minuti dal decollo proprio per volontà dell’onnipotente Pablo.

Gaviria, ma chi è Gaviria? Il presidente della Repubblica della Colombia, arrivato a palazzo scampando un paio di volte alla morte, incarna più che mai la figura degli uomini che davvero possono mettere in difficoltà rivali come Escobar. Se da una parte sembra dimesso, silenzioso e quindi piuttosto malleabile, dall’altra nasconde un enorme senso di responsabilità e un coraggio più grande di quanto possa trasparire dalle prime scene. Oltre a questo, non mancano numerosi amici e collaboratori capaci di coprirgli le spalle nel momento del bisogno. Insomma, se a Pablo Escobar piace mettere a tacere chi parla troppo, gli riesce decisamente più complicato sbarazzarsi di un taciturno intelligente.

Saranno infatti proprio le parole di sdegno pronunciate dal generale Carrillo mentre fa uccidere il braccio destro di Pablo, Gustavo, a suon di pugni dai suoi soldati che per colpa sua hanno perso qualche familiare, a ritorcersi contro qualche anno dopo. Partito per la Spagna ma tornato alla base per combattere Escobar, farà recapitare un proiettile al ‘capo della droga’ con la speranza di farlo intimorire. In tutta risposta, quello stesso venne utilizzato per freddare il generale nel giorno della resa dei conti. La classica imboscata tesa all’esercito colombiano, eternamente corrotto e pervaso da cimici, metterà fine alla vita di un eroe della patria, colpevole di aver detto una parola di troppo ed aver messo fine al chaos calmo in cui ormai Pablo si era abituato a vivere.

narcos

“Mi sento bene, forte, pronto a combattere contro le ingiustizie” disse un giorno. Beh, dipende dai punti di vista.

Escobar ha una lista interminabile di compagni, amici, sicari, piccioni viaggiatori, informatori e spie sparse per tutto il mondo. Il trattamento che riserva a tutti è particolarmente oscuro da comprendere, ma l’unica cosa che resta limpida è la modalità con cui si lega a loro: non ci sono mezze misure, regna sempre il famoso “o sei con me o contro di me”, che per Pablo è più semplicemente ‘O plata o plomo’.

Nonostante questo, tra i suoi fedeli compagni, solamente quelli silenziosi riescono a campare più a lungo rispetto agli altri:

  • La Quica e Limòn: il primo, amico di vecchia data ma disposto a parlare non appena catturato dalla DEA, il secondo arrivato nel finale ma pronto a tutto pur di proteggere chi gli ha dato uno stipendio sicuro. Tutti e due resistono tanto e tutto sommato se la passano bene, questo perché servi modesti e sottomessi alla causa del loro ‘patròn’. Non è un caso che siano gli unici a rispondere ‘Si patròn’ pressoché a qualsiasi richiesta.
  • Tutti gli altri, dai ‘galletti’ Leòn fino al genuino ma ingenuo attentatore dell’aereo, hanno pagato il loro eccesso, sia di fiducia sia di sicurezza, tanto di fatti quanto di parole.

E poi ci sono quei tria nomina, tanto corrispondenti a realtà quanto suggestivi, che compongono l’appellativo di Pablo Escobar Gaviria.

Gaviria, proprio come il presidente della Repubblica della Colombia, cosa che il protagonista sognava di essere da sempre, Gaviria come il fedele compagno Gustavo.

“Io penso che tutto è andato a rotoli da quando te ne sei andato. Mi manchi ogni singolo dannato giorno, fratello” dice Pablo in un passo piuttosto importante della serie. La morte del braccio destro dunque segnerà il definitivo confine fra la familìa escobariana e il resto del mondo. Che si trattasse di bambini, donne o suoi precedenti fedeli elettori non importava: la spietatezza del narcotrafficante più pericoloso del mondo non si ferma dinnanzi a nulla. A parte per lo sport e le mangiate in compagnia.

Narcos

Solo una persona esce vincitrice da una delle serie tv fra le più viste di sempre, si tratta del poliziotto Trujillo.

Da qualcuno paragonato persino al nuovo acquisto dell’Inter João Mário, arriva rigorosamente in silenzio, senza proferire parola, ma sarà proprio lui a porre fine alla vita del narcotrafficante più pericoloso e potente del mondo con un colpo di pistola: “Viva Colombia” griderà, mettendo a tacere per sempre quello che finora era stato il padrone indiscusso del paese più corrotto del mondo.

Pablo Escobar vive in un contiuno dissidio interiore ridotto ai minimi termini da un ego spaventosamente smisurato, ma nel profondo dell’io narcotrafficante c’è anche un lato positivo. Purtroppo, però, nella vita contano i fatti, non le intenzioni.

Non importa quel che pensi ma la strada che scegli di percorrere: o plata o plomo, ma il proiettile lo ha sempre in mano lui.

“Io mi sento bene, forte, pronto a lottare contro le ingiustizie“

Pablo Escobar

Chiamarsi Rodwell

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Maggio 2013, Etihad Stadium

Il Manchester City batte 1-0 il West Bromwich Albion, grazie ad una rete messa a segno da Edin Dzeko. Quel giorno in campo c’era Jack Rodwell, centrocampista prelevato per una cifra vicina ai 20 milioni di euro, sostituito al 79’ per fare spazio a Maicon – che oggi si allena a Trigoriainsieme alla punta bosniaca – ma partito titolare in una sfida decisiva per le speranze di titolo azzurre.

Perché torniamo a parlare oggi di una sfida così vicina ma allo stesso tempo lontana?

Proprio da quel giorno, Jack Rodwell e la starting XI non hanno avuto un buon rapporto: nelle 33 partite che l’inglese ha disputato con la maglia del Sunderland partendo da titolare, sono infatti arrivati 15 pareggi e 18 sconfitte. Quindi nessuna vittoria, di conseguenza un record negativo che non è passato inosservato agli occhi più attenti e maliziosi del mondo inglese.

Quando il 25enne di Southport entra a gara in corso la statistica non vale, visto e considerato che qualche volta sono arrivati anche i 3 punti, ma in due stagioni da Black Cat Rodwell non si è ancora tolto di dosso il nomignolo di ‘loser’, restando ovviamente entro i confini del campo da calcio.

In generale, molto dipende anche dal Sunderland di David Moyes, ancora fermo a 2 punti in classifica senza vittorie in tasca, ma c’è chi ancora fa dell’ironia su ‘un record fra i più imbarazzanti che si possano avere’, come letto ‘sfogliando’ un quotidiano anglosassone online.  Qualcuno sperava che la 33esima sfida con l’Arsenal, sempre che il tecnico avesse deciso di farlo partire dal primo minuto, potesse essere quella decisiva per sfatare il mito, altri invece rimarcavano come una sconfitta anche contro i Gunners avrebbe peggiorato ulteriormente un record già di per sé abbastanza suggestivo e grottesco.

Nel frattempo invece l’ex stella dell’Everton, leggermente offuscata soprattutto per il poco spazio trovato dai tempi del suo passaggio al Manchester City, parlava  come se nulla fosse: “Siamo noi a scendere in campo, abbiamo fatto un po’ di passi indietro in questo periodo ma siamo gli unici a poter rimettere a posto le cose”.

Purtroppo il Sunderland ha fatto un altro capitombolo, è uscito dallo Stadium of Lightdevastato per colpa di 4 reti targate Sanchez e Giroud, mentre proprio il nostro Rodwell cercava di guidare il centrocampo.

Insomma, tutto è andato come previsto e il record negativo del ‘povero’ Jack è rimasto intatto, addirittura si è aggiunto un tassello al domino ormai diventato davvero molto lungo e contorto.

Sabato prossimo arriva il Bournemouth: sarà il momento di buttare finalmente giù il castello di carta? Ma, soprattutto, Jack Rodwell giocherà?

Effetto Draxler

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“Quel che nella natura è il cristallo, nell’arte è l’ornamento” scriveva Ernst Fischer.

Avete mai provato a guardare una partita intera del campioncino di Gladbech, cresciuto a pane e calcio nelle giovanili dello Schalke? Quando è in giornata, ovviamente. Se la risposta è sì, allora potrete capire quel che state per leggere, mentre qualora non aveste ancora trovato il tempo per farlo consiglio vivamente di lanciarvi in mare aperto per osservarne le gesta.

Julian Draxler è un giocatore preziosissimo, tanto raro da trovare su un campo da calcio quanto fastidioso da sopportare se la squadra non ne regge l’individualismo.

Giocata personale ed ultimo passaggio sono proprio i cavalli di battaglia del 23enne del Wolfsburg, che la Juventus tanto ha cercato nel recente passato dopo le partenze di Arturo Vidal e la crescita esponenziale di Paul Pogba, poi tornato allo United.

Ma perché il suo gioco fa rimanere incantati gli spettatori?

Limpidissimo è il dato riferito ai passaggi: dei 26.5 eseguiti in media ogni partita (fonte WyScout.com) oltre l’80% resta nel cosiddetto half space fra la linea del centrocampo e l’area di rigore avversaria, questo rende bene l’idea di come la trequarti sia il campo di battaglia su cui riesce a causare più dolori.

Sono invece più di 80 le volte in cui Draxler si rende protagonista di un’azione o di un tentativo in 90’, con una media di un tocco ogni 2’ di gioco.

Insomma, se è in giornata non ha rivali: ne sa qualcosa la Slovacchia di Hamsik, ‘trascinata’ fuori da Euro 2016 con una rete ed un assist proprio del centrocampista classe 1993.

Supportare e non farsi sopportare dagli avversari, questo è il segreto del suo gioco;protegge la palla come un equilibrista.

Draxler è il prototipo del giocatore moderno, capace di garantire stabilità al centrocampo senza tuttavia doversi ‘cacciare’ in situazioni troppo pericolose in fase di copertura. Se lui è di cristallo, Luiz Gustavo è di ferro, tanto per capirci.

Il gioco del trequartista tedesco è una ragnatela di passaggi, tocchi e carezze con cui il pallone va a finire proprio laddove serve, infilandosi nei buchi lasciati dalle difese avversarie. Se a questo si unisce un tiro dalla distanza quasi proibitivo, ecco che Julian Draxler diventa a tratti imprendibile.

Il Wolfsburg lo scorso anno faticava in campionato e si esaltava in Europa, oggi si ritrova nelle zone basse della classifica nonostante una rosa di grandissimo spessore: riuscirà la leggerezza di Draxler a ribaltarne le sorti?

Non si tratta di un gioiello limpido e brillante a tutto tondo, se una faccia ispira, l’altra si rabbuia e cerca di farlo nascondere nell’ombra.

Giornata si o giornata no, le squadre che scelgono di affidarsi alla classe cristallina di Julian Draxler non riescono più a farne a meno, ne diventano dipendenti. Nel bene e nel male.

La poesia è indispensabile, ma vorrei capire il perché

Ernst Fischer

La forza di Sansone

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Nicola Sansone ha salutato qualche mese fa la Serie A, lo ha fatto per spostarsi in Spagna e inabissarsi nei mari della Liga con il Submarino Amarillochiamato Villarreal.

Il Sassuolo non sembra sentire più di tanto la mancanza dell’esterno offensivo, nato a Monaco di Baviera e cresciuto nelle giovanili del Bayern, grazie soprattutto alle ottime prestazioni messe in mostra da Matteo Politano, fatto sta che il classe ’91 sta colpendo e stupendo molti per l’inizio brillante di stagione.

Eppure subito dopo il suo arrivo in maglia amarilla un ciclone aveva investito il Madrigàl, colpito duramente dalle dimissioni del tecnico Marcelino, a cui è subentrato Francisco Escribà. Il tecnico spagnolo, reduce dal deludente campionato con il Getafe retrocesso in Segunda Divisiòn, ha risposto presente alla chiamata proprio del Villarreal riponendo piena fiducia nella stella italiana, che lavora spalleggiando alla perfezione gli attaccanti a cui deve fare da garzone. Il papero Pato (3 gol all’attivo di cui solamente uno in campionato), l’infortunato Soldado e la nuova stella congolese chiamata Bakambu (una sola rete ma anche due sole presenze) stanno faticando non poco a farsi notare nella classifica marcatori della Liga proprio per ‘colpa’ del compagno italo-tedesco, che di reti ne ha messe a segno ben 4 in 8 gare e che risolve molto spesso i rebus presenti nelle difese avversarie.

Bruno e Roberto Soriano insieme a Manu Trigueros rendono solido il centrocampo, capace di reggere le sue scorribande insieme alle giocate di Jonathan dos Santos.

Le 5 reti rifilate al Celta Vigo nella scorsa giornata hanno permesso agli uomini di Escriba un salto in alto nella classifica dei gol fatti, che restano comunque relativamente pochi: 21 per l’Atletico Madrid, solamente 14 per il sottomarino giallo. Nella siccità di reti segnate è tuttavia proprio il ‘nostro’ Nicola Sansone a distinguersi tra la folla con prestazioni da trascinatore e reti da distanza proibitiva.

Come questa:

“Nico ci dà la possibilità di giocare sulla fascia, si smarca molto bene ed è più veloce dei difensori avversari. Per noi è un attaccante importante e ci porta molti vantaggi” ha ammesso proprio il suo nuovo tecnico, affascinato dalle gesta con cui si è presentato in Liga l’ex giocatore neroverde.

La dote più importante dell’esterno offensivo è proprio la capacità di creare occasioni da rete: il fisico poco possente e la grande tecnica di cui è sempre stato provvisto lo hanno reso a tratti imprendibile dalle difese di mezza Italia ed ora a maggior ragione sta accadendo in Spagna, dove si vive per attaccare lo spazio.

“Cos’è più dolce del miele, e cos’è più forte del leone?” [Gdc 14.18] recita un noto indovinello posto dall’eroe e giudice biblico Sansone, famoso per la forza esponenziale.

Calcisticamente parlando e fatte le dovute proporzioni, la risposta al quesito secolare sembra essere proprio il gioco di Nicola Sansone, capace di renderlo un esterno ammirato da mezza Europa. Dolce ed efficace, silenzioso ma sublime.

Che possa essere lui la chiave per l’attacco azzurro di Giampiero Ventura?

Non chiamatemi Cholito

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Giovanni Pablo Simeone è un predestinato.

Portarsi nello zaino 2/3 del nome paterno, quel così famoso e tanto temuto Diego, non dove essere stato facile, fatto sta che il giovane classe ’95 ha bussato alle porte della Serie A con la testa alta e le idee piuttosto chiare: i gol contro Pescara e Bologna docent.

Entrato a far parte delle giovanili del River Plate nel 2008 – proprio mentre il padre si sedeva in panchina al Monumentàl, restando tuttavia in carica soltanto per dieci mesi -, il giovane Simeone ha faticato non poco a mettersi in mostra fra i tanti gioielli di cui possono disporre i milionàrios. Ogni leva corrisponde a milioni di plusvalenze e dozzine di talenti: ne è un esempio lampante il giovane Boyé, ora in forza al Torino, mentre per la difesa basti pensare a Mammana del Lione. Ci sono poi i tanti ‘salvatori della patria’, come Lucas Alario, che restano in maglia biancorossa sperando di portare a casa il Superclàsico di Buenos Aires, magari proprio nella tana del nemico, dentro la Bombonera.

Giovanni Pablo però non ha scelto nulla di tutto questo e, dopo un anno in prestito al Banfield da protagonista con 12 reti stagionali, si è visto recapitare un’offerta tanto interessante quanto propizia dal nuovo Genoa di Ivan Juric, che non ha mai nascosto la stima nei suoi confronti fin dal primo pallone toccato con timore al Ferraris.

La parola “cholo” non vuole indicare altro se non un particolare incrocio di razze capace di mettere insieme qualità e quantità, caratteristiche tipiche del padre. È principalmente questo il motivo per cui molti giornalisti hanno etichettato il giovane argentino come ‘Cholito’, nomignolo da cui lui stesso ha cercato di rifuggire.

“Voglio essere soltanto Giovanni Simeone, niente di più” è il manifesto del 22enne argentino, che non vuole venire chiamato così ma sa che capiterà per un bel po’. Perlomeno finché non spiccherà il volo, dimostrando al mondo intero come l’allievo possa superare il maestro, tanto nella vita quanto nel mondo dello sport.

“Al Genoa Milito ha fatto molto bene, sarebbe bello fare come lui” ha rivelato recentemente proprio Simeone Jr., un biglietto da visita non da poco per presentarsi a una nuova città come Genova. Un crogiolo di pareri, emozioni e ‘caruggi’ che rendono la vita di ogni attaccante un vero e proprio saliscendi di emozioni.

I paragoni con il padre, il vincente allenatore dell’Atletico Madrid a cui in parte si ispira proprio il Grifone delle prime giornate, è normale e scontato per un figlio d’arte.

Si tratta solamente di ‘passaggi e passaggi di tempo’ direbbero forse Fabrizio de Andrè e Ivano Fossati, ma cambiando l’ordine degli addendi la sostanza non cambia: Giovanni Pablo Simeone vuole darsi da fare e provarci da solo, sarà eternamente debitore al padre ma vuole essere ricordato per le sue gesta. Niente di più, niente di meno, niente ‘cholito’ e niente ‘figlio di papà’.

Jamie don’t be hasty

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Preparate il rigoroso cream tea, fatelo possibilmente in sintonia con i rigorosi orari britannici, tenendo conto del fuso orario e dell’uomo di cui parleremo rubandovi qualche minuto: Jamie Vardy.

La colonna sonora per gustarvi al meglio questa serie di GIF animate varia a seconda del vostro stato d’animo:

  • se la giornata è stata particolarmente dolce, puntate su un semplice Banana Pancakes di Jack Johnson;
  • se avete faticato ma non volete farvi scappare un po’ di leggerezza, Lollipop e i Chordettes sono lì che vi aspettano;
  • se invece avete compreso fino in fondo il richiamo musicale presente nel titolo, beh allora i passi sono due:
  1. Paolo Nutini, Jenny don’t be hasty;
  2. la canzone si caricherà di grinta all’unisono con la discesa di Clyne, il resto lo fa lui. Lo fa Jamie Vardy.

“Che bellezza” direbbe probabilmente un noto commentatore sportivo, mentre tutti noi ci stiamo chiedendo “che fine ha fatto Jamie Vardy?”. O meglio, se in nazionale stenta a trovare spazio resta il principe indiscusso di Leicester, terra che ha conquistato a suon di reti, corse elettrizzanti e braccialetti ross…ehm, blu cobalto.

L’Inghilterra dell’interim coach Gareth Southgate non durerà molto, questo lo sanno quasi tutti – compreso Roberto Mancini -, fatto sta che timidamente qualcuno ha fatto capire di non credere più solamente, unicamente e incondizionatamente in lui. Nell’uomo che ha liberato per un secondo il calcio dall’ipocrisia, l’attaccante cattivo ma spassoso, l’ex operaio divenuto iperattivo e rimasto talvolta poco elegante tanto in campo quanto fuori, l’emblema del miracolo fiabesco firmato Sir Claudio Ranieri ed apprezzato senza distinzioni in tutto il mondo.

Inghilterra

Senza dubbio le 2 reti messe a segno finora dal bomber di Sheffield non vanno di pari passo con le 24 della scorsa e storica stagione, ma l’errore di Jamie Vardy potrebbe trovarsi proprio qui, sotto i suoi occhi: una stagione proprio da principe non impedisce di poter diventare re, autorità che viene però raggiunta solamente con calma, sangue freddo e nessuna pietà.

“Calma, sangue freddo e nessuna pietà”, dicevamo.

La squadra crede in lui, tutti sanno che l’arrivo di Islam Slimani ha portato e porterà una ventata d’aria fresca negli schemi ranieriani, ma Vardy non ha mai avuto a che fare con un compagno così abile e scafato in un 4-4-2.

Ulloa e Kramaric si sono dovuti abbassare allo strapotere dell’attaccante ancora oggi titolarissimo, mentre la convivenza in un 4-4-2 potrebbe essere difficile da sopportare per due attaccanti sostanzialmente abbastanza simili. Ranieri così ha scelto, Ranieri probabilmente avrà ragione, certo che chi ha comprato il signor Vardy al Fantacalcio d’oltremanica si starà ponendo qualche domanda. . I due attaccanti potrebbero e dovrebbero, a rigor di logica, segnare leggermente meno ma farlo entrambi, garantendo alle Foxes un numero di reti maggiore e ben distribuito fra la testa rasata dell’algerino e la cresta sbarazzina di Jamie.

Nessuna pressione addosso, nessuna pressione addosso, nessuna pressione addosso

Tanto per capire, se un preziosissimo Leonardo Ulloa lo scorso anno ha messo a segno 6 reti con la maglia del Leicester, oggi al King Power Stadium se ne aspettano almeno il doppio dalle due nuove frecce nella faretra di Robin Ranieri.

Ragionando sui dati ed analizzando le statistiche fornite da WyScout.com, con tutta probabilità Slimani reciterà la parte del finalizzatore, mentre Vardy insieme quelle di trascinatore, di uomo squadra e di tuttofare, del resto un po’ come nella sua vita precedente.

Leicester

Un po’ come per Higuaìn e Dybala, i due cannonieri rischiano di “cancellarsi” a vicenda, mettersi in ombra l’uno con l’altro senza neanche volerlo fino in fondo, per tre giornate segna uno mentre l’altro resta un passo indietro.

L’ultimo arrivato cerca meno il pallone ma segna di più, la vecchia conoscenza si muove solamente in funzione di quello e spesso sa anche come giocarlo ai compagni, ma riduce lo score realizzativo per via di una minore precisione sotto porta. Precisione, non grinta e cattiveria agonistica; in quello è quasi insuperabile.

La grandezza del Leicester e di Jamie Vardy sarà proprio quella di accogliere il nuovo arrivato, di farlo con la consapevolezza di avere tutto il tempo per prendersi altre rivincite personali, certo inoltre di essere già salito sul trono dorato della Premier League.

I libri di storia parleranno di lui, ora serve fare il gregario. Solo ogni tanto, solo se necessario, in ogni caso mi raccomando: Jamie, non essere frettoloso.

 

Klopp ruba ai ricchi per dare ai poveri

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Prima sconfitta per Antonio Conte, ennesima vittoria esaltante per la ciurma di Jurgen Klopp.

Come si fa a non ammirarne la sincerità?

Prima del match il tedesco aveva definito Conte ‘il Guardiola di Torino’, mentre l’ex allenatore dell’Italia aveva preferito non addentrarsi in paragoni azzardati chiamandolo semplicemente ‘one of the best in the world’.

Il Liverpool ha cominciato la sfida senza esitazione, ma anche questo Antonio lo aveva preventivato. Purtroppo per lui i Blues oggi sono un po’ più lenti del solito, ne sono la prova gli zero tiri in porta nei primi 27′ di gioco.

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Il Liverpool governa la partita con i tre giocatori dietro l’unica punta Daniel Sturridge, Coutinho-Lallana-Mané resta la sintesi perfetta del gioco ‘kloppiano’: classe, velocità e potenza.

Secondo i colleghi di SkySports i Reds giocano con un 4-1-2-3 di partenza, vero ma non del tutto.

Liverpool

Fatto sta che il Chelsea commette due errori in fase difensiva e perde di fatto la partita nel primo tempo, prima al 17′ e poi al 37′.

PRIMA REGOLA DEL CLUB – Mai dormire sui calci piazzati

Proprio così, Conte lo sa bene ma non scende lui in campo, ecco perché sul calcio di punizione battuto rapidamente dal Liverpool nessuno si sposta sulla corsia di destra. Tre giocatori rossi sono soli soletti, arriva Lovren che con un tocco preciso scocca la prima freccia nel cuore di Stamford Bridge che, stranamente, si ammutolisce di fronte alla rapidità di esecuzione.

Avanti un altro 

 SECONDA REGOLA DEL CLUB – Non concedere spazio 

Come rivelato dal nostro collaboratore Simone:
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Vero, ecco perché lasciare solo proprio l’unico giocatore ‘difensivista’ della squadra dal cerchio di centrocampo in su può anche starci in una situazione simile, quando o recuperi la rete di vantaggio as soon as possible o sei spacciato.
Se però accade che proprio a lui capiti il pallone sui piedi, che abbia il tempo di stopparlo e mettere a segno una rete meravigliosa, c’è ben poco da fare se non rammaricarsi per non aver avuto la prontezza di contrastarlo immediatamente.
Prevenire è meglio che curare, il gol di Henderson è il migliore della serata.

Il gigante Courtois si distende ma non ci arriva 

Nella ripresa il match cambia leggermente, il Chelsea spera in un crollo fisico del Liverpool che però non arriva, ecco spiegato il motivo per cui ci vogliono quasi 20′ prima che il solito Diego Costa riapra la partita. Tanto cuore ma pochi spazi, nonostante si stia giocando contro una delle squadre più aperte della Premier League stasera non si passa proprio.

L’unica cosa che si apre sul serio è il naso del povero David Luiz, appena tornato dal Paris Saint-Germain ma colpito dalla testa di Sadio Mané.

Dopo essere stato criticato più o meno da tutti i maggiori esponenti del mondo calcistico dal momento del suo rientro alla base, Geezer non si è dato per vinto ed ha regalato tutto sommato una prestazione decente, eccezion fatta per lo svarione collettivo nella rete del vantaggio di Lovren. Errore che in ogni caso non è costato poco.

Eh ma allora ditelo che ce l’avete tutti con me!

Il miglior riassunto del match lo dà Gary Neville dopo appena 10′ di gioco: “I giocatori del Liverpool sono troppo in forma e veloci per il Chelsea. Guarda i Blues, sono lenti”.

Conte si è fermato ma non ha perso le speranze, in conferenza stampa conferma il fatto che si debba ‘lavorare duramente per evitare di arrivare decimi come l’anno scorso’ e può contare su 10 punti in 5 giornate, tanti quanti quelli di uno Jurgen Klopp in versione Robin Hood.

Ruba ai ricchi per dare ai poveri, batte Arsenal e Chelsea con eleganza per prenderne due dal Burnley ed uscire tra i fischi.

Così è, se vi piace, il nuovo Liverpool.

LO SCATTO DEL GIORNO

Così non valeva nemmeno in Francia, caro David

Dentro al replay

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Torna la Serie A, torna Ten Reasons Why, torna la rubrica che non vuole imitare Andrea Scanzi ma che inevitabilmente deve seguire il suo modus operandi per garantire al lettore la risata facile.

Questa  settimana a parlare è stata la pioggia, capace di fare tornare gli incubi sulla città di Genova e sulle decisioni arbitrali per la vittoria in rimonta della Roma sotto la grandine.

L’Inter ha vinto all’ultimo respiro, il Milan è rimasto senza fiato e la Lazio continua a cercare il suo stabile equilibrio dopo un’estate in bilico. Il Cagliari perde la partita ed il povero Ionita – a cui vanno i nostri auguri – per molti mesi, ma nella settimana dei rinvii c’è anche chi sbaglia le uscite. Vero Joe?

Gasperini non ci sta a perdere il posto, Ballardini lo ha già perso ed il suo successore – Roberto De Zerbi – ha cominciato nel peggiore dei modi. Che poi, se come punta di diamante devi farti bastare il solo Diamanti, non c’è poi troppo da fare. Palermo quasi da ricostruire. Anzi, Quaison.

Per contrastare il rumore della pioggia battente risponderemo, come sempre, con la musica.

Per i titoli dei nostri dieci capitoli ringraziamo Samuele Bersani, per il resto vi lasciamo con il dubbio. Dentro al replay c’è il fallo su Dzeko, il rigore di Totti, ci sono le facce di Honda e De Zerbi, ci sono le gocce di pioggia ed i chicchi di grandine.

CAPITOLO PRIMO – Cadono le stelle

Volami a fianco e solca il tempo (Vecchi Difetti – Marta sui Tubi) 

 

CAPITOLO SECONDO – La sua regolarità, è come se…

L’uomo più furbo del mondo, conquistatore instancabile e attento(L’uomo più furbo del mondo – Max Gazzé)

 

CAPITOLO TERZO – Tornerò davvero

Cambiai il mio nome in coda di lupo, cambiai il mio pony con un cavallo muto (Coda di Lupo) 

 

CAPITOLO QUARTO – Se rimango ancora qui è come se morissi

In un buio di giostre in disuso (Khorakhanè – Fabrizio De Andrè)

 

CAPITOLO QUINTO – Per un attimo c’ero

Quello che resta del Sole te lo porto a casa  (L’estate di John Wayne – Raphael Gualazzi) 

 

CAPITOLO SESTO – Allora è vero

Un passo indietro ed io già so di avere torto

Un passo indietro – Negramaro

Un passo avanti e il cielo è blu, tutto il resto non pesa più (Un passo indietro – Negramaro) 

 

CAPITOLO SETTIMO – Ci sei anche tu prima di andare via 

 Non soffro se mi sento solo, soffro solo se mi fai sentire dispari (Dispari – Marta Sui Tubi)

 

CAPITOLO OTTAVO – Guardandomi allo specchio

Nessuno li sta cercando, nessuno li sta aspettando (Gli autobus di notte – Luca Carboni)

 

CAPITOLO NONO – Più sarò lontano (dalla porta ndc) e più sarò da te

 Seconda stella a destra (L’isola che non c’è – Edoardo Bennato) 

 

CAPITOLO DECIMO – Cadono le stelle e sono cieco

Abbiamo il Sole in piazza rare volte, il resto è pioggia che ci bagna (Genova per noi – Paolo Conte) 

 

EPILOGO – Si è fermato il tempo, è sparita anche la luna, è cominciata l’eclissi

Vengo a prenderti stasera (Torpedo Blu – Giorgio Gaber) 

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