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Genoa-Samp tra storia, volti e colpi a sorpresa

Sarà il 114° derby di Genova a riaccendere la Lanterna, che illumina il percorso di Genoa e Sampdoria dal lontano 1946. Era il 3 novembre e alla stracittadina fu presente anche il Presidente della Repubblica Enrico De Nicola. Amari i ricordi rossoblu, il Genoa perse 3-0 sotto i colpi blucerchiati di Baldini, Frugali e Fiorini.

Ne è passata di storia (e di gol). 71 anni dopo possiamo dire di aver visto un po’ di tutto. Emozioni forti da una parte e dall’altra, con la Sampdoria che però può vantare 12 vittorie in più rispetto alle 24 genoane. Tanti i pareggi, 25. L’ultimo in ordine di tempo quello costruito da Éder e Iago Falque il 24 febbraio di due anni fa, dopo che tre giorni prima il calore della lanterna dovette fare i conti con una pioggia torrenziale che, di fatto, rese il campo impraticabile.

Ancora vive sono le impronte lasciate da calciatori come Milito, autore di una tripletta nel 3-1 rossoblu del maggio 2009, o Cassano e Soriano che trascinarono i blucerchiati nel 2-3 della “Befana” dello scorso anno. E ancora Vialli e Milanetto, passando per Mancini e Skuhravý che nel 1995, nonostante la retrocessione, con un calcio di rigore pose fine all’imbattibilità (16 sfide e 28 anni) della Sampdoria nei derby in trasferta.

Ma Genoa-Sampdoria di questa sera sarà anche la sfida tra due allenatori esperti. Andrea Mandorlini, con il suo nuovo 352, proverà a fermare il 4312 di Giampaolo che alla sua prima (e forse ultima) stagione con la Samp sta facendo benissimo. Sono sei i risultati utili di fila con cui la sponda blucerchiata arriva al derby. Un pareggio e una vittoria all’ultimo respiro, invece, per il Genoa made in Mandorlini che deve tanto a Ntcham che, a sua volta, deve tantissimo al tecnico emiliano. Il francese potrebbe essere ancora una volta l’asso nella manica ma per la copertina del derby si candida Gio’ Simeone che ha una gran voglia di tornare a segnare. Dall’altra parte ci sarà il mai domo Quagliarella e, con tutta probabilità, il jolly Bruno Fernandes. Le carte, distribuite, sono ancora celate. A chi la prima mossa?

Entella a 360°: Adesso credici!

Immagine di copertina tratta da Internet

UN’ANALISI GENERALE – Forse è arrivato il momento di alzare l’asticella. Forse è arrivato il momento di farsi stare bene addosso l’etichetta di squadra pronta a tentare il grande salto. Tra così tanti forse però, una cosa è molto chiara quest’anno: si può e si deve puntare ai playoff.

Dopo il primo anno di B ovviamente senza botti, necessario per l’ambientamento alla nuova categoria, a Chiavari i tifosi hanno iniziato a pensare in grande, e mai come ora la fase finale del campionato è lì, a un palmo di naso.

PERCHÉ CREDERCI – Vedendo giocare i “diavoli neri” si ha la sensazione che si stia guardando una squadra matura, con anni di esperienza nel campionato cadetto. L’atteggiamento, la maturità con cui affronta le partite, un gioco fluido, organizzato, e soprattutto la conseguenza di questi elementi: le vittorie contro le grandi; su tutte il 4-0 ai danni del Brescia, l’1-0 al Cesena e il 4-1 al Novara nel girone d’andata.

Ma il girone di ritorno è partito carico di “sorprese” (se così si possono ancora considerare), visto che all’elenco delle vittime illustri si sono aggiunte Carpi (2-0) e Bari (2-0), dirette concorrenti per un posto tra le prime 8.

Altro elemento: quei due lì davanti. Caputo e Catellani formano una delle coppie più in forma del momento, perché decisivi anche quando non segnano (e capita raramente, specie a Caputo, nella classifica marcatori dietro solo a Pazzini con 14 centri).

“Segno io o segni tu?” – (Immagine tratta da Internet)

LE CHIAVI DELLA PARTITA –  Troviamo un esempio proprio nella vittoria di sabato: una volta tanto è il numero 9, ex della partita, che serve ad Ammari il pallone dell’1-0 al 27′ del primo tempo.

Si fa notare spesso anche il suo compagno di reparto Catellani, che spaventa la retroguardia biancorossa ogni volta che entra in possesso.

Il goal del raddoppio siglato da Diaw, subentrato proprio all’ex Carpi, è figlio di uno dei tanti orrori difensivi dei baresi, non di certo di una cattiva prestazione del 10 biancoceleste.

Altra grande prestazione è quella di Troiano: il capitano spadroneggia attorno al cerchio di centrocampo annullando il diretto avversario Basha, e nel primo tempo sfiora addirittura la rete, con un colpo di testa che si stampa sulla traversa.

 

NON SVEGLIATELI – La prossima partita in casa del Benevento, terreno ostico per tutti, ci darà altre informazioni per giudicare il percorso della Virtus: l’obiettivo è portare a casa i 3 punti, come all’andata, perché solo questo è il modo per continuare a sognare e far sognare.

I playoff non aspettano nessuno; l’Entella vuole continuare a correre.

Mertens si inginocchia e fa volare il Napoli

Ieri sera è andata in scena Roma – Napoli, primo anticipo della 27esima giornata del campionato di Serie A.

Una gara molto simile ad un crocevia tanto per i giallorossi quanto per i partenopei. Nello specifico, per i primi si trattava della possibiltà di allontanare definitivamente proprio il Napoli (che con una sconfitta sarebbe andato a -8) e allo stesso tempo di continuare l’inseguimento alla Juventus, mentre per gli ospiti rappresentava la chance di portarsi a -2 dalla Roma e di conseguenza dal secondo posto.

Il match, che vedeva contrapposti i due migliori attacchi del campionato (60 goal per il Napoli e 57 la Roma), non ha deluso le aspettative regalandoci una partita scoppiettante, giocata a viso aperto, ricca di occasioni da goal.

Risultato finale 2 a 1 per la squadra di Maurizio Sarri, grazie anche ad una doppietta (la seconda in stagione) del belga Dries Mertens, che porta così a 18 il bottino personale. Continua a mantenere una media realizzativa 0.8 reti a partita, degna di un grande campione.

Tatticamente la partita non è stata poi tanto diversa da come ci si potesse aspettare, con il Napoli che fin dai primi minuti ha pressato alto ed imposto il suo gioco di verticalizzazioni, con le quali ha messo in seria difficoltà la difesa di casa, grazie alla grande rapidità d’esecuzione delle stesse e alla velocità delle proprie ripartenze.

Il Napoli ha fatto il solito ottimo palleggio, noi invece non abbiamo rischiato tanti passaggi in profondità, eravamo un po’ bloccati e loro ci hanno costretto a venire risucchiati dalla linea difensiva – Luciano Spalletti

https://www.youtube.com/watch?v=3M5qKk7gT2E

Da sottolineare però anche la prestazione della Roma, che ha colpito per due volte il palo e ha tirato ben 22 volte (4 palloni in porta, 11 fuori e ben 7 parati) contro i “soli” 13 tentativi degli ospiti (4 in porta, 3 fuori e 6 parati).

Oltre a questo il centrocampo capitolino ha il merito di aver guadagnato il 55% di possesso palla, sovvertendo una statistica quasi sempre favorevole al Napoli (media del 61 % in questo campionato).

In ogni caso si è vista una sontuosa prestazione dei campani, che sono riusciti a giocare una partita intelligente mettendo in difficoltà una Roma che negli ultimi quattro scontri diretti in casa aveva sempre vinto: i numeri sostenevano i  giallorossi, ma sono stati gli azzurri a fare jackpot grazie ad un’ottima gestione tattica della partita e grazie all’uomo in più, ovvero il ‘folletto’ Dries Mertens.

La Roma forse ha sofferto la mancanza in zona goal di Edin Dzeko, il quale è stato ben contenuto dalla coppia centrale partenopea Albiol-Koulibaly, in netto miglioramento nelle ultime due uscite.

LA FOTO DELLA PARTITA

Barliamone

Da ormai 5 o 6 anni il calcio italiano non raggiunge i livelli che lo avevano reso celebre per competitività, qualità e spirito vincente, livelli a cui siamo arrivati specialmente dagli anni 90 con il Milan di Sacchi e degli olandesi, con la sorpresa Samp finalista a Wembley, con l’Italia campione del mondo nel 2006 ed infine con la favola Inter del 2010, una corazzata capace di vincere il triplete. Da lì in avanti la nostra serie A ha perso quella polvere fatata che faceva volare le big milanesi & co e che faceva ogni tanto emergere persino qualche sorpresa.

Ma l’opinione che ha il mondo sul calcio italiano, a mio avviso, non dev’essere ristretta a un banale ‘la Juve stravince in casa mentre le prende in Europa’. In Italia c’è un altro campionato capace ogni anno, per coloro che lo seguono, di far emozionare con favole calcistiche incredibili: la Serie B.

Com’è possibile che ogni edizione del campionato cadetto abbia una o due ‘squadrette’ appena promosse dalla Lega Pro che fanno sfracelli delle altre squadre, magari partite favorite per la promozione nella massima serie? Per chiunque ami il calcio queste vicende non dovrebbero passare inosservate, che sia tifoso di una di quelle squadre, che sia rivale, che sia chi ha perso anche la canottiera strappando schedine.

La favola più nota è quella che lo scorso anno ha visto disputare 2 super-provinciali come Carpi e Frosinone in serie A; nonostante l’immediata retrocessione si sono battute su ogni pallone e si sono fatte rispettare contro squadroni, magari guadagnando qualche punticino in stadi come San Siro (dove il Carpi è tutt’ora imbattuto) o lo Juventus Stadium dove un’incornata di Blanchard ha fatto godere come non mai l’intero popolo ciociaro.

Sempre lo scorso anno in Serie B un’altra squadra si è superata ed è arrivata prima di tutte. Ovviamente sto parlando del Crotone, che purtroppo (un purtroppo molto forzato perchè detto da un genoano) sta disputando un campinato alquanto mediocre dove a tre quarti di stagione ha totalizzato una dozzina di punti, nonostante l’esplosione di Diego Falcinelli e le piacevoli sorprese Cordaz e Barberis; probabilmente vedremo i calabresi nuovamente nel campionato cadetto il prossimo anno, ma con i migliori auguri che con la Serie A si tratti solo di un arrivederci.

Infine, quest’anno, maga Serie B ha estratto dal cilindro 2 neo-promosse che stanno disputando una stagione strepitosa: Benevento e Spal, è ancora presto per tirare le somme ma i presupposti che daranno l’anima per mettere i bastoni fra le ruote a un lanciato Frosinone e un affermato Hellas Verona sempre più pazzo, ci sono tutti.

Questo campionato di Serie B – come al solito del resto – è l’ennesima prova che per volare non servono i soldi, bastano i sogni.

 

 

Milinkovic-Savic e altri rimedi

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Sergej Milinkovic-Savic fa brillare gli occhi, generando sentimenti contrastanti in chi ne vede le gesta sul campo.

A proposito di occhi e sentimenti, ricordate cosa accadde nel luglio del 2015 a Firenze? Un centrocampista serbo, nato in Spagna e cresciuto nelle giovanili del Vojvodina, era ormai in procinto di firmare per i viola quando tutt’a un tratto mutò decisione, animo e a quanto pare scoppiò persino in lacrime sussurrando “non posso firmare, davvero”. La motivazione sembrava una via di mezzo tra la poca voglia della compagna a trasferirsi in una città italiana che non fosse Roma e proprio l’interesse di una squadra capitolina per l’allora appena 20enne nato in Spagna da genitori serbi. Si trattava della Lazio, mentre quel ragazzo appena atterrato nella ‘Città Bella’ era proprio lui: Milinkovic-Savic.

With or without you cantavano gli U2; ebbene si, con o senza di lui la Fiorentina è andata avanti senza particolari preoccupazioni, così come i biancocelesti hanno accolto un talento cristallino fra le mura di Formello integrandolo pian piano in un centrocampo già abbastanza pregiato.

Lucas Biglia e Marco Parolo hanno trovato un paggio niente male proprio in Milinkovic-Savic, capace di inserirsi negli spazi con rapidità e ripiegare difensivamente dando respiro al trio d’attacco promesso al ‘Loco’ Bielsa ma ereditato da Simone Inzaghi.

Nativo – come già ribadito – di Lleida, della Catalogna ha preso l’originalità, il sapersi distinguere cercando di portare in campo valori e giocate differenti, trasformandosi molto presto in un mix perfetto fra talento e raziocinio, con cui proprio la Lazio sta andando a nozze in questa prima metà di campionato.

Ha poi ricevuto una sola ammonizione in 15 partite di campionato, ingaggia in media 8 duelli offensivi a partita con una media positiva del 73% e copre il campo – specialmente la corsia di destra – con grande costanza e caparbietà.

Nei grafici di WyScout.com possiamo inoltre notare il dato dei tiri in porta: in media, ogni due tiri scoccati da Milinkovic-Savic, uno entra in rete.

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La grande duttilità del centrocampista serbo calza perfettamente nel gioco dispendioso di Simone Inzaghi e del suo magico trio offensivo, una vera e propria fabbrica di tiri, dribbling ed inserimenti. Ecco che quindi Milinkovic-Savic diventa il perfetto connubio fra sentimento e ragione; è capace di inserirsi come ‘underdog’ nelle scorribande offensive firmate Felipe Anderson-Immobile-Keita e rivelarsi un cliente piuttosto scomodo per gli avversari quando si tratta di intercettare e fermare una ripartenza. I suoi 192 centimetri e i 10 duelli aerei in media a partita ne sono la prova vivente. Un calciatore che copre praticamente tutto il campo e che quando non è in serata ne risente tutta la squadra, come successo nella disfatta di San Siro contro l’Inter.

Figlio di un calciatore professionista e di una giocatrice di basket, Sergej ha ereditato dal padre la proprietà di palleggio e dalla madre un’elevazione fuori dall’ordinario per un centrocampista offensivo. Milinkovic-Savic ha avuto però il grande merito di saperle unire in maniera magari non perfetta ma sicuramente unica, ritagliandosi in pochi mesi un ruolo da protagonista in una squadra che fa della mancanza di punti fermi il suo punto di forza.

Come Cupido fece con una freccia, la sua prima rete con la maglia della Lazio è stata inferta proprio alla Fiorentina, che tanto lo ha cercato ma che mai lo avrà con sé.

MIlinkovic-Savic ha scelto di non essere soltanto un trequartista o un mediano, solamente una mezzala oppure un centrocampista di quantità, Milinkovic-Savic ha scelto l’imprevedibilità, proprio come in quella strana mattina di Firenze quando cambiò idea in pochi istanti fra l’incredulità generale.

Milinkovic-Savic ha scelto la Lazio.

 

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Che tempo che Fa…zio

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Più che ‘tempo’ sarebbe il caso di chiamare in causa la parola ‘tempismo’.

Federico Julián Fazio, 195 centimetri di difensore, è arrivato a Roma nel momento giusto.

Luciano Spalletti descritto in maniera laconica l’ex giocatore di Tottenham e Siviglia, presentandolo all’universo giallorosso come “un giocatore di assoluto valore, con qualche difetto ma tante qualità”. Come, ad esempio, la bravura nei colpi di testa.

Se Manolas e Rudiger garantiscono grinta e rapidità di pensiero, nella città dei monumenti e delle rovine non può non trovarsi una colonna alta e solida, valido aiutante e costante presenza difensiva.

Presentiamo ora il dato dei duelli aerei e delle intercettazioni di Federico Fazio, sintomatico dell’importanza acquisita dal difensore argentino nella retroguardia della Roma:

– 5 duelli aerei in media a partita, il 75% dei quali viene vinto dal centrale giallorosso;

– 5.7 intercettazioni, tutte all’interno dell’area di rigore.

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Oltre a questi dati significativi, Fazio copre piuttosto bene il campo, a dimostrazione di quanto si sia adeguato rapidamente al metodo ‘spallettiano’ in cui la mobilità delle posizioni ed un’intensità costante rendono tutta la manovra più fluida.

Il difensore con il più alto numero di respinte difensive nella prima Europa Leaguevinta con il Siviglia (anno 2013-2014), si è conquistato un ruolo da protagonista nella nuova Roma chiamata ad impensierire la capolista Juventus, lo ha fatto nelle prime 15 giornate di campionato e – cosa molto importante – senza ricevere nemmeno un cartellino; una bella rivincita per chi ne rimarcava i limiti nel gioco individuale.

Se l’unico cartellino risale all’infausto preliminare di Champions League contro il Porto, è in Europa League che troviamo la sua prima e finora unica rete, ovviamente di testa, con la maglia giallorossa: non è bella, non è pulita, ma quel che conta è sempre metterla dentro.

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Che tempo che fa nella Roma giallorossa?

Statisticamente parlando, sulla terza retroguardia del campionato (16 reti subite in 16 partite) splende il sole. Grazie anche a Federico Fazio, meraviglioso conduttore di una difesa che finalmente funziona.

Fofana is the way

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Immaginate un giocatore di origini africane che brilli nel centrocampo dell’Udinese. Facile, no? Un tempo regnava la sostanza, alias Christian Obodo, poi presero campo la duttilità di Kwadwo Asamoah e la costanza di Emmanuel Agyemang-Badu, con quest’ultimo ancora pedina fondamentale della mediana bianconera. Quest’estate è arrivato però anche lui, l’uomo del momento, Seko Fofana, leggermente sottovoce nonostante un curriculum di tutto rispetto: Player of the Season con la seconda squadra del Manchester City, poi oltre 50 presenze in due stagioni europee, prima con la maglia del Fulham e poi con quella meno blasonata del Bastia in Ligue 1.

Adattarsi nella nuova e coloratissima Dacia Arena non è stato facile, tanto per il franco-ivoriano quanto per Beppe Iachini, allenatore con cui il talento ha cominciato la stagione senza riuscire a far breccia nei cuori delle ‘zebrette’.

Il 3-5-2 portato avanti dal mister marchigiano aveva un ruolo da playmaker proprio per Fofana, paragonato tanto a Vieira quanto a Yaya Touré per la doppia origine di cui è provvisto. Nonostante una posizione centrale nei piani del centrocampo bianconero, tutti si sono accorti della sua forza soprattutto con l’avvento di Gigi Delneri, capace di cucire su misura una posizione da mezzala per il classe 1995, che svaria, si inserisce e copre il campo in maniera esemplare, come evidenziato da questa grafica offerta da WyScout.com:

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Il manifesto del gioco ‘fofanesco’ potrebbe ritrovarsi nella rete con cui si è presentato ai seguaci della Serie A che ancora non si erano accorti di lui. Siamo al Renzo Barbera, piove a catinelle e un giocatore rosanero sbaglia un passaggio in uscita. Ne scaturisce una ripartenza, Fofana parte e rientra, sferrando un colpo che lascia senza parole l’incolpevole Posavec.

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Il trio a centrocampo dell’Udinese ha bisogno di un giocatore frizzante ma intelligente, con un pizzico di pepe in più e capace di sbucare spesso dalle retrovie; Fofana si è auto-candidato vincendo il premio in questione con ben 3 reti in sole 15 giornate di campionato.

Le puntuali pagelle del Messaggero Veneto dopo la sfida contro il Bologna hanno dato un ritratto decisamente migliore del mio proprio sul talento ibrido dei friulani, definendolo un “tuttocampista, capace di fare la mezzala destra e poi quasi il trequartista”.

Un po’ francese e un po’ ivoriano, un po’ mediano e a tratti trequartista, fondamentalmente mezzala, diviso tra i paragoni con Yaya Touré e quelli con Patrick Vieira.

Centrocampista al passo con i tempi ma più rapido degli avversari: insomma, Fofana is the way.

Kessié dell’altro mondo

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“Più no che sì” sarebbe stato, con tutta probabilità, il responso finale qualora in estate ci fossimo radunati per chiedere a qualche tifoso senza particolari pretese“Conoscete Kessié?”.

Probabilmente Gian Piero Gasperini faceva parte della minoranza positiva, del resto che l’allenatore piemontese fosse quasi unico nel saper valorizzare giovani promesse – Criscito, Sturaro, El Sharaawi e Caldara tanto per citare un quartetto sparso qua e là nel tempo – ne eravamo a conoscenza, tuttavia resta clamoroso come il giovanissimo ivoriano abbia preso in mano chiavi del centrocampo e cuore dei tifosi bergamaschi, non facili da scalfire per chiunque.

6 reti e 2 assist in 12 presenze sono una quantità esponenziale per un classe 1996, nato a fine dicembre ma già sulla bocca di tutti a inizio campionato per una doppietta nel 3-4 casalingo contro la Lazio.

Solido ma letale in progressione, agile ed altrettanto abile negli inserimenti, l’equilibrio lo rende uno fra i centrocampisti più pregiati della Serie A, dove un simile exploit può essere trovato solamente nelle figure di Lucas Torreira e Luca Mazzitelli, magari meno estrosi e decisivi dell’ivoriano ma altrettanto promettenti.

Alla media di 1 gol ogni 2 partite, altissima ed impressionante per un giocatore presentatosi al mondo del calcio come incontrista, si unisce un grafico delle zone di campo coperte davvero unico ed impressionante: le heatmaps fornite da WyScout.comci descrivono un giocatore che si ‘spalma’ in maniera omogenea su tutto il prato verde, partendo prevalentemente dal centro-destra senza però disdegnare tanto il ripiegamento difensivo quanto gli inserimenti repentini, entrambe carte vincenti per il gioco dinamico e propositivo di Gasperini.

In 90’ di gioco Franck Kessié si mostra allo spettatore come un vero e proprio albero della cuccagna: puoi trovarlo ovunque e i suoi segreti sono racchiusi nell’enorme tecnica individuale, capace di farlo salire in cattedra soverchiando la grande sostanza del centrocampo atalantino, portata in campo soprattutto dai veterani Carmona e Migliaccio.

La sua preponderanza si mescola poi perfettamente con la  duttilità di Kurtic e con la voglia degli altrettanto promettenti Gagliardini-Freuler. Il ruolo del gioiello alla corte nerazzurra, non ancora pienamente identificato dalle squadre avversarie, resta quindi un mistero per tutti.

Chiamatelo centrocampista tuttofare, mediano-fantasista, un regista di nuova generazione, ma il nuovo giovane lanciato da Gasperini resta la sorpresa più luminosa della prima parte di campionato, esattamente come la sua Atalanta delle meraviglie.

Se poi la scorsa estate Granit Xhaka si è preso le prime pagine dei quotidiani sportivi, volandosene a Londra come prototipo e manifesto del centrocampista moderno per circa 40 milioni di euro, sarà proprio Franck Kessié il nuovo granitico e dinamico di cui nel prossimo calciomercato avrà bisogno una grande squadra?

A vederlo oggi in campo, più sì che no.

Non chiamatemi Cholito

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Giovanni Pablo Simeone è un predestinato.

Portarsi nello zaino 2/3 del nome paterno, quel così famoso e tanto temuto Diego, non dove essere stato facile, fatto sta che il giovane classe ’95 ha bussato alle porte della Serie A con la testa alta e le idee piuttosto chiare: i gol contro Pescara e Bologna docent.

Entrato a far parte delle giovanili del River Plate nel 2008 – proprio mentre il padre si sedeva in panchina al Monumentàl, restando tuttavia in carica soltanto per dieci mesi -, il giovane Simeone ha faticato non poco a mettersi in mostra fra i tanti gioielli di cui possono disporre i milionàrios. Ogni leva corrisponde a milioni di plusvalenze e dozzine di talenti: ne è un esempio lampante il giovane Boyé, ora in forza al Torino, mentre per la difesa basti pensare a Mammana del Lione. Ci sono poi i tanti ‘salvatori della patria’, come Lucas Alario, che restano in maglia biancorossa sperando di portare a casa il Superclàsico di Buenos Aires, magari proprio nella tana del nemico, dentro la Bombonera.

Giovanni Pablo però non ha scelto nulla di tutto questo e, dopo un anno in prestito al Banfield da protagonista con 12 reti stagionali, si è visto recapitare un’offerta tanto interessante quanto propizia dal nuovo Genoa di Ivan Juric, che non ha mai nascosto la stima nei suoi confronti fin dal primo pallone toccato con timore al Ferraris.

La parola “cholo” non vuole indicare altro se non un particolare incrocio di razze capace di mettere insieme qualità e quantità, caratteristiche tipiche del padre. È principalmente questo il motivo per cui molti giornalisti hanno etichettato il giovane argentino come ‘Cholito’, nomignolo da cui lui stesso ha cercato di rifuggire.

“Voglio essere soltanto Giovanni Simeone, niente di più” è il manifesto del 22enne argentino, che non vuole venire chiamato così ma sa che capiterà per un bel po’. Perlomeno finché non spiccherà il volo, dimostrando al mondo intero come l’allievo possa superare il maestro, tanto nella vita quanto nel mondo dello sport.

“Al Genoa Milito ha fatto molto bene, sarebbe bello fare come lui” ha rivelato recentemente proprio Simeone Jr., un biglietto da visita non da poco per presentarsi a una nuova città come Genova. Un crogiolo di pareri, emozioni e ‘caruggi’ che rendono la vita di ogni attaccante un vero e proprio saliscendi di emozioni.

I paragoni con il padre, il vincente allenatore dell’Atletico Madrid a cui in parte si ispira proprio il Grifone delle prime giornate, è normale e scontato per un figlio d’arte.

Si tratta solamente di ‘passaggi e passaggi di tempo’ direbbero forse Fabrizio de Andrè e Ivano Fossati, ma cambiando l’ordine degli addendi la sostanza non cambia: Giovanni Pablo Simeone vuole darsi da fare e provarci da solo, sarà eternamente debitore al padre ma vuole essere ricordato per le sue gesta. Niente di più, niente di meno, niente ‘cholito’ e niente ‘figlio di papà’.

Il cacciatore di aquiloni

Scritto e disponibile su Genoanews1893.it
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Non è facile essere un figlio d’arte. Potrà forse esserlo per quanto riguarda il tenore di vita, sapendo di poter contare sulla gloria conquistata dal padre nel passato, ma costruirsi un futuro lungo e duraturo quando si vive all’ombra di un genitore illustre non è mai cosa scontata.

Giovanni Pablo Simeone porta con sé 2/3 del nome paterno, quello di Diego, storica colonna del calcio argentino e tecnico tanto sublime, quanto appunto “cholo”, ovvero un particolare incrocio di razze capace di mettere insieme qualità e quantità. Forse un pizzico più di quantità, ma non importa.

Il nuovo giocatore del Genoa è un attaccante mobile, rapido e dotato di un’ottima caratteristica utile a chi voglia sfondare le porte e i cancelli della Serie A: il tempismo.

Nei non pochi video che si possono scovare sul web, il 21enne – nato a Madrid ma di nazionalità argentina – sembra proprio un abile gestore del pallone, bravo a controllarlo e ancora più letale quando si tratta di infilarlo in rete di testa.

Non ci credete? I dati gentilmente forniti da WyScout.com parlano abbastanza chiaro: il 58% dei colpi di testa del Cholito corrispondono a un gol, mentre il restante 42% si suddivide equamente fra parate del portiere avversario e palloni a lato. Una media per nulla scontata, basti pensare come Leonardo Pavoletti abbia percentuali più basse (il 60% dei suoi colpi di testa vengono parati o finiscono fuori ed il 40% ha un esito positivo) provandoci mediamente il doppio delle volte rispetto al nuovo arrivato al “Signorini” di Pegli. Si tratta ovviamente anche di reparti difensivi differenti, per scoprirlo basterà attendere.

Simeone è agile ed abile a districarsi negli spazi in area di rigore, territorio nel quale ama vivere ma da cui si sposta in caso di necessità. Altro dato importante, il classe ’95 proveniente dal River e con un passato in prestito al Banfield corre davvero tanto.

Ottimo finalizzatore, salta l’uomo senza troppa difficoltà facendo leva su un fisico snello e molto agile: in patria c’è chi lo ha paragonato a Saviola, chi a Paulo Dybala o Luciano Vietto – fortemente voluto dal padre all’Atletico Madrid – e chi addirittura ai più grandi nomi del panorama argentino. Messi o Maradona? Provando a trovare altri paralleli con giocatori meno fenomenali o più noti in Italia, si potrebbe trovare qualche affinità con il Gallo Belotti, attaccante del Torino bravo negli inserimenti e prolifico di testa, esplosivo nelle incursioni ed a servizio della squadra quando si trova con la palla fra i piedi. Anche Jonathan Calleri, fresco acquisto del West Ham, oltre ad aver avuto all’incirca gli stessi numeri di Simeone nella scorsa stagione, assomiglia non poco al futuro numero 9 rossoblù.

Fatte le dovute considerazioni, va poi ricordato come proprio al Banfield, squadra nella quale è definitivamente sbocciato con 12 reti stagionali, abbia giocato tanto insieme, dietro ed al posto di Santiago Silva nel 4-2-3-1 o 4-5-1 dei biancoverdi che spesso veniva mutato in un 4-4-2 quando entrambi gli attaccanti si trovavano davanti.

Giovanni Simeone sembra quindi essere anche un giocatore piuttosto duttile o, quantomeno, non privo di esperienza nei repentini cambi di modulo e di posizione. Cosa che, apparentemente, con il gioco molto propositivo di Ivan Juric sarà fondamentale. Lo sarà tanto quanto la sua voglia di stupire, visto e considerato che si è già detto “loco” al pensiero di vestire la maglia del Genoa e che chiunque parli argentino e giochi in attacco venga accolto con un occhio di riguardo da tutti quei tifosi che hanno ancora negli occhi le gesta di Diego Alberto Milito.

milito

Il Cholito, figlio del gigante Cholo, proverà a conquistarsi i grandi palcoscenici saltando sempre più in alto e facendolo da solo, cercando il pallone con la testa o sotto porta come ha dimostrato di saper fare molto bene nei primi anni ad alti livelli in Argentina.

Lo farà come un cacciatore di aquiloni, sempre con gli occhi rivolti al cielo e pronto a colpire a sangue freddo spezzando i fili di quelli degli altri, riuscendo a stupire tutti con un solo movimento silenzioso e repentino.

L’unica cosa importante è che resti intatto il suo filo, che l’aquilone del Cholito continui a volare libero. Sempre più in alto.

Simeone

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