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Non chiamatemi Cholito

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Giovanni Pablo Simeone è un predestinato.

Portarsi nello zaino 2/3 del nome paterno, quel così famoso e tanto temuto Diego, non dove essere stato facile, fatto sta che il giovane classe ’95 ha bussato alle porte della Serie A con la testa alta e le idee piuttosto chiare: i gol contro Pescara e Bologna docent.

Entrato a far parte delle giovanili del River Plate nel 2008 – proprio mentre il padre si sedeva in panchina al Monumentàl, restando tuttavia in carica soltanto per dieci mesi -, il giovane Simeone ha faticato non poco a mettersi in mostra fra i tanti gioielli di cui possono disporre i milionàrios. Ogni leva corrisponde a milioni di plusvalenze e dozzine di talenti: ne è un esempio lampante il giovane Boyé, ora in forza al Torino, mentre per la difesa basti pensare a Mammana del Lione. Ci sono poi i tanti ‘salvatori della patria’, come Lucas Alario, che restano in maglia biancorossa sperando di portare a casa il Superclàsico di Buenos Aires, magari proprio nella tana del nemico, dentro la Bombonera.

Giovanni Pablo però non ha scelto nulla di tutto questo e, dopo un anno in prestito al Banfield da protagonista con 12 reti stagionali, si è visto recapitare un’offerta tanto interessante quanto propizia dal nuovo Genoa di Ivan Juric, che non ha mai nascosto la stima nei suoi confronti fin dal primo pallone toccato con timore al Ferraris.

La parola “cholo” non vuole indicare altro se non un particolare incrocio di razze capace di mettere insieme qualità e quantità, caratteristiche tipiche del padre. È principalmente questo il motivo per cui molti giornalisti hanno etichettato il giovane argentino come ‘Cholito’, nomignolo da cui lui stesso ha cercato di rifuggire.

“Voglio essere soltanto Giovanni Simeone, niente di più” è il manifesto del 22enne argentino, che non vuole venire chiamato così ma sa che capiterà per un bel po’. Perlomeno finché non spiccherà il volo, dimostrando al mondo intero come l’allievo possa superare il maestro, tanto nella vita quanto nel mondo dello sport.

“Al Genoa Milito ha fatto molto bene, sarebbe bello fare come lui” ha rivelato recentemente proprio Simeone Jr., un biglietto da visita non da poco per presentarsi a una nuova città come Genova. Un crogiolo di pareri, emozioni e ‘caruggi’ che rendono la vita di ogni attaccante un vero e proprio saliscendi di emozioni.

I paragoni con il padre, il vincente allenatore dell’Atletico Madrid a cui in parte si ispira proprio il Grifone delle prime giornate, è normale e scontato per un figlio d’arte.

Si tratta solamente di ‘passaggi e passaggi di tempo’ direbbero forse Fabrizio de Andrè e Ivano Fossati, ma cambiando l’ordine degli addendi la sostanza non cambia: Giovanni Pablo Simeone vuole darsi da fare e provarci da solo, sarà eternamente debitore al padre ma vuole essere ricordato per le sue gesta. Niente di più, niente di meno, niente ‘cholito’ e niente ‘figlio di papà’.

Il cacciatore di aquiloni

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Non è facile essere un figlio d’arte. Potrà forse esserlo per quanto riguarda il tenore di vita, sapendo di poter contare sulla gloria conquistata dal padre nel passato, ma costruirsi un futuro lungo e duraturo quando si vive all’ombra di un genitore illustre non è mai cosa scontata.

Giovanni Pablo Simeone porta con sé 2/3 del nome paterno, quello di Diego, storica colonna del calcio argentino e tecnico tanto sublime, quanto appunto “cholo”, ovvero un particolare incrocio di razze capace di mettere insieme qualità e quantità. Forse un pizzico più di quantità, ma non importa.

Il nuovo giocatore del Genoa è un attaccante mobile, rapido e dotato di un’ottima caratteristica utile a chi voglia sfondare le porte e i cancelli della Serie A: il tempismo.

Nei non pochi video che si possono scovare sul web, il 21enne – nato a Madrid ma di nazionalità argentina – sembra proprio un abile gestore del pallone, bravo a controllarlo e ancora più letale quando si tratta di infilarlo in rete di testa.

Non ci credete? I dati gentilmente forniti da WyScout.com parlano abbastanza chiaro: il 58% dei colpi di testa del Cholito corrispondono a un gol, mentre il restante 42% si suddivide equamente fra parate del portiere avversario e palloni a lato. Una media per nulla scontata, basti pensare come Leonardo Pavoletti abbia percentuali più basse (il 60% dei suoi colpi di testa vengono parati o finiscono fuori ed il 40% ha un esito positivo) provandoci mediamente il doppio delle volte rispetto al nuovo arrivato al “Signorini” di Pegli. Si tratta ovviamente anche di reparti difensivi differenti, per scoprirlo basterà attendere.

Simeone è agile ed abile a districarsi negli spazi in area di rigore, territorio nel quale ama vivere ma da cui si sposta in caso di necessità. Altro dato importante, il classe ’95 proveniente dal River e con un passato in prestito al Banfield corre davvero tanto.

Ottimo finalizzatore, salta l’uomo senza troppa difficoltà facendo leva su un fisico snello e molto agile: in patria c’è chi lo ha paragonato a Saviola, chi a Paulo Dybala o Luciano Vietto – fortemente voluto dal padre all’Atletico Madrid – e chi addirittura ai più grandi nomi del panorama argentino. Messi o Maradona? Provando a trovare altri paralleli con giocatori meno fenomenali o più noti in Italia, si potrebbe trovare qualche affinità con il Gallo Belotti, attaccante del Torino bravo negli inserimenti e prolifico di testa, esplosivo nelle incursioni ed a servizio della squadra quando si trova con la palla fra i piedi. Anche Jonathan Calleri, fresco acquisto del West Ham, oltre ad aver avuto all’incirca gli stessi numeri di Simeone nella scorsa stagione, assomiglia non poco al futuro numero 9 rossoblù.

Fatte le dovute considerazioni, va poi ricordato come proprio al Banfield, squadra nella quale è definitivamente sbocciato con 12 reti stagionali, abbia giocato tanto insieme, dietro ed al posto di Santiago Silva nel 4-2-3-1 o 4-5-1 dei biancoverdi che spesso veniva mutato in un 4-4-2 quando entrambi gli attaccanti si trovavano davanti.

Giovanni Simeone sembra quindi essere anche un giocatore piuttosto duttile o, quantomeno, non privo di esperienza nei repentini cambi di modulo e di posizione. Cosa che, apparentemente, con il gioco molto propositivo di Ivan Juric sarà fondamentale. Lo sarà tanto quanto la sua voglia di stupire, visto e considerato che si è già detto “loco” al pensiero di vestire la maglia del Genoa e che chiunque parli argentino e giochi in attacco venga accolto con un occhio di riguardo da tutti quei tifosi che hanno ancora negli occhi le gesta di Diego Alberto Milito.

milito

Il Cholito, figlio del gigante Cholo, proverà a conquistarsi i grandi palcoscenici saltando sempre più in alto e facendolo da solo, cercando il pallone con la testa o sotto porta come ha dimostrato di saper fare molto bene nei primi anni ad alti livelli in Argentina.

Lo farà come un cacciatore di aquiloni, sempre con gli occhi rivolti al cielo e pronto a colpire a sangue freddo spezzando i fili di quelli degli altri, riuscendo a stupire tutti con un solo movimento silenzioso e repentino.

L’unica cosa importante è che resti intatto il suo filo, che l’aquilone del Cholito continui a volare libero. Sempre più in alto.

Simeone

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Il Grande Gaspe

Alla fine ha vinto lui.Vedere un uomo saltare come un bambino e lanciare la cravatta ai tifosi che lo stanno esaltando fa scappare a tutti un sorriso. Per alcuni dolceamaro, ma pur sempre un sorriso.

gasperini

La cravatta,  simbolo eterno della spocchia dell’allenatore, immagine della superiorità di classe del manager sul tifoso che si accontenta di una sciarpa e di perdere la voce sui gradoni. Quella sciarpa non c’era più, Gian Piero Gasperini aveva deciso di togliersela prima di correre con tutta la squadra a ringraziare chi prima della fine aveva fatto tremare lo stadio ripetendo il suo nome.

Chi lo trova per primo vince una plusvalenza tipo quella di Thiago Motta

Chi lo trova per primo vince una plusvalenza tipo quella di Thiago Motta

Non è una cosa da poco per un centrocampista di quantità, difficile da ricordare in campo – metronomo di Pescara e Palermo – ma incredibilmente carismatico e vincente una volta sedutosi in panchina: ladies and gentlemen, the Great Gasperini.

L’uomo che non si fa scappare niente, che prende tutto e lo trasforma in oro.

A proposito di scappare, qualcuno aveva provato a farlo fuggire, a fargli mollare quel Genoaper cui ormai – parole sue – soffre se perde e gioisce se vince. Ebbene si, qualcuno ci aveva provato, a torto o a ragione, senza però riuscirci.

Gasperini Gianpiero è troppo cocciuto per arrendersi a qualche striscione, troppo orgoglioso per accettare di vedersi screditato da una tifoseria che alla fine ha dovuto accettare il fatto che un Genoa senza Gasp è come un cielo senza stelle.

Il Grande Gatsby fece di tutto per riconquistare la donna amata tempo prima, the Great Gasp ha provato a fare lo stesso riprendendosi con classe ed in maniera stupefacente la fiducia di un popolo che sembrava averlo ostracizzato dopo le pesanti dichiarazioni di qualche mese addietro.

"Al Dio della Scala non credere mai"

“Al Dio della Scala non credere mai”

Dopo la magia del “periodo giovanile”, dal 2006 al 2010, le esperienze di Milano e Palermo hanno rischiato di rovinare una carriera immeritatamente rimasta nel centro classifica. Succede poi che si decida di tornare, un po’ come Jack Gatsby, si decida di farlo con stile e con la consapevole certezza di essere finalmente ritornato a casa.

Gasperini, lavoratore taciturno, non ha tuttavia mai voluto feste degne del peggior Trimalcione o troppo clamore attorno alla sua figura, volutamente rimasta nel mezzo fra riservatezza e genialità.

Il genio gasperiniano che riportò la squadra più antica d’Italia in Europa e che riuscì a ripetersi persino un anno fa, bloccato soltanto da una sciagurata gestione societaria che non è riuscita a fare tesoro delle dozzine di plusvalenze garantite ogni anno dal mister più redditizio d’Italia.

Nonostante tutto ha scelto di restare a Genova, forse per un anno o magari per sempre, sicuramente accortosi dell’influsso quasi mistico che la città marinara riesce a trasmettergli ogni volta che il “suo” Genoa scende in campo al Ferraris, forse anche perché leggermente affezionato emotivamente a quell’atmosfera tutta sentimenti ed emozioni.

Il 3-4-3 è un’istituzione, il trequartista non serve e non servono nemmeno tanti fronzoli: la coppia Juric-Milanetto docet.

"Ma chi me l'ha fatto fare?"

“Ma chi me l’ha fatto fare?”

Il Genoa ha bisogno di Gasperini e Gasperini del Genoa, in un chiasmo che si colora di rossoblù giorno dopo giorno sempre di più.

Il perché non lo sappiamo, mai nessuno lo capirà forse, ma chi passa da Genova sotto le ali del brizzolato piemontese ne esce rigenerato e con un esercito di squadre più vincenti del Grifone pronte a fare follie.

Se il Genoa avesse alle spalle una società meno interessata alle plusvalenze e più alle grandi ambizioni, beh meglio non pensarci per non ritrovarsi ad avere fra le mani una potenziale squadra quasi mitologica (la difesa Criscito, Bonucci, Sokratis e l’attacco El Sharaawi, Milito, Perotti credo parlino da soli).

"C'eravamo tanto amati"

“C’eravamo tanto amati”

Juraj Kucka decide di salutare a modo suo il Gasp prima di andare a Milano

Juraj Kucka decide di salutare a modo suo il Gasp prima di andare a Milano: belli strani gli slovacchi

Il gioco aiuta, le squadre allenate da Gasperson hanno come caratteristica la velocità di manovra, quella croce e delizia che fa esaltare per le miriadi di azioni create e disperarsi allo stesso tempo quando arrivano i contropiede.

Il derby di domenica 8 Maggio, tuttavia, è l’apoteosi della carriera rossoblù del mister sfortunato con le grandi: idee chiare, gioco sulle fasce e mai un passo indietro. Certo, avere giocatori motivati aiuta e non poco, così come trovarsi a giocare contro una squadra invisibile come la Sampdoria delle ultime due settimane, ma la sostanza rimane un gradino sopra a tutto il resto.

Comunque vada a finire, che sia stato un addio oppure un “to be continued”, nella città del rossoblù e del blucerchiato a vincere è stato lui.

A vincere è stato l’uomo con le palle. L’uomo che ha rischiato di perdere tutto, persino di cadere nella piscina della contestazione da cui è difficile uscire vivi ma nella quale ha nuotato senza alcuna esitazione. Alla fine è riuscito anche a far tornare il Sole, un miracolo che ha fatto si che tutta quell’acqua evaporasse, che si asciugasse ogni goccia e si vivesse di nuovo come ai vecchi tempi.

La corsa sotto la Gradinata Nord non verrà cancellata mai, per fortuna non esistono ancora gomme o marchingegni per rimuovere i bei ricordi.

In un calcio pieno di dubbi e controsensi, il credo gasperiniano rimane una delle poche ed intramontabili certezze.

“A un Dio a lieto fine non credere mai”.

Fabrizio De André

"Quasi mai"

“Quasi mai”

"Che poi, voglio dire, anche io sono un po' matto"

“Che poi, voglio dire, anche io sono un po’ matto”

Scritto e disponibile su Numerosette.eu
Scritto e disponibile su Numerosette.eu

Crêuza de mä

“A Genova conta solo il derby. Se non lo vinci è come rapinare una banca ed accorgersi di aver portato via una valigia piena di stracci.”

Una partita, ma cosa dico.

Il derby di Genova con il calcio ha poco a che fare. O meglio, i novanta minuti rimangono una cornice perfetta intorno ad un’atmosfera meravigliosamente strepitosa. Cori e colori, pianti e liberazioni, gioie e dolori, caschi e macchine piene di adesivi, bandiere allo stadio o sul terrazzo di casa: rossoblucerchiato ovunque, ma se vivi qui ormai ci sei abituato.

Che tu sia giovane o anziano poco importa, il derby è una scelta di vita e va vissuto con la passione che ti è stata trasmessa dai genitori, dai nonni o da chiunque ti abbia portato allo stadio quando appena camminavi.

Entri allo stadio, il cuore rallenta e la testa cammina.

E allora canta, rallenta. Mentre tutto lo stadio si riempie di colori rimani fermo ad ammirare la tua squadra in campo: siamo solo noi contro il mondo.

GENOA 2 – 3 SAMPDORIA

22/04/1951

Si ringrazia il Museo della Sampdoria per l'immagine (tratta da internet)

Si ringrazia il Museo della Sampdoria per l’immagine (tratta da internet)

 

Immaginatevi catapultati indietro nel tempo di una dozzina di lustri: un derby di ritorno che dal punto di vista della classifica non interessava nemmeno poi così tanto alla Sampdoria, tranquilla a metà classifica, ma che avrebbe potuto rivelarsi decisivo per il Genoa in piena lotta per non retrocedere.

Al 15′ la Samp sta già vincendo per 2-0 fra il clamore di metà stadio, ma allo scadere del primo tempo De Prati accorcia le distanze. Nella ripresa lo svedese Mellberg pareggia a otto minuti dalla fine, ma sarà l’argentino Sabbatella a regalare la vittoria ai blucerchiati, costringendo il Grifone alla seconda retrocessione della sua lunga storia.

Già, perché il Genoa con i suoi 122 anni è la squadra più antica d’Italia, guai a chi se lo dimentica.

Ha anche vinto 9 scudetti e contesta al Bologna uno spareggio che avrebbe garantito la stella cucita sul petto, ma qui si va sul personale. Ci limiteremo a raccontare i fatti, a raccontare il derby – a mio modo di vedere – più bello d’Italia.

SAMPDORIA 1 – 2 GENOA

13/03/1977

Big Revenge rossoblù per il derby del 1951 avrebbe forse detto Claudio Ranieri. Le parti sono invertite, ora è il Genoa a  starsene a metà classifica, mentre la Sampdoria è penultima.

I blucerchiati iniziano con il cuore e Zecchini, con un potente tiro da fuori area, supera il portiere genoano Girardi regalando il vantaggio ai blucerchiati dopo pochi minuti; in chiusura di primo tempo tuttavia Oscar Damiani sfrutta una respinta del portiere Di Vincenzo scavalcandolo con un soffice pallonetto.

Al rientro dagli spogliatoi accade l’impensabile: Pruzzo sbaglia un rigore ma a dieci dalla fine stacca sopra a tutti ammutolendo la Sud e regalando ai rossoblù una storica vittoria “esterna”. Vittoria che, sommata alle sconfitte casalinghe – forse un po’ cercate – contro Foggia e Bologna, costrinsero la Sampdoria ad una tragica retrocessione in Serie B.

 

"Solo passaggi e passaggi, passaggi di tempo"

“Solo passaggi e passaggi, passaggi di tempo”

“Il Genoa non appartiene né ai dirigenti, né ai giocatori, né all’allenatore. Il Genoa è del popolo rossoblù”

Franco Scoglio

sampdoria genoa derby

“Squadra che vince scudetto è quella che ha fatto più punti.”

Vujadin Boskov (16/05/1931 – 27/04/2014)

sampdoria genoa derby

SAMPDORIA 1 – 2 GENOA

25/11/1990

Ogni tifoso rossoblù non può non aver quantomeno sentito parlare di Branco. Ma chi è Branco?

Cláudio Ibrahim Vaz Leal, in arte Branco, nella storia dei derby ricorda a tratti la figura moderna del Rafinha: una sua punizione magistrale sotto la Gradinata Nord regalò la vittoria al Genoa, mentre la foto di quell’istante diventò una celebre cartolina.

La cartolina di Buon Natale. Si fa per dire.

"Qui nel reparto intoccabili, dove la vita ci sembra enorme"

“Qui nel reparto intoccabili, dove la vita ci sembra enorme”

SAMPDORIA 2 – 2 GENOA

15/03/1992

Un derby folle, pazzo, un pareggio spettacolare.

"Chicco e Spillo"

“Chicco e Spillo”

 

Il primo tempo è una giostra di emozioni, come se il trenino di Casella si fosse spostato per 45 minuti al Ferraris: capitan Gianluca Signorini apre le marcature dopo pochi minuti con un gran colpo di testa su calcio d’angolo, ma quello di Katanec su cross di Lombardo al quarto d’ora pareggia la partita.

I rossoblù tornano avanti con un tiro di Bortolazzi su punizione dal limite, ma Bobby-gol Roberto Mancini su punizione dal limite riacciuffa la partita allo scadere del primo tempo.

Roberto Mancini e Gianluca Signorini, da una parte la classe cristallina e dall’altra il cuore del capitano. A 14 anni dalla scomparsa del numero 6, portato via dalla crudele devastazione della sclerosi laterale amiotrofica, rimane doveroso ricordare la compostezza e la saggezza di un giocatore d’altri tempi.

Signorini è diventato per i Genoani più che mai emblema dell’uomo vero, dell’uomo pulito e degno di rispetto.

sampdoria genoa derby

“Vorrei alzarmi e correre con voi, ma non posso. Vorrei urlare con voi canti di gioia, ma non posso. Vorrei che questo fosse un sogno dal quale svegliarmi felice, ma non lo è. Vorrei che la mia vita riprendesse da dove si è fermata.”

GENOA 2 – 1 SAMPDORIA

08/05/2011

Se quello del 1992 è stato folle questo non ha davvero senso.

La Samp è sul lastrico, una sconfitta metterebbe benzina su una classifica già abbastanza infuocata e sancirebbe quasi matematicamente la retrocessione in Serie B; il Genoa, dal canto suo, può contare su un sereno centro classifica.

Floro Flores e Pozzi – compartecipazione di uno sbadato Eduardo – sono gli acuti, ma l’assolo rossoblù arriva all’ultimo istante e si chiama Mauro Boselli. Prima di allora perfetto sconosciuto, fatto sta che il giorno dopo gli stavano intitolando una via.

Via Mauro Boselli, il retrocessore.

“Boselli trattenuto, Boselli si gira, Boselli col sinistro, Boselli!”

GENOA 2 – 3 SAMPDORIA

05/01/2016

I tempi sono cambiati ma i colori restano gli stessi.

L’ultimo derby va ai blucerchiati, come altri 34 nel corso della lunga storia di battaglie, in cui si sono visti altrettanti pareggi e 23 vittorie del grifone.

Genoa al quart’ultimo posto e Sampdoria qualche posizione sopra. Il primo tempo è un dominio blucerchiato, il secondo rossoblù. Novanta minuti dalle grandi emozioni, normale amministrazione se si parla di un derby di Genova. La prima del 2016 è però una partita folle, un po’ per lo 0-3 iniziale della Samp e un po’ per il tentativo di rimonta rossoblu finito sugli scogli per pochi centimetri.

Tutto di prima, tutto veloce, tutto molto bello

La doppietta di Leonardo Pavoletti non è abbastanza, Soriano per due volte e nuovamente Eder sono riusciti a far dimenticare al Genoa come si vince. Già, perché una vittoria rossoblù manca ormai dal 2013, quando il trio Antonini-Calaiò-Lodi regalò un rotondo 3-0 alla Gradinata Nord.

"Perché c'è un filo, un filo che mi porta dritto a lei"

“Perché ci lega un filo, un filo che mi porta dritto a lei”

 

Nella città dei pescatori e dei sognatori, nella città dei mari e dei monti, delle colline e dei prati verdeggianti, nella patria del risparmio e della misericordia, fra orizzonti e mille colori il Derby della Lanterna non è una semplice partita: è una scelta di vita.

E come tale va percorsa fino in fondo.

Proprio come quando si attraversa una mulattiera, chiamata in genovese crêuza de mä e titolo di una celebre canzone del maestro Fabrizio de André. Che poi, a dirla tutta, non è nemmeno amato da tutti per via della sua mai nascosta passione per il Genoa, passione che molti blucerchiati non riescono a perdonargli.

genova

Ma se vivi ogni giorno respirando l’aria frizzante di Genova, se la conosci fino in fondo, sai che il mugugno è alla base di tutto e sai che in fondo in fondo è tutta una messa in scena. Una voluta ed ostentata esagerazione.

Perché se scegli di tifare Sampdoria devi parlare male del Genoa e viceversa, perché se vivi a Genova ami il derby.

In tutte le sue sfumature, sfumature rossoblucerchiate.

sampdoria genoa derby

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Scritto e disponibile su Numerosette.eu
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Showtime

Torna Ten Reasons Why.
Torna la rubrica più divertente dell’espulsione di Felipe dell’Udinese e tornano puntualmente i dieci capitoli.
 

Questa settimana mi sono avvalso delle capacità di un esperto, mister Pietro Delogu, visto che io della situazione del Milan non ci ho capito praticamente nulla così come non riesco a trovare un punto debole ad una Juventus onestamente irrefrenabile e impossibile da arginare senza fare uso di macchine da guerra.

CAPITOLO PRIMO – I cinque comandamenti

Il problema del Milan, secondo lei, da addetto ai lavori e sportivo interessato, qual’è?

A mio avviso, per fare del buon calcio servono:
1) programmazione;
2) una adeguata struttura di gioco;
3) una società forte economicamente che sappia scegliere e delegare le persone capaci;
4) un buon allenatore;
5) dei buoni calciatori.
Al Milan attuale mancano tutti questi requisiti, quindi non è un problema determinato da un unico fattore, altrimenti sarebbe anche facile porvi rimedio; come accade spesso tante piccole cose sommate assieme fanno la differenza, in positivo o in negativo.
Questa legge non scritta vale tanto nella vita quanto nel mondo del calcio, e si manifesta maggiormente ai massimi livelli.
CAPITOLO SECONDO – Casa Milan o Grande Fratello? Se non ami il trequartista, sei fuori
Il fatto che Mihaijlovic sia stato a lungo sulla graticola può aver fatto calare la concentrazione e la fiducia dei giocatori in un progetto di fatto mai promosso con convinzione dal presidente? 
Principalmente, Berlusconi e Galliani hanno fatto il loro tempo, un tempo fatto di successi sportivi e di vita imprenditoriale importante, grazie sopratutto alla loro capacità mostrata nel tempo di sapersi circondare dei migliori collaboratori (conduttori TV, Dirigenti/Direttoti Sportivi, Staff Medici, Mister, e via discorrendo), persone insomma preziose.
Il tempo è però tiranno e sia Berlusconi che Galliani, per quanto possano essere – o sembrare – eterni e riciclabili, appartengono ormai a tre generazioni calcistiche precedenti e non hanno più la giusta lucidità o capacità per poter operare nel ciclo produttivo odierno, dove la giungla quotidiana non aspetta davvero nessuno.
La crisi non ha certo aiutato e la carenza di risorse ha determinato una diminuzione negli investimenti, sopratutto in alcuni campionati.
Certo è che l’ultima gara in Champions League risale a  Marzo 2014 e non so davvero quando potrebbe ritornarvi, nella migliore delle ipotesi nella stagione 2017/18, un tempo abissale; il Milan di oggi non riesce neppure a competere nel campionato Italiano, figuriamoci in Europa.
Quindi non è una lacuna solo economica, ma è frutto di scarsa programmazione, i rossoneri non hanno più le persone giuste al posto giusto e Galliani non è licenziabile poiché gli spetta una buonuscita di 40 milioni di euro circa, cifra esosa, che sarà un debito da girare ai nuovi ipotetici acquirenti.
A tutte queste problematiche, si sommano i ricordi del capo e Don Silvio sogna sempre un Milan con l’1-4-3-1-2 (è mentalmente fermo a Boban e Savicevic).
Ecco il perché delle scelte degli allenatori da Allegri in poi, tutti ecnici che volevano (e dovevavo) giocare con il trequartista.
Dopo tutte queste premesse, sembra superfluo parlare di calcio, considerando una società allo sbando, ma dobbiamo farlo, anche perchè, non voglio sottrarmi alle domande tecniche, anzi.
CAPITOLO TERZO – Mancanza di fiducia = fallimento
 
Centrocampo lento e macchinoso o una difesa leggera? Se poi si trattasse invece dell’attacco?
Il Milan degli ultimi tre anni non ha avuto i calciatori adatti per giocare con il modulo che vorrebbe Berlusconi, quest’anno poi ancora meno.
Nessuno dei calciatori del Milan, ha tutte le caratteristiche per fare la mezzapunta o il trequartista, né ha la qualità tecnica e la rapidità fisica per puntare, saltare l’uomo e mettere il pallone fra porta e compagno d’attacco.
Menez, Balotelli, Luiz Adrino, Carlos Bacca, sono attaccanti con caratteristiche differenti fra loro, ma li accomuna la poca corsa senza palla; l’unico che corre sul serio è Niang, anche Bonaventura ed Honda lo sanno fare senza palla, se schierati in una fascia di competenza. Se però devono svolgere il ruolo di trequartista, perdono il proprio punto di riferimento e non rendono al meglio.
Ritengo il calcio, anche uno sport di movimento, ma non solo.
“Per me il calciatore bravo si differenzia dalla massa, perchè è colui che esprime la qualità nel gesto tecnico al massimo della propria velocità di pensiero, e con i tempi di gioco giusti, nel rispetto del movimento e dell’intelligenza tattica di squadra”.
Al Milan questi calciatori che si muovono senza palla latitano; se vai a verificare Mihaijlovic ha fatto le migliori partite quando poteva schierare la sua squadra ideale:
Donnarumma; Abate-Alex-Romagnoli-Antonelli; Honda-Kucka-Montolivo-Bonaventura; Njang, Bacca.
Dove con un 1-4-4-2 ed in certi momenti in un 1-4-2-3-1, dove il trio Niang-Honda-Bonaventura accompagna Bacca in attacco, ma andava anche negli spazi senza palla, e con il movimento offriva più possibilità di passaggio al Montolivo di turno, nell’impostare l’azione, con Kucka che garantiva la giusta gestione delle due fasi.
Abate ed Antonelli davano le giuste sovrapposizioni sulla fascia, ed Alex e Romagnoli chiudevano i varchi con buona intesa, davanti ad un ottimo Donnarumma.
Non credo che il Milan abbia la difesa leggera, o il centrocampo lento, né l’attacco scarso, spesso ci si dimentica che il calcio è un gioco di squadra e la squadra Mihajlovic l’aveva trovata. E‘ quella sopra citata, se poi gli stessi calciatori li vuoi far giocare fuori ruolo e con altro metodo e motivazione, è normale che possono sembrare meno bravi. 
Il gioco di Sinisa non è mai stato spettacolare, ma concreto, è stato così in tutte le squadre che ha allenato, anche in passato.
 Berlusconi è un uomo di spettacolo: parafrasando Manzoni, il matrimonio fra loro due non s’aveva da fare.

"Non è così che se ne andrà"

“Non è così che se ne andrà”

CAPITOLO QUARTO – Da grande continuo a voler fare il Sassuolo
 
Un po’ come tutti.
Grandi senza che nessuno se ne accorga, i neroverdi sono quasi invisibili nel mezzo della giungla chiamata Serie A; ci ha provato il Napoli con la maglia mimetica, ci stanno riuscendo gli uomini di Di Francesco.
Perfettamente mimetizzati, snobbati da tutti e senza alcun riflettore addosso.
Incredibilmente vivi e pericolosamente vicini all’impresa.
Se arrivassero in Europa League bisognerà avvertire i media: sicuri che se ne accorgeranno?
PEGASO NEWSPORT-INTER-SASSUOLO CAMPIONATO SERIE A TIM 15-16
CAPITOLO QUINTO – Chi fermerà la Juve?
 
Nessuno fermerà mai la musica, questo lo sappiamo tutti, ma anche con la Juventus non si scherza.
Quinto scudetto di fila, impossibile trovare un aggettivo che non finisca con -issimo/a o -ente/ante.
Stupefacente, bellissima, fortissima, devastante, immortale.
Ecco, l’ho trovato: immortale.
Il segreto della Juventus, se esiste, qual’è? Spero ci sia anche un punto debole nei bianconeri, magari sperare che l’anno prossimo il periodo di ambientamento dei nuovi acquisti sia più lungo di quello di quest’anno, altrimenti sarà un altro campionato aperto soltanto per finta. 
Quando la Juventus era terzultima, dissi che comunque sarebbe arrivata fra le prime tre in classifica, assieme a Milan e Napoli: ho azzecato il pronostico per 2/3.
La Juventus è esattamente ciò che il Milan non è più; la dimostrazione di ciò che ho risposto nella prima domanda, l’antitesi dei rossoneri.
Nessun segreto o strana ricetta,semplicemente le persone giuste e capaci messe al loro posto di comando.
Dopo essere resuscitata dalla Serie B e dopo qualche battuta a vuoto, gestita da chi di calcio capiva poco, ha preso la retta via societaria con proprietà ben definita (Andrea Agnelli), costruzione di una struttura propria (Juventus Stadium), dirigenti che decidono e si occupano di tutta l’operatività (Marotta e Paratici), uomo immagine che ha vissuto di calcio (Pavel Nedved), staff tecnico di prim’ordine (prima quello di Conte ora quello di Allegri) con il giusto spartito, calciatori ottimi (alcuni costati poco o niente) ed una squadra dove ognuno gioca nel proprio ruolo, a parte qualcuno che per caratteristiche nè può ricoprire diversi.
I punti deboli della Juventus sono due:
1) L’assuefazione allo scudetto può inconsciamente spingere il gruppo a concentrarsi sulla prossima Champions League, usando il campionato quasi per come un’occasione per allenarsi;
2) La capacità delle altre squadre di ridurre il gap, migliorando la loro rosa ed il loro gioco.
Per il prossimo campionato potrebbero farlo Napoli, Internazionale e Roma, mentre il Milan è anni luce dietro perchè ripartirà da zero.
Credo che nel prossimo campionato, le squadre impegnate in Champions potrebbero lasciare spazio all’Internazionale: se la società azzecca 3 acquisti, 6 cessioni, e magari punta su nuovo mister, potrà approfittarne.

Mancini

“Mancio si, Mancio no”

CAPITOLO SESTO – Carpi Diem

Chi vede favorito per la salvezza finale? 
Meglio il cuore di un Carpi guerresco o Giardino riuscirà a mettersi sulle spalle un Palermo ridotto ai minimi termini? Zamparini ha davvero buona parte delle colpe per l’essere giunti ad una situazione del genere?
Credo e spero che il Carpi possa riuscire a fare l’impresa; senza l’allontanamento temporaneo e scellerato di mister Castori, probabilmente la squadra avrebbe almeno 2/3 punti in più in classifica e sarebbe già salva. Credo che tutti a Carpi meritino di rimanere in serie A.
In certi momenti mi ricorda simpaticamente la “Longobarda”, guidata da “Oronzo Canà”, ma questo non è certo un film ed anche se Castori, a prima vista,  potrebbe avere l’aria simpatica di “Oronzo”, ha invece dimostrato di essere un mister assai preparato. Un allenatore umile che si è calato nella nuova realtà della serie A, sconosciuta a Lui ed alla sua squadra: ricordo a tutti che spesso schiera 4/5 undicesimi dei calciatori che aveva con sé nella squadra del campionato vittorioso in serie C1.

Carpi - Frosinone

“Like a rolling stone”

CAPITOLO SETTIMO – Domani smetto
Riprendiamo la domanda precedente a mister Delogu: Meglio il cuore di un Carpi guerresco o Giardino riuscirà a mettersi sulle spalle un Palermo ridotto ai minimi termini? Zamparini ha davvero buona parte delle colpe per l’essere giunti ad una situazione del genere?
Contro il Palermo niente di personale, ma anche se fosse l’unica squadra al mondo cambierei mestiere piuttosto che firmare un contratto con Zamparini e siccome non esiste un regolamento in proposito, se fossi il presidente dell’AIAC (Renzo Ulivieri) proporrei un patto ai tesserati mister per rifiutare un contratto con Zamparini.
Invece non c’è dignità, il dio denaro padroneggia sempre e certi mister si sono seduti più volte su quella panchina anche quest’anno.
Ecco perchè non tifo Palermo per la salvezza, anche se, obbiettivamente, due calciatori come Gilardino e Vazquez il Carpi non li ha.
Sono però certo che la compattezza del gruppo ed il gioco di squadra, supererà anche questa lacuna realizzativa.
Zamparini ha tutte le colpe, ripeto, ma non può essere radiato, non vi è legge in merito.

A Maurizio Zamparini non piace questo elemento

A Maurizio Zamparini non piace questo elemento (parte2)

CAPITOLO OTTAVO – Non andate a Leicester
 

Non bisogna andare a Leicester. 

Non bisogna andarci né fingersi tifosi di una squadra di cui nessuno – me compreso – adorava le gesta prima di sei mesi fa. Clamorosamente bella da vedere, la squadra di Ranieristrappa almeno un sorriso e qualche brivido a tutti, ma la vittoria è soltanto loro. Loro e del calcio nella sua essenza, in cui puoi chiamarti Morgan così come Messi ma se esci dal campo con una rete in più hai vinto la partita e non conta più nient’altro. Lasciamo che si godano il momento di gloria, lasciamoli festeggiare in pace: la vittoria è soltanto loro.

Il miracolo del Leicester si è verificato perché la palla è rotonda e Ranieri lo sa bene. 

Perché il calcio è uno sport di squadra. Perché per vincere basta fare un gol più degli altri.

Perché lo sport è una storia molto più romantica di quanto vogliano farci credere i procuratori.

Claudio dietro, sorridente come un padre che vede all'opera i propri figli. Certo che 26 sono un po' tanti!

Claudio dietro, sorridente come un padre che vede all’opera i propri figli. Certo che 26 uomini sono un po’ tanti!

CAPITOLO NONO – In Serie B è già estate

serie b

Cesena o Novara? Il miracolo dell’Entella dove potrà arrivare? Il Trapani ha fatto la rimonta del secolo? Pescara e Bari meritano la Serie A? E lo Spezia riuscirà finalmente a ripagare il presidente Volpi che ha messo portafogli ed anima per i bianconeri della Serie cadetta?

Il Brescia e il Perugia temono di dover rimandare la gioia dei playoff, ma oltre i 60 punti inizia a fare veramente caldo: a fine Maggio, chi potrà togliersi la maglia per mettersi quella celebrativa fra fiumi di champagne e acqua gelida?

La giostra sta per partire: tenetevi forte.

trapani serie b

CAPITOLO DECIMO – Grazie a Pietro Delogu 

Capitolo doveroso per chi ha aiutato alla realizzazione del nostro appuntamento settimanale: mister Delogu, sassarese e ambizioso allenatore, attende di trovare una panchina cimentandosi nel ruolo di Personal Coach per squadre di ogni categoria, compresa la Serie A.

Se vi fossero piaciute le sue teorie, le sue risposte e le sue idee – piuttosto chiare – sul calcio ed i suoi segreti, potete trovarlo su https://mister5pietrodelogu.wordpress.com.

Pietro Delogu

“Sono un allenatore di calcio e, come tanti colleghi, quest’anno sono imbattuto, perchè sono un allenatore da divano e schermo piatto, pro tempore. In Italia siamo circa 70.000 allenatori per meno di 10.000 squadre, quindi faccio parte della maggioranza che attualmente guarda, si aggiorna e cerca d’imparare vista la non congruità fra domanda ed offerta. Voglio essere pagato in base alle mie capacità che dimostrerò sul campo.”

 

EPILOGO – “Porta romana bella, porta romana. Un anno è brutto e lungo da passare”

ROMA

“D’amore non si muore, sarà anche vero, ma quando ci sei dentro non sai che fare”

Scritto e disponibile su Numerosette.eu
Scritto e disponibile su Numerosette.eu

Il pescatore di asterischi

“I tuoi capelli neri a punta d’inchiostro”.

Sembra fatta ad arte, ma vi giuro che Samuele Bersani l’ha scritta senza pensare a lui.

Senza pensare all’eroe di giornata: Cyril Théréau, il pescatore di asterischi.

Asterisco, in gergo tecnico un segno grafico a cui si ricorre per rifarsi e specificare qualcosa di strano, un segno di richiamo che attira l’attenzione del lettore e lo fa distrarre dal testo. Un acuto, qualcosa che va spiegato perché altrimenti non si riesce ad andare avanti.

“Come un giocoliere passi tutto il tempo a cercare un senso gravitazionale che non c’è”

 

Di Cyril si accorgono prima di tutti i lungimiranti scouts dell’Angers, tanto intelligenti quanto messi bene in classifica quest’anno in Francia, poi il giovane passa al meno noto Charleroi.

Gli osservatori della Steaua Bucarest, arrivati in Belgio per caso, restano sbalorditi dalle sue prestazioni e di quelle del compagno con cui scambia sempre il pallone. Presentano quindi un’offerta ad entrambi; il primo rifiuta, Théréau invece accetta di andarsene a vivere in Romania. Qui in un anno gioca in Champions League e segna 10 reti in 17 presenze. Il salto di qualità all’Anderlecht non riesce proprio a farlo, si accasa con i viola ma non riesce più a segnare: mal di gol, una rete e tante critiche per una fra le creste più matte d’Europa.

Nel 2008 torna “a casa” dello Charleroi ed arrivano 17 reti in 63 presenze: cosa significa questo? Chiaro, Théréau è un attaccante atipico che ama la profondità ma è bravissimo a giocare per i compagni, sacrificando quindi qualche rete in favore del gioco corale. Una dote che, se non ti chiami Iniesta o Dirk Kuijt, non ti porta a fare il protagonista su grandi palcoscenici.

Dal suo arrivo al Chievo la Serie A ha conosciuto un nuovo tipo di attaccante, un pazzo capace di colpi da manicomio e assist per il compagno, un fedele condottiero di Paloschi e un amico intimo dei trequartisti.

Amico più in generale dei compagni, egoista solo part-time.

Azione corale con l’aiuto di Pasquale

Affascinante ma sfuggente. Tanti gol ma mai troppi, tante esperienze ma mai quella giusta. Tanti paesi girati ma sempre rimasto nel cuore un vagabondo.

Difficile trovare parole adeguate per descrivere Cyril Théréau, uno dei giocatori più strambi mai passati su un prato verde.

Classe cristallina, in area quando vuole riesce a incendiare partite, palloni e difese avversarie.

Parlare di giocatore poi è riduttivo, Cyril rientra più nella divertente e strampalata categoria dei personaggi: tatuaggio a forma di bacio sul collo, fisico apparentemente mingherlino ma in realtà carico di energia esplosiva. 

Appassionato di gol belli e difficili, a volte quasi incomprensibili. Incomprensibili e indecifrabili, proprio come le parole che precedono un asterisco. Cyril sui prati verdi li cerca e li pesca, ogni rete sua è come un termine complicato di cui veniamo a conoscenza soltanto grazie a quel segno fatto a forma di stella.

Anche nella nostra quotidianità esiste qualcosa di inspiegabile, qualcosa per cui ci vorrebbe davvero un asterisco, un asterisco che rimandasse a una spiegazione razionale e finalmente comprensibile di quel qualcosa – si tratti di donne, lavoro, amici o campionati da vincere alla PlayStation – che ci è altrimenti indecifrabile.

Il mio dubbio amletico di oggi è, per esempio, il motivo per cui a 32 anni non sia ancora arrivata la chiamata di una grande squadra. Se ci fosse un asterisco pronto a darci qualche delucidazione, ci direbbe che non è accaduto e non accadrà mai perché Théréau non è la classica punta che segna 30 volte a stagione, non ha nemmeno voglia di competere con i vari Suarez o Benzema perché non è nelle sue corde. Lui è un giocatore troppo strano per essere vero, discontinuo ma letale, un fenomeno che segna quando ne ha voglia, quando si infiamma.

Nella vita di tutti c’è qualcosa di incompreso. Qualcosa di follemente divertente che soltanto con l’aiuto di una nota e di un asterisco potremmo comprendere una volta per tutte. Ma il bello forse sta proprio nel mistero.

Thereau, nella vita c’è sempre un Thereau*.

*anche ieri l'ha messa

*anche ieri sera l’ha messa: un gol inutile ma meraviglioso, ovviamente.

Scritto e disponibile su Numerosette.eu
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