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Mertens si inginocchia e fa volare il Napoli

Ieri sera è andata in scena Roma – Napoli, primo anticipo della 27esima giornata del campionato di Serie A.

Una gara molto simile ad un crocevia tanto per i giallorossi quanto per i partenopei. Nello specifico, per i primi si trattava della possibiltà di allontanare definitivamente proprio il Napoli (che con una sconfitta sarebbe andato a -8) e allo stesso tempo di continuare l’inseguimento alla Juventus, mentre per gli ospiti rappresentava la chance di portarsi a -2 dalla Roma e di conseguenza dal secondo posto.

Il match, che vedeva contrapposti i due migliori attacchi del campionato (60 goal per il Napoli e 57 la Roma), non ha deluso le aspettative regalandoci una partita scoppiettante, giocata a viso aperto, ricca di occasioni da goal.

Risultato finale 2 a 1 per la squadra di Maurizio Sarri, grazie anche ad una doppietta (la seconda in stagione) del belga Dries Mertens, che porta così a 18 il bottino personale. Continua a mantenere una media realizzativa 0.8 reti a partita, degna di un grande campione.

Tatticamente la partita non è stata poi tanto diversa da come ci si potesse aspettare, con il Napoli che fin dai primi minuti ha pressato alto ed imposto il suo gioco di verticalizzazioni, con le quali ha messo in seria difficoltà la difesa di casa, grazie alla grande rapidità d’esecuzione delle stesse e alla velocità delle proprie ripartenze.

Il Napoli ha fatto il solito ottimo palleggio, noi invece non abbiamo rischiato tanti passaggi in profondità, eravamo un po’ bloccati e loro ci hanno costretto a venire risucchiati dalla linea difensiva – Luciano Spalletti

https://www.youtube.com/watch?v=3M5qKk7gT2E

Da sottolineare però anche la prestazione della Roma, che ha colpito per due volte il palo e ha tirato ben 22 volte (4 palloni in porta, 11 fuori e ben 7 parati) contro i “soli” 13 tentativi degli ospiti (4 in porta, 3 fuori e 6 parati).

Oltre a questo il centrocampo capitolino ha il merito di aver guadagnato il 55% di possesso palla, sovvertendo una statistica quasi sempre favorevole al Napoli (media del 61 % in questo campionato).

In ogni caso si è vista una sontuosa prestazione dei campani, che sono riusciti a giocare una partita intelligente mettendo in difficoltà una Roma che negli ultimi quattro scontri diretti in casa aveva sempre vinto: i numeri sostenevano i  giallorossi, ma sono stati gli azzurri a fare jackpot grazie ad un’ottima gestione tattica della partita e grazie all’uomo in più, ovvero il ‘folletto’ Dries Mertens.

La Roma forse ha sofferto la mancanza in zona goal di Edin Dzeko, il quale è stato ben contenuto dalla coppia centrale partenopea Albiol-Koulibaly, in netto miglioramento nelle ultime due uscite.

LA FOTO DELLA PARTITA

Barliamone

Da ormai 5 o 6 anni il calcio italiano non raggiunge i livelli che lo avevano reso celebre per competitività, qualità e spirito vincente, livelli a cui siamo arrivati specialmente dagli anni 90 con il Milan di Sacchi e degli olandesi, con la sorpresa Samp finalista a Wembley, con l’Italia campione del mondo nel 2006 ed infine con la favola Inter del 2010, una corazzata capace di vincere il triplete. Da lì in avanti la nostra serie A ha perso quella polvere fatata che faceva volare le big milanesi & co e che faceva ogni tanto emergere persino qualche sorpresa.

Ma l’opinione che ha il mondo sul calcio italiano, a mio avviso, non dev’essere ristretta a un banale ‘la Juve stravince in casa mentre le prende in Europa’. In Italia c’è un altro campionato capace ogni anno, per coloro che lo seguono, di far emozionare con favole calcistiche incredibili: la Serie B.

Com’è possibile che ogni edizione del campionato cadetto abbia una o due ‘squadrette’ appena promosse dalla Lega Pro che fanno sfracelli delle altre squadre, magari partite favorite per la promozione nella massima serie? Per chiunque ami il calcio queste vicende non dovrebbero passare inosservate, che sia tifoso di una di quelle squadre, che sia rivale, che sia chi ha perso anche la canottiera strappando schedine.

La favola più nota è quella che lo scorso anno ha visto disputare 2 super-provinciali come Carpi e Frosinone in serie A; nonostante l’immediata retrocessione si sono battute su ogni pallone e si sono fatte rispettare contro squadroni, magari guadagnando qualche punticino in stadi come San Siro (dove il Carpi è tutt’ora imbattuto) o lo Juventus Stadium dove un’incornata di Blanchard ha fatto godere come non mai l’intero popolo ciociaro.

Sempre lo scorso anno in Serie B un’altra squadra si è superata ed è arrivata prima di tutte. Ovviamente sto parlando del Crotone, che purtroppo (un purtroppo molto forzato perchè detto da un genoano) sta disputando un campinato alquanto mediocre dove a tre quarti di stagione ha totalizzato una dozzina di punti, nonostante l’esplosione di Diego Falcinelli e le piacevoli sorprese Cordaz e Barberis; probabilmente vedremo i calabresi nuovamente nel campionato cadetto il prossimo anno, ma con i migliori auguri che con la Serie A si tratti solo di un arrivederci.

Infine, quest’anno, maga Serie B ha estratto dal cilindro 2 neo-promosse che stanno disputando una stagione strepitosa: Benevento e Spal, è ancora presto per tirare le somme ma i presupposti che daranno l’anima per mettere i bastoni fra le ruote a un lanciato Frosinone e un affermato Hellas Verona sempre più pazzo, ci sono tutti.

Questo campionato di Serie B – come al solito del resto – è l’ennesima prova che per volare non servono i soldi, bastano i sogni.

 

 

Milinkovic-Savic e altri rimedi

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Sergej Milinkovic-Savic fa brillare gli occhi, generando sentimenti contrastanti in chi ne vede le gesta sul campo.

A proposito di occhi e sentimenti, ricordate cosa accadde nel luglio del 2015 a Firenze? Un centrocampista serbo, nato in Spagna e cresciuto nelle giovanili del Vojvodina, era ormai in procinto di firmare per i viola quando tutt’a un tratto mutò decisione, animo e a quanto pare scoppiò persino in lacrime sussurrando “non posso firmare, davvero”. La motivazione sembrava una via di mezzo tra la poca voglia della compagna a trasferirsi in una città italiana che non fosse Roma e proprio l’interesse di una squadra capitolina per l’allora appena 20enne nato in Spagna da genitori serbi. Si trattava della Lazio, mentre quel ragazzo appena atterrato nella ‘Città Bella’ era proprio lui: Milinkovic-Savic.

With or without you cantavano gli U2; ebbene si, con o senza di lui la Fiorentina è andata avanti senza particolari preoccupazioni, così come i biancocelesti hanno accolto un talento cristallino fra le mura di Formello integrandolo pian piano in un centrocampo già abbastanza pregiato.

Lucas Biglia e Marco Parolo hanno trovato un paggio niente male proprio in Milinkovic-Savic, capace di inserirsi negli spazi con rapidità e ripiegare difensivamente dando respiro al trio d’attacco promesso al ‘Loco’ Bielsa ma ereditato da Simone Inzaghi.

Nativo – come già ribadito – di Lleida, della Catalogna ha preso l’originalità, il sapersi distinguere cercando di portare in campo valori e giocate differenti, trasformandosi molto presto in un mix perfetto fra talento e raziocinio, con cui proprio la Lazio sta andando a nozze in questa prima metà di campionato.

Ha poi ricevuto una sola ammonizione in 15 partite di campionato, ingaggia in media 8 duelli offensivi a partita con una media positiva del 73% e copre il campo – specialmente la corsia di destra – con grande costanza e caparbietà.

Nei grafici di WyScout.com possiamo inoltre notare il dato dei tiri in porta: in media, ogni due tiri scoccati da Milinkovic-Savic, uno entra in rete.

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La grande duttilità del centrocampista serbo calza perfettamente nel gioco dispendioso di Simone Inzaghi e del suo magico trio offensivo, una vera e propria fabbrica di tiri, dribbling ed inserimenti. Ecco che quindi Milinkovic-Savic diventa il perfetto connubio fra sentimento e ragione; è capace di inserirsi come ‘underdog’ nelle scorribande offensive firmate Felipe Anderson-Immobile-Keita e rivelarsi un cliente piuttosto scomodo per gli avversari quando si tratta di intercettare e fermare una ripartenza. I suoi 192 centimetri e i 10 duelli aerei in media a partita ne sono la prova vivente. Un calciatore che copre praticamente tutto il campo e che quando non è in serata ne risente tutta la squadra, come successo nella disfatta di San Siro contro l’Inter.

Figlio di un calciatore professionista e di una giocatrice di basket, Sergej ha ereditato dal padre la proprietà di palleggio e dalla madre un’elevazione fuori dall’ordinario per un centrocampista offensivo. Milinkovic-Savic ha avuto però il grande merito di saperle unire in maniera magari non perfetta ma sicuramente unica, ritagliandosi in pochi mesi un ruolo da protagonista in una squadra che fa della mancanza di punti fermi il suo punto di forza.

Come Cupido fece con una freccia, la sua prima rete con la maglia della Lazio è stata inferta proprio alla Fiorentina, che tanto lo ha cercato ma che mai lo avrà con sé.

MIlinkovic-Savic ha scelto di non essere soltanto un trequartista o un mediano, solamente una mezzala oppure un centrocampista di quantità, Milinkovic-Savic ha scelto l’imprevedibilità, proprio come in quella strana mattina di Firenze quando cambiò idea in pochi istanti fra l’incredulità generale.

Milinkovic-Savic ha scelto la Lazio.

 

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Che tempo che Fa…zio

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Più che ‘tempo’ sarebbe il caso di chiamare in causa la parola ‘tempismo’.

Federico Julián Fazio, 195 centimetri di difensore, è arrivato a Roma nel momento giusto.

Luciano Spalletti descritto in maniera laconica l’ex giocatore di Tottenham e Siviglia, presentandolo all’universo giallorosso come “un giocatore di assoluto valore, con qualche difetto ma tante qualità”. Come, ad esempio, la bravura nei colpi di testa.

Se Manolas e Rudiger garantiscono grinta e rapidità di pensiero, nella città dei monumenti e delle rovine non può non trovarsi una colonna alta e solida, valido aiutante e costante presenza difensiva.

Presentiamo ora il dato dei duelli aerei e delle intercettazioni di Federico Fazio, sintomatico dell’importanza acquisita dal difensore argentino nella retroguardia della Roma:

– 5 duelli aerei in media a partita, il 75% dei quali viene vinto dal centrale giallorosso;

– 5.7 intercettazioni, tutte all’interno dell’area di rigore.

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Oltre a questi dati significativi, Fazio copre piuttosto bene il campo, a dimostrazione di quanto si sia adeguato rapidamente al metodo ‘spallettiano’ in cui la mobilità delle posizioni ed un’intensità costante rendono tutta la manovra più fluida.

Il difensore con il più alto numero di respinte difensive nella prima Europa Leaguevinta con il Siviglia (anno 2013-2014), si è conquistato un ruolo da protagonista nella nuova Roma chiamata ad impensierire la capolista Juventus, lo ha fatto nelle prime 15 giornate di campionato e – cosa molto importante – senza ricevere nemmeno un cartellino; una bella rivincita per chi ne rimarcava i limiti nel gioco individuale.

Se l’unico cartellino risale all’infausto preliminare di Champions League contro il Porto, è in Europa League che troviamo la sua prima e finora unica rete, ovviamente di testa, con la maglia giallorossa: non è bella, non è pulita, ma quel che conta è sempre metterla dentro.

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Che tempo che fa nella Roma giallorossa?

Statisticamente parlando, sulla terza retroguardia del campionato (16 reti subite in 16 partite) splende il sole. Grazie anche a Federico Fazio, meraviglioso conduttore di una difesa che finalmente funziona.

Fofana is the way

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Immaginate un giocatore di origini africane che brilli nel centrocampo dell’Udinese. Facile, no? Un tempo regnava la sostanza, alias Christian Obodo, poi presero campo la duttilità di Kwadwo Asamoah e la costanza di Emmanuel Agyemang-Badu, con quest’ultimo ancora pedina fondamentale della mediana bianconera. Quest’estate è arrivato però anche lui, l’uomo del momento, Seko Fofana, leggermente sottovoce nonostante un curriculum di tutto rispetto: Player of the Season con la seconda squadra del Manchester City, poi oltre 50 presenze in due stagioni europee, prima con la maglia del Fulham e poi con quella meno blasonata del Bastia in Ligue 1.

Adattarsi nella nuova e coloratissima Dacia Arena non è stato facile, tanto per il franco-ivoriano quanto per Beppe Iachini, allenatore con cui il talento ha cominciato la stagione senza riuscire a far breccia nei cuori delle ‘zebrette’.

Il 3-5-2 portato avanti dal mister marchigiano aveva un ruolo da playmaker proprio per Fofana, paragonato tanto a Vieira quanto a Yaya Touré per la doppia origine di cui è provvisto. Nonostante una posizione centrale nei piani del centrocampo bianconero, tutti si sono accorti della sua forza soprattutto con l’avvento di Gigi Delneri, capace di cucire su misura una posizione da mezzala per il classe 1995, che svaria, si inserisce e copre il campo in maniera esemplare, come evidenziato da questa grafica offerta da WyScout.com:

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Il manifesto del gioco ‘fofanesco’ potrebbe ritrovarsi nella rete con cui si è presentato ai seguaci della Serie A che ancora non si erano accorti di lui. Siamo al Renzo Barbera, piove a catinelle e un giocatore rosanero sbaglia un passaggio in uscita. Ne scaturisce una ripartenza, Fofana parte e rientra, sferrando un colpo che lascia senza parole l’incolpevole Posavec.

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Il trio a centrocampo dell’Udinese ha bisogno di un giocatore frizzante ma intelligente, con un pizzico di pepe in più e capace di sbucare spesso dalle retrovie; Fofana si è auto-candidato vincendo il premio in questione con ben 3 reti in sole 15 giornate di campionato.

Le puntuali pagelle del Messaggero Veneto dopo la sfida contro il Bologna hanno dato un ritratto decisamente migliore del mio proprio sul talento ibrido dei friulani, definendolo un “tuttocampista, capace di fare la mezzala destra e poi quasi il trequartista”.

Un po’ francese e un po’ ivoriano, un po’ mediano e a tratti trequartista, fondamentalmente mezzala, diviso tra i paragoni con Yaya Touré e quelli con Patrick Vieira.

Centrocampista al passo con i tempi ma più rapido degli avversari: insomma, Fofana is the way.

Kessié dell’altro mondo

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“Più no che sì” sarebbe stato, con tutta probabilità, il responso finale qualora in estate ci fossimo radunati per chiedere a qualche tifoso senza particolari pretese“Conoscete Kessié?”.

Probabilmente Gian Piero Gasperini faceva parte della minoranza positiva, del resto che l’allenatore piemontese fosse quasi unico nel saper valorizzare giovani promesse – Criscito, Sturaro, El Sharaawi e Caldara tanto per citare un quartetto sparso qua e là nel tempo – ne eravamo a conoscenza, tuttavia resta clamoroso come il giovanissimo ivoriano abbia preso in mano chiavi del centrocampo e cuore dei tifosi bergamaschi, non facili da scalfire per chiunque.

6 reti e 2 assist in 12 presenze sono una quantità esponenziale per un classe 1996, nato a fine dicembre ma già sulla bocca di tutti a inizio campionato per una doppietta nel 3-4 casalingo contro la Lazio.

Solido ma letale in progressione, agile ed altrettanto abile negli inserimenti, l’equilibrio lo rende uno fra i centrocampisti più pregiati della Serie A, dove un simile exploit può essere trovato solamente nelle figure di Lucas Torreira e Luca Mazzitelli, magari meno estrosi e decisivi dell’ivoriano ma altrettanto promettenti.

Alla media di 1 gol ogni 2 partite, altissima ed impressionante per un giocatore presentatosi al mondo del calcio come incontrista, si unisce un grafico delle zone di campo coperte davvero unico ed impressionante: le heatmaps fornite da WyScout.comci descrivono un giocatore che si ‘spalma’ in maniera omogenea su tutto il prato verde, partendo prevalentemente dal centro-destra senza però disdegnare tanto il ripiegamento difensivo quanto gli inserimenti repentini, entrambe carte vincenti per il gioco dinamico e propositivo di Gasperini.

In 90’ di gioco Franck Kessié si mostra allo spettatore come un vero e proprio albero della cuccagna: puoi trovarlo ovunque e i suoi segreti sono racchiusi nell’enorme tecnica individuale, capace di farlo salire in cattedra soverchiando la grande sostanza del centrocampo atalantino, portata in campo soprattutto dai veterani Carmona e Migliaccio.

La sua preponderanza si mescola poi perfettamente con la  duttilità di Kurtic e con la voglia degli altrettanto promettenti Gagliardini-Freuler. Il ruolo del gioiello alla corte nerazzurra, non ancora pienamente identificato dalle squadre avversarie, resta quindi un mistero per tutti.

Chiamatelo centrocampista tuttofare, mediano-fantasista, un regista di nuova generazione, ma il nuovo giovane lanciato da Gasperini resta la sorpresa più luminosa della prima parte di campionato, esattamente come la sua Atalanta delle meraviglie.

Se poi la scorsa estate Granit Xhaka si è preso le prime pagine dei quotidiani sportivi, volandosene a Londra come prototipo e manifesto del centrocampista moderno per circa 40 milioni di euro, sarà proprio Franck Kessié il nuovo granitico e dinamico di cui nel prossimo calciomercato avrà bisogno una grande squadra?

A vederlo oggi in campo, più sì che no.

Non chiamatemi Cholito

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Giovanni Pablo Simeone è un predestinato.

Portarsi nello zaino 2/3 del nome paterno, quel così famoso e tanto temuto Diego, non dove essere stato facile, fatto sta che il giovane classe ’95 ha bussato alle porte della Serie A con la testa alta e le idee piuttosto chiare: i gol contro Pescara e Bologna docent.

Entrato a far parte delle giovanili del River Plate nel 2008 – proprio mentre il padre si sedeva in panchina al Monumentàl, restando tuttavia in carica soltanto per dieci mesi -, il giovane Simeone ha faticato non poco a mettersi in mostra fra i tanti gioielli di cui possono disporre i milionàrios. Ogni leva corrisponde a milioni di plusvalenze e dozzine di talenti: ne è un esempio lampante il giovane Boyé, ora in forza al Torino, mentre per la difesa basti pensare a Mammana del Lione. Ci sono poi i tanti ‘salvatori della patria’, come Lucas Alario, che restano in maglia biancorossa sperando di portare a casa il Superclàsico di Buenos Aires, magari proprio nella tana del nemico, dentro la Bombonera.

Giovanni Pablo però non ha scelto nulla di tutto questo e, dopo un anno in prestito al Banfield da protagonista con 12 reti stagionali, si è visto recapitare un’offerta tanto interessante quanto propizia dal nuovo Genoa di Ivan Juric, che non ha mai nascosto la stima nei suoi confronti fin dal primo pallone toccato con timore al Ferraris.

La parola “cholo” non vuole indicare altro se non un particolare incrocio di razze capace di mettere insieme qualità e quantità, caratteristiche tipiche del padre. È principalmente questo il motivo per cui molti giornalisti hanno etichettato il giovane argentino come ‘Cholito’, nomignolo da cui lui stesso ha cercato di rifuggire.

“Voglio essere soltanto Giovanni Simeone, niente di più” è il manifesto del 22enne argentino, che non vuole venire chiamato così ma sa che capiterà per un bel po’. Perlomeno finché non spiccherà il volo, dimostrando al mondo intero come l’allievo possa superare il maestro, tanto nella vita quanto nel mondo dello sport.

“Al Genoa Milito ha fatto molto bene, sarebbe bello fare come lui” ha rivelato recentemente proprio Simeone Jr., un biglietto da visita non da poco per presentarsi a una nuova città come Genova. Un crogiolo di pareri, emozioni e ‘caruggi’ che rendono la vita di ogni attaccante un vero e proprio saliscendi di emozioni.

I paragoni con il padre, il vincente allenatore dell’Atletico Madrid a cui in parte si ispira proprio il Grifone delle prime giornate, è normale e scontato per un figlio d’arte.

Si tratta solamente di ‘passaggi e passaggi di tempo’ direbbero forse Fabrizio de Andrè e Ivano Fossati, ma cambiando l’ordine degli addendi la sostanza non cambia: Giovanni Pablo Simeone vuole darsi da fare e provarci da solo, sarà eternamente debitore al padre ma vuole essere ricordato per le sue gesta. Niente di più, niente di meno, niente ‘cholito’ e niente ‘figlio di papà’.

Il cacciatore di aquiloni

Scritto e disponibile su Genoanews1893.it
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Non è facile essere un figlio d’arte. Potrà forse esserlo per quanto riguarda il tenore di vita, sapendo di poter contare sulla gloria conquistata dal padre nel passato, ma costruirsi un futuro lungo e duraturo quando si vive all’ombra di un genitore illustre non è mai cosa scontata.

Giovanni Pablo Simeone porta con sé 2/3 del nome paterno, quello di Diego, storica colonna del calcio argentino e tecnico tanto sublime, quanto appunto “cholo”, ovvero un particolare incrocio di razze capace di mettere insieme qualità e quantità. Forse un pizzico più di quantità, ma non importa.

Il nuovo giocatore del Genoa è un attaccante mobile, rapido e dotato di un’ottima caratteristica utile a chi voglia sfondare le porte e i cancelli della Serie A: il tempismo.

Nei non pochi video che si possono scovare sul web, il 21enne – nato a Madrid ma di nazionalità argentina – sembra proprio un abile gestore del pallone, bravo a controllarlo e ancora più letale quando si tratta di infilarlo in rete di testa.

Non ci credete? I dati gentilmente forniti da WyScout.com parlano abbastanza chiaro: il 58% dei colpi di testa del Cholito corrispondono a un gol, mentre il restante 42% si suddivide equamente fra parate del portiere avversario e palloni a lato. Una media per nulla scontata, basti pensare come Leonardo Pavoletti abbia percentuali più basse (il 60% dei suoi colpi di testa vengono parati o finiscono fuori ed il 40% ha un esito positivo) provandoci mediamente il doppio delle volte rispetto al nuovo arrivato al “Signorini” di Pegli. Si tratta ovviamente anche di reparti difensivi differenti, per scoprirlo basterà attendere.

Simeone è agile ed abile a districarsi negli spazi in area di rigore, territorio nel quale ama vivere ma da cui si sposta in caso di necessità. Altro dato importante, il classe ’95 proveniente dal River e con un passato in prestito al Banfield corre davvero tanto.

Ottimo finalizzatore, salta l’uomo senza troppa difficoltà facendo leva su un fisico snello e molto agile: in patria c’è chi lo ha paragonato a Saviola, chi a Paulo Dybala o Luciano Vietto – fortemente voluto dal padre all’Atletico Madrid – e chi addirittura ai più grandi nomi del panorama argentino. Messi o Maradona? Provando a trovare altri paralleli con giocatori meno fenomenali o più noti in Italia, si potrebbe trovare qualche affinità con il Gallo Belotti, attaccante del Torino bravo negli inserimenti e prolifico di testa, esplosivo nelle incursioni ed a servizio della squadra quando si trova con la palla fra i piedi. Anche Jonathan Calleri, fresco acquisto del West Ham, oltre ad aver avuto all’incirca gli stessi numeri di Simeone nella scorsa stagione, assomiglia non poco al futuro numero 9 rossoblù.

Fatte le dovute considerazioni, va poi ricordato come proprio al Banfield, squadra nella quale è definitivamente sbocciato con 12 reti stagionali, abbia giocato tanto insieme, dietro ed al posto di Santiago Silva nel 4-2-3-1 o 4-5-1 dei biancoverdi che spesso veniva mutato in un 4-4-2 quando entrambi gli attaccanti si trovavano davanti.

Giovanni Simeone sembra quindi essere anche un giocatore piuttosto duttile o, quantomeno, non privo di esperienza nei repentini cambi di modulo e di posizione. Cosa che, apparentemente, con il gioco molto propositivo di Ivan Juric sarà fondamentale. Lo sarà tanto quanto la sua voglia di stupire, visto e considerato che si è già detto “loco” al pensiero di vestire la maglia del Genoa e che chiunque parli argentino e giochi in attacco venga accolto con un occhio di riguardo da tutti quei tifosi che hanno ancora negli occhi le gesta di Diego Alberto Milito.

milito

Il Cholito, figlio del gigante Cholo, proverà a conquistarsi i grandi palcoscenici saltando sempre più in alto e facendolo da solo, cercando il pallone con la testa o sotto porta come ha dimostrato di saper fare molto bene nei primi anni ad alti livelli in Argentina.

Lo farà come un cacciatore di aquiloni, sempre con gli occhi rivolti al cielo e pronto a colpire a sangue freddo spezzando i fili di quelli degli altri, riuscendo a stupire tutti con un solo movimento silenzioso e repentino.

L’unica cosa importante è che resti intatto il suo filo, che l’aquilone del Cholito continui a volare libero. Sempre più in alto.

Simeone

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Il Grande Gaspe

Alla fine ha vinto lui.Vedere un uomo saltare come un bambino e lanciare la cravatta ai tifosi che lo stanno esaltando fa scappare a tutti un sorriso. Per alcuni dolceamaro, ma pur sempre un sorriso.

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La cravatta,  simbolo eterno della spocchia dell’allenatore, immagine della superiorità di classe del manager sul tifoso che si accontenta di una sciarpa e di perdere la voce sui gradoni. Quella sciarpa non c’era più, Gian Piero Gasperini aveva deciso di togliersela prima di correre con tutta la squadra a ringraziare chi prima della fine aveva fatto tremare lo stadio ripetendo il suo nome.

Chi lo trova per primo vince una plusvalenza tipo quella di Thiago Motta

Chi lo trova per primo vince una plusvalenza tipo quella di Thiago Motta

Non è una cosa da poco per un centrocampista di quantità, difficile da ricordare in campo – metronomo di Pescara e Palermo – ma incredibilmente carismatico e vincente una volta sedutosi in panchina: ladies and gentlemen, the Great Gasperini.

L’uomo che non si fa scappare niente, che prende tutto e lo trasforma in oro.

A proposito di scappare, qualcuno aveva provato a farlo fuggire, a fargli mollare quel Genoaper cui ormai – parole sue – soffre se perde e gioisce se vince. Ebbene si, qualcuno ci aveva provato, a torto o a ragione, senza però riuscirci.

Gasperini Gianpiero è troppo cocciuto per arrendersi a qualche striscione, troppo orgoglioso per accettare di vedersi screditato da una tifoseria che alla fine ha dovuto accettare il fatto che un Genoa senza Gasp è come un cielo senza stelle.

Il Grande Gatsby fece di tutto per riconquistare la donna amata tempo prima, the Great Gasp ha provato a fare lo stesso riprendendosi con classe ed in maniera stupefacente la fiducia di un popolo che sembrava averlo ostracizzato dopo le pesanti dichiarazioni di qualche mese addietro.

"Al Dio della Scala non credere mai"

“Al Dio della Scala non credere mai”

Dopo la magia del “periodo giovanile”, dal 2006 al 2010, le esperienze di Milano e Palermo hanno rischiato di rovinare una carriera immeritatamente rimasta nel centro classifica. Succede poi che si decida di tornare, un po’ come Jack Gatsby, si decida di farlo con stile e con la consapevole certezza di essere finalmente ritornato a casa.

Gasperini, lavoratore taciturno, non ha tuttavia mai voluto feste degne del peggior Trimalcione o troppo clamore attorno alla sua figura, volutamente rimasta nel mezzo fra riservatezza e genialità.

Il genio gasperiniano che riportò la squadra più antica d’Italia in Europa e che riuscì a ripetersi persino un anno fa, bloccato soltanto da una sciagurata gestione societaria che non è riuscita a fare tesoro delle dozzine di plusvalenze garantite ogni anno dal mister più redditizio d’Italia.

Nonostante tutto ha scelto di restare a Genova, forse per un anno o magari per sempre, sicuramente accortosi dell’influsso quasi mistico che la città marinara riesce a trasmettergli ogni volta che il “suo” Genoa scende in campo al Ferraris, forse anche perché leggermente affezionato emotivamente a quell’atmosfera tutta sentimenti ed emozioni.

Il 3-4-3 è un’istituzione, il trequartista non serve e non servono nemmeno tanti fronzoli: la coppia Juric-Milanetto docet.

"Ma chi me l'ha fatto fare?"

“Ma chi me l’ha fatto fare?”

Il Genoa ha bisogno di Gasperini e Gasperini del Genoa, in un chiasmo che si colora di rossoblù giorno dopo giorno sempre di più.

Il perché non lo sappiamo, mai nessuno lo capirà forse, ma chi passa da Genova sotto le ali del brizzolato piemontese ne esce rigenerato e con un esercito di squadre più vincenti del Grifone pronte a fare follie.

Se il Genoa avesse alle spalle una società meno interessata alle plusvalenze e più alle grandi ambizioni, beh meglio non pensarci per non ritrovarsi ad avere fra le mani una potenziale squadra quasi mitologica (la difesa Criscito, Bonucci, Sokratis e l’attacco El Sharaawi, Milito, Perotti credo parlino da soli).

"C'eravamo tanto amati"

“C’eravamo tanto amati”

Juraj Kucka decide di salutare a modo suo il Gasp prima di andare a Milano

Juraj Kucka decide di salutare a modo suo il Gasp prima di andare a Milano: belli strani gli slovacchi

Il gioco aiuta, le squadre allenate da Gasperson hanno come caratteristica la velocità di manovra, quella croce e delizia che fa esaltare per le miriadi di azioni create e disperarsi allo stesso tempo quando arrivano i contropiede.

Il derby di domenica 8 Maggio, tuttavia, è l’apoteosi della carriera rossoblù del mister sfortunato con le grandi: idee chiare, gioco sulle fasce e mai un passo indietro. Certo, avere giocatori motivati aiuta e non poco, così come trovarsi a giocare contro una squadra invisibile come la Sampdoria delle ultime due settimane, ma la sostanza rimane un gradino sopra a tutto il resto.

Comunque vada a finire, che sia stato un addio oppure un “to be continued”, nella città del rossoblù e del blucerchiato a vincere è stato lui.

A vincere è stato l’uomo con le palle. L’uomo che ha rischiato di perdere tutto, persino di cadere nella piscina della contestazione da cui è difficile uscire vivi ma nella quale ha nuotato senza alcuna esitazione. Alla fine è riuscito anche a far tornare il Sole, un miracolo che ha fatto si che tutta quell’acqua evaporasse, che si asciugasse ogni goccia e si vivesse di nuovo come ai vecchi tempi.

La corsa sotto la Gradinata Nord non verrà cancellata mai, per fortuna non esistono ancora gomme o marchingegni per rimuovere i bei ricordi.

In un calcio pieno di dubbi e controsensi, il credo gasperiniano rimane una delle poche ed intramontabili certezze.

“A un Dio a lieto fine non credere mai”.

Fabrizio De André

"Quasi mai"

“Quasi mai”

"Che poi, voglio dire, anche io sono un po' matto"

“Che poi, voglio dire, anche io sono un po’ matto”

Scritto e disponibile su Numerosette.eu
Scritto e disponibile su Numerosette.eu

Crêuza de mä

“A Genova conta solo il derby. Se non lo vinci è come rapinare una banca ed accorgersi di aver portato via una valigia piena di stracci.”

Una partita, ma cosa dico.

Il derby di Genova con il calcio ha poco a che fare. O meglio, i novanta minuti rimangono una cornice perfetta intorno ad un’atmosfera meravigliosamente strepitosa. Cori e colori, pianti e liberazioni, gioie e dolori, caschi e macchine piene di adesivi, bandiere allo stadio o sul terrazzo di casa: rossoblucerchiato ovunque, ma se vivi qui ormai ci sei abituato.

Che tu sia giovane o anziano poco importa, il derby è una scelta di vita e va vissuto con la passione che ti è stata trasmessa dai genitori, dai nonni o da chiunque ti abbia portato allo stadio quando appena camminavi.

Entri allo stadio, il cuore rallenta e la testa cammina.

E allora canta, rallenta. Mentre tutto lo stadio si riempie di colori rimani fermo ad ammirare la tua squadra in campo: siamo solo noi contro il mondo.

GENOA 2 – 3 SAMPDORIA

22/04/1951

Si ringrazia il Museo della Sampdoria per l'immagine (tratta da internet)

Si ringrazia il Museo della Sampdoria per l’immagine (tratta da internet)

 

Immaginatevi catapultati indietro nel tempo di una dozzina di lustri: un derby di ritorno che dal punto di vista della classifica non interessava nemmeno poi così tanto alla Sampdoria, tranquilla a metà classifica, ma che avrebbe potuto rivelarsi decisivo per il Genoa in piena lotta per non retrocedere.

Al 15′ la Samp sta già vincendo per 2-0 fra il clamore di metà stadio, ma allo scadere del primo tempo De Prati accorcia le distanze. Nella ripresa lo svedese Mellberg pareggia a otto minuti dalla fine, ma sarà l’argentino Sabbatella a regalare la vittoria ai blucerchiati, costringendo il Grifone alla seconda retrocessione della sua lunga storia.

Già, perché il Genoa con i suoi 122 anni è la squadra più antica d’Italia, guai a chi se lo dimentica.

Ha anche vinto 9 scudetti e contesta al Bologna uno spareggio che avrebbe garantito la stella cucita sul petto, ma qui si va sul personale. Ci limiteremo a raccontare i fatti, a raccontare il derby – a mio modo di vedere – più bello d’Italia.

SAMPDORIA 1 – 2 GENOA

13/03/1977

Big Revenge rossoblù per il derby del 1951 avrebbe forse detto Claudio Ranieri. Le parti sono invertite, ora è il Genoa a  starsene a metà classifica, mentre la Sampdoria è penultima.

I blucerchiati iniziano con il cuore e Zecchini, con un potente tiro da fuori area, supera il portiere genoano Girardi regalando il vantaggio ai blucerchiati dopo pochi minuti; in chiusura di primo tempo tuttavia Oscar Damiani sfrutta una respinta del portiere Di Vincenzo scavalcandolo con un soffice pallonetto.

Al rientro dagli spogliatoi accade l’impensabile: Pruzzo sbaglia un rigore ma a dieci dalla fine stacca sopra a tutti ammutolendo la Sud e regalando ai rossoblù una storica vittoria “esterna”. Vittoria che, sommata alle sconfitte casalinghe – forse un po’ cercate – contro Foggia e Bologna, costrinsero la Sampdoria ad una tragica retrocessione in Serie B.

 

"Solo passaggi e passaggi, passaggi di tempo"

“Solo passaggi e passaggi, passaggi di tempo”

“Il Genoa non appartiene né ai dirigenti, né ai giocatori, né all’allenatore. Il Genoa è del popolo rossoblù”

Franco Scoglio

sampdoria genoa derby

“Squadra che vince scudetto è quella che ha fatto più punti.”

Vujadin Boskov (16/05/1931 – 27/04/2014)

sampdoria genoa derby

SAMPDORIA 1 – 2 GENOA

25/11/1990

Ogni tifoso rossoblù non può non aver quantomeno sentito parlare di Branco. Ma chi è Branco?

Cláudio Ibrahim Vaz Leal, in arte Branco, nella storia dei derby ricorda a tratti la figura moderna del Rafinha: una sua punizione magistrale sotto la Gradinata Nord regalò la vittoria al Genoa, mentre la foto di quell’istante diventò una celebre cartolina.

La cartolina di Buon Natale. Si fa per dire.

"Qui nel reparto intoccabili, dove la vita ci sembra enorme"

“Qui nel reparto intoccabili, dove la vita ci sembra enorme”

SAMPDORIA 2 – 2 GENOA

15/03/1992

Un derby folle, pazzo, un pareggio spettacolare.

"Chicco e Spillo"

“Chicco e Spillo”

 

Il primo tempo è una giostra di emozioni, come se il trenino di Casella si fosse spostato per 45 minuti al Ferraris: capitan Gianluca Signorini apre le marcature dopo pochi minuti con un gran colpo di testa su calcio d’angolo, ma quello di Katanec su cross di Lombardo al quarto d’ora pareggia la partita.

I rossoblù tornano avanti con un tiro di Bortolazzi su punizione dal limite, ma Bobby-gol Roberto Mancini su punizione dal limite riacciuffa la partita allo scadere del primo tempo.

Roberto Mancini e Gianluca Signorini, da una parte la classe cristallina e dall’altra il cuore del capitano. A 14 anni dalla scomparsa del numero 6, portato via dalla crudele devastazione della sclerosi laterale amiotrofica, rimane doveroso ricordare la compostezza e la saggezza di un giocatore d’altri tempi.

Signorini è diventato per i Genoani più che mai emblema dell’uomo vero, dell’uomo pulito e degno di rispetto.

sampdoria genoa derby

“Vorrei alzarmi e correre con voi, ma non posso. Vorrei urlare con voi canti di gioia, ma non posso. Vorrei che questo fosse un sogno dal quale svegliarmi felice, ma non lo è. Vorrei che la mia vita riprendesse da dove si è fermata.”

GENOA 2 – 1 SAMPDORIA

08/05/2011

Se quello del 1992 è stato folle questo non ha davvero senso.

La Samp è sul lastrico, una sconfitta metterebbe benzina su una classifica già abbastanza infuocata e sancirebbe quasi matematicamente la retrocessione in Serie B; il Genoa, dal canto suo, può contare su un sereno centro classifica.

Floro Flores e Pozzi – compartecipazione di uno sbadato Eduardo – sono gli acuti, ma l’assolo rossoblù arriva all’ultimo istante e si chiama Mauro Boselli. Prima di allora perfetto sconosciuto, fatto sta che il giorno dopo gli stavano intitolando una via.

Via Mauro Boselli, il retrocessore.

“Boselli trattenuto, Boselli si gira, Boselli col sinistro, Boselli!”

GENOA 2 – 3 SAMPDORIA

05/01/2016

I tempi sono cambiati ma i colori restano gli stessi.

L’ultimo derby va ai blucerchiati, come altri 34 nel corso della lunga storia di battaglie, in cui si sono visti altrettanti pareggi e 23 vittorie del grifone.

Genoa al quart’ultimo posto e Sampdoria qualche posizione sopra. Il primo tempo è un dominio blucerchiato, il secondo rossoblù. Novanta minuti dalle grandi emozioni, normale amministrazione se si parla di un derby di Genova. La prima del 2016 è però una partita folle, un po’ per lo 0-3 iniziale della Samp e un po’ per il tentativo di rimonta rossoblu finito sugli scogli per pochi centimetri.

Tutto di prima, tutto veloce, tutto molto bello

La doppietta di Leonardo Pavoletti non è abbastanza, Soriano per due volte e nuovamente Eder sono riusciti a far dimenticare al Genoa come si vince. Già, perché una vittoria rossoblù manca ormai dal 2013, quando il trio Antonini-Calaiò-Lodi regalò un rotondo 3-0 alla Gradinata Nord.

"Perché c'è un filo, un filo che mi porta dritto a lei"

“Perché ci lega un filo, un filo che mi porta dritto a lei”

 

Nella città dei pescatori e dei sognatori, nella città dei mari e dei monti, delle colline e dei prati verdeggianti, nella patria del risparmio e della misericordia, fra orizzonti e mille colori il Derby della Lanterna non è una semplice partita: è una scelta di vita.

E come tale va percorsa fino in fondo.

Proprio come quando si attraversa una mulattiera, chiamata in genovese crêuza de mä e titolo di una celebre canzone del maestro Fabrizio de André. Che poi, a dirla tutta, non è nemmeno amato da tutti per via della sua mai nascosta passione per il Genoa, passione che molti blucerchiati non riescono a perdonargli.

genova

Ma se vivi ogni giorno respirando l’aria frizzante di Genova, se la conosci fino in fondo, sai che il mugugno è alla base di tutto e sai che in fondo in fondo è tutta una messa in scena. Una voluta ed ostentata esagerazione.

Perché se scegli di tifare Sampdoria devi parlare male del Genoa e viceversa, perché se vivi a Genova ami il derby.

In tutte le sue sfumature, sfumature rossoblucerchiate.

sampdoria genoa derby

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Scritto e disponibile su Numerosette.eu
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