Archivi categoria: Premier League

Nel Blues dipinto di Blues

Scritto e disponibile su Numerosette.eu
Scritto e disponibile su Numerosette.eu

Come nella vita, così anche nel calcio, prima o poi arriva il momento della verità.

Non appena ti sfiora vieni sbattuto con le spalle al muro, in difficoltà, consapevole che da quella precisa situazione dovrai in qualche modo tirarti fuori se non vuoi prendere la valigia e tornartene a casa senza applausi.

Le possibilità sono due: puoi prendere la strada della fiducia, mantenendo sempre inalterata la tua linea di pensiero, oppure puoi andare in ‘all in’, puntare tutto su qualcosa di tanto rischioso quanto potenzialmente trionfante. Puoi anche decidere di percorrerle entrambe, ma devi avere un carisma direttamente proporzionale alla voglia di vincere.

Antonio Conte, il Chelsea, un inizio magico e un momento quasi drammatico, poi la rinascita ed ora la vetta in Premier League: la grande bellezza del calcio riassunta in 5 semplici partite, dalle tigri dell’Hull City alla distruzione dell’Everton.

Partiamo dalla Genesi, ovvero dal momento in cui, dopo un inizio più che promettente, Klopp prima e Wenger poi diedero una mazzata nella schiena a una squadra potenzialmente devastante ma ancora poco lucida. In Inghilterra, ad essere onesti, nessuno aveva mai inneggiato all’esonero prematuro di del nuovo tecnico italiano, ma qualche voce negativa è ovviamente arrivata fino ai verdi prati di Cobham, centro sportivo modesto ma allo stesso tempo immenso dove qualsiasi allenatore si sentirebbe nel Paradiso calcistico.

“Idea of football” e “work hard” sono i due concetti base della nuova filosofia ‘contiana’ che si è colorata di blu da quest’estate; seguendo da vicino la squadra londinese, bisogna ammetterlo, alle parole sono sempre seguiti i fatti. Allenamenti brevi ma di enorme intensità, ma soprattutto una volontà ben chiara di cambiare modulo e soluzioni difensive di una squadra che può contare su un attacco stratosferico ma, talvolta, concede qualcosa di troppo agli avversari.

Ecco che quindi arriviamo al turning point, quella scelta chiave che cambierà forse per sempre la stagione del Chelsea meno chiacchierato degli ultimi anni: il 3-4-3.

Chelsea (3-4-3) – Courtois; Azpilicueta, David Luiz, Cahill; Moses, Kante, Matic, Alonso; Pedro, Hazard, Diego Costa

Che Conte amasse la difesa a 3 non era un segreto, nemmeno che prima o poi lo volesse provare oltremanica, ma metterlo in atto proprio nel momento in cui sei messo in discussione? Non so in quanti ci avrebbero mai puntato anche solamente un pound. Facciamo un penny e siamo tutti contenti?

Invece la storia dice altro, racconta di come dal momento del cambiamento tattico siano arrivate 5 vittorie in campionato e soprattutto 5 ‘clean sheets’, concetto che l’allenatore leccese ha imparato prima ancora del significato della parola ‘lascia’.

Prima ha messo in riga i campioni uscenti, poi ha umiliato José Mourinho senza nemmeno dargli tempo di entrare in campo, mentre Southampton ed Everton stanno ancora aspettando di vedere un pallone. Scherzi a parte, con il nuovo sistema di gioco il Chelsea non vince, il Chelsea vola.

Chelsea

I paragoni con la Juventus si sprecano, vuoi la somiglianza fra Victor Moses ed Asamoah oppure quella di Cesar Azpilicueta con Lichtsteiner, fatto sta che la squadra di Conte ha imparato a vincere gli avversari con l’unica arma consentita in Premier League: il dominio.

“Ho deciso di non sostituire Diego Costa anche se eravamo 3 a 0 perché in questo campionato un calo di concentrazione può essere fatale” ha dichiarato al termine della vittoria contro il Leicester, beh una frase simile la dice lunga su come i giocatori ai suoi ordini non hanno tempo per prendere fiato, almeno per i 90′ di gioco settimanali. Chi lo accontenta gioca, gli altri possono accomodarsi in panchina. Ne sanno qualcosa Michy Batshuayi e Cesc Fabregas, per nulla svogliati ma non ancora entrati a pieno regime negli schemi del mister, che se non vede la giusta intensità ha preferisce aspettare, piuttosto facendo esordire giovani volenterosi come Nathaniel Chalobah ed Ola Aina, senza dimenticarsi ovviamente di quel Ruben Loftus-Cheek riadattato centravanti.

Diego è ancora un po’ restio, ma in fondo in fondo sono…quasi amici

 

Il Chelsea di Conte è onestamente imprendibile, ricorda a tratti – da un paio di partite – l’Italia degli Europei, tanto cinica quanto capace di soffrire e far giocare l’avversario.

In tutto questo Cesar Azpilicueta è il simbolo della rinascita blues: ordinato e preciso, silenzioso ma efficace, ha rubato il posto persino a John Terry, che si vede sostituito in larga parte anche dal carisma clamorosamente divertente di Geezer, alias David Luiz. Se Gary Cahill ha sulla coscienza un paio di reti, 2/3 delle palle recuperate sono merito dei frangiflutti laureati per eccellenza, ovvero la coppia Matic-Kante, unica vera differenza rispetto al centrocampo “tutto qualità” di cui poteva disporre in bianconero. A proposito di qualità, Hazard, Willian e Pedro garantiscono un ricambio di soluzioni da Oscar, che non ci siamo dimenticati di citare. Sulle fasce Moses ed Alonso hanno vinto i ballottaggi con tutti gli altri, forse perché garantiscono sgroppate veloci, triangolazioni o quadrilateri efficaci e coperture difensive allo stesso tempo, o forse solamente perché ricordano a Conte proprio Asamoah e Lichtsteiner. Chi lo sa, fatto sta che la squadra funziona, va alla grande anche perché può contare sul capocannoniere del campionato, quel Diego Costa che in estate voleva tornare all’Atletico Madrid ma che alla fine ha deciso di restare. Per il momento sembra che abbia fatto la scelta giusta.

“Felice di stare lassù”

La partita contro l’Everton è stata una passeggiata di salute, pazzesco se considerato il potenziale straordinario di cui gli avversari erano forniti. Non in ultimo proprio l’ex BluesRomelu Lukaku, sostituto designato dell’attaccante brasiliano naturalizzato spagnolo ma ‘rimasto’ a Goodison Park per una lunga e complicata serie di eventi.

Il Chelsea a tratti gioca già a memoria, ne sono una prova le continue triangolazioni perfette e ben oliate fra terzino, centrocampista ed esterno d’attacco: vedere per credere.

Sulla faccia di Roman Abramovich si è rivisto un sorriso, Eden Hazard ha ricominciato a darsi da fare e ad incantare, mentre nel frattempo il Chelsea tornava a vincere. Anzi, a stravincere.

Tutto merito del gioco di squadra, cavallo di battaglia di Antonio Conte, capace di far credere agli avversari che un difensore in meno sia un punto debole; si tratta invece di un’enorme asso nella manica, perché la sue squadre attaccano in 7 e si difendono in 5, proprio come il numero di vittorie consecutive in Premier senza subire una rete.

Un tecnico a volte burbero, molto settario e poco diplomatico è tornato a far sorridere un gruppo che da tropo tempo si era seduto sugli allori, lo ha fatto cominciando con un lungo processo di recupero fisico-mentale nei verdi prati austriaci di Velden mettendo in pratica le sue tabelle persino nelle ore dei pasti. Il risultato dopo pochi mesi di video-lezioni e ore di training sessions è un Chelsea oggi primo in classifica, forse solamente per una notte, ma siamo certi che a Londra questa ‘big revenge’ (citando Ranieri) se la siano goduta tutta. Forse perché un po’ meno scontata e melensa del solito?

Una squadra che gioca da squadra, rigorosamente quadrata e motivata. Una squadra che vince, pareggia o perde ma facendolo da squadra. Anzi, per non fare arrabbiare Conte, una squadra che vince e basta. Così è (se vi pare) il nuovo Chelsea.

Ho un brutto rapporto con la sconfitta; se perdo sto male per dei giorni, quindi cerco di trovare tutti i modi per evitarla

Antonio Conte

Esiste un aggettivo per descrivere questa foto?

 

Jamie don’t be hasty

Scritto e disponibile su Numerosette.eu
Scritto e disponibile su Numerosette.eu

Preparate il rigoroso cream tea, fatelo possibilmente in sintonia con i rigorosi orari britannici, tenendo conto del fuso orario e dell’uomo di cui parleremo rubandovi qualche minuto: Jamie Vardy.

La colonna sonora per gustarvi al meglio questa serie di GIF animate varia a seconda del vostro stato d’animo:

  • se la giornata è stata particolarmente dolce, puntate su un semplice Banana Pancakes di Jack Johnson;
  • se avete faticato ma non volete farvi scappare un po’ di leggerezza, Lollipop e i Chordettes sono lì che vi aspettano;
  • se invece avete compreso fino in fondo il richiamo musicale presente nel titolo, beh allora i passi sono due:
  1. Paolo Nutini, Jenny don’t be hasty;
  2. la canzone si caricherà di grinta all’unisono con la discesa di Clyne, il resto lo fa lui. Lo fa Jamie Vardy.

“Che bellezza” direbbe probabilmente un noto commentatore sportivo, mentre tutti noi ci stiamo chiedendo “che fine ha fatto Jamie Vardy?”. O meglio, se in nazionale stenta a trovare spazio resta il principe indiscusso di Leicester, terra che ha conquistato a suon di reti, corse elettrizzanti e braccialetti ross…ehm, blu cobalto.

L’Inghilterra dell’interim coach Gareth Southgate non durerà molto, questo lo sanno quasi tutti – compreso Roberto Mancini -, fatto sta che timidamente qualcuno ha fatto capire di non credere più solamente, unicamente e incondizionatamente in lui. Nell’uomo che ha liberato per un secondo il calcio dall’ipocrisia, l’attaccante cattivo ma spassoso, l’ex operaio divenuto iperattivo e rimasto talvolta poco elegante tanto in campo quanto fuori, l’emblema del miracolo fiabesco firmato Sir Claudio Ranieri ed apprezzato senza distinzioni in tutto il mondo.

Inghilterra

Senza dubbio le 2 reti messe a segno finora dal bomber di Sheffield non vanno di pari passo con le 24 della scorsa e storica stagione, ma l’errore di Jamie Vardy potrebbe trovarsi proprio qui, sotto i suoi occhi: una stagione proprio da principe non impedisce di poter diventare re, autorità che viene però raggiunta solamente con calma, sangue freddo e nessuna pietà.

“Calma, sangue freddo e nessuna pietà”, dicevamo.

La squadra crede in lui, tutti sanno che l’arrivo di Islam Slimani ha portato e porterà una ventata d’aria fresca negli schemi ranieriani, ma Vardy non ha mai avuto a che fare con un compagno così abile e scafato in un 4-4-2.

Ulloa e Kramaric si sono dovuti abbassare allo strapotere dell’attaccante ancora oggi titolarissimo, mentre la convivenza in un 4-4-2 potrebbe essere difficile da sopportare per due attaccanti sostanzialmente abbastanza simili. Ranieri così ha scelto, Ranieri probabilmente avrà ragione, certo che chi ha comprato il signor Vardy al Fantacalcio d’oltremanica si starà ponendo qualche domanda. . I due attaccanti potrebbero e dovrebbero, a rigor di logica, segnare leggermente meno ma farlo entrambi, garantendo alle Foxes un numero di reti maggiore e ben distribuito fra la testa rasata dell’algerino e la cresta sbarazzina di Jamie.

Nessuna pressione addosso, nessuna pressione addosso, nessuna pressione addosso

Tanto per capire, se un preziosissimo Leonardo Ulloa lo scorso anno ha messo a segno 6 reti con la maglia del Leicester, oggi al King Power Stadium se ne aspettano almeno il doppio dalle due nuove frecce nella faretra di Robin Ranieri.

Ragionando sui dati ed analizzando le statistiche fornite da WyScout.com, con tutta probabilità Slimani reciterà la parte del finalizzatore, mentre Vardy insieme quelle di trascinatore, di uomo squadra e di tuttofare, del resto un po’ come nella sua vita precedente.

Leicester

Un po’ come per Higuaìn e Dybala, i due cannonieri rischiano di “cancellarsi” a vicenda, mettersi in ombra l’uno con l’altro senza neanche volerlo fino in fondo, per tre giornate segna uno mentre l’altro resta un passo indietro.

L’ultimo arrivato cerca meno il pallone ma segna di più, la vecchia conoscenza si muove solamente in funzione di quello e spesso sa anche come giocarlo ai compagni, ma riduce lo score realizzativo per via di una minore precisione sotto porta. Precisione, non grinta e cattiveria agonistica; in quello è quasi insuperabile.

La grandezza del Leicester e di Jamie Vardy sarà proprio quella di accogliere il nuovo arrivato, di farlo con la consapevolezza di avere tutto il tempo per prendersi altre rivincite personali, certo inoltre di essere già salito sul trono dorato della Premier League.

I libri di storia parleranno di lui, ora serve fare il gregario. Solo ogni tanto, solo se necessario, in ogni caso mi raccomando: Jamie, non essere frettoloso.

 

Klopp ruba ai ricchi per dare ai poveri

Scritto e disponibile su Numerosette.eu
Scritto e disponibile su Numerosette.eu

Prima sconfitta per Antonio Conte, ennesima vittoria esaltante per la ciurma di Jurgen Klopp.

Come si fa a non ammirarne la sincerità?

Prima del match il tedesco aveva definito Conte ‘il Guardiola di Torino’, mentre l’ex allenatore dell’Italia aveva preferito non addentrarsi in paragoni azzardati chiamandolo semplicemente ‘one of the best in the world’.

Il Liverpool ha cominciato la sfida senza esitazione, ma anche questo Antonio lo aveva preventivato. Purtroppo per lui i Blues oggi sono un po’ più lenti del solito, ne sono la prova gli zero tiri in porta nei primi 27′ di gioco.

schermata-2016-09-27-alle-17-40-34

 

Il Liverpool governa la partita con i tre giocatori dietro l’unica punta Daniel Sturridge, Coutinho-Lallana-Mané resta la sintesi perfetta del gioco ‘kloppiano’: classe, velocità e potenza.

Secondo i colleghi di SkySports i Reds giocano con un 4-1-2-3 di partenza, vero ma non del tutto.

Liverpool

Fatto sta che il Chelsea commette due errori in fase difensiva e perde di fatto la partita nel primo tempo, prima al 17′ e poi al 37′.

PRIMA REGOLA DEL CLUB – Mai dormire sui calci piazzati

Proprio così, Conte lo sa bene ma non scende lui in campo, ecco perché sul calcio di punizione battuto rapidamente dal Liverpool nessuno si sposta sulla corsia di destra. Tre giocatori rossi sono soli soletti, arriva Lovren che con un tocco preciso scocca la prima freccia nel cuore di Stamford Bridge che, stranamente, si ammutolisce di fronte alla rapidità di esecuzione.

Avanti un altro 

 SECONDA REGOLA DEL CLUB – Non concedere spazio 

Come rivelato dal nostro collaboratore Simone:
schermata-2016-09-27-alle-17-40-46
Vero, ecco perché lasciare solo proprio l’unico giocatore ‘difensivista’ della squadra dal cerchio di centrocampo in su può anche starci in una situazione simile, quando o recuperi la rete di vantaggio as soon as possible o sei spacciato.
Se però accade che proprio a lui capiti il pallone sui piedi, che abbia il tempo di stopparlo e mettere a segno una rete meravigliosa, c’è ben poco da fare se non rammaricarsi per non aver avuto la prontezza di contrastarlo immediatamente.
Prevenire è meglio che curare, il gol di Henderson è il migliore della serata.

Il gigante Courtois si distende ma non ci arriva 

Nella ripresa il match cambia leggermente, il Chelsea spera in un crollo fisico del Liverpool che però non arriva, ecco spiegato il motivo per cui ci vogliono quasi 20′ prima che il solito Diego Costa riapra la partita. Tanto cuore ma pochi spazi, nonostante si stia giocando contro una delle squadre più aperte della Premier League stasera non si passa proprio.

L’unica cosa che si apre sul serio è il naso del povero David Luiz, appena tornato dal Paris Saint-Germain ma colpito dalla testa di Sadio Mané.

Dopo essere stato criticato più o meno da tutti i maggiori esponenti del mondo calcistico dal momento del suo rientro alla base, Geezer non si è dato per vinto ed ha regalato tutto sommato una prestazione decente, eccezion fatta per lo svarione collettivo nella rete del vantaggio di Lovren. Errore che in ogni caso non è costato poco.

Eh ma allora ditelo che ce l’avete tutti con me!

Il miglior riassunto del match lo dà Gary Neville dopo appena 10′ di gioco: “I giocatori del Liverpool sono troppo in forma e veloci per il Chelsea. Guarda i Blues, sono lenti”.

Conte si è fermato ma non ha perso le speranze, in conferenza stampa conferma il fatto che si debba ‘lavorare duramente per evitare di arrivare decimi come l’anno scorso’ e può contare su 10 punti in 5 giornate, tanti quanti quelli di uno Jurgen Klopp in versione Robin Hood.

Ruba ai ricchi per dare ai poveri, batte Arsenal e Chelsea con eleganza per prenderne due dal Burnley ed uscire tra i fischi.

Così è, se vi piace, il nuovo Liverpool.

LO SCATTO DEL GIORNO

Così non valeva nemmeno in Francia, caro David

West Bromwich nel paese delle meraviglie

Scritto e disponibile su Numerosette.eu
Scritto e disponibile su Numerosette.eu

West Bromwich Albion, in the middle of nowhere.

Nella terra dei tordi – Throstles – e dei pantaloni larghi, talmente tanto da venire chiamati Baggies – sacchetti molto larghi – sorge una squadra dalle sembianze fiabesche, capace di passare inosservata fra le dozzine di realtà strapotenti e ricchissime della Premier League. Proprio come un Mr Nobody, proprio come Tony Pulis.

58 anni e non sentirli, il tecnico gallese vanta più promozioni raggiunte che reti in carriera. Va detto, per dovere di cronaca, che il signor Pulis era un difensore piuttosto arcigno.

“Sono il Chievo d’Inghilterra” ho sentito dire un giorno, lasciandomi andare ad un sorriso tanto sincero quanto poco dolce. Amaro perché questa squadra meriterebbe di più, i suoi tifosi ed una storia ultracentenaria altrettanto.

Già nel 1878, quando nella città di New York per la prima volta veniva consegnato a domicilio il latte in bottiglie di vetro, in una cittadina non poi troppo distante da Birmingham – e quindi dall’Aston Villa, che all’epoca aveva già 4 anni di storia – spiccavano il volo i throstles biancoblu, prendeva vita il West Bromwich Albion.

Da quel tempo di anni ne sono passati tanti, forse troppi, fatto sta che i ragazzetti delle West Midlands sono ancora vivi, sono in Premier League e si sono persino evoluti: Nacer Chadli e Salomon Rondòn ne sono la prova vivente.

Un baldo assistente della backroom del West Bromwich Albion misura il petto di Nacer Chadli 

Dal 2010 ad oggi non sono arrivate retrocessioni, un grande traguardo per una squadra che da qualche anno aveva perso la stabilità che l’aveva resa celebre: nel bene e nel male, sono sempre stati una garanzia di un sereno centro classifica, salvo poi cadere o sollevarsi di punto in bianco.

A proposito di bianco, la grande dote del WBA resta quella del clean sheet: due stagioni fa ne sono arrivati una ventina, fra vittorie e pareggi per 0-0, mentre nell’ultimo anno sono stati soltanto 11, quasi tutti nel girone di andata, prima che una lenta caduta a picco portasse i tordi biancoblù ad un 13° posto dignitoso ma quasi risicato visto il brillante inizio.

Dopo 3 partite di Premier League i ragazzi di Tony Pulis sono in perfetto equilibrio: 2 clean sheets immacolati, una vittoria, un pareggio ed una sconfitta.

La squadra è particolarmente completa, oltre a questo la mancata partenza di Saido Berahino garantirà un ricambio continuo e concreto di qualità, forza e velocità, da tempo punti cardine per provare a far bene in Premier League.

Senza considerare, fra l’altro, che il piccolo folletto tanto richiesto – ma rimasto al The Hawthorns – al momento è stato superato nelle gerarchie dal giovane Jonathan Leko, per molti il nuovo Balotelli. Il vero Balotelli?

La difesa è particolarmente solida: esperta al centro, giovane e scattante sulle fasce.

Jonny Evans, Jonas Olsson, Craig Dawson e Gareth McAuley garantiscono, i nuovi arrivati Galloway e Nyom sveltiscono.

Il centrocampo è un’altra arma piuttosto potente di cui può disporre Pulis: il carisma scozzese di Darren Fletcher, la forza di McClean, il dinamismo della coppia Morrison–Brunt – ora infortunato – uniti ai gregari Yacob e Gardner garantiscono un frangiflutti decisamente potente e resistente agli attacchi delle migliori squadre sul territorio.

WBA training session

Solitamente nel 4-2-3-1 viene dato spazio al duo formato da Fletcher e Yacob a sostegno di tre giocatori con obblighi e mansioni decisamente più offensive: lì davanti c’è spazio, c’è concorrenza e c’è tanta qualità. Più di quella che traspare a prima vista.

C’è anche un presidente piuttosto ambizioso, che si è risentito per il mancato arrivo di un club-record signing, un acquisto faraonico fermato, secondo i media inglesi, dall’head coachPulis: “Eravamo vicini all’arrivo di un giocatore che avrebbe superato il nostro record di spesa per un acquisto, grazie soprattutto all’aiuto di Jeremy Pearce e Gouchan Lai – ha dichiarato il patron John Williams al sito ufficiale del club – ma per ragioni calcistiche è stato deciso di non perseguirlo. Dunque, sebbene fosse un po’ tardi, abbiamo cercato di puntare su un altro obiettivo di grande qualità, ma per sfortuna non siamo riusciti a raggiungerlo in tempo”.

La decisione di rendere pubblico il piano di mercato ha creato non pochi malumori all’interno della tifoseria, che da tempo sostiene un allenatore ora dato da alcuni tabloids persino vicino all’addio con un possibile ritorno di Roy Hodgson alla finestra. Semplici rumors o cruda verità?

Ve lo ricordate in Serie A?

In versione Goran Pandev

In mezzo a tutto questo, un giocatore non di certo leggero – alias Momo Sissoko – si sta allenando con le Baggies insieme all’amico svincolato Marouane Chamakh, proprio mentre un attaccante che ha stregato la Francia ad Euro 2016 indossava i pantaloni biancoblù: Hal Robson-Kanu, da Reading con furore.  

Salomon Rondòn, scomodo da contenere e sempre pericoloso sotto porta, guida l’attacco in maniera pacata ed equilibrata, come confermato dai numeri: 11 reti in 44 partite inglesi, relativamente pochi se paragonati ai 28 messi a segno con la maglia dello Zenit San Pietroburgo in 57 partite ma tanti se si considerano le numerosissime sponde per i compagni.

Berahino e McClean ne hanno messi a segno rispettivamente 4 a testa la scorsa stagione, una media che rispecchia come il West Bromwich non segni molto ma lo faccia con costanza, senza esaltarsi o subire troppo durante un anno intero.

34 gol fatti e 48 subiti l’anno scorso, secondo peggior attacco del campionato ma settima miglior difesa del campionato nonostante una posizione medio-bassa nella classifica finale.

Dei 4 acquisti per rafforzare il reparto offensivo non abbiamo citato il nuovo numero 10 Matt Phillips, vera sorpresa di inizio stagione, arrivato per 6.000.000 di euro dopo un anno meraviglioso al Queens Park Rangers, dove ha segnato 8 volte regalando 5 assist e collezionando quasi 3.800 minuti di gioco.

Con un campionato tutto da vivere e niente da perdere, il West Bromwich Albion si è presentato ancora una volta al grande pubblico con grande stile, umiltà e carte da giocare: sarà questo l’anno della consacrazione per chi ha saputo star sempre, perfettamente, al proprio posto come un Signor Nessuno?

Probabilmente no, ma alle Baggies va benissimo così.

Nessuno ne parla mai, per comodità lo chiamano persino WBA, ma tutti lo patiscono in campo, dove l’apparenza spesso non conta. Inganna, come nella vita, come nel 4-2-3-1 un po’ moderno ed un po’ ricercato targato Tony Pulis, colonna portante del club che potrebbe davvero lasciare ma lo farebbe a testa altissima.

Sic stantibus rebus, per il momento rimane fermo lì. Lì nel mezzo, anche in classifica.

Scritto e disponibile su Numerosette.eu
Scritto e disponibile su Numerosette.eu

 

Walk this way

Nell’ultimo decennio, parlando di calcio, le due domande più frequenti sono:

  • con che squadre il Chievo riesce a fare ogni anno 40 punti?
  • sarà questa la stagione dell’Arsenal?

Se per la prima domanda si tratta di semplice ironia, il motivo della seconda è probabilmente semplice: la nuova generazione non ha vissuto da spettatrice consapevole i trionfi di Arsène Wenger con i Gunners, cominciati nel 1998 con un double e culminati con la storica stagione del “non perdo mai” nel 2003/2004. Quell’Arsenal era inarrestabile, fece 90 punti eguagliando il Preston e fece pregustare a tutti gli amanti del calcio un dominio biancorosso nei secoli dei secoli. Ma di eterno nel calcio non c’è nulla, anche le sgroppate di Robert Pires hanno una fine, ecco perché quella squadra ad oggi rimane un quadro meraviglioso, un capolavoro dipinto tutto d’un fiato che tuttavia non si riesce a replicare.

Nello stesso anno in cui i Gunners alzarono il primo trofeo di una lunga serie, gli Aerosmith componevano un capolavoro chiamato “I don’t want to miss a thing”, titolo che rispecchia meravigliosamente bene immagini come queste, simbolo del gigante buono e filo-francese creato proprio dal pittoresco tecnico di Strasburgo.

“Non voglio chiudere gli occhi,
non mi voglio addormentare, 
non mi voglio perdere niente.”
Chiusa la parentesi rotonda, si torna inevitabilmente a viaggiare nel presente. La stagione 2016/17 è ormai alle porte ed anche i Gunners, pur consapevoli di dover ancora fare qualche colpo grosso di mercato, si stanno preparando all’ennesimo tentativo di ripetere le gesta degli antenati nemmeno poi così lontani.

PORTIERI – Jaded

Sistemato già nella scorsa estate il reparto più pericolante della squadra, oggi si registra persino un leggero esubero fra i pali: il “povero” Wojciech Szczesny avrebbe trovato pochissimo spazio vicino a Cech ed Ospina, motivo per cui è stato lasciato a crescere ancora in Serie A. I giovani Emiliano Martinez e Matt Macey chiudono una lista tanto lunga quanto positiva: lo scorso anno le reti subite – come nella stagione ancora precedente – sono state relativamente poche, solo 36: quella di Wenger si è rivelata una delle migliori difese insieme al campione d’Inghilterra Leicester, seconda soltanto a quelle di Manchester United e Tottenham.

“Petr, Ma chi glielo dice a Wojciech che qui non giocherà mai?”

DIFENSORI – Cryin’

Non sarà probabilmente Rob Holding, giovane talento dalle belle speranze appena arrivato dal Bolton, a rovesciare le gerarchie e a risolvere i problemi difensivi dei Gunners: ci ha provato Chambers, ora accostato al Watford, non ci è riuscito nemmeno Gabriel Paulista, ancora troppo poco affidabile per garantire una sicurezza costante durante la stagione.

Continuità e sicurezza sono diventati invece i capisaldi di casa Laurent Koscielny, difensore “acerbo e maldestro” diventato negli anni il “miglior centrale del campionato”, come sostiene Rio Ferdinand, non proprio un passante qualunque.

Se per il francese si sprecano i complimenti, il colosso tedesco e biondo Per Mertesacker sta ancora cercando di riguadagnarsi quelli che si era meritato durante le prime due stagioni a Londra, coronate da 69 presenze in campionato e 5 reti.

Sulla fascia sinistra ci sono l’ordinato Nacho Monreal e l’eterna promessa Kieran Gibbs, mentre i veri problemi numerici si registrano sul lato destro: se Hector Bellerìn rappresenta probabilmente il miglior giovane in squadra – l’interesse fastidioso del Barcellona ne è la prova vivente – non è ancora chiaro il futuro tanto dell’ex West Ham Carl Jenkinson quanto di Mathieu Debuchy, che nonostante l’infortunio ed il prestito al Bordeaux da cui è appena tornato continua a far sapere di non voler continuare l’avventura londinese: ha giocato venerdì contro il Lens, ma il suo futuro resta avvolto nella nebbia.

“In my opinion it seems much more practical to keep a younger and arguably more talented Carl Jenkinson, that it does to keep an ageing, out of form Mathieu Debuchy” sostiene sul web uno scrittore amico dell’Arsenal, chissà che non possano restare entrambi. L’importante, però, è che non parta lo scattista Bellerìn.

 

CENTROCAMPISTI – Dream On

Il vero reparto da sogno, non me ne voglia Flavio Briatore, è il centrocampo. La forza ed il limite dell’Arsenal sta proprio lì, lì nel mezzo, dove l’intelligenza di un ormai intoccabile ed evoluto Aaron Ramsey ed il tempismo di Mesut Özil fanno fatica ad esser sostenute da una retroguardia che – come abbiamo detto – è buona ma non magnifica.

Fortunatamente il primo acquisto per la nuova stagione è un ottimo compromesso fra difesa e creatività, fra sostanza e fantasia, fra Taulant e Granit: si tratta di Xhaka, un corsaro quandosi tratta di recuperare palloni ma un preciso geometra in fase di impostazione. Sarà lui il collante fra difesa e centrocampo capace di rendere meno pesanti le sfuriate offensive dei cannoni biancorossi?

Un altro giocatore ancora tutto da scoprire è Mohamed Elneny, prelevato dal Basilea lo scorso gennaio per circa 12.000.000 di euro: il nuovo mediano incontrista agli ordini di Arsène Wenger è subito entrato a pieno nel progetto biancorosso collezionando una dozzina di presenze nella sua prima mid-season inglese. Le due più grandi qualità del classe 1992 egiziano sono senza dubbio temperamento e precisione nei passaggi, di cui andremo ad analizzare i dati grazie alla piattaforma WyScout.com.

WyScout El Neny

L’acquisto di Elneny nella finestra di gennaio, a dire il vero, è stato necessario in seguito all’infortunio – uno dei tanti – subito da Francis Coquelin: il francese è un vero e proprio beniamino dell’Emirates e aveva cominciato la stagione in maniera perfetta, prima di accasciarsi a terra rialzandosi soltanto a 2016 inoltrato. Basso, compatto ed infaticabile corridore, anche con gli arrivi egiziani e svizzeri il suo impiego non dovrebbe essere compromesso; sarà certamente complicato trovare spazio e continuità, ma se proverà a conquistarsi la fiducia di Wenger con la stessa grinta che lo ha reso un beniamino dei tifosi, beh a quel punto non sarebbe facile arginarlo.

Ci siamo completamente dimenticati di Jack Wilshere, abbastanza comprensibile e normale considerando come nelle ultime due stagioni il peperino di Stevenage abbia giocato soltanto 17 partite di Premier League su 76 disponibili. Il suo palmarès, rigorosamente con la maglia dell’Arsenal, assomiglia più ad un bollettino medico che ad una bacheca piena di trofei:

wilshere

All credits to transfermarkt.it

Su Mesut Özil e i suoi passaggi smarcanti non serve aggiungere nulla, rovinerebbe soltanto l’atmosfera, mentre Santi Cazorla merita un capitolo a parte: agile ma potente, veloce ma intelligente, spesso assente ma sempre decisivo.

Se due stagioni fa 7 reti in 37 partite – solo un’assenza durante tutta la stagione – lo avevano reso quasi unico oltre che indispensabile, l’anno scorso non è andata così bene, complici i quasi 4 mesi di assenza per infortunio. Mai però sottovalutare Paquirrin, formidabile a dileguarsi negli spazi e letale da fuori area.

 

ATTACCANTI – Crazy

Serge Gnabry e Andre Iwobi sono le promesse da realizzare, Joel Campbell e Alex Oxlade-Chamberlain quelle – ad oggi – non mantenute, ma i due esterni nel 4-2-3-1 saranno rispettivamente Alexis Sanchez e Theo Walcott: il primo è la stella di cui nessuno a Londra si vuole privare, il secondo ogni volta che entra cambia le partite.

Nello scorso campionato Sanchez ha giocato 2.445 minuti, Walcott “soltanto” 1.373: il cileno è insostituibile, il londinese tutto rapidità e traversoni si è rivelato l’uomo devastante a partita in corso. Sul lato destro viene spesso utilizzato Ramsey nel ruolo di regista avanzato, ma del resto si sa che Wenger fa della rotazione – complici anche i tanti infortuni – un’arma letale e vincente.

Se Danny Welbeck continua a fare i conti con un problema al ginocchio che lo ha tenuto fermo per mesi e continua a farlo, l’uomo della provvidenza si chiama Olivier Giroud: potenza, intelligenza e caparbietà che si verbalizzano con 16 reti in 38 partite, nessuna esclusa.

A dire il vero i suoi detrattori sono molti, fra cui spicca l’icona Spurs Garth Crooks: per lui il francese segna troppo poco, l’Arsenal non vincerà mai nulla finché la vecchia stella del Montpellier popolerà l’area di rigore.

 

Titolo o non titolo, a proposito di prime pagine non possiamo non parlare dell’uomo che ha stregato il Giappone finendo nel mirino proprio di Arséne Wenger, allenatore che nella terra del Sole nascente ha allenato e vinto con il  Nagoya Grampus Eight: si tratta del giovane Takuma Asano, tanto sconosciuto ai più quanto interessante e tutto da scoprire.

Nelle scorse settimane vi avevamo parlato di lui, lo avevamo fatto ponendo l’accento sui 5 trofei alzati – seppur in Giappone – a soli 21 anni.

L’ennesima incognita porta il nome di Yaya Sanogo, il cui talento è al momento incomprensibile e davvero nascosto: dal 2015 sono arrivati ben tre prestiti ma solo 4 reti, troppo poche. “Sarà il nuovo Adebayor” aveva azzardato qualche tifoso biancorosso, oggi il paragone sembra quasi definitivamente naufragato. Mai dire mai.

 

Bisogna ammettere che lo scorso anno l’Arsenal ha dimostrato più caparbietà del solito, restando aggrappata per mesi alla vetta e lasciando lo scettro soltanto di fronte al miracolo di Ranieri, ma fino a poche giornate dal termine i rivali del Tottenham avevano creduto sul serio di poter rovinare i preparativi ai tifosi avversari. Il St. Totteringham Day, infatti, è un’istituzione per i tifosi biancorossi; si tratta del giorno in cui matematicamente i Gunners sono sicuri di finire sopra i rivali del Tottenham e, di rimando, decidono di festeggiare. La data ormai è diventata una sorta di must, un avvenimento ricorrente per via della dozzina di campionati in cui il biancorosso sovrasta il biancoblu. A metà campionato sarebbe stato improbabile pensare ad una ripetizione di questa festa, si credeva che al termine della stagione 2016 sarebbe arrivato dopo anni di egemonia cittadina il momento di una minestrina per far andar giù meglio il campionato meravigliosamente strabiliante del Tottenham, spinto dall’uragano Harry Kane e fermato soltanto dal Leicester. Invece no, sono arrivati davanti ancora una volta: 71 punti a 70, un premio amaro ma sempre meglio di niente.

 

Gli Aerosmith cantavano “What could have been love”, se i Gunners avessero avuto un po’ di fortuna in più chissà cosa ci saremmo trovati a raccontare oggi. Probabilmente qualcosa di diverso, sicuramente però basterebbe una stagione altrettanto storica per far dimenticare 12 anni di buoni piazzamenti a luci soffuse. Perché l’Arsenal non si è arreso, è ancora lì aggrappato, nonostante tutto.

Aerosmith, Arsène Wenger, Arsenal, arte ed ambizione: magari sarà proprio nella Premier delle meraviglie, in cui nessuno si aspetta la loro rinascita, che i cannoni torneranno a fare terra bruciata su tutti i campi d’Inghilterra.

Quel quadro datato 2004, dipinto dal mago di Strasburgo, ha oggi un valore inestimabile. L’artista più silenzioso della Premier League, però, non riesce a ricrearne una copia simile all’originale, che ha lasciato a bocca aperta milioni di sportivi in tutto il mondo in un passato visto dai più giovani come molto, molto lontano. Chissà che questa volta, mentre gli occhi di tutto il paese sono puntati sui due saltimbanchi di Manchester o alla ricerca di altre favole a lieto fine come quella del Leicester, lo stanco e silenzioso Arsène non ci riesca per davvero.

Perché loro ci sono sempre, nel bene e nel male.

Dì “arrivederci” a un altro giorno

Aerosmith

Scritto e disponibile su Numerosette.eu
Scritto e disponibile su Numerosette.eu

Wonderwall

Oasis e Manchester, musica e calcio, il saper essere sbarazzini nonostante la crisi di mezza età e la nuova frontiera del calcio europeo, i fratelli Gallagher e gli sceicchi Mansour ed Al Mubarak.

Sarebbe troppo facile paragonare la vita di ogni tifoso azzurro con quella della band più famosa della moderna ma semplice città mancuniana, infatti lo faremo molto volentieri. Del resto, si sa, basta seguire lo scrittore, quindi Stand by Me.

Dalla terza serie alla Premier League in quattro anni non dev’essere stato semplice, ne sanno qualcosa i Citizens che hanno vissuto con le lacrime di gioia il 1998-1999 e di dolore la nuova e sofferta retrocessione del 2001. Molti, vedendo la propria squadra crollare mentre i Red Devils alzavano trofei quasi una volta al mese, avranno sicuramente pensato “è tutto finito, i bei tempi del 1970 non torneranno mai più, è stato bello finché è durato”.

Il calcio e la vita sono spesso strani, inspiegabili, un lampo nel deserto di motivazioni e risultati riesce a far ritrovare quella serenità che mancava fino a un paio di mesi prima. E fu così che arrivò quel segnale, quel Deus ex machina capace di riportare tutto alla normalità nella maniera meno dolorosa possibile: Kevin Keegan da Armthorpe consegna al Manchester City meno conosciuto di sempre una storica promozione in Premier League, trono da cui nessun azzurro scese mai più.

Don’t go away, mister Kevin.

Ovviamente non fu così, l’allenatore ormai felice dell’obiettivo raggiunto decise di emigrare al Nord per risollevare quel Newcastle che aveva portato sul tetto della Championship e successivamente al terzo posto in Premier League prima di sedersi sulla panchina del Maine Road: un uomo chiamato “salvezza”, da alcuni persino “rinascita”.

Ma tornando proprio al Maine Road, l’ultima rete nello storico stadio del City la mise a segno Marc-Vivien Foé, che purtroppo si spegnerà prematuramente proprio su un campo da calcio qualche mese dopo in un tragico episodio che ha segnato la storia di questo sport. Quell’anno arrivò anche la qualificazione in Coppa Uefa, non male per una squadra che aveva toccato con mano l’oblio della terza divisione.

Purtroppo Live Forever è soltanto una canzone, mentre tutte le storie – soprattutto nello sport – hanno una fine ben definita e necessitano una rivoluzione rapida ed indolore. Non è facile far dimenticare chi ti ha permesso di tornare alla normalità, di poterti nuovamente confrontare con il rivale di sempre e persino di batterlo in un rocambolesco 3-1 con rete di Anelka: little by little si arriva davvero dove si vuole.

Il City of Manchester Stadium diventa il primo segno tangibile di una rivoluzione mai messa davvero in atto dalla nuova proprietà del Manchester, arrivata nel 2007 parlando thailandese: Thaksin Shinawatra è il nuovo presidente, Sven-Göran Eriksson il nuovo allenatore.

Il Masterplan è poco chiaro, gli acquisti sono una valanga e in campo i risultati si vedono soltanto in parte: Rolando Bianchi, Elano, Martin Petrov, Valeri Bojinov, Javier Garrido, Vedran Ćorluka, Gelson Fernandes e Geovanni Dos Santos brillano fino a metà stagione, poi il tracollo che permise di accedere alla Coppa Uefa soltanto grazie alla classifica Fair Play della Premier League. Anche un piccolo aiuto, a volte, ci vuole.

A fine anno arriva però la notizia più inattesa e preoccupante, che potrebbe causare una tempesta di cambiamenti in negativo e far tornare lo spettro di una caduta libera in breve tempo: dopo un solo anno di presidenza – e dopo aver comprato Tal Ben Haim, Jô e Shaun Wright-Phillips esonerando Eriksson – Thaksin Shinawatra fu costretto a mettere in vendita la società in quanto coinvolto in uno scandalo politico.

Non temere caro Manchester City, stop crying your heart out: è tempo di cambiare pelle.

Abu Dhabi United Group, a sentirlo così sembra un amico dei Diavoli Rossi. Sebbene il nome possa ingannare, il proprietario non è Sir Alex Ferguson bensì Mansur bin Zayd Al Nahyan, figlio del defunto presidente degli Emirati Arabi Zayed bin Sultan Al Nahyan: insomma, non proprio gli ultimi arrivati e nemmeno dalla parte dei rivali.

La parte azzurra di Manchester, dopo aver sentito l’entità del budget previsto per il calciomercato, può tornare a sognare: questa volta spera di farlo per davvero.

Sfiorato il clamoroso ingaggio di Kakà dal Milan, i nuovi proprietari si rifanno con lo strappareCarlos Tevez alllo United e Robinho al Real Madrid, riuscendo nella brillante impresa di far passare in secondo piano gli arrivi di giocatori brillanti quali Craig Bellamy, Nigel de Jong, Wayne Bridge e Shay Given.

Il primo anno è considerato di transizione, i Citizens continuano a non stupire ma raggiungono comunque il centro della classifica, una posizione nobilissima che mette in luce come un anno oggi considerato “deludente” corrisponda a quello che 15 anni prima sarebbe stato un vero e proprio miracolo sportivo. Non male come inizio, ma il meglio deve ancora venire. Basta non guardare al passato con rabbia, già, don’t look back in anger.

L’anno seguente lo scontrino finale fa registrare £110 milioni di sterline sborsati per far crescere ulteriormente una squadra che, visti i presupposti ed i grandi progetti, deve iniziare a farlo il prima possibile: arrivano Gareth Barry, Roque Santa Cruz, Emmanuel Adebayor, Kolo Touré, Joleon Lescott e Carlos Tévez che si toglie la maglia rossa dello United per vestire di azzurro, ma la storia fatica a cambiare.

La pazienza ha un limite, anche le casse societarie – su questo avrei qualche dubbio in più – e quindi l’era di Hughes si spegne a fine Dicembre del 2009, quando in panchina viene chiamato l’homo novus e l’uomo giusto: Roberto Mancini.

Dicono che se ti fai amico Craig Bellamy hai risolto buona parte dei tuoi problemi, lui non gioca spesso ma il Manchester City targato Mancini arriva al quinto posto e si qualifica inCoppa Uefa, il massimo possibile per una squadra che si trovava a navigare in un pericoloso centro classifica in un freddo inverno tipicamente anglosassone.

Nel 2010 arrivano un terzo posto e la prima coppa alzata dall’allenatore italiano, una F.A. Cup necessaria per prendere coscienza di un cambiamento necessario e più che mai in corso: arrivano Silva, Kolarov, Balotelli, Yaya Touré, Boateng, Milner, Džeko ed arriva anche una storica qualificazione in Champions League, che da quasi 50 anni non vedeva altro se non feste in piazza dei cugini rossi e poco clementi.

Il 2011 è un anno indescrivibile. Difficile da raccontare se sei tifoso imparziale, figuriamoci se hai fatto un salto sul divano alla rete di Agüero ad un secondo dalla fine del campionato: la mano di Mancini plasmò una squadra fino a renderla quasi perfetta, e sarà proprio quel “quasi” a rendere il tutto più indimenticabile.

Arrivano Clichy e proprio El Kun, Sergio Agüero, prelevato dall’Atlético Madrid per 45 milioni di pounds. Le 11 vittorie nelle prime 12 partite sono il preludio al trionfo finale, per quanto ad un tifoso azzurro potesse forse bastare anche soltanto la clamorosa e travolgente vittoria per 1-6 contro il Manchester United a suon di prese in giro e “Why Always Me?”.

Sembra il classico anno perfetto, in cui ti va bene tutto e puoi permetterti di sederti davanti alla televisione ed aspettare senza sofferenza, perché tanto prima o poi il gol arriva. Purtroppo – o per fortuna – qualcosa andò storto, un paio di problemi permisero ai rivali rossi di tornare in vetta e portarsi a 8 punti di vantaggio nel girone di ritorno, ma proprio sul più bello sarebbe accaduto l’incredibile. Una rete di Vincent Kompany nella stracittadina di ritorno aprì le porte per una clamorosa remuntada, che portò il City a pari punti con i rivali ad una giornata dal termine, ma con un +8 – numero ricorrente – di differenza reti che faceva pregustare la vendetta alla parte azzurra di città. Chi se lo sarebbe mai aspettato?

L’ultima giornata di quella stagione non ha senso, Mancini rischia di perdere dalle mani il titolo in casa, rischia di farlo nel peggiore dei modi ma riesce a sollevarlo nella maniera meno prevedibile del mondo: sarà una rete a 5 secondi dalla fine, proprio di Sergio Leonel Agüero Del Castillo, a consegnare il titolo al Manchester City dopo 46 anni per la disperazione dei Red Devils già in festa a Sunderland e per il delirio azzurro sparso per il mondo.

Hanno vinto loro, ha perso la storia, Mancini a Manchester con la sua mano ha mangiato vivi i rivali di sempre.

È tempo di brindare, è tempo di farlo con il migliore champagne in circolazione, dicono che sia buono lo champagne supernova: ti porta sulle stelle, sulla vetta di una montagna per molti impossibile da scalare, in cima alla Premier League.

Il resto è onestamente storia recente, di qui in poi viene considerata fallimentare qualsiasi stagione senza alcun titolo sollevato, motivo per cui il matrimonio con il Mancio finirà in maniera poco limpida ma nonostante tutto fra bei ricordi e sorrisi, un po’ come quelli dello Charming Man Manuel Pellegrini, capace di riportare sul trono il Manchester City nel 2014 vincendo un paio di Coppe di Lega durante il suo silenzioso ma pacifico cammino azzurro.

 

Pochi giorni fa si è aperta la nuova era, Pep Guardiola è arrivato in città e tutti sono rimasti sintonizzati per vedere all’opera l’allenatore più richiesto del mondo – insieme allo Special One, guarda caso ora al Manchester United – in una delle squadre più brillanti dell’ultimo decennio.

A quick peep cantavano gli Oasis, riferendosi ad un rapido pigolio, ma nell’era dei social network suona decisamente più moderno parlare di cinguettii. È stato un Pep molto social quello visto all’opera la settimana scorsa, un “Quick Pep” che ha postato un “Quick Tweet”con una persona che ci ha accompagnato lungo tutto il nostro percorso di oggi.

Chi ha incontrato per primo l’allenatore spagnolo? Mancini? Pellegrini? Keegan o forse Eriksson? No, nessuno di loro, il primo uomo con cui devi sederti a tavola una volta atterrato a Manchester si chiama Gallagher, Noel Gallagher.

Bene, non resta che aspettare per capire come e cosa cambierà – a parte lo scudetto – in una squadra a tratti perfetta in cui è cambiato tutto, un diamante preziosissimo e nato da pochi anni, un miscuglio di talento ma ancora mai arrivato a dominare le competizioni europee. Eppure per una squadra i cui padroni non parlano inglese, non dovrebbe essere poi così complicato dimostrarsi spigliati e spavaldi anche fuori dall’Inghilterra. Il Manchester City dovrà comportarsi come gli Oasis, vincere tutto senza preoccuparsi di poter dare fastidio, farlo con stile senza perdere mai la voglia di andare avanti. Anche perché, questo i fratelli Gallagher lo sanno bene, today is gonna be the day.

E perché forse proprio Pep potrà essere l’uomo che salverà ancora una volta il Manchester City, portandolo una volta per tutte a scavalcare il muro delle meraviglie, che laggiù chiamano da sempre Wonderwall.

Perché calcio e musica, alla fine della storia, portano agli uomini le stesse emozioni: tristi o felici non importa, basta viverle, che sia in terza divisione o con la Champions League in mano, che sia da Noel o da Liam Gallagher.

Scritto e disponibile su Numerosette.eu
Scritto e disponibile su Numerosette.eu

Chiedimi se sono Felipe

L’involuzione inspiegabile, il tramonto del fenomeno, il Manchester United e quei fantomatici 40 milioni.

A pochi mesi di distanza da quei rumors e ad un passo dalla nuova stagione, vedendo un Bielsa che – voi avete notizie? – sta arrivando, non possiamo non porci una domanda che suona più come un comune dubbio esistenziale per gli amanti della Serie A:

Felipe Anderson che fine ha fatto?

Chiunque

“Si, lo so, hai ragione, scusami”

 

Bene, i numeri del talento brasiliano di Brasilia – più di così non si può – hanno fatto sognare ad occhi aperti qualsiasi tifoso biancoceleste, ma non solo lo Stadio Olimpico: il tocco di palla è raffinato, la classe superba ma la testa troppo leggera.

Mi spiego meglio, trovo inutile e poco produttivo addentrarsi nella psicologia di un giocatore che né conosciamo personalmente né avremo mai l’opportunità di farci come amico, tuttavia l’involuzione di Anderson sembra decisamente più dettata da una carenza psicologica che da una mancanza di talento.

La dote primaria di Anderson è la velocità di pensiero, qualità abbinata in maniera clamorosamente efficace ad un controllo di palla quasi unico: lui non tocca il pallone, lo sposta pizzicandolo.

Si tratta di un giocatore annoverabile nella lista dei futuristi, quei forward thinkers che tanto fanno esaltare il tifoso medio ma che troppo spesso cadono nella trappola del troppo amore per sé stessi.

Un esempio veloce per poter comprendere l’essenza del Felipe più sbarazzino di sempre? Nessun problema.

In questi giorni ha dimostrato attaccamento alla nazionale brasiliana esprimendo la sua totale volontà di vestire verdeoro per le Olimpiadi di Rio, competizione alla cui partecipazione vuole assolutamente che la Lazio non si opponga anche a costo di deteriorare i rapporti con Lotito:  “Io ho un’opportunità importante e devo sfruttarla, non ho ancora parlato con la società ma sa cosa voglio e quindi ribadirò il concetto” ha sindacato Anderson.

A proposito di quel “sa cosa voglio” che lascia un po’ il tempo che trova, voi avete mai capito quale sia la volontà del brasiliano? Restare alla Lazio per davvero o cambiare aria? Se lo aveste fatto aiutatemi e ditemelo, io continuo a vederlo come un minerale tanto bello quanto grezzo, tanto prezioso quanto ancora tutto da scoprire. Non bastano una ventina di reti in 80 partite – che non sono comunque poche – per potersi arrogare il diritto di esser chiamato top player, perché i giocatori indispensabili ad oggi sono altri. Candreva e Parolo tirano le fila del gioco, Anderson lo illumina con la stessa facilità con cui lo spezza quando incappa in una giornata storta.

Se poi ti cerca anche il Manchester United, probabilmente, è anche per la nota predisposizione dei Red Devils a comprare i giocatori con quel cognome nella speranza di superare il trauma dei 31.000.000 di euro spesi per il portoghese Anderson Luís de Abreu Oliveira; se capitasse l’occasione credo che metterebbero sotto contratto anche l’attore Wes Anderson, ovviamente sto scherzando. Sicuramente tuttavia l’interesse, pur essendosi palesato in maniera limpida nella scorsa finestra di mercato, non era poi così vivace ed intenso come quello mostrato per altri giocatori, anche perché i 40.000.000 richiesti dalla Lazio non hanno sicuramente spaventato una squadra che ne ha appena spesi 38 per Eric Bertrand Bailly, se va bene persino meno noto della stella biancoceleste.

Nemmeno loro erano convinti, ad Old Trafford viene solo gente sicura di far bene, sono bastati gli Anderson portoghesi e persino i Memphis Depay.

felipe anderson

Continueremo a vederlo un talento discontinuo o comincerà un bel giorno a capire cosa voglia realmente dalla vita fortunata che si è trovato a vivere nella capitale più bella del mondo? Continuerà nel suo attuale percorso di alti e bassi in un sottofondo generale di semplici e sommesse chiacchiere o sceglierà di viaggiare in autostrada? Continuerà a piacersi troppo o comincerà ad essere felice?

Comincerai a farti scegliere

o finalmente sceglierai 

Fabrizio De Andrè

Scritto e disponibile su Numerosette.eu
Scritto e disponibile su Numerosette.eu

Come due somari

“Andiamo a stenderci, comodi, in profondità.

Giù fra i crepacci bui col Diavolo, che ci ospita”

Samuele Bersani (che ringrazio per aver ispirato le citazioni presenti in queste righe ndr)

newcastle

Newcastle.

Se non ci sei mai stato non puoi capire. Non puoi perché se già è difficile farlo quando hai alle spalle un background calcistico-culturale di tutto rispetto, figuriamoci se ne hai soltanto sentito parlare alla televisione.

Quella fra Magpies e Black Cats, fra bianconeri e biancorossi, non è una rivalità: si tratta di un lungo, interminabile ed impressionante susseguirsi di emozioni contrastanti. Tu scendi, io salgo, se siamo nella stessa serie ci scanniamo nel derby e proviamo a farci del male a vicenda; c’è una leggenda che dice che i tifosi del Newcastle abbiano soltanto amici dello stesso sangue e viceversa.

Ieri sera una ha sbattuto in terra l’altra, il Sunderland arrembante di Sam Allardyce ha smontato l’Everton e le speranze di salvezza di Rafa Benitez, arrivato da pochi mesi ma mai parso all’altezza di un incarico più difficile di quanto possa si possa immaginare.

Già, perché Newcastle upon Tyne è crazy, una città piena di luci ma circondata dal buio, a luci rosse nelle tenebre del freddo Nord d’Inghilterra. Ecco che quindi si avvicinano alla perfezione, senza mai toccarsi, il nero degli uni con il rosso degli altri.

Se la parte biancorossa ride l’altra piange e noi, in qualità di amici e vicini del prossimo, ci occuperemo principalmente di loro.

Alan Pardew ritengo sia il casus belli. Con lui erano sempre arrivate stagioni dignitose, certo che a volte l’ambizione gioca davvero brutti scherzi. Il manager, dopo aver condotto le Magpies a uno storico ritorno in Europa ricreando un’atmosfera magica in una città che ne sentiva il bisogno da troppo tempo, dopo questa impresa ha deciso di lasciare casa e amici di punto in bianco per tornare a Londra, tornare al Crystal Palace e farlo in grande stile.

"Non prendermi sul serio, sono un impostore"

“Non prendermi sul serio, sono un impostore”

Bene, adesso immaginate questi due, prima Steve McClaren e qualche mese dopo Rafa Benitez, entrambi chiamati a sostituire un uomo magari mai amato ma sicuramente vincente, desiderosi di farlo ma alle prese con una realtà in cui – lo ripetiamo – se non ci sei mai stato prima devi fare l’abitudine.

Parte malissimo l’ex tecnico della Nazionale, naufragato sotto un diluvio universale a Wembley nel 2007 – l’Inghilterra perse partita e pass per l’Europeo contro l’eternamente sottovalutata Croazia – e non ripresosi ancora del tutto. Parte male sebbene siano arrivati acquisti ottimi: Wijnaldum e Mitrovic possono già bastare per salvarsi, vero Steve?

Per niente, forse anche perché la difesa bianconera non si dimostrerà mai davvero all’altezza; i due terzini sono il meno, uno è Janmaat e l’altro varia fra Dummett e Haidara, il vero problema è il cuore.

Coloccini ce ne mette tanto ma non basta, il giovanissimo Chancel Mbemba non riuscirà invece a rispettare il grande clamore con cui era atterrato al confine con la Scozia: e pensare che ce l’ha davvero messa tutta, era anche felice di poter vestire bianconero, ma se non entri nei loro cuori non puoi farci granché.

Lorenzo Semino © Newcastle, United Kingdom

“Sarò la causa di ogni preoccupazione”

 

Il centrocampo è forte, ma forte nel vero senso della parola. Pensi ad Anita e ti viene in mente la roccia, Tioté fa rima con cemento armato, Colback non si è mai spostato nella vita – a parte per passare dal Sunderland al Newcastle, altissimo tradimento – mentre l’unico con un minimo sindacale di fantasia in campo si chiama Georgino. Non fatevi ingannare, non è brasiliano ma olandese, il veloce e compatto Georgino Wijnaldum, arrivato dal PSV ed unico vero trascinatore morale dei bianconeri. Ha la colla sugli scarpini, non perde mai il pallone salvo lasciarlo partire quando deve bucare una porta.

Lorenzo Semino © Newcastle, United Kingdom

“Vorrei ma non posso”

Il resto è tanto, troppo solismo laddove servirebbe gioco di squadra.

Sissoko è un velocista irrefrenabile ma quest’anno viaggiava alla metà della velocità, Thauvin ed Ayoze Perez sono due solisti ancora acerbi, Riviere e Cissé giocano poco, Gouffran e De Jong ancora meno.

Aleksander Mitrovic è l’unico a salvarsi per davvero, un folle attaccante che avrebbe potuto dire la sua in Premier League se soltanto non avesse avuto il compagno più vicino a 30 metri di distanza. Il problema sta proprio in questo, troppa differenza fra i reparti e poco gioco di squadra: in pratica un 4-5-1 sterile e poco limpido, tanto che i tifosi del Newcastle arrivarono addirittura a rimpiangere il traditore Pardew.

“È l’occasione di lasciar perdere?” si chiese McClaren, rispondendosi in maniera affermativa più o meno intorno alla fine di Febbraio.

Il 10 Marzo arriva il momento del takeover, e che takeover: sulla panchina del Newcastle arriva l’allenatore uscente dal Real Madrid, arriva la gentilezza di Rafa Benitez. Gentilezza e pacatezza che tuttavia stonano e non poco con la schiettezza di una delle città più spartane del Regno Unito, dove già di per sé non regna il bon ton.

Nel frattempo, a Gennaio, arrivano in fila indiana Townsend, Shelvey, Saivet e Doumbia: quello che difende più dei quattro però è Rafa Benitez. Una squadra penultima a 15 giornate dalla fine e con un presidente spendaccione non può pensare di non risolvere la situazione difensiva, fatto sta che le Magpies cercano di arginare le debolezze in copertura rimpinzandosi di enormi e a tratti folli acquisti offensivi. I risultati si vedono in parte nella fase realizzativa, dove le Magpies segnano 12 volte in 9 uscite con Benitez in panchina, ma dietro rimane il solito immotivato immobilismo a giocare un ruolo da padrone.

Lorenzo Semino © Newcastle, United Kingdom

“Se avessi un ultimo fiammifero io non lo sprecherei. Su un muro umido ad accenderlo non ci proverei” Foto di Lorenzo Semino

Il derby con il Sunderland viene risolto da un colpo rabbioso di Mitrovic, unico gladiatore in un’arena di novellini buttati lì in mezzo un po’ per caso; a dire il vero però l’età media della squadra non è nemmeno così bassa, anzi, cosa che può essere vista come un handicap fisico o come un vantaggio di esperienza.

Sono decisive due sconfitte esterne, una rocambolesca contro la compagna di retrocessione Norwich e l’altra a Southampton, poi arrivano due vittorie ed altrettanti pareggi prima del tracollo definitivo di fronte all’Aston Villa.

Non arriva altro se non un pareggio, un clean sheet contro gli ultimissimi, una partita ridicola se vuoi salvarti e se dovresti farlo con il coltello fra i denti; la percentuale dei passaggi riusciti dai 6 giocatori offensivi è piuttosto alta, circa l’80% – cosa nemmeno troppo complicata se giochi contro una squadra di fantasmi – ma le palle gol sono 2 in tutta la partita.

Lorenzo Semino © Newcastle, United Kingdom

“Papà, ma non dovremmo cercare di segnare?”
“Si, appunto, dovremmo”

 

Il Sunderland, dalla parte opposta del fiume Tyne, ha insegnato che ai grandi acquisti può contrapporsi il cuore e la voglia di non deludere i tifosi, oltre a un fenomenale e decisivo Jermain Defoe. Non che Borini sia stato da meno, non che Khazri sia scarso. Ha prima ribaltato una sfida complicatissima contro un Chelsea colpito nell’orgoglio e si è poi agevolmente liberato di un Everton materasso che sembra averci preso gusto dopo aver fatto da passerella per il Leicester di Ranieri.

Fatto sta che Big Sam ci credeva e ci è riuscito, ha fatto suo un miracolo trasformando le belle azioni in reti, trasformando le buone prestazioni in punti pesantissimi.

Oggi, a poche ore dalla retrocessione illustre del Newcastle, non sappiamo se essere più tristi all’idea di non rivedere per almeno un anno il derby più fisico della Gran Bretagna o per il fatto che sia stato promosso anche il Middlesbrough, altra acerrima rivale dei bianconeri.

Non resta che fare silenzio, non resta che fare le condoglianze ad una squadra nata per fare a pugni con il mondo ma ritrovatasi a dover fare i conti con troppo peso e poca sostanza; come nella boxe, dove se non ti muovi prendi una marea di botte.

In una città dove vivono i provocatori di risse da bar gli istrionici giocatori del Newcastle avrebbero potuto fare scintille, se non fosse che Rafa Benitez è un uomo pacifico.

Rafa e Steve, vissuti all’ombra dell’aura di Alan Pardew, hanno gestito la loro avventura a St. James’ Park in maniera goffa: come due somari, senza strategia, senza nemmeno l’indirizzo per andare via.

 

Lorenzo Semino © Newcastle, United Kingdom

“Lì c’è l’uscita e là l’ingresso: siamo a un crocevia.”

 

 

I’m forever Boleyn Ground

“Resta al tuo posto e combatti”

Pete Dunham – Green Street Hooligans

 

Bye Bye. Ou revoir. Adiòs. Adeus. Auf Wiedersehen. Doei. Hejdå. Dasvidania.

Immaginate i saluti in tutte le lingue del mondo, immaginateli come leggerissime bolle di sapone che si levano senza pensieri nel cupo cielo in quel Newham, che di Londra ha soltanto il nome.

I saluti e le lacrime di commozione che si sentiranno questa sera saranno le vere “forever blowing bubbles”: perché tutto alla fine torna.

Poi ci fermiamo con le fantasticherie ma potremmo andare avanti per secoli, proprio come quelli vissuti dalla storica casa del West Ham: il Boleyn Ground.

Secolo XVI, Enrico VIII Tudor Re d’Inghilterra decide di regalare alla sua amata Anna – dopo aver fatto fuori Caterina d’Aragona, prima appartenuta al fratello – una tenuta, anzi un vero e proprio castello: la Green Street House per gli storici, il Boleyn Castle per gli sportivi. È qui che la povera reginetta passerà i suoi candidi e tranquilli pomeriggi senza riuscire a “regalare” un primogenito maschio al capofamiglia che, senza saper né leggere né scrivere, decise di farla giustiziare non conscio del fatto che da quella relazione sarebbe nata la futura e ben più nota Queen Elizabeth.

Nel 1855, a Londra nasce il Thames Ironworks, capace di vincere una London League e costruito in maniera accurata.

Per partecipare alla Prima Divisione occorrono però giocatori professionisti, così il 5 Luglio 1900 viene fondato il West Ham United FC.

L’altro giorno da ricordare è il 2 Settembre 1904, quando gli appena nati scendono in campo per la prima volta nella vecchia tenuta di caccia reale battendo con un sonorissimo e mai digerito 3-0 il Millwall.

“La rivalità tra West Ham e Millwall è come tra Yankees e Red Socks?”
“No, è come tra israeliani e palestinesi!”

Gli Hammers sono una squadra folle, folle come la passione che ha portato negli anni alcuni supporters a fare follie per la propria squadra; probabilmente un eccesso, anzi sicuramente, ma perdere la testa per amore è una delle cose più semplici e traditrici del mondo. Per passare dal perdere qualcosa a prendere un bastone ce ne vuole però, su questo siamo tutti d’accordo.

Di giocatori folli da Boleyn Ground ne è passata una miriade, quasi come se l’influsso del creatore di quel territorio – Enrico VIII – abbia fatto da calamita per attirare i giocatori dallo spirito di ferro: alias Paolo Di Canio, tanto per rimanere in tema.

No comment

Un irriducibile Paolo Di Canio con la maglia degli Hammers, dietro di lui un Frank Lampard giovanissimo: vi ricordate quando Paolo calciò il rigore strappando il pallone dalle mani al futuro starman del Chelsea?

Un irriducibile Paolo Di Canio con la maglia degli Hammers, dietro di lui un Frank Lampard giovanissimo: vi ricordate quando l’italiano calciò un rigore che non avrebbe dovuto calciare strappando il pallone dalle mani al futuro starman del Chelsea, ai tempi rigorista number one? Forse per Redknapp, non per Paolo.

Parlando di palmarès i titoli si contano sulle dita di una mano: una Coppa delle Coppe, tre Coppe d’Inghilterra ed una sfocatissima Community Shield. Non di certo una bacheca da discendenti reali, ma se sei del West Ham ti va bene così.

Va benissimo così perché sei da sempre sinonimo di diversità, irriverenza ed allo stesso tempo fascino assoluto in un campionato che fa dell’aggressività – a dire il vero lo ha fatto soprattutto in passato – la chiave per alzare un trofeo o semplicemente avere la meglio in 90 minuti di battaglia.

Ecco perché è così importante la figura dello stadio, di quel tempio nel quale sei sicuro di poter caricare la squadra e di cui conosci tutti i limiti, pregi e difetti. Sai che la East Stand è la più vecchia e piccola, sai anche che la Tribuna Bobby More è enorme e contiene la scritta “West Ham United” a fare da cornice ad uno stadio compatto e caloroso.

"I'm forever blowing bubbles"

“I’m forever blowing bubbles”

Comunque, a proposito di Enrico VIII, la figura più importante nel panorama del West Ham deve aver sentito gli influssi di Upton Park e del Re d’Inghilterra. Anche Sir. Bobby Mooreinfatti ebbe più di una moglie – non come le sei del folle re – ma se giochi con i clarets and blue ti si perdona tutto. Un po’ come Teddy Sheringham che, dopo aver sbancato tutto firmando il Treble del Manchester United nel 1999, decise di concludere la carriera al Boleyn Ground, forse per sentirne un po’ l’aria che si respirava, nonostante la carta d’identità non giocasse proprio a suo favore: 38 anni al momento della firma per gli Hammers, dopo aver giocato e stra segnato con Red Devils, Tottenham Hotspurs oltre ad un passato illustre nell’esercito dei rivali più grandi in città. Già, Sheringham nacque calcisticamente al Milwall e vide tramontare la sua carriera al West Ham: are you serious?

"Of course"

“Of course”

 

Non starò a tediarvi ulteriormente, basta che sia chiaro il concetto.

Basta che sia chiaro quanto l’addio di stasera sia duro per chi ha vissuto una vita fantasticando dietro e dentro a quel castello di Anna Bolena, voluto da un re folle e distrutto da lui stesso. Dalle ceneri è nata una squadra, è nato un nugolo di frecce chiamato West Ham, frecce un po’ ammaccate ma sempre affilatissime. Caratteri forti, nomi altisonanti in contrasto con stagioni da mani nei capelli, gioie e dolori sportivi: questo era il West Ham, inevitabilmente qualcosa cambierà.

Probabilmente in meglio, lo pensiamo tutti, ma quel castello medievale nello scudetto stona e non poco con il nuovo Olympic Stadium in cui gli Hammers giocheranno dalla prossima stagione.

Un lato positivo forse c’è, ed è il fatto che sia più grande. Già, perché con tutto quello spazio, con quell’immensa voragine fra spalti e campo, beh lì di spazio per gonfiare bolle e farle volare in aria ce ne sarà eccome. Anche più che a casa di Anne Boleyn.

olympic stadium

I tempi cambiano, speriamo che la passione resti la stessa.

“I’m forever blowing bubbles,
Pretty bubbles in the air,
They fly so high,
They reach the sky,
And like my dreams they fade and die!
Fortunes always hiding,
I’ve looked every where,
I’m forever blowing bubbles,
Pretty bubbles in the air!”

Scritto e disponibile su Numerosette.eu
Scritto e disponibile su Numerosette.eu

Somewhere only we know

Prendete una matita ed un foglio di carta.

Cominciate a muovere la mano qua e là, lasciatevi andare e lasciate che la fantasia vi trasporti lungo le infinite strade della mente umana.

Prendete un disco vecchio, impolverato, oppure aprite i vostri ipod, le vostre piattaforme multimediali: insomma, mettete una colonna sonora che vi faccia rilassare.

Ci vuole, ci vuole dopo una serata come quella di ieri.

Capiamoci, nessuno di noi avrà la forza interiore né la voglia di andare a festeggiare con loro in Inghilterra, non credo nemmeno sia giusto invadere un territorio che non è tuo con l’ignoranza di chi mastica la Premier League davanti alla televisione.

Un piccolo quadretto inglese? Proverò a dipingervelo, sfruttando quel poco di esperienza che mi sono fatto per i campi di Premier League e Championship.

L’inglese tipicamente è calciofilo, amante del pallone e delle pints.

Il matchday è sacro, non si discute nemmeno con le mogli e le fidanzate, che anzi si trovano spesso a dover accompagnare figli e mariti allo stadio. Che poi chi l’ha detto che non tifino più dei maschietti? Nessuno, appunto, ce lo insegna anche Regina Elisabetta II che si professa una supporter del ricco ma poco fortunato Arsenal. Buon sangue non mente.

Durante la settimana non esistono talk show all day long come in Italia, forse meglio così, fatto sta che dal lunedì al venerdì i “cheers mate” sono talmente impegnati a lavorare che difficilmente trovano il tempo per sedersi davanti alla tv a seguire trasmissioni sulla loro squadra.

Non chiedetemi come ma ogni loro discorso sulla metropolitana, sul treno o su un semplice autobus rossastro riguarda il football: Sun e Daily MailMirror e Guardian, il clamorosamente gratuito Evening Standard e mille altri newspaper rimangono sempre pronti a riferire qualsiasi notizia si possa diffondere a macchia d’olio nell’isola forse più bizzarra del mondo.

Fa quindi rabbrividire ed allo stesso tempo sorridere vedere la profanazione di questo mito, vedere il Chelsea ridotto a dover fare il ruolo della damigella d’onore per Claudio Ranieri, in cui nessuno ai Blues aveva creduto e che ora si è preso la rivincita con interessi, arretrati e Barclays Premier League nella valigetta.

Sul treno in questi mesi non si parlava più di United e Arsenal, non più delle solite diatribe fra prime della classe, si parlava di tutto fuorché di qualcosa che non avesse a che fare con le Foxes.

Persino il mio barber, sapendo che ero italiano, mi ha chiesto cosa pensassi di Ranieri: cosa avrei dovuto dirgli? “He’s italian man, he’s mad” ovviamente.

Ieri sera ho guardato la televisione e mi è venuta quasi l’impressione che il Leicester fosse campione.

Non si comanda il cuore, quest’anno nemmeno il Leicester.

E’ stata una stagione indescrivibile, una squadra ha deciso di sbattere qua e là i pregiudizi e si è riscoperta come William Wallace in Breavehart, con l’unica differenza che loro non hanno avuto bisogno di chieder pietà al popolo inglese per salvarsi. Non hanno dovuto, perché tutto il Regno Unito – eccezion fatta per la parte bianca di Londra del Tottenham, artefici di un’impresa in ritardo – si è schierato dalla loro parte. Dalla parte delle Foxes, dalla parte di Robin Ranieri che ruba ai ricchi per dare ai poveri.

Credevano di poter fare uno scisma, si sono ritrovati a capo di una rivoluzione.

Foto di Lorenzo Semino

“Seguitemi laggiù, ci sono le stelle”
Foto di Lorenzo Semino

 

In questa settimana vi racconteremo, giorno per giorno, la favola senza fine di una squadra memorabile che ha fatto della poca esperienza il punto di forza, del digiuno la propria fame di successi, che ha fatto del calcio un meraviglioso – anche se scarabocchiato – ritratto di vita.

A proposito di scarabocchi, se guardate il foglio su cui avete fatto scorrere la vostra fantasia troverete anche il vostro disegno; dicono che usando questa tecnica si rivedano le immagini che più ti sono rimaste dentro durante il giorno, io sono sicuro che se guardate bene ci trovate qualcosa.

Magari la faccia di Sir. Claudio, magari le reti di Vardy, magari l’immensa possenza di Morgan o magari ancora qualcos’altro che vi rimandi all’impresa meravigliosa del Leicester.

Una scalata inarrestabile, un esempio di coraggio e rivoluzione.

Probabilmente l’anno prossimo sarà tutto finito ed il Leicester rimarrà soltanto un bagliore di luce in un concerto di canzoni monotòne, ma come direbbe l’amico Chris Martin “meglio essere una virgola piuttosto che un punto.”

Nel vedere il Leicester campione, madre ho imparato l’amore.

 

"Us against the world"

“Us against the world”

Scritto e disponibile su Numerosette.eu
Scritto e disponibile su Numerosette.eu