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La teoria dei colori

[Immagine di copertina tratta da Internet]

La settimana di calcio europeo è stata all’insegna dei colori.

Dalle bolle di sapone londinesi fino al bianco splendente diffuso sul campo dal Real Madrid, che è tornato quello di una volta sbarazzandosi dell’Eibar, ottavo in classifica e grande rivelazione del campionato spagnolo.

A Madrid torna la luce, Messi telefona al Celta. Ancelotti sbanca Colonia, Conte non sbanda!

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Piacere, questa è la Premier

Immagine di copertina tratta da Internet (di Matthew Ashton)

Best, Zola, Vialli, Gerrard, Bergkamp, Henry, Drogba…potremmo continuare ancora per molto a elencare anche solo una piccola parte delle grandi leggende del passato che hanno calcato i palcoscenici della Premier League. Per molti è uno dei campionati più belli del mondo. Per tanti un campionato in lento declino, che ha già consegnato lo scettro del Ranking UEFA alla Liga. Fatto sta che è ancora uno dei campionati più seguiti al mondo e, soprattutto, una delle mete più ambite dai calciatori professionisti. Sarà per la storia di cui è intrisa ogni singola maglia. Sarà per il ritmo frenetico mostrato in ogni partita. Sarà per il tifo caloroso che risuona in ogni stadio.

La Premier League riesce a smuovere gli animi di ogni amante del pallone che si rispetti che, sì, è pronto a vedere una bagarre senza sosta tra le solite sei-sette squadre che ogni anno si sfidano per le posizioni più elevate, ma anche voglioso di sorprese più o meno eclatanti, dalla vittoria della sfavorita di turno in una trasferta senza speranza al trionfo in campionato della squadra più improbabile (ogni riferimento al Leicester City è puramente… voluto).

Il livello sui campi (e sulle panchine) della Premier League si è ulteriormente arricchito quest’anno, tra un Ibrahimovic e un Gundogan (per far due nomi), mescolando di nuovo le carte anche grazie ai nuovi arrivi tra le panchina (Conte, Guardiola, Mourinho) e le conferme dei migliori architetti (Klopp e Pochettino), dando vita, infine ad un campionato aperto, con sorprese sempre dietro l’angolo, sul lungo e sul breve periodo.

Ed è anche questo che inseguiremo: sorprese. Ma anche emozioni, tifo, storia, ragionamenti e un pizzico di follia (che male non fa) attraverso approfondimenti di ogni tipo.

Quindi prepariamoci, perché questo viaggio è appena iniziato.

Buona Premier a tutti!

Io non ho paura

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Don’t go away cantavano gli Oasis.

Difficile trovare le parole per raccontare la vita di Ryan Mason in maniera distaccata e da una corretta angolatura, giusta e doverosa nei confronti di un giocatore che ha lottato fino a pochi giorni fa tra vita e morte in un ospedale di Londra, colpito alla testa proprio nel momento più alto della sua carriera, a pochi passi dalla definitiva consacrazione.

A dire il vero non saranno d’accordo molti tifosi del Tottenham, squadra che lo ha fatto crescere garantendogli fiducia e minuti sul campo per due intere e brillanti stagioni, prima che una lauta offerta dell’Hull City facesse partire ‘capitan futuro’ verso una squadra decisamente meno prestigiosa ma convinta di poter garantire al centrocampista classe 1991 un posto al riparo dalla folta concorrenza che regna a White Hart Lane.

Scelta sicuramente discutibile quella di andare via, anche considerate le oltre 50 presenze da attore non protagonista con gli Spurs, fatto sta che Ryan Mason decise di unirsi alle Tigri dell’East Yorkshire per ricominciare da zero assumendosi rischi e responsabilità. Come quando scelse di trasferirsi al Lorient in prestito, squadra dalla casacca arancione come quella dell’Hull City ma decisamente meno convinta a credere nell’allora appena 21enne, che non scese in campo nemmeno una volta durante la sua avventura francese.

“Ci sono stati giorni in cui ho pensato di lasciare il mio passato alle spalle per ricominciare da zero, un fresco nuovo inizio” .Ryan Mason intervistato dal Daily Mail.

Giocatore arcigno sul campo, divertente e spigliato nella vita di tutti i giorni, chi ha avuto la fortuna di conoscere il centrocampista londinese non può  non averne apprezzato il modo di fare.

Una prova? La presentazione ai nuovi compagni dell’Hull City in ritiro. In piedi sulla sedia.

Harry Redknapp ci aveva visto lungo facendolo esordire a 17 anni; stregò i tifosi e rubò  il posto a Paulinho e Dembelé, prima che una lunga serie di infortuni lo tenesse fuori dal campo proprio sul più bello. Ben 4 negli ultimi 12 mesi con il Tottenham, per un totale di circa 21 partite saltate.

Innamorato del numero 8, motivo per cui è stato più volte paragonato a un’icona del calcio moderno quale Steven Gerrard, a pochi giorni dal terribile infortunio contro il Chelsearischia seriamente di non poter toccare un pallone per molti mesi, forse anni, come confermato dalla stessa dirigenza neroarancio.

Il sogno nel cassetto di Ryan è sempre un posto di rilievo nella nazionale inglese, gioia che ha potuto assaporare a spizzichi e bocconi senza mai trovare continuità nelle convocazioni. Gareth Southgate e la F.A. si sono uniti al coro quasi infinito in suo sostegno, sicuramente giusto e doveroso ma per nulla scontato.

mason

In un turbinio di pensieri e sensazioni contrastanti, fra chi spera di poterlo rivedere prestoin campo e chi ancora non crede alle immagini di Stamford Bridge, nel frattempo Mason sembra lentamente recuperare.

Non appena tutto sarà passato, il soldato Ryan potrà rileggere ed apprezzare – a patto che già non lo abbia fatto – tutti i messaggi che il mondo intero, quello che non lo ha mai dimenticato, gli ha tributato nelle ultime e travagliate ore di silenzio. Magari si accorgerà di avere ancora in mano un futuro grandioso, non senza macchie ed alcune anche dolorose, ritrovando quella forza che ha sempre mostrato sul prato verde.

Da una parte un braccio tatuato, segno di una vita travagliata, dall’altra una pelle candida simbolo più che mai di un talento cristallino.

Magari incontrerà ancora una volta Terry e Cahill (che sono subito accorsi in ospedale), magari per una sfida a biliardo, sport in cui oltre alla tecnica conta saper usare la testa. Un po’ come a centrocampo, un po’ come nella vita, quella che Ryan Mason merita di vivere fino in fondo. Da protagonista, in piedi sulla sedia, con un’ultima biglia da imbucare: quella nera, nera come il buio di cui non deve avere più paura.

Sarà quel che Zaha

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E quando avremo qualche anno di più 

Se a dirmi t’amo sarai ancora tu?

Tiziana Rivale – Sarà quel che sarà

La citazione musicale potrà non essere delle più appropriate, ma faremo del nostro meglio per garantire un filo conduttore se non sensato quantomeno pertinente.

Cosa c’entra Wilfried Zaha con le canzoni d’amore? Cosa con il futuro? E cosa con Tiziana Rivale? Va bene, con lei proprio nulla, mi arrendo.

Selhurst Park, tana ventosa del Crystal Palace ricca di mattoni rossi e di sciarpe blu, quasi unica al mondo per il baccano prodotto dai non pochi sostenitori delle Eagles. Ogni squadra ha un beniamino, se il Manchester City – e non solo – venera tutt’ora i fratelli Touré, se lo Stoke City aveva creato un coro appositamente per Marc Muniesa cosa vieta ai supporters del club di Croydon di sostenere in maniera pittoresca un giocatore simbolo? Esattamente nulla, motivo per cui Wilfried Zaha è venerato ogni domenica, sia che parta dalla panchina e sia che scenda in campo regolarmente.

IL CORO DELLO STOKE CITY 

Che la tifoseria del Crystal Palace sia una delle più calde d’Inghilterra non devo certamente essere io a rimarcarlo, fatto sta che negli anni sono stati tanti i cori divertenti costruiti con non poca genialità per acclamare un determinato giocatore: non in ultimo Yannick Bolasie, ma guai a parlare di lui oggi in terra rossoblù.

Queste erano le parole d’amore nei suoi confronti, lui però ha scelto l’Everton, motivo per il quale di “Ya-Ya-Yannick Bloasie” non sentirete più nemmeno l’eco in lontananza.

Nato e cresciuto proprio nelle giovanili del Palace, Wilfried Zaha aveva scelto di cedere alle lusinghe del Manchester United invece di provare a maturare in una ‘piccola’ londinese, ma la favola di Old Trafford durò ben poco. Due sole partite, forse troppi ricordi e di conseguenza un ritorno a casa tanto veloce quanto piacevole per i tifosi che ne avevano ammirato da vicino la crescita da quando era ‘alto così’.

Da quel giorno Zaha non è diventato il trascinatore indiscusso delle Eagles, sarebbe stato bello e forse anche giusto, ma questo non è accaduto: complice la sua classe ad intermittenza, non sempre ha trovato spazio negli schemi di Alan Pardew, manager da poco silurato per far posto al redivivo Sam Allardyce, che ora cerca un appiglio nello spogliatoio e forse, sotto sotto, spera di trovarlo proprio nell’ex starlet dello United.

Se avete 20 minuti di tempo e una buona conoscenza di un inglese parlato in maniera veloce e stressante questo può essere buono per descrivere la vita del talentuoso attaccante inglese nato ad Abidjan. Anzi, niente male.

Se anche voi nonostante i vari tentativi e le tante congetture mentali non siete ancora stati in grado di comprendere a fondo l’essenza che porta il nome di Wilfried Zaha, non preoccupatevi. Non fatelo perché non siete i soli, in molti non hanno trovato la soluzione per far esplodere definitivamente un talento dai colori luccicanti. Molti tranne forse proprio Alan Pardew, salutato così dal suo uomo della provvidenza.

Zaha

Sarà Big Sam colui il quale farà sbocciare Zaha? Finalizzerà invece per davvero un passaggio al Tottenham, squadra che in estate lo ha voluto senza però trovare le porte aperte? Riuscirà a tirare fuori dal cilindro altre reti come quella contro le tigri gialle dell’Hull City?

È la teoria dell’eterno rimpianto; alzi la mano chi non si è mai chiesto ‘ma lui…si, proprio lui, perché non ha ancora alzato una coppa’.

Scegliendo di tornare a casa ha forse chiuso dietro di sé le porte per il successo, ma dipende dai punti di vista. Per alcuni vincere è alzare un trofeo, per altri invece sentire intonare il loro nome con qualsiasi tempo e temperatura basta per sentirsi un vincitore e volare più in alto con la mente e le emozioni. Visto che si parla di Eagles, almeno questa volta il tema è azzeccato.

L’uomo che viaggiava nel vento

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‘Di solito, a nessuno vai bene così come sei’, canta Luca Carboni in una celebre canzone.

In Nigeria, con la presenza costante dei fondamentalisti islamici di Boko Haram, è davvero difficile vivere in pace se ti professi cristiano, soprattutto se – come i genitori di Victor Moses – fai proseliti nella tua città, ben consapevole del fatto che i terroristi ti daranno la caccia in lungo e in largo ma convinto forse che al mondo esista ancora un barlume di buonsenso.

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Nel Blues dipinto di Blues

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Come nella vita, così anche nel calcio, prima o poi arriva il momento della verità.

Non appena ti sfiora vieni sbattuto con le spalle al muro, in difficoltà, consapevole che da quella precisa situazione dovrai in qualche modo tirarti fuori se non vuoi prendere la valigia e tornartene a casa senza applausi.

Le possibilità sono due: puoi prendere la strada della fiducia, mantenendo sempre inalterata la tua linea di pensiero, oppure puoi andare in ‘all in’, puntare tutto su qualcosa di tanto rischioso quanto potenzialmente trionfante. Puoi anche decidere di percorrerle entrambe, ma devi avere un carisma direttamente proporzionale alla voglia di vincere.

Antonio Conte, il Chelsea, un inizio magico e un momento quasi drammatico, poi la rinascita ed ora la vetta in Premier League: la grande bellezza del calcio riassunta in 5 semplici partite, dalle tigri dell’Hull City alla distruzione dell’Everton.

Partiamo dalla Genesi, ovvero dal momento in cui, dopo un inizio più che promettente, Klopp prima e Wenger poi diedero una mazzata nella schiena a una squadra potenzialmente devastante ma ancora poco lucida. In Inghilterra, ad essere onesti, nessuno aveva mai inneggiato all’esonero prematuro di del nuovo tecnico italiano, ma qualche voce negativa è ovviamente arrivata fino ai verdi prati di Cobham, centro sportivo modesto ma allo stesso tempo immenso dove qualsiasi allenatore si sentirebbe nel Paradiso calcistico.

“Idea of football” e “work hard” sono i due concetti base della nuova filosofia ‘contiana’ che si è colorata di blu da quest’estate; seguendo da vicino la squadra londinese, bisogna ammetterlo, alle parole sono sempre seguiti i fatti. Allenamenti brevi ma di enorme intensità, ma soprattutto una volontà ben chiara di cambiare modulo e soluzioni difensive di una squadra che può contare su un attacco stratosferico ma, talvolta, concede qualcosa di troppo agli avversari.

Ecco che quindi arriviamo al turning point, quella scelta chiave che cambierà forse per sempre la stagione del Chelsea meno chiacchierato degli ultimi anni: il 3-4-3.

Chelsea (3-4-3) – Courtois; Azpilicueta, David Luiz, Cahill; Moses, Kante, Matic, Alonso; Pedro, Hazard, Diego Costa

Che Conte amasse la difesa a 3 non era un segreto, nemmeno che prima o poi lo volesse provare oltremanica, ma metterlo in atto proprio nel momento in cui sei messo in discussione? Non so in quanti ci avrebbero mai puntato anche solamente un pound. Facciamo un penny e siamo tutti contenti?

Invece la storia dice altro, racconta di come dal momento del cambiamento tattico siano arrivate 5 vittorie in campionato e soprattutto 5 ‘clean sheets’, concetto che l’allenatore leccese ha imparato prima ancora del significato della parola ‘lascia’.

Prima ha messo in riga i campioni uscenti, poi ha umiliato José Mourinho senza nemmeno dargli tempo di entrare in campo, mentre Southampton ed Everton stanno ancora aspettando di vedere un pallone. Scherzi a parte, con il nuovo sistema di gioco il Chelsea non vince, il Chelsea vola.

Chelsea

I paragoni con la Juventus si sprecano, vuoi la somiglianza fra Victor Moses ed Asamoah oppure quella di Cesar Azpilicueta con Lichtsteiner, fatto sta che la squadra di Conte ha imparato a vincere gli avversari con l’unica arma consentita in Premier League: il dominio.

“Ho deciso di non sostituire Diego Costa anche se eravamo 3 a 0 perché in questo campionato un calo di concentrazione può essere fatale” ha dichiarato al termine della vittoria contro il Leicester, beh una frase simile la dice lunga su come i giocatori ai suoi ordini non hanno tempo per prendere fiato, almeno per i 90′ di gioco settimanali. Chi lo accontenta gioca, gli altri possono accomodarsi in panchina. Ne sanno qualcosa Michy Batshuayi e Cesc Fabregas, per nulla svogliati ma non ancora entrati a pieno regime negli schemi del mister, che se non vede la giusta intensità ha preferisce aspettare, piuttosto facendo esordire giovani volenterosi come Nathaniel Chalobah ed Ola Aina, senza dimenticarsi ovviamente di quel Ruben Loftus-Cheek riadattato centravanti.

Diego è ancora un po’ restio, ma in fondo in fondo sono…quasi amici

 

Il Chelsea di Conte è onestamente imprendibile, ricorda a tratti – da un paio di partite – l’Italia degli Europei, tanto cinica quanto capace di soffrire e far giocare l’avversario.

In tutto questo Cesar Azpilicueta è il simbolo della rinascita blues: ordinato e preciso, silenzioso ma efficace, ha rubato il posto persino a John Terry, che si vede sostituito in larga parte anche dal carisma clamorosamente divertente di Geezer, alias David Luiz. Se Gary Cahill ha sulla coscienza un paio di reti, 2/3 delle palle recuperate sono merito dei frangiflutti laureati per eccellenza, ovvero la coppia Matic-Kante, unica vera differenza rispetto al centrocampo “tutto qualità” di cui poteva disporre in bianconero. A proposito di qualità, Hazard, Willian e Pedro garantiscono un ricambio di soluzioni da Oscar, che non ci siamo dimenticati di citare. Sulle fasce Moses ed Alonso hanno vinto i ballottaggi con tutti gli altri, forse perché garantiscono sgroppate veloci, triangolazioni o quadrilateri efficaci e coperture difensive allo stesso tempo, o forse solamente perché ricordano a Conte proprio Asamoah e Lichtsteiner. Chi lo sa, fatto sta che la squadra funziona, va alla grande anche perché può contare sul capocannoniere del campionato, quel Diego Costa che in estate voleva tornare all’Atletico Madrid ma che alla fine ha deciso di restare. Per il momento sembra che abbia fatto la scelta giusta.

“Felice di stare lassù”

La partita contro l’Everton è stata una passeggiata di salute, pazzesco se considerato il potenziale straordinario di cui gli avversari erano forniti. Non in ultimo proprio l’ex BluesRomelu Lukaku, sostituto designato dell’attaccante brasiliano naturalizzato spagnolo ma ‘rimasto’ a Goodison Park per una lunga e complicata serie di eventi.

Il Chelsea a tratti gioca già a memoria, ne sono una prova le continue triangolazioni perfette e ben oliate fra terzino, centrocampista ed esterno d’attacco: vedere per credere.

Sulla faccia di Roman Abramovich si è rivisto un sorriso, Eden Hazard ha ricominciato a darsi da fare e ad incantare, mentre nel frattempo il Chelsea tornava a vincere. Anzi, a stravincere.

Tutto merito del gioco di squadra, cavallo di battaglia di Antonio Conte, capace di far credere agli avversari che un difensore in meno sia un punto debole; si tratta invece di un’enorme asso nella manica, perché la sue squadre attaccano in 7 e si difendono in 5, proprio come il numero di vittorie consecutive in Premier senza subire una rete.

Un tecnico a volte burbero, molto settario e poco diplomatico è tornato a far sorridere un gruppo che da tropo tempo si era seduto sugli allori, lo ha fatto cominciando con un lungo processo di recupero fisico-mentale nei verdi prati austriaci di Velden mettendo in pratica le sue tabelle persino nelle ore dei pasti. Il risultato dopo pochi mesi di video-lezioni e ore di training sessions è un Chelsea oggi primo in classifica, forse solamente per una notte, ma siamo certi che a Londra questa ‘big revenge’ (citando Ranieri) se la siano goduta tutta. Forse perché un po’ meno scontata e melensa del solito?

Una squadra che gioca da squadra, rigorosamente quadrata e motivata. Una squadra che vince, pareggia o perde ma facendolo da squadra. Anzi, per non fare arrabbiare Conte, una squadra che vince e basta. Così è (se vi pare) il nuovo Chelsea.

Ho un brutto rapporto con la sconfitta; se perdo sto male per dei giorni, quindi cerco di trovare tutti i modi per evitarla

Antonio Conte

Esiste un aggettivo per descrivere questa foto?

 

Jamie don’t be hasty

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Preparate il rigoroso cream tea, fatelo possibilmente in sintonia con i rigorosi orari britannici, tenendo conto del fuso orario e dell’uomo di cui parleremo rubandovi qualche minuto: Jamie Vardy.

La colonna sonora per gustarvi al meglio questa serie di GIF animate varia a seconda del vostro stato d’animo:

  • se la giornata è stata particolarmente dolce, puntate su un semplice Banana Pancakes di Jack Johnson;
  • se avete faticato ma non volete farvi scappare un po’ di leggerezza, Lollipop e i Chordettes sono lì che vi aspettano;
  • se invece avete compreso fino in fondo il richiamo musicale presente nel titolo, beh allora i passi sono due:
  1. Paolo Nutini, Jenny don’t be hasty;
  2. la canzone si caricherà di grinta all’unisono con la discesa di Clyne, il resto lo fa lui. Lo fa Jamie Vardy.

“Che bellezza” direbbe probabilmente un noto commentatore sportivo, mentre tutti noi ci stiamo chiedendo “che fine ha fatto Jamie Vardy?”. O meglio, se in nazionale stenta a trovare spazio resta il principe indiscusso di Leicester, terra che ha conquistato a suon di reti, corse elettrizzanti e braccialetti ross…ehm, blu cobalto.

L’Inghilterra dell’interim coach Gareth Southgate non durerà molto, questo lo sanno quasi tutti – compreso Roberto Mancini -, fatto sta che timidamente qualcuno ha fatto capire di non credere più solamente, unicamente e incondizionatamente in lui. Nell’uomo che ha liberato per un secondo il calcio dall’ipocrisia, l’attaccante cattivo ma spassoso, l’ex operaio divenuto iperattivo e rimasto talvolta poco elegante tanto in campo quanto fuori, l’emblema del miracolo fiabesco firmato Sir Claudio Ranieri ed apprezzato senza distinzioni in tutto il mondo.

Inghilterra

Senza dubbio le 2 reti messe a segno finora dal bomber di Sheffield non vanno di pari passo con le 24 della scorsa e storica stagione, ma l’errore di Jamie Vardy potrebbe trovarsi proprio qui, sotto i suoi occhi: una stagione proprio da principe non impedisce di poter diventare re, autorità che viene però raggiunta solamente con calma, sangue freddo e nessuna pietà.

“Calma, sangue freddo e nessuna pietà”, dicevamo.

La squadra crede in lui, tutti sanno che l’arrivo di Islam Slimani ha portato e porterà una ventata d’aria fresca negli schemi ranieriani, ma Vardy non ha mai avuto a che fare con un compagno così abile e scafato in un 4-4-2.

Ulloa e Kramaric si sono dovuti abbassare allo strapotere dell’attaccante ancora oggi titolarissimo, mentre la convivenza in un 4-4-2 potrebbe essere difficile da sopportare per due attaccanti sostanzialmente abbastanza simili. Ranieri così ha scelto, Ranieri probabilmente avrà ragione, certo che chi ha comprato il signor Vardy al Fantacalcio d’oltremanica si starà ponendo qualche domanda. . I due attaccanti potrebbero e dovrebbero, a rigor di logica, segnare leggermente meno ma farlo entrambi, garantendo alle Foxes un numero di reti maggiore e ben distribuito fra la testa rasata dell’algerino e la cresta sbarazzina di Jamie.

Nessuna pressione addosso, nessuna pressione addosso, nessuna pressione addosso

Tanto per capire, se un preziosissimo Leonardo Ulloa lo scorso anno ha messo a segno 6 reti con la maglia del Leicester, oggi al King Power Stadium se ne aspettano almeno il doppio dalle due nuove frecce nella faretra di Robin Ranieri.

Ragionando sui dati ed analizzando le statistiche fornite da WyScout.com, con tutta probabilità Slimani reciterà la parte del finalizzatore, mentre Vardy insieme quelle di trascinatore, di uomo squadra e di tuttofare, del resto un po’ come nella sua vita precedente.

Leicester

Un po’ come per Higuaìn e Dybala, i due cannonieri rischiano di “cancellarsi” a vicenda, mettersi in ombra l’uno con l’altro senza neanche volerlo fino in fondo, per tre giornate segna uno mentre l’altro resta un passo indietro.

L’ultimo arrivato cerca meno il pallone ma segna di più, la vecchia conoscenza si muove solamente in funzione di quello e spesso sa anche come giocarlo ai compagni, ma riduce lo score realizzativo per via di una minore precisione sotto porta. Precisione, non grinta e cattiveria agonistica; in quello è quasi insuperabile.

La grandezza del Leicester e di Jamie Vardy sarà proprio quella di accogliere il nuovo arrivato, di farlo con la consapevolezza di avere tutto il tempo per prendersi altre rivincite personali, certo inoltre di essere già salito sul trono dorato della Premier League.

I libri di storia parleranno di lui, ora serve fare il gregario. Solo ogni tanto, solo se necessario, in ogni caso mi raccomando: Jamie, non essere frettoloso.

 

Klopp ruba ai ricchi per dare ai poveri

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Prima sconfitta per Antonio Conte, ennesima vittoria esaltante per la ciurma di Jurgen Klopp.

Come si fa a non ammirarne la sincerità?

Prima del match il tedesco aveva definito Conte ‘il Guardiola di Torino’, mentre l’ex allenatore dell’Italia aveva preferito non addentrarsi in paragoni azzardati chiamandolo semplicemente ‘one of the best in the world’.

Il Liverpool ha cominciato la sfida senza esitazione, ma anche questo Antonio lo aveva preventivato. Purtroppo per lui i Blues oggi sono un po’ più lenti del solito, ne sono la prova gli zero tiri in porta nei primi 27′ di gioco.

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Il Liverpool governa la partita con i tre giocatori dietro l’unica punta Daniel Sturridge, Coutinho-Lallana-Mané resta la sintesi perfetta del gioco ‘kloppiano’: classe, velocità e potenza.

Secondo i colleghi di SkySports i Reds giocano con un 4-1-2-3 di partenza, vero ma non del tutto.

Liverpool

Fatto sta che il Chelsea commette due errori in fase difensiva e perde di fatto la partita nel primo tempo, prima al 17′ e poi al 37′.

PRIMA REGOLA DEL CLUB – Mai dormire sui calci piazzati

Proprio così, Conte lo sa bene ma non scende lui in campo, ecco perché sul calcio di punizione battuto rapidamente dal Liverpool nessuno si sposta sulla corsia di destra. Tre giocatori rossi sono soli soletti, arriva Lovren che con un tocco preciso scocca la prima freccia nel cuore di Stamford Bridge che, stranamente, si ammutolisce di fronte alla rapidità di esecuzione.

Avanti un altro 

 SECONDA REGOLA DEL CLUB – Non concedere spazio 

Come rivelato dal nostro collaboratore Simone:
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Vero, ecco perché lasciare solo proprio l’unico giocatore ‘difensivista’ della squadra dal cerchio di centrocampo in su può anche starci in una situazione simile, quando o recuperi la rete di vantaggio as soon as possible o sei spacciato.
Se però accade che proprio a lui capiti il pallone sui piedi, che abbia il tempo di stopparlo e mettere a segno una rete meravigliosa, c’è ben poco da fare se non rammaricarsi per non aver avuto la prontezza di contrastarlo immediatamente.
Prevenire è meglio che curare, il gol di Henderson è il migliore della serata.

Il gigante Courtois si distende ma non ci arriva 

Nella ripresa il match cambia leggermente, il Chelsea spera in un crollo fisico del Liverpool che però non arriva, ecco spiegato il motivo per cui ci vogliono quasi 20′ prima che il solito Diego Costa riapra la partita. Tanto cuore ma pochi spazi, nonostante si stia giocando contro una delle squadre più aperte della Premier League stasera non si passa proprio.

L’unica cosa che si apre sul serio è il naso del povero David Luiz, appena tornato dal Paris Saint-Germain ma colpito dalla testa di Sadio Mané.

Dopo essere stato criticato più o meno da tutti i maggiori esponenti del mondo calcistico dal momento del suo rientro alla base, Geezer non si è dato per vinto ed ha regalato tutto sommato una prestazione decente, eccezion fatta per lo svarione collettivo nella rete del vantaggio di Lovren. Errore che in ogni caso non è costato poco.

Eh ma allora ditelo che ce l’avete tutti con me!

Il miglior riassunto del match lo dà Gary Neville dopo appena 10′ di gioco: “I giocatori del Liverpool sono troppo in forma e veloci per il Chelsea. Guarda i Blues, sono lenti”.

Conte si è fermato ma non ha perso le speranze, in conferenza stampa conferma il fatto che si debba ‘lavorare duramente per evitare di arrivare decimi come l’anno scorso’ e può contare su 10 punti in 5 giornate, tanti quanti quelli di uno Jurgen Klopp in versione Robin Hood.

Ruba ai ricchi per dare ai poveri, batte Arsenal e Chelsea con eleganza per prenderne due dal Burnley ed uscire tra i fischi.

Così è, se vi piace, il nuovo Liverpool.

LO SCATTO DEL GIORNO

Così non valeva nemmeno in Francia, caro David

West Bromwich nel paese delle meraviglie

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West Bromwich Albion, in the middle of nowhere.

Nella terra dei tordi – Throstles – e dei pantaloni larghi, talmente tanto da venire chiamati Baggies – sacchetti molto larghi – sorge una squadra dalle sembianze fiabesche, capace di passare inosservata fra le dozzine di realtà strapotenti e ricchissime della Premier League. Proprio come un Mr Nobody, proprio come Tony Pulis.

58 anni e non sentirli, il tecnico gallese vanta più promozioni raggiunte che reti in carriera. Va detto, per dovere di cronaca, che il signor Pulis era un difensore piuttosto arcigno.

“Sono il Chievo d’Inghilterra” ho sentito dire un giorno, lasciandomi andare ad un sorriso tanto sincero quanto poco dolce. Amaro perché questa squadra meriterebbe di più, i suoi tifosi ed una storia ultracentenaria altrettanto.

Già nel 1878, quando nella città di New York per la prima volta veniva consegnato a domicilio il latte in bottiglie di vetro, in una cittadina non poi troppo distante da Birmingham – e quindi dall’Aston Villa, che all’epoca aveva già 4 anni di storia – spiccavano il volo i throstles biancoblu, prendeva vita il West Bromwich Albion.

Da quel tempo di anni ne sono passati tanti, forse troppi, fatto sta che i ragazzetti delle West Midlands sono ancora vivi, sono in Premier League e si sono persino evoluti: Nacer Chadli e Salomon Rondòn ne sono la prova vivente.

Un baldo assistente della backroom del West Bromwich Albion misura il petto di Nacer Chadli 

Dal 2010 ad oggi non sono arrivate retrocessioni, un grande traguardo per una squadra che da qualche anno aveva perso la stabilità che l’aveva resa celebre: nel bene e nel male, sono sempre stati una garanzia di un sereno centro classifica, salvo poi cadere o sollevarsi di punto in bianco.

A proposito di bianco, la grande dote del WBA resta quella del clean sheet: due stagioni fa ne sono arrivati una ventina, fra vittorie e pareggi per 0-0, mentre nell’ultimo anno sono stati soltanto 11, quasi tutti nel girone di andata, prima che una lenta caduta a picco portasse i tordi biancoblù ad un 13° posto dignitoso ma quasi risicato visto il brillante inizio.

Dopo 3 partite di Premier League i ragazzi di Tony Pulis sono in perfetto equilibrio: 2 clean sheets immacolati, una vittoria, un pareggio ed una sconfitta.

La squadra è particolarmente completa, oltre a questo la mancata partenza di Saido Berahino garantirà un ricambio continuo e concreto di qualità, forza e velocità, da tempo punti cardine per provare a far bene in Premier League.

Senza considerare, fra l’altro, che il piccolo folletto tanto richiesto – ma rimasto al The Hawthorns – al momento è stato superato nelle gerarchie dal giovane Jonathan Leko, per molti il nuovo Balotelli. Il vero Balotelli?

La difesa è particolarmente solida: esperta al centro, giovane e scattante sulle fasce.

Jonny Evans, Jonas Olsson, Craig Dawson e Gareth McAuley garantiscono, i nuovi arrivati Galloway e Nyom sveltiscono.

Il centrocampo è un’altra arma piuttosto potente di cui può disporre Pulis: il carisma scozzese di Darren Fletcher, la forza di McClean, il dinamismo della coppia Morrison–Brunt – ora infortunato – uniti ai gregari Yacob e Gardner garantiscono un frangiflutti decisamente potente e resistente agli attacchi delle migliori squadre sul territorio.

WBA training session

Solitamente nel 4-2-3-1 viene dato spazio al duo formato da Fletcher e Yacob a sostegno di tre giocatori con obblighi e mansioni decisamente più offensive: lì davanti c’è spazio, c’è concorrenza e c’è tanta qualità. Più di quella che traspare a prima vista.

C’è anche un presidente piuttosto ambizioso, che si è risentito per il mancato arrivo di un club-record signing, un acquisto faraonico fermato, secondo i media inglesi, dall’head coachPulis: “Eravamo vicini all’arrivo di un giocatore che avrebbe superato il nostro record di spesa per un acquisto, grazie soprattutto all’aiuto di Jeremy Pearce e Gouchan Lai – ha dichiarato il patron John Williams al sito ufficiale del club – ma per ragioni calcistiche è stato deciso di non perseguirlo. Dunque, sebbene fosse un po’ tardi, abbiamo cercato di puntare su un altro obiettivo di grande qualità, ma per sfortuna non siamo riusciti a raggiungerlo in tempo”.

La decisione di rendere pubblico il piano di mercato ha creato non pochi malumori all’interno della tifoseria, che da tempo sostiene un allenatore ora dato da alcuni tabloids persino vicino all’addio con un possibile ritorno di Roy Hodgson alla finestra. Semplici rumors o cruda verità?

Ve lo ricordate in Serie A?

In versione Goran Pandev

In mezzo a tutto questo, un giocatore non di certo leggero – alias Momo Sissoko – si sta allenando con le Baggies insieme all’amico svincolato Marouane Chamakh, proprio mentre un attaccante che ha stregato la Francia ad Euro 2016 indossava i pantaloni biancoblù: Hal Robson-Kanu, da Reading con furore.  

Salomon Rondòn, scomodo da contenere e sempre pericoloso sotto porta, guida l’attacco in maniera pacata ed equilibrata, come confermato dai numeri: 11 reti in 44 partite inglesi, relativamente pochi se paragonati ai 28 messi a segno con la maglia dello Zenit San Pietroburgo in 57 partite ma tanti se si considerano le numerosissime sponde per i compagni.

Berahino e McClean ne hanno messi a segno rispettivamente 4 a testa la scorsa stagione, una media che rispecchia come il West Bromwich non segni molto ma lo faccia con costanza, senza esaltarsi o subire troppo durante un anno intero.

34 gol fatti e 48 subiti l’anno scorso, secondo peggior attacco del campionato ma settima miglior difesa del campionato nonostante una posizione medio-bassa nella classifica finale.

Dei 4 acquisti per rafforzare il reparto offensivo non abbiamo citato il nuovo numero 10 Matt Phillips, vera sorpresa di inizio stagione, arrivato per 6.000.000 di euro dopo un anno meraviglioso al Queens Park Rangers, dove ha segnato 8 volte regalando 5 assist e collezionando quasi 3.800 minuti di gioco.

Con un campionato tutto da vivere e niente da perdere, il West Bromwich Albion si è presentato ancora una volta al grande pubblico con grande stile, umiltà e carte da giocare: sarà questo l’anno della consacrazione per chi ha saputo star sempre, perfettamente, al proprio posto come un Signor Nessuno?

Probabilmente no, ma alle Baggies va benissimo così.

Nessuno ne parla mai, per comodità lo chiamano persino WBA, ma tutti lo patiscono in campo, dove l’apparenza spesso non conta. Inganna, come nella vita, come nel 4-2-3-1 un po’ moderno ed un po’ ricercato targato Tony Pulis, colonna portante del club che potrebbe davvero lasciare ma lo farebbe a testa altissima.

Sic stantibus rebus, per il momento rimane fermo lì. Lì nel mezzo, anche in classifica.

Scritto e disponibile su Numerosette.eu
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Walk this way

Nell’ultimo decennio, parlando di calcio, le due domande più frequenti sono:

  • con che squadre il Chievo riesce a fare ogni anno 40 punti?
  • sarà questa la stagione dell’Arsenal?

Se per la prima domanda si tratta di semplice ironia, il motivo della seconda è probabilmente semplice: la nuova generazione non ha vissuto da spettatrice consapevole i trionfi di Arsène Wenger con i Gunners, cominciati nel 1998 con un double e culminati con la storica stagione del “non perdo mai” nel 2003/2004. Quell’Arsenal era inarrestabile, fece 90 punti eguagliando il Preston e fece pregustare a tutti gli amanti del calcio un dominio biancorosso nei secoli dei secoli. Ma di eterno nel calcio non c’è nulla, anche le sgroppate di Robert Pires hanno una fine, ecco perché quella squadra ad oggi rimane un quadro meraviglioso, un capolavoro dipinto tutto d’un fiato che tuttavia non si riesce a replicare.

Nello stesso anno in cui i Gunners alzarono il primo trofeo di una lunga serie, gli Aerosmith componevano un capolavoro chiamato “I don’t want to miss a thing”, titolo che rispecchia meravigliosamente bene immagini come queste, simbolo del gigante buono e filo-francese creato proprio dal pittoresco tecnico di Strasburgo.

“Non voglio chiudere gli occhi,
non mi voglio addormentare, 
non mi voglio perdere niente.”
Chiusa la parentesi rotonda, si torna inevitabilmente a viaggiare nel presente. La stagione 2016/17 è ormai alle porte ed anche i Gunners, pur consapevoli di dover ancora fare qualche colpo grosso di mercato, si stanno preparando all’ennesimo tentativo di ripetere le gesta degli antenati nemmeno poi così lontani.

PORTIERI – Jaded

Sistemato già nella scorsa estate il reparto più pericolante della squadra, oggi si registra persino un leggero esubero fra i pali: il “povero” Wojciech Szczesny avrebbe trovato pochissimo spazio vicino a Cech ed Ospina, motivo per cui è stato lasciato a crescere ancora in Serie A. I giovani Emiliano Martinez e Matt Macey chiudono una lista tanto lunga quanto positiva: lo scorso anno le reti subite – come nella stagione ancora precedente – sono state relativamente poche, solo 36: quella di Wenger si è rivelata una delle migliori difese insieme al campione d’Inghilterra Leicester, seconda soltanto a quelle di Manchester United e Tottenham.

“Petr, Ma chi glielo dice a Wojciech che qui non giocherà mai?”

DIFENSORI – Cryin’

Non sarà probabilmente Rob Holding, giovane talento dalle belle speranze appena arrivato dal Bolton, a rovesciare le gerarchie e a risolvere i problemi difensivi dei Gunners: ci ha provato Chambers, ora accostato al Watford, non ci è riuscito nemmeno Gabriel Paulista, ancora troppo poco affidabile per garantire una sicurezza costante durante la stagione.

Continuità e sicurezza sono diventati invece i capisaldi di casa Laurent Koscielny, difensore “acerbo e maldestro” diventato negli anni il “miglior centrale del campionato”, come sostiene Rio Ferdinand, non proprio un passante qualunque.

Se per il francese si sprecano i complimenti, il colosso tedesco e biondo Per Mertesacker sta ancora cercando di riguadagnarsi quelli che si era meritato durante le prime due stagioni a Londra, coronate da 69 presenze in campionato e 5 reti.

Sulla fascia sinistra ci sono l’ordinato Nacho Monreal e l’eterna promessa Kieran Gibbs, mentre i veri problemi numerici si registrano sul lato destro: se Hector Bellerìn rappresenta probabilmente il miglior giovane in squadra – l’interesse fastidioso del Barcellona ne è la prova vivente – non è ancora chiaro il futuro tanto dell’ex West Ham Carl Jenkinson quanto di Mathieu Debuchy, che nonostante l’infortunio ed il prestito al Bordeaux da cui è appena tornato continua a far sapere di non voler continuare l’avventura londinese: ha giocato venerdì contro il Lens, ma il suo futuro resta avvolto nella nebbia.

“In my opinion it seems much more practical to keep a younger and arguably more talented Carl Jenkinson, that it does to keep an ageing, out of form Mathieu Debuchy” sostiene sul web uno scrittore amico dell’Arsenal, chissà che non possano restare entrambi. L’importante, però, è che non parta lo scattista Bellerìn.

 

CENTROCAMPISTI – Dream On

Il vero reparto da sogno, non me ne voglia Flavio Briatore, è il centrocampo. La forza ed il limite dell’Arsenal sta proprio lì, lì nel mezzo, dove l’intelligenza di un ormai intoccabile ed evoluto Aaron Ramsey ed il tempismo di Mesut Özil fanno fatica ad esser sostenute da una retroguardia che – come abbiamo detto – è buona ma non magnifica.

Fortunatamente il primo acquisto per la nuova stagione è un ottimo compromesso fra difesa e creatività, fra sostanza e fantasia, fra Taulant e Granit: si tratta di Xhaka, un corsaro quandosi tratta di recuperare palloni ma un preciso geometra in fase di impostazione. Sarà lui il collante fra difesa e centrocampo capace di rendere meno pesanti le sfuriate offensive dei cannoni biancorossi?

Un altro giocatore ancora tutto da scoprire è Mohamed Elneny, prelevato dal Basilea lo scorso gennaio per circa 12.000.000 di euro: il nuovo mediano incontrista agli ordini di Arsène Wenger è subito entrato a pieno nel progetto biancorosso collezionando una dozzina di presenze nella sua prima mid-season inglese. Le due più grandi qualità del classe 1992 egiziano sono senza dubbio temperamento e precisione nei passaggi, di cui andremo ad analizzare i dati grazie alla piattaforma WyScout.com.

WyScout El Neny

L’acquisto di Elneny nella finestra di gennaio, a dire il vero, è stato necessario in seguito all’infortunio – uno dei tanti – subito da Francis Coquelin: il francese è un vero e proprio beniamino dell’Emirates e aveva cominciato la stagione in maniera perfetta, prima di accasciarsi a terra rialzandosi soltanto a 2016 inoltrato. Basso, compatto ed infaticabile corridore, anche con gli arrivi egiziani e svizzeri il suo impiego non dovrebbe essere compromesso; sarà certamente complicato trovare spazio e continuità, ma se proverà a conquistarsi la fiducia di Wenger con la stessa grinta che lo ha reso un beniamino dei tifosi, beh a quel punto non sarebbe facile arginarlo.

Ci siamo completamente dimenticati di Jack Wilshere, abbastanza comprensibile e normale considerando come nelle ultime due stagioni il peperino di Stevenage abbia giocato soltanto 17 partite di Premier League su 76 disponibili. Il suo palmarès, rigorosamente con la maglia dell’Arsenal, assomiglia più ad un bollettino medico che ad una bacheca piena di trofei:

wilshere

All credits to transfermarkt.it

Su Mesut Özil e i suoi passaggi smarcanti non serve aggiungere nulla, rovinerebbe soltanto l’atmosfera, mentre Santi Cazorla merita un capitolo a parte: agile ma potente, veloce ma intelligente, spesso assente ma sempre decisivo.

Se due stagioni fa 7 reti in 37 partite – solo un’assenza durante tutta la stagione – lo avevano reso quasi unico oltre che indispensabile, l’anno scorso non è andata così bene, complici i quasi 4 mesi di assenza per infortunio. Mai però sottovalutare Paquirrin, formidabile a dileguarsi negli spazi e letale da fuori area.

 

ATTACCANTI – Crazy

Serge Gnabry e Andre Iwobi sono le promesse da realizzare, Joel Campbell e Alex Oxlade-Chamberlain quelle – ad oggi – non mantenute, ma i due esterni nel 4-2-3-1 saranno rispettivamente Alexis Sanchez e Theo Walcott: il primo è la stella di cui nessuno a Londra si vuole privare, il secondo ogni volta che entra cambia le partite.

Nello scorso campionato Sanchez ha giocato 2.445 minuti, Walcott “soltanto” 1.373: il cileno è insostituibile, il londinese tutto rapidità e traversoni si è rivelato l’uomo devastante a partita in corso. Sul lato destro viene spesso utilizzato Ramsey nel ruolo di regista avanzato, ma del resto si sa che Wenger fa della rotazione – complici anche i tanti infortuni – un’arma letale e vincente.

Se Danny Welbeck continua a fare i conti con un problema al ginocchio che lo ha tenuto fermo per mesi e continua a farlo, l’uomo della provvidenza si chiama Olivier Giroud: potenza, intelligenza e caparbietà che si verbalizzano con 16 reti in 38 partite, nessuna esclusa.

A dire il vero i suoi detrattori sono molti, fra cui spicca l’icona Spurs Garth Crooks: per lui il francese segna troppo poco, l’Arsenal non vincerà mai nulla finché la vecchia stella del Montpellier popolerà l’area di rigore.

 

Titolo o non titolo, a proposito di prime pagine non possiamo non parlare dell’uomo che ha stregato il Giappone finendo nel mirino proprio di Arséne Wenger, allenatore che nella terra del Sole nascente ha allenato e vinto con il  Nagoya Grampus Eight: si tratta del giovane Takuma Asano, tanto sconosciuto ai più quanto interessante e tutto da scoprire.

Nelle scorse settimane vi avevamo parlato di lui, lo avevamo fatto ponendo l’accento sui 5 trofei alzati – seppur in Giappone – a soli 21 anni.

L’ennesima incognita porta il nome di Yaya Sanogo, il cui talento è al momento incomprensibile e davvero nascosto: dal 2015 sono arrivati ben tre prestiti ma solo 4 reti, troppo poche. “Sarà il nuovo Adebayor” aveva azzardato qualche tifoso biancorosso, oggi il paragone sembra quasi definitivamente naufragato. Mai dire mai.

 

Bisogna ammettere che lo scorso anno l’Arsenal ha dimostrato più caparbietà del solito, restando aggrappata per mesi alla vetta e lasciando lo scettro soltanto di fronte al miracolo di Ranieri, ma fino a poche giornate dal termine i rivali del Tottenham avevano creduto sul serio di poter rovinare i preparativi ai tifosi avversari. Il St. Totteringham Day, infatti, è un’istituzione per i tifosi biancorossi; si tratta del giorno in cui matematicamente i Gunners sono sicuri di finire sopra i rivali del Tottenham e, di rimando, decidono di festeggiare. La data ormai è diventata una sorta di must, un avvenimento ricorrente per via della dozzina di campionati in cui il biancorosso sovrasta il biancoblu. A metà campionato sarebbe stato improbabile pensare ad una ripetizione di questa festa, si credeva che al termine della stagione 2016 sarebbe arrivato dopo anni di egemonia cittadina il momento di una minestrina per far andar giù meglio il campionato meravigliosamente strabiliante del Tottenham, spinto dall’uragano Harry Kane e fermato soltanto dal Leicester. Invece no, sono arrivati davanti ancora una volta: 71 punti a 70, un premio amaro ma sempre meglio di niente.

 

Gli Aerosmith cantavano “What could have been love”, se i Gunners avessero avuto un po’ di fortuna in più chissà cosa ci saremmo trovati a raccontare oggi. Probabilmente qualcosa di diverso, sicuramente però basterebbe una stagione altrettanto storica per far dimenticare 12 anni di buoni piazzamenti a luci soffuse. Perché l’Arsenal non si è arreso, è ancora lì aggrappato, nonostante tutto.

Aerosmith, Arsène Wenger, Arsenal, arte ed ambizione: magari sarà proprio nella Premier delle meraviglie, in cui nessuno si aspetta la loro rinascita, che i cannoni torneranno a fare terra bruciata su tutti i campi d’Inghilterra.

Quel quadro datato 2004, dipinto dal mago di Strasburgo, ha oggi un valore inestimabile. L’artista più silenzioso della Premier League, però, non riesce a ricrearne una copia simile all’originale, che ha lasciato a bocca aperta milioni di sportivi in tutto il mondo in un passato visto dai più giovani come molto, molto lontano. Chissà che questa volta, mentre gli occhi di tutto il paese sono puntati sui due saltimbanchi di Manchester o alla ricerca di altre favole a lieto fine come quella del Leicester, lo stanco e silenzioso Arsène non ci riesca per davvero.

Perché loro ci sono sempre, nel bene e nel male.

Dì “arrivederci” a un altro giorno

Aerosmith

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