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Everything’s Different Nothing’s Changed

[Immagine in copertina tratta da Internet]

Everything’s Different, Nothing’s Changed canta Armon Jay, in un brano che meglio di tanti altri potrebbe riassumere il weekend di calcio europeo.

Torna a dominare il madridismo, in Francia ed in Germania le giornate procedono veloci ma la storia non cambia, in Premier League il campionato si divide a metà fra coppa d’Inghilterra e sfide salvezza.

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Chelsea – Manchester United 1-0: notte difficile per gli attaccanti, a deciderla è Kanté

(Immagine di copertina tratta da internet)

Se ami il calcio d’Oltremanica, ieri mattina ti sei alzato sapendo che quella stessa sera, tatticamente tenuta libera da impegni. La giornata passa come deve passare, arriva la cena, mangi in fretta e poi subito a vedere Chelsea – Manchester United. Non una partita qualsiasi, è Chelsea – Manchester United! È Antonio Conte contro Josè Mourinho. E non è Premier League, ma FA Cup, quindi sai che nessuno si potrebbe mai accontentare di un pareggio, visto che in palio ci sono le semifinali di Wembley e, in fondo al percorso, un titolo (variabile da considerare sempre arrivati in queste fasi di un torneo).

Entrambe le squadre arrivano in forma, ma i Red Devils si trovano in emergenza offensiva: Ibrahimovic out per la squalifica (rimediata per la gomitata su Mings in campionato, ma valida per tutte le competizioni della Football Association), i record man (per motivi diversi) Wayne Rooney e Anthony Martial fuori per infortunio, anche il giovane James Wilson fermo. Così il solo Marcus Rashford è arruolabile per l’attacco, anche se recuperato in extremis.

Meglio i Blues, con Conte che può schierare i migliori della sua rosa permettendosi una panchina composta da Cesc Fabregas, John Terry e Michy Batshuayi.

I ritmi sono più o meno i soliti che si possono vedere in una partita in Inghilterra, con le squadre che si muovono per tutti i 90 minuti, con alcune fasi esaltanti.

Tra i protaognisti ci sono di sicuro i due allenatori, tra i migliori al mondo per storia ed esperienza: Mourinho torna a casa tra qualche fischio e qualche applauso, mostrando la calma e professionalità dei suoi ultimi tempi. Conte invece è solito, pirotecnico, Conte, idolo della sua tifoseria. I due si guardano poco, risentono ancora del piccolo botta e risposta riguardo le esultanze dell’ex tecnico di Juve e Italia. Solo una volta c’è un vero e proprio confronto, con il povero quarto uomo nell’occhio del ciclone.

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Difficile la partita per entrambi gli attaccanti: Diego Costa si batte come un leone, fa a sportellate con Smalling, Jones e Blind (non dei fuscelli) e trova quindi poche occasioni per rendersi davvero pericoloso, sciupando una grandissima occasione sul cross basso da destra di Willian a 15′ dalla fine. Rashford invece non sembra nemmeno più una punta centrale: l’arrivo di Ibrahimovic può, sì aiutarlo tantissimo per il futuro, con lo svedese che potrà insegnargli l’arte che ne ha contraddistinto la carriera, ma nell’immediato lo ha trasformato in un esterno d’attacco, abituato ai movimenti sbagliati se ti ritrovi davanti a due difensori che possono essere messi in difficoltà in velocità come David Luiz e Gary Cahill.

Diversissime le prestazioni delle due stelle. Eden Hazard è una meraviglia per gli occhi: ogni palla toccata è magia, specialmente quella al 15′, quando con un movimento fa fuori Smalling, porta avanti l’azione e prova a concludere da posizione defilata dopo aver affrontato anche Jones. Causa l’espulsione di Ander Herrera (un po’ severa, a dire il vero), fa i movimenti giusti per smarcarsi e per smarcare i compagni. Paul Pogba è stato invece imbrigliato nella manovra di Blues: mai davvero in mostra, di sicuro non una prova che giustifichi i 105 milioni spesi dai fratelli Glazer.

Ander Herrera è un attore non protagonista, ma nemmeno antagonista: dà tutto, come sempre, paga due ammonizioni generose dategli dall’arbitro Michael Oliver nel primo tempo. Fellaini entra al posto di Mkitharyan, entrambi davvero impalpabili (il georgiano fa spazio al belga dopo l’espulsione di Herrera), mentre Matic ha ormai vita facile a centrocampo da quando c’è Kanté, di cui parleremo in seguito.

Belli i duelli sugli esterni Alonso-Valencia e Moses-Darmian, con il solo nigeriano che riesce ad imporsi sull’ex Torino grazie ad un fisico imponente e l’aiuto di Willian. Pareggio ai punti invece quello tra l’ex Fiorentina e il colombiano.

Anche tra i reparti difensivi il risultato è un pareggio. Sono due difese diverse sia nei punti di forza, sia nei punti deboli, ma nessuna delle due si è davvero imbarcata.

Tra i portieri Courtois si vede una sola volta, in uscita su una classica azione in velocità di Rashford, De Gea invece è più impegnato, dimostrando dei riflessi spaventosi sulla conclusione ravvicinata di Cahill, ma mostra un po’ di ingenuità sul “saltino” nell’occasione del gol partita di N’Golo Kanté.

Già, proprio lui. Ritrova l’unica avversaria a cui ha segnato con la maglia dei londinesi e la giustizia nella sua consueta partita di quantità e qualità. Il francese ex Leicester ha il dono dell’ubiquità, sembra sempre fresco e fa sempre il movimento giusto sia in fase di possesso, sia in quella difensiva. Tanto è lo zampino di Ranieri, ma il lavoro di Conte lo sta trasformando in uno dei migliori centrocampisti del mondo.

Si chiudono così i quarti di finale di FA Cup, con l’appuntametno al 22 e 23 aprile per le due semifinali Chelsea – Tottenham e Arsenal – Manchester City.

Godiamocele tutte, meritano davvero.

Bad Boys

(Immagine di copertina tratta da internet)

Se c’è una caratteristica di alcuni giocatori che negli ultimi anni ha fatto innamorare sempre più tifosi, questa è di sicuro la grinta.

Che sia allo stadio, parlando con gli amici o anche solo tramite i social networks, la figura del giocatore “cattivo”, che dà tutto in campo, imponendosi sugli avversari anche in modo esuberante (e un po’ sopra le righe) è quella che viene ricordata con più entusiasmo.

Esuberanza che si può manifestare tramite una specie di insolenza, cattiveria agonistica, aggressività…

Ma perché vengono ricordati proprio loro? Questi calciatori, probabilmente, rappresentano una sorta di “io represso” in tutti noi. Come loro corrono in campo, tirano pedate a destra e a manca, recuperano palloni importantissimi, urlano incitando le curve, così noi vorremmo essere nella vita di tutti giorni verso le avversità che incontriamo. Come, del resto, i bambini si immedesimano nei grandi campioni imitandone movenze, conclusioni ed esultanze.

Ngolo Kante rappresenta la grinta e l’aggressività buona e genuina (foto – Evening Standard)

Dove sta la differenza? Nell’etica. Ciò che fanno questi Bad Boys, sul campo, non può essere accettato nel mondo fuori dal campo, e di sicuro questa grinta agonistica non può essere una scusante per le scorrettezze.

Il passo da un capitano e leader di una squadra ad un giocatore scorretto e odiato dai tifosi è breve, e ovviamente anche i più “sportivi” tra gli esuberanti rischiano di finire spesso sul taccuino dei  cattivi degli arbitri.

Così un giocatore fortissimo e carismatico come Ibrahimovic può cadere nella tentazione di rifilare una gomitata contro il difensore che lo marcava (foto in copertina) e prendersi una squalifica di tre giornate, accettate di buon grado dallo svedese. Per giunta, Tyrone Mings (il difensore) gli ha ricambiato il favore in partita, atterrando su di lui in modo non proprio corretto e prendendo 5 giornate di stop.

E come non pensare a Joey Barton, più volte condannato per condotta violenta fuori e dentro al campo, con 10 mesi carcere (non tutti scontati), centinaia di migliaia di sterline di multa e deferimenti vari da parte della Football Association.

13 maggio 2012: in Manchester City – QPR il “buon” Barton ne ebbe un po’ per tutti, subito dopo passò in prestito al Marsiglia (immagine tratta da internet)

Un cattivone “inglese” più recente è di sicuro Mario Balotelli, con i suoi messaggi, le sue frecciatine e le sue marachelle ai tempi del Manchester City, tanto da aver fatto coniare il termine “balotellate”.

Giocatori che, oltre alle varie qualità tecniche, piacciono più o meno a tutti. Ma occhio: a passare da un Ngolo Kante ad un Martin Taylor il passo è breve…

Il fallo di Martin Taylor su Eduardo Da Silva nel 2008. L’attaccante brasiliano, naturalizzato croato, è stato fermo un anno (immagine tratta da internet)

La teoria dei colori

[Immagine di copertina tratta da Internet]

La settimana di calcio europeo è stata all’insegna dei colori.

Dalle bolle di sapone londinesi fino al bianco splendente diffuso sul campo dal Real Madrid, che è tornato quello di una volta sbarazzandosi dell’Eibar, ottavo in classifica e grande rivelazione del campionato spagnolo.

A Madrid torna la luce, Messi telefona al Celta. Ancelotti sbanca Colonia, Conte non sbanda!

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Piacere, questa è la Premier

Immagine di copertina tratta da Internet (di Matthew Ashton)

Best, Zola, Vialli, Gerrard, Bergkamp, Henry, Drogba…potremmo continuare ancora per molto a elencare anche solo una piccola parte delle grandi leggende del passato che hanno calcato i palcoscenici della Premier League. Per molti è uno dei campionati più belli del mondo. Per tanti un campionato in lento declino, che ha già consegnato lo scettro del Ranking UEFA alla Liga. Fatto sta che è ancora uno dei campionati più seguiti al mondo e, soprattutto, una delle mete più ambite dai calciatori professionisti. Sarà per la storia di cui è intrisa ogni singola maglia. Sarà per il ritmo frenetico mostrato in ogni partita. Sarà per il tifo caloroso che risuona in ogni stadio.

La Premier League riesce a smuovere gli animi di ogni amante del pallone che si rispetti che, sì, è pronto a vedere una bagarre senza sosta tra le solite sei-sette squadre che ogni anno si sfidano per le posizioni più elevate, ma anche voglioso di sorprese più o meno eclatanti, dalla vittoria della sfavorita di turno in una trasferta senza speranza al trionfo in campionato della squadra più improbabile (ogni riferimento al Leicester City è puramente… voluto).

Il livello sui campi (e sulle panchine) della Premier League si è ulteriormente arricchito quest’anno, tra un Ibrahimovic e un Gundogan (per far due nomi), mescolando di nuovo le carte anche grazie ai nuovi arrivi tra le panchina (Conte, Guardiola, Mourinho) e le conferme dei migliori architetti (Klopp e Pochettino), dando vita, infine ad un campionato aperto, con sorprese sempre dietro l’angolo, sul lungo e sul breve periodo.

Ed è anche questo che inseguiremo: sorprese. Ma anche emozioni, tifo, storia, ragionamenti e un pizzico di follia (che male non fa) attraverso approfondimenti di ogni tipo.

Quindi prepariamoci, perché questo viaggio è appena iniziato.

Buona Premier a tutti!

Io non ho paura

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Don’t go away cantavano gli Oasis.

Difficile trovare le parole per raccontare la vita di Ryan Mason in maniera distaccata e da una corretta angolatura, giusta e doverosa nei confronti di un giocatore che ha lottato fino a pochi giorni fa tra vita e morte in un ospedale di Londra, colpito alla testa proprio nel momento più alto della sua carriera, a pochi passi dalla definitiva consacrazione.

A dire il vero non saranno d’accordo molti tifosi del Tottenham, squadra che lo ha fatto crescere garantendogli fiducia e minuti sul campo per due intere e brillanti stagioni, prima che una lauta offerta dell’Hull City facesse partire ‘capitan futuro’ verso una squadra decisamente meno prestigiosa ma convinta di poter garantire al centrocampista classe 1991 un posto al riparo dalla folta concorrenza che regna a White Hart Lane.

Scelta sicuramente discutibile quella di andare via, anche considerate le oltre 50 presenze da attore non protagonista con gli Spurs, fatto sta che Ryan Mason decise di unirsi alle Tigri dell’East Yorkshire per ricominciare da zero assumendosi rischi e responsabilità. Come quando scelse di trasferirsi al Lorient in prestito, squadra dalla casacca arancione come quella dell’Hull City ma decisamente meno convinta a credere nell’allora appena 21enne, che non scese in campo nemmeno una volta durante la sua avventura francese.

“Ci sono stati giorni in cui ho pensato di lasciare il mio passato alle spalle per ricominciare da zero, un fresco nuovo inizio” .Ryan Mason intervistato dal Daily Mail.

Giocatore arcigno sul campo, divertente e spigliato nella vita di tutti i giorni, chi ha avuto la fortuna di conoscere il centrocampista londinese non può  non averne apprezzato il modo di fare.

Una prova? La presentazione ai nuovi compagni dell’Hull City in ritiro. In piedi sulla sedia.

Harry Redknapp ci aveva visto lungo facendolo esordire a 17 anni; stregò i tifosi e rubò  il posto a Paulinho e Dembelé, prima che una lunga serie di infortuni lo tenesse fuori dal campo proprio sul più bello. Ben 4 negli ultimi 12 mesi con il Tottenham, per un totale di circa 21 partite saltate.

Innamorato del numero 8, motivo per cui è stato più volte paragonato a un’icona del calcio moderno quale Steven Gerrard, a pochi giorni dal terribile infortunio contro il Chelsearischia seriamente di non poter toccare un pallone per molti mesi, forse anni, come confermato dalla stessa dirigenza neroarancio.

Il sogno nel cassetto di Ryan è sempre un posto di rilievo nella nazionale inglese, gioia che ha potuto assaporare a spizzichi e bocconi senza mai trovare continuità nelle convocazioni. Gareth Southgate e la F.A. si sono uniti al coro quasi infinito in suo sostegno, sicuramente giusto e doveroso ma per nulla scontato.

mason

In un turbinio di pensieri e sensazioni contrastanti, fra chi spera di poterlo rivedere prestoin campo e chi ancora non crede alle immagini di Stamford Bridge, nel frattempo Mason sembra lentamente recuperare.

Non appena tutto sarà passato, il soldato Ryan potrà rileggere ed apprezzare – a patto che già non lo abbia fatto – tutti i messaggi che il mondo intero, quello che non lo ha mai dimenticato, gli ha tributato nelle ultime e travagliate ore di silenzio. Magari si accorgerà di avere ancora in mano un futuro grandioso, non senza macchie ed alcune anche dolorose, ritrovando quella forza che ha sempre mostrato sul prato verde.

Da una parte un braccio tatuato, segno di una vita travagliata, dall’altra una pelle candida simbolo più che mai di un talento cristallino.

Magari incontrerà ancora una volta Terry e Cahill (che sono subito accorsi in ospedale), magari per una sfida a biliardo, sport in cui oltre alla tecnica conta saper usare la testa. Un po’ come a centrocampo, un po’ come nella vita, quella che Ryan Mason merita di vivere fino in fondo. Da protagonista, in piedi sulla sedia, con un’ultima biglia da imbucare: quella nera, nera come il buio di cui non deve avere più paura.

Sarà quel che Zaha

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E quando avremo qualche anno di più 

Se a dirmi t’amo sarai ancora tu?

Tiziana Rivale – Sarà quel che sarà

La citazione musicale potrà non essere delle più appropriate, ma faremo del nostro meglio per garantire un filo conduttore se non sensato quantomeno pertinente.

Cosa c’entra Wilfried Zaha con le canzoni d’amore? Cosa con il futuro? E cosa con Tiziana Rivale? Va bene, con lei proprio nulla, mi arrendo.

Selhurst Park, tana ventosa del Crystal Palace ricca di mattoni rossi e di sciarpe blu, quasi unica al mondo per il baccano prodotto dai non pochi sostenitori delle Eagles. Ogni squadra ha un beniamino, se il Manchester City – e non solo – venera tutt’ora i fratelli Touré, se lo Stoke City aveva creato un coro appositamente per Marc Muniesa cosa vieta ai supporters del club di Croydon di sostenere in maniera pittoresca un giocatore simbolo? Esattamente nulla, motivo per cui Wilfried Zaha è venerato ogni domenica, sia che parta dalla panchina e sia che scenda in campo regolarmente.

IL CORO DELLO STOKE CITY 

Che la tifoseria del Crystal Palace sia una delle più calde d’Inghilterra non devo certamente essere io a rimarcarlo, fatto sta che negli anni sono stati tanti i cori divertenti costruiti con non poca genialità per acclamare un determinato giocatore: non in ultimo Yannick Bolasie, ma guai a parlare di lui oggi in terra rossoblù.

Queste erano le parole d’amore nei suoi confronti, lui però ha scelto l’Everton, motivo per il quale di “Ya-Ya-Yannick Bloasie” non sentirete più nemmeno l’eco in lontananza.

Nato e cresciuto proprio nelle giovanili del Palace, Wilfried Zaha aveva scelto di cedere alle lusinghe del Manchester United invece di provare a maturare in una ‘piccola’ londinese, ma la favola di Old Trafford durò ben poco. Due sole partite, forse troppi ricordi e di conseguenza un ritorno a casa tanto veloce quanto piacevole per i tifosi che ne avevano ammirato da vicino la crescita da quando era ‘alto così’.

Da quel giorno Zaha non è diventato il trascinatore indiscusso delle Eagles, sarebbe stato bello e forse anche giusto, ma questo non è accaduto: complice la sua classe ad intermittenza, non sempre ha trovato spazio negli schemi di Alan Pardew, manager da poco silurato per far posto al redivivo Sam Allardyce, che ora cerca un appiglio nello spogliatoio e forse, sotto sotto, spera di trovarlo proprio nell’ex starlet dello United.

Se avete 20 minuti di tempo e una buona conoscenza di un inglese parlato in maniera veloce e stressante questo può essere buono per descrivere la vita del talentuoso attaccante inglese nato ad Abidjan. Anzi, niente male.

Se anche voi nonostante i vari tentativi e le tante congetture mentali non siete ancora stati in grado di comprendere a fondo l’essenza che porta il nome di Wilfried Zaha, non preoccupatevi. Non fatelo perché non siete i soli, in molti non hanno trovato la soluzione per far esplodere definitivamente un talento dai colori luccicanti. Molti tranne forse proprio Alan Pardew, salutato così dal suo uomo della provvidenza.

Zaha

Sarà Big Sam colui il quale farà sbocciare Zaha? Finalizzerà invece per davvero un passaggio al Tottenham, squadra che in estate lo ha voluto senza però trovare le porte aperte? Riuscirà a tirare fuori dal cilindro altre reti come quella contro le tigri gialle dell’Hull City?

È la teoria dell’eterno rimpianto; alzi la mano chi non si è mai chiesto ‘ma lui…si, proprio lui, perché non ha ancora alzato una coppa’.

Scegliendo di tornare a casa ha forse chiuso dietro di sé le porte per il successo, ma dipende dai punti di vista. Per alcuni vincere è alzare un trofeo, per altri invece sentire intonare il loro nome con qualsiasi tempo e temperatura basta per sentirsi un vincitore e volare più in alto con la mente e le emozioni. Visto che si parla di Eagles, almeno questa volta il tema è azzeccato.

L’uomo che viaggiava nel vento

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‘Di solito, a nessuno vai bene così come sei’, canta Luca Carboni in una celebre canzone.

In Nigeria, con la presenza costante dei fondamentalisti islamici di Boko Haram, è davvero difficile vivere in pace se ti professi cristiano, soprattutto se – come i genitori di Victor Moses – fai proseliti nella tua città, ben consapevole del fatto che i terroristi ti daranno la caccia in lungo e in largo ma convinto forse che al mondo esista ancora un barlume di buonsenso.

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Nel Blues dipinto di Blues

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Come nella vita, così anche nel calcio, prima o poi arriva il momento della verità.

Non appena ti sfiora vieni sbattuto con le spalle al muro, in difficoltà, consapevole che da quella precisa situazione dovrai in qualche modo tirarti fuori se non vuoi prendere la valigia e tornartene a casa senza applausi.

Le possibilità sono due: puoi prendere la strada della fiducia, mantenendo sempre inalterata la tua linea di pensiero, oppure puoi andare in ‘all in’, puntare tutto su qualcosa di tanto rischioso quanto potenzialmente trionfante. Puoi anche decidere di percorrerle entrambe, ma devi avere un carisma direttamente proporzionale alla voglia di vincere.

Antonio Conte, il Chelsea, un inizio magico e un momento quasi drammatico, poi la rinascita ed ora la vetta in Premier League: la grande bellezza del calcio riassunta in 5 semplici partite, dalle tigri dell’Hull City alla distruzione dell’Everton.

Partiamo dalla Genesi, ovvero dal momento in cui, dopo un inizio più che promettente, Klopp prima e Wenger poi diedero una mazzata nella schiena a una squadra potenzialmente devastante ma ancora poco lucida. In Inghilterra, ad essere onesti, nessuno aveva mai inneggiato all’esonero prematuro di del nuovo tecnico italiano, ma qualche voce negativa è ovviamente arrivata fino ai verdi prati di Cobham, centro sportivo modesto ma allo stesso tempo immenso dove qualsiasi allenatore si sentirebbe nel Paradiso calcistico.

“Idea of football” e “work hard” sono i due concetti base della nuova filosofia ‘contiana’ che si è colorata di blu da quest’estate; seguendo da vicino la squadra londinese, bisogna ammetterlo, alle parole sono sempre seguiti i fatti. Allenamenti brevi ma di enorme intensità, ma soprattutto una volontà ben chiara di cambiare modulo e soluzioni difensive di una squadra che può contare su un attacco stratosferico ma, talvolta, concede qualcosa di troppo agli avversari.

Ecco che quindi arriviamo al turning point, quella scelta chiave che cambierà forse per sempre la stagione del Chelsea meno chiacchierato degli ultimi anni: il 3-4-3.

Chelsea (3-4-3) – Courtois; Azpilicueta, David Luiz, Cahill; Moses, Kante, Matic, Alonso; Pedro, Hazard, Diego Costa

Che Conte amasse la difesa a 3 non era un segreto, nemmeno che prima o poi lo volesse provare oltremanica, ma metterlo in atto proprio nel momento in cui sei messo in discussione? Non so in quanti ci avrebbero mai puntato anche solamente un pound. Facciamo un penny e siamo tutti contenti?

Invece la storia dice altro, racconta di come dal momento del cambiamento tattico siano arrivate 5 vittorie in campionato e soprattutto 5 ‘clean sheets’, concetto che l’allenatore leccese ha imparato prima ancora del significato della parola ‘lascia’.

Prima ha messo in riga i campioni uscenti, poi ha umiliato José Mourinho senza nemmeno dargli tempo di entrare in campo, mentre Southampton ed Everton stanno ancora aspettando di vedere un pallone. Scherzi a parte, con il nuovo sistema di gioco il Chelsea non vince, il Chelsea vola.

Chelsea

I paragoni con la Juventus si sprecano, vuoi la somiglianza fra Victor Moses ed Asamoah oppure quella di Cesar Azpilicueta con Lichtsteiner, fatto sta che la squadra di Conte ha imparato a vincere gli avversari con l’unica arma consentita in Premier League: il dominio.

“Ho deciso di non sostituire Diego Costa anche se eravamo 3 a 0 perché in questo campionato un calo di concentrazione può essere fatale” ha dichiarato al termine della vittoria contro il Leicester, beh una frase simile la dice lunga su come i giocatori ai suoi ordini non hanno tempo per prendere fiato, almeno per i 90′ di gioco settimanali. Chi lo accontenta gioca, gli altri possono accomodarsi in panchina. Ne sanno qualcosa Michy Batshuayi e Cesc Fabregas, per nulla svogliati ma non ancora entrati a pieno regime negli schemi del mister, che se non vede la giusta intensità ha preferisce aspettare, piuttosto facendo esordire giovani volenterosi come Nathaniel Chalobah ed Ola Aina, senza dimenticarsi ovviamente di quel Ruben Loftus-Cheek riadattato centravanti.

Diego è ancora un po’ restio, ma in fondo in fondo sono…quasi amici

 

Il Chelsea di Conte è onestamente imprendibile, ricorda a tratti – da un paio di partite – l’Italia degli Europei, tanto cinica quanto capace di soffrire e far giocare l’avversario.

In tutto questo Cesar Azpilicueta è il simbolo della rinascita blues: ordinato e preciso, silenzioso ma efficace, ha rubato il posto persino a John Terry, che si vede sostituito in larga parte anche dal carisma clamorosamente divertente di Geezer, alias David Luiz. Se Gary Cahill ha sulla coscienza un paio di reti, 2/3 delle palle recuperate sono merito dei frangiflutti laureati per eccellenza, ovvero la coppia Matic-Kante, unica vera differenza rispetto al centrocampo “tutto qualità” di cui poteva disporre in bianconero. A proposito di qualità, Hazard, Willian e Pedro garantiscono un ricambio di soluzioni da Oscar, che non ci siamo dimenticati di citare. Sulle fasce Moses ed Alonso hanno vinto i ballottaggi con tutti gli altri, forse perché garantiscono sgroppate veloci, triangolazioni o quadrilateri efficaci e coperture difensive allo stesso tempo, o forse solamente perché ricordano a Conte proprio Asamoah e Lichtsteiner. Chi lo sa, fatto sta che la squadra funziona, va alla grande anche perché può contare sul capocannoniere del campionato, quel Diego Costa che in estate voleva tornare all’Atletico Madrid ma che alla fine ha deciso di restare. Per il momento sembra che abbia fatto la scelta giusta.

“Felice di stare lassù”

La partita contro l’Everton è stata una passeggiata di salute, pazzesco se considerato il potenziale straordinario di cui gli avversari erano forniti. Non in ultimo proprio l’ex BluesRomelu Lukaku, sostituto designato dell’attaccante brasiliano naturalizzato spagnolo ma ‘rimasto’ a Goodison Park per una lunga e complicata serie di eventi.

Il Chelsea a tratti gioca già a memoria, ne sono una prova le continue triangolazioni perfette e ben oliate fra terzino, centrocampista ed esterno d’attacco: vedere per credere.

Sulla faccia di Roman Abramovich si è rivisto un sorriso, Eden Hazard ha ricominciato a darsi da fare e ad incantare, mentre nel frattempo il Chelsea tornava a vincere. Anzi, a stravincere.

Tutto merito del gioco di squadra, cavallo di battaglia di Antonio Conte, capace di far credere agli avversari che un difensore in meno sia un punto debole; si tratta invece di un’enorme asso nella manica, perché la sue squadre attaccano in 7 e si difendono in 5, proprio come il numero di vittorie consecutive in Premier senza subire una rete.

Un tecnico a volte burbero, molto settario e poco diplomatico è tornato a far sorridere un gruppo che da tropo tempo si era seduto sugli allori, lo ha fatto cominciando con un lungo processo di recupero fisico-mentale nei verdi prati austriaci di Velden mettendo in pratica le sue tabelle persino nelle ore dei pasti. Il risultato dopo pochi mesi di video-lezioni e ore di training sessions è un Chelsea oggi primo in classifica, forse solamente per una notte, ma siamo certi che a Londra questa ‘big revenge’ (citando Ranieri) se la siano goduta tutta. Forse perché un po’ meno scontata e melensa del solito?

Una squadra che gioca da squadra, rigorosamente quadrata e motivata. Una squadra che vince, pareggia o perde ma facendolo da squadra. Anzi, per non fare arrabbiare Conte, una squadra che vince e basta. Così è (se vi pare) il nuovo Chelsea.

Ho un brutto rapporto con la sconfitta; se perdo sto male per dei giorni, quindi cerco di trovare tutti i modi per evitarla

Antonio Conte

Esiste un aggettivo per descrivere questa foto?

 

Jamie don’t be hasty

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Preparate il rigoroso cream tea, fatelo possibilmente in sintonia con i rigorosi orari britannici, tenendo conto del fuso orario e dell’uomo di cui parleremo rubandovi qualche minuto: Jamie Vardy.

La colonna sonora per gustarvi al meglio questa serie di GIF animate varia a seconda del vostro stato d’animo:

  • se la giornata è stata particolarmente dolce, puntate su un semplice Banana Pancakes di Jack Johnson;
  • se avete faticato ma non volete farvi scappare un po’ di leggerezza, Lollipop e i Chordettes sono lì che vi aspettano;
  • se invece avete compreso fino in fondo il richiamo musicale presente nel titolo, beh allora i passi sono due:
  1. Paolo Nutini, Jenny don’t be hasty;
  2. la canzone si caricherà di grinta all’unisono con la discesa di Clyne, il resto lo fa lui. Lo fa Jamie Vardy.

“Che bellezza” direbbe probabilmente un noto commentatore sportivo, mentre tutti noi ci stiamo chiedendo “che fine ha fatto Jamie Vardy?”. O meglio, se in nazionale stenta a trovare spazio resta il principe indiscusso di Leicester, terra che ha conquistato a suon di reti, corse elettrizzanti e braccialetti ross…ehm, blu cobalto.

L’Inghilterra dell’interim coach Gareth Southgate non durerà molto, questo lo sanno quasi tutti – compreso Roberto Mancini -, fatto sta che timidamente qualcuno ha fatto capire di non credere più solamente, unicamente e incondizionatamente in lui. Nell’uomo che ha liberato per un secondo il calcio dall’ipocrisia, l’attaccante cattivo ma spassoso, l’ex operaio divenuto iperattivo e rimasto talvolta poco elegante tanto in campo quanto fuori, l’emblema del miracolo fiabesco firmato Sir Claudio Ranieri ed apprezzato senza distinzioni in tutto il mondo.

Inghilterra

Senza dubbio le 2 reti messe a segno finora dal bomber di Sheffield non vanno di pari passo con le 24 della scorsa e storica stagione, ma l’errore di Jamie Vardy potrebbe trovarsi proprio qui, sotto i suoi occhi: una stagione proprio da principe non impedisce di poter diventare re, autorità che viene però raggiunta solamente con calma, sangue freddo e nessuna pietà.

“Calma, sangue freddo e nessuna pietà”, dicevamo.

La squadra crede in lui, tutti sanno che l’arrivo di Islam Slimani ha portato e porterà una ventata d’aria fresca negli schemi ranieriani, ma Vardy non ha mai avuto a che fare con un compagno così abile e scafato in un 4-4-2.

Ulloa e Kramaric si sono dovuti abbassare allo strapotere dell’attaccante ancora oggi titolarissimo, mentre la convivenza in un 4-4-2 potrebbe essere difficile da sopportare per due attaccanti sostanzialmente abbastanza simili. Ranieri così ha scelto, Ranieri probabilmente avrà ragione, certo che chi ha comprato il signor Vardy al Fantacalcio d’oltremanica si starà ponendo qualche domanda. . I due attaccanti potrebbero e dovrebbero, a rigor di logica, segnare leggermente meno ma farlo entrambi, garantendo alle Foxes un numero di reti maggiore e ben distribuito fra la testa rasata dell’algerino e la cresta sbarazzina di Jamie.

Nessuna pressione addosso, nessuna pressione addosso, nessuna pressione addosso

Tanto per capire, se un preziosissimo Leonardo Ulloa lo scorso anno ha messo a segno 6 reti con la maglia del Leicester, oggi al King Power Stadium se ne aspettano almeno il doppio dalle due nuove frecce nella faretra di Robin Ranieri.

Ragionando sui dati ed analizzando le statistiche fornite da WyScout.com, con tutta probabilità Slimani reciterà la parte del finalizzatore, mentre Vardy insieme quelle di trascinatore, di uomo squadra e di tuttofare, del resto un po’ come nella sua vita precedente.

Leicester

Un po’ come per Higuaìn e Dybala, i due cannonieri rischiano di “cancellarsi” a vicenda, mettersi in ombra l’uno con l’altro senza neanche volerlo fino in fondo, per tre giornate segna uno mentre l’altro resta un passo indietro.

L’ultimo arrivato cerca meno il pallone ma segna di più, la vecchia conoscenza si muove solamente in funzione di quello e spesso sa anche come giocarlo ai compagni, ma riduce lo score realizzativo per via di una minore precisione sotto porta. Precisione, non grinta e cattiveria agonistica; in quello è quasi insuperabile.

La grandezza del Leicester e di Jamie Vardy sarà proprio quella di accogliere il nuovo arrivato, di farlo con la consapevolezza di avere tutto il tempo per prendersi altre rivincite personali, certo inoltre di essere già salito sul trono dorato della Premier League.

I libri di storia parleranno di lui, ora serve fare il gregario. Solo ogni tanto, solo se necessario, in ogni caso mi raccomando: Jamie, non essere frettoloso.