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Oltre il titolo – A chi la palma di capocannoniere della Premier League?

La Premier League sta finendo. A quattro giornate dal termine (in media, a qualche squadra ne mancano cinque, all’Arsenal sei) alcuni verdetti paiono quasi scontati: a meno di clamorosi ribaltoni, il Sunderland finirà in Championship, insieme al Middlesborugh e una tra Swansea e Hull City; Everton e Arsenal in Europa League, insieme a una tra le due squadre di Manchester o il Liverpool, tutte e tre ancora in corsa per la Champions League, e la sfida per il titolo è tra Chelsea (favoritissimo) e il Tottenham.

I premi come miglior giocatore dell’anno e come miglior giovane dell’anno sono già stati assegnati, a N’Golo Kanté e Dele Alli (secondo consecutivo per lui), anche la squadra dell’anno è già stata schierata, con grande presenza di giocatori proprio Blues e Spurs.

L’unica cosa in bilico, al momento, riguarda la corsa al titolo di capocannoniere del campionato, con quattro giocatori ancora in corsa, più qualche possibile out-sider che potrebbe dar loro del fil da torcere.

ROMELU LUKAKU – EVERTON – 24 RETI

Il belga è primo in classifica, con un buon vantaggio sugli altri detentori, e una buonissima media (0,73 reti a partita), segna una volta ogni 120 minuti di gioco e, ma è inutile dirlo, è un’autentica forza della natura. Paga un po’ la discontinuità e l’anarchia tattica: quando non ha il pallone, difficilmente riesce a fare il movimento determinante per farsi trovare pronto a battere a rete (può essere un esempio lo scarso numero di reti di testa, 5), bensì preferisce aspettare la palla a metà campo, in fase di non possesso, riceverla facendo a sportellate con il difensore di turno, partire come una furia e scaraventare il pallone a rete con il sinistro (o il destro), o anche provare la giocata sul portiere e saltarlo. Il numero 10 dell’Everton è arrivato così in alto senza tirare alcun rigore (solo un gol su punizione, contro il Crystal Palace), ed ha il vantaggio di giocare in una squadra che fa pieno affidamento su di lui (più di un terzo delle marcature dei Toffees sono sue), difficile quindi che il primo posto gli possa essere tolto.

HARRY KANE – TOTTENHAM – 20 RETI

Il migliore sia in termini di media gol (0,80), sia per minutaggio (un gol ogni 105 minuti), l’Uragano è il rifinitore della meravigliosa orchestra guidata da Pochettino. Un solo gol di testa, due su rigore, ma tatticamente è determinante per la squadra: si abbassa quando deve far salire la squadra, riesce a servire palloni utili alla causa degli Spurs e fa i movimenti che deve fare un attaccante, facendosi trovare pronto per gli assist di Eriksen, Alli o chi per loro. Paga l’infortunio subito il mese scorso, quando era ancora al comando della classifica marcatori. Sa anche battere i calci di punizione (ha preso diversi legni, a dire il vero), e può riuscire a raggiungere e superare Lukaku, con 5 giornate ancora da giocare (ci sono anche gli incroci con Arsenal e Manchester United) e il supporto di tutta la squadra.

ALEXIS SANCHEZ – ARSENAL – 19 RETI

Tra tutti, il cileno è il meno attaccante (è un’ala), ma per qualche mese ha giocato proprio come punta centrale per ovviare al momento di scarsa forma di Olivier Giroud. La fiducia di Wenger è stata ripagata con diversi gol, anche di bella fattura. Ma, appunto, non essendo una punta di ruolo è spesso stato costretto a partire da fuori area, non reggendo il duello fisico con la maggior parte dei difensori avversari. Così molti suoi gol sono di ottima fattura, con entrambi i piedi, su rigore, qualcuno di testa (e uno con la mano). Tra i top scorer è quello con più assist all’attivo, 10, e con il ritorno di Giroud è tornato a fare l’ala, continuando a garantire le sue solite giocate di grande classe. Non è il favorito alla vittoria del titolo, visto il ruolo, ma può giocarsi le sue carte per restare sul podio.

DIEGO COSTA – CHELSEA – 19 RETI

Lo spagnolo è tornato grande grazie anche alla cura Conte, che gli ha adattato la squadra attorno rendendolo il marcatore implacabile di un tempo. Non batte rigori, non batte punizioni, tra i detentori è il più “centravanti”, bisognoso dei palloni serviti dai compagni ma anche capace di tirar fuori dal cilindro giocate eccezionali. Esuberante sia fisicamente sia caratterialmente, con cinque giornate da giocare potrebbe, anche incentivato dalla corsa al titolo dei Blues, accelerare la sua vena realizzativa e raggiungere i suoi più giovani colleghi. Ad ora l’unico dubbio è il suo futuro: dopo una presunta lite con Conte si è parlato tantissimo di un passaggio in Cina, ma le voci sembrano essersi placate. Buon segno o silenzio tattico?

SERGIO AGUERO – MANCHESTER CITY – 17 RETI

Attaccante tuttofare, l’argentino del Manchester City è un po’ indietro rispetto ai suoi standard, a causa sia del nuovo gioco del Manchester City, che alterna i ritmi altissimi tipici della Premier alle trame infinite di passaggi tipici delle squadre di Guardiola, sia della momentanea esplosione di Gabriel Jesus, unita ai rapporti non semplicissimi con l’ex allenatore di Barcellona e Bayern Monaco. L’infortunio del brasiliano lo ha riportato stabilmente al suo posto, una coesistenza tra i due può esserci. Ma pare impossibile una rimonta del genere.

ZLATAN IBRAHIMOVIC – MANCHESTER UNITED – 17 RETI

Come è accaduto anche altrove, lo svedese ha catalizzato il gioco dei Red Devils sulle sue spalle, divenendo leader offensivo (quasi dittatore) della squadra. Tutto guadagnato, finché gioca bene. Questo perché quando ha reso al di sotto delle aspettative la squadra ne ha risentito, faticando e aggrappandosi a giocate singole quasi inaspettate. Prova dell’Ibracentrismo dello United di Mourinho è il fatto che il secondo marcatore stagionale della squadra è Juan Mata, 6 reti, il terzo Rashford con 5 e seguono Martial e Pogba con 4. Il suo infortunio in Europa League contro l’Anderlecht ha messo fine alla sua stagione, e forse alla sua esperienza a Old Trafford, quindi non potrà risalire la classifica.

GLI OUTSIDERS

Mancano nomi più o meno altisonanti tra i top scorers annuali, ma difficilmente uno di loro potrà imporsi. Segue a quota 16 reti Dele Alli, 15 reti Eden Hazard (record personale), a 14 il trio di punte Defoe-Benteke-Joshua King. Tra gli abituali marcatori hanno deluso anche Llorente (Swansea, 12 gol), Jamie Vardy, l’anno scorso autore di 24 reti, quest’anno fermo a 11, Carroll (7) e Sturridge (2).

Co la giusta fiducia, Benteke ha ritrovato serenità e gol con la maglia del Crystal Palace (foto: Mirror)

IN FUTURO

Senza considerare il mercato, con possibili arrivi da e per l’estero, n futuro i favoriti saranno di sicuro Lukaku e Kane, vista la qualità e l’età. Se la giocheranno di sicuro con i “vecchi” (si fa per dire) Aguero e Diego Costa, ma occhio a Rashford, Iheanacho e Gabriel Jesus, giovanissimi e in rampa di lancio. Da tenere d’occhio anche Origi e Gabbiadini, che con la giusta fiducia potrebbero andare ben oltre la doppia cifra.

Ottimo l’impatto di Manolo Gabbiadini al Southampton finora, con 6 reti in 7 partite

Vincere la Premier League

Conferenza stampa in quel di Cobham. Antonio Conte non nomina la Juventus ma tutti parlano di una sua frase sulla squadra di Corso Galileo Ferraris, titolo che ha fatto inferocire molti tifosi bianconeri.

“Vincere la Premier League sarebbe un grande successo, probabilmente il più grande perché vincere questo campionato è complicatissimo”, tradotto per alcuni quotidiani sportivi nazionali: “Vincere la Premier sarebbe meglio dei tre scudetti con la Juventus”.

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Grandi Speranze

[Immagine in copertina tratta da Internet]

Christian Eriksen accarezza il pallone. Lo sa fare e lo ha fatto anche ieri sera, regalando ai tifosi del Tottenham un’altra settimana di grandi speranze.

Al danese è bastato un gioiello contro il Crystal Palace, squadra che ha costretto gli Spurs a soffrire sia all’andata sia al ritorno: 1-0 con rete di Wanyama a White Hart Lane, stesso risultato a Selhurst Park. In entrambe le giornate sono arrivate reti sul filo di lana, a pochi minuti da un fischio finale che avrebbe consegnato il segno X ad entrambe le compagini.

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L’eredità

Quando, alla fine della scorsa stagione, arrivò ai tifosi del Manchester United la notizia della separazione tra Red Devils e il tecnico Louis Van Gaal, molto probabilmente la grande maggioranza dei supporters tirò un sospiro di sollievo: poche soddisfazioni a Old Trafford (a dire il vero già dall’avvento di Moyes al posto di Sir Alex Ferguson), un gioco mai bello da vedere e poco decisivo per vincere un titolo in Premier League. Quinto posto in classifica, dietro agli odiati cugini del City che però vanno in Champions League, e la miglior difesa del campionato, con 35 reti subite. A dire il vero il titolo arriva, in FA Cup, in finale contro il Crystal Palace, ma è troppo poco per la società, che decide di sostituire l’olandese con José Mourinho.

Il nome, specialmente sotto la voce “liberi”, era troppo ghiotto per lasciarselo scappare, così gli viene data la gestione del club (con libertà di muovere il mercato) e tanti saluti a Van Gaal.

Tra le varie polemiche e delusioni, però, il povero Louis ha lasciato in eredità qualcosa di molto importante a José & Co.

25 febbraio 2016, il Manchester United, ai sedicesimi di finale di Europa League, affronta il ritorno della gara contro il Mitjylland, con l’andata finita 2-0 per gli avversari. Lo United è in piena emergenza in attacco, così Van Gaal decide di affidarsi ad un ragazzino, alla prima presenza in assoluto nel calcio dei grandi. Il ragazzino è Marcus Rashford, che realizza una doppietta contro i danesi e aiuta i suoi nel 5-1 finale.

Sembra una cosa di poco conto, due gol di un ragazzino debuttante contro una squadra di sicuro non rinomata per le sue qualità.

L’emergenza continua, e tre giorni dopo, il 28 febbraio, il ragazzino viene fatto debuttare anche in Premier League, stavolta contro l’Arsenal. 3-2 il risultato finale, con doppietta, tra 29° e 32° minuto,  e un assist proprio del giovane Marcus.

Non ci sono più dubbi, abbiamo di fronte una stella, che si saprà ripetere anche nel derby contro il Manchester City (gol decisivo dell’1-0) e che saprà far innamorare tutti gli appassionati.

Arriva Mourinho, dunque, e con lui anche Zlatan Ibrahimovic. Si prospetta una stagione difficile per il giovinotto, che però dimostra di sapersi adattare ad esterno sinistro togliendo il posto ad Anthoy Martial.

Rashfrod rappresenta l’eredità di quell’allenatore odiato fin dalle prime sconfitte, che appena ha visto lo spogliatoio scagliarsi contro di lui ha deciso di affidarsi ai più giovani (tanti i ragazzi della primavera lanciati da Van Gaal, tra cui anche Fosu-Mensah, promettentissimo ma non ancora esploso) e adesso, con Mourinho in panchina e Ibra in mezzo all’attacco, sta cercando di assimilare più possibile per il futuro.

La presenza di Ibrahimovic, però, rappresenta un ostacolo per lui. Lo svedese è un catalizzatore, con lui in campo la squadra ne diventa quasi dipendente, e se lo svedese non gira bene in campo spesso la squadra ne risente. Con lui in campo, inoltre, Rashford, punta centrale di ruolo, è costretto a giocare largo e, quindi, più lontano dalla porta. Nessun problema, per carità: l’inglese ha dimostrato di cavarsela benissimo nel nuovo ruolo grazie ad una velocità fulminante e una buonissima tecnica, ma è chiaro che in mezzo all’attacco riesca a dare il meglio di sé.

Ne è un esempio la prestazione contro il Chelsea di Conte, pochi giorni fa, con Ibrahimovic lasciato a riposo in vista del ritorno contro l’Anderlecht. Il giovane classe ’97 ha tenuto in scacco la difesa dei Blues, facendo impazzire il povero David Luiz e segnando la prima rete dell’incontro.

Tralasciando il controllo dubbio di Ander Herrera e l’errore in copertura del brasiliano, la posizione di partenza (sul filo del fuorigioco) è da attaccante esperto, lo scatto per seminare il difensore è da atleta, la visione della porta, con un rapido sguardo, da bomber vero.

Ieri abbiamo visto le due facce di Rashford: Ibrahimovic in campo, Marcus parte dalla sinistra e sfrutta la velocità e le sponde dello svedese per rendersi più volte pericoloso, ma è quando Zlatan esce che l’inglesino entra nel vivo del gioco e trova la rete del 2-1 ai supplementari, regalando la semifinale di Europa League ai suoi.

Adesso arriverà il bello per lui: nel corso dei supplementari, Ibra ha subito quello che potrebbe rivelarsi un brutto infortunio, atterrando male con il ginocchio, probabilmente con rottura del crociato.

La palla passerà dunque a lui, essendo l’unico vero attaccante in rosa, per portare i Red Devils in Champions League magari a discapito dei soliti rivali del Manchester City (4 punti di distacco, con il derby che si giocherà giovedì sera) e, chissà, vincere l’Europa League contro Lione, Celta Vigo e Ajax.

Ora tocca a lui raccoglierne l’eredità.

L’insostenibile leggerezza dell’Everton

[Immagine in copertina tratta da Internet]

Liverpool, patria di artisti, mercanti e viaggiatori. Goodison Park, Anfield Road, le statue di Bill Shankly e Dixie Dean davanti alle porte d’ingresso. Giusto per ricordarsi che qui niente è un gioco, che qui si confondono i santi con gli eroi.

IL MOMENTO D’ORO – Everton, Koeman, Lukaku, 57 punti in classifica.

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E vissero tutti…

Ammettiamolo, visto l’ultimo periodo ci aspettavamo tutti che sarebbe arrivato questo momento, ma in cuor nostro speravamo che questo momento, appunto, non sarebbe mai arrivato.

Ieri sera, al King Power Stadium, verso le 21:10 (ora italiana) è finita, stavolta per davvero, la favola Leicester. 26° minuto, Saul Niguez raccoglie l’assist di Filipe Luis e supera Schmeichel, davanti ai tifosi delle Foxes che credevano nella rimonta. Credevano di ribaltare quel misero 1-0, siglato Griezmann su rigore, del Vicent Calderon. A nulla è servito, al 61° minuto, il gol del pareggio di Jamie Vardy, e a nulla sarebbe servito un altro gol (i campioni d’Inghilterra avrebbero dovuto vincere con almeno due gol di scarto).

Fine della favola, quindi. Fine di una favola iniziata nell’agosto del 2015 e sviluppatasi nel corso del tempo, in nove bellissimi mesi, con un bravissimo narratore quale è Claudio Ranieri e i magnifici protagonisti che rispondono al nome di Jamie Vardy, Riyad Mahrez, N’Golo Kanté e tutti gli altri.

Questo perché il Leicester City dell’anno scorso aveva, sì, tre giocatori fondamentali su cui basava il suo gioco (i tre sopracitati, appunto) ma la sua vera forza era il gruppo. E, quindi, quando a “toppare” erano loro tre ci pensava qualcun altro a metterci le pezze (che sia Okazaki, Drinkwater, Morgan, Huth, Ulloa…).

A titolo vinto è arrivato l’appagamento. Giocatori e società si sono sentiti sazi, si sono sentiti troppo sicuri di sé, e si sono lasciati andare, rendendosi protagonisti quindi di una stagione da dimenticare. La peggior stagione di una squadra campione d’Inghilterra.

A marzo arriva così l’esonero di Claudio Ranieri, che lascia la squadra in piena lotta per la lotta salvezza nelle mani di William… ehm… Craig Shakespeare con la speranza che, dato il nome, la tragedia si trasformi in salvezza. Ed in effetti la squadra si rialza e si avvia verso una salvezza tranquilla (adesso i punti di vantaggio sullo Swansea, terzultimo, sono 9 con una gara in meno).

L’errore più grande, e qui parlo di una mia personalissima opinione, lo ha fatto la società in estate, sacrificando N’Golo Kanté per il Dio Quattrino (ma bisogna anche vedere quanto può aver pesato la decisione del francese). Il classe 1991, non mi stancherò mai di dirlo, è un giocatore unico, che riesce a sistemare da solo la linea mediana. Hazard, qualche mese fa, disse che giocando insieme a lui pare di “giocare con tutti e tre i gemelli Kanté in campo” (e non ha gemelli, sia ben chiaro). Oppure gira la battuta “La Terra è ricoperta dal 70% d’acqua e dal 30% di Kanté”.

Questo per dire: N’Golo fa un lavoro eccezionale per la squadra in cui milita, correndo e sbattendosi per 90 minuti, 38 giornate all’anno (più coppe).

Tornando alla fine della favola: ieri, quindi, si è consumato l’ultimo atto, tra le lacrime dei tifosi e degli appassionati che speravano in un altro miracolo sportivo. Quando sarà possibile un’altra Favola Leicester? Difficile dirlo: in Premier le solite 6 hanno ripreso saldamente il potere (si è aggiunto anche l’Everton, settimo, che ha 13 punti di vantaggio sul West Brom ottavo), in Italia e Germania sarà difficilissimo scalzare Juventus e Bayern Monaco prima di 5-6 anni. In Spagna è un duetto Barcellona-Real Madrid infastidito dall’Atletico. Forse in Francia le cose sono più aperte, con il Monaco e il Nizza che stanno riuscendo a rendere la Ligue 1 un po’ meno monopolizzata dal PSG.

Resta il fatto di aver avuto la fortuna di assistere alla favola calcistica più bella degli ultimi anni, in cui una squadra di (non me ne voglia nessuno) gregari che si è imposta nel calcio che conta, nel campionato più ricco, antico e tradizionale d’Europa.

Ricorderemo tutti quel #GoFoxes, portandocelo stretto nel cuore.

Lingard e la (non) arte dell’esultanza

(Immagine di copertina trovata su internet)

Ad ogni azione corrisponde una reazione. E se l’azione è un gol,  o magari anche un gran gol, la reazione può essere un’esultanza, magari anche una di quelle che possiamo definire smodata, esagerata, ma comunque in proporzione alla rete segnata pochi istanti prima.

Detto questo, pensiamo a cosa è successo domenica pomeriggio al Riverside Stadium di Middlesbrough. Middlesbrough-Manchester United, il risultato è di 1-0 per gli ospiti. Poco dopo l’ora di gioco Jesse Lingard prende palla, corre come un matto, calcia da fuori area e la piazza lì, sotto il sette. Un gol bello, bellissimo, di un giocatore che ha questi numeri nel sangue.

A questo punto nella mente del giocatore ci sono molteplici opzioni riguardo l’esultanza, che per molti rappresenta l’essenza del calcio: a volte il giocatore non esulta, vuoi per carattere (Balotelli) o per forma di rispetto verso la squadra avversaria. Qualcuno va ad abbracciare i compagni, specialmente l’assist man se c’è davvero un assist.

La strana e complessa stretta di mano tra Pogba e Lingard di solito finisce con la “dab” (immagine tratta dal Guardian)

Ma questo non è un gol di squadra, questo è un grandissimo gol preparato e confezionato da un solo uomo. Jesse Lingard, appunto. Quando ci sono gol di questo tipo di solito i giocatori esultano in modo smodato, mimando un “Non ci credo” o un “Mamma mia che gol” o addirittura “Sì, sono stato io, questo gol è tutto mio” con le braccia larghe, quasi a chiamare a sé tutti gli applausi del caso. Oppure potrebbe andare tra la folla, ad abbracciare i tifosi sugli spalti in un vero bagno di folla.

No, Jesse Lingard non fa così. Tira, segna, e corre verso bordo campo  prima con una mano sull’orecchio e la lingua di fuori (come nella foto di copertina), poi chiude la bocca e allarga le braccia. Sembra voglia prendersi l’abbraccio della folla. No, va verso la telecamera e comincia… Mima un suonatore di flauto, nel frattempo fa uno strano balletto…

L’esultanza scuote un po’ l’animo di chi guarda la partita. Il gesto tecnico rimane, così come la discussa esultanza, definita strana e anche un po’ bruttina.

Solo dopo arriva la spiegazione del numero dei Red Devils: è uscito da poco un nuovo album di uno dei suoi rapper preferiti, Drake, e in uno dei pezzi c’è questa specie di balletto. La decisione di riproporlo in campo viene proprio dalla promessa fatta ai compagni di squadra “Se segno ballo come lui“.

Certo, Mata e Young potevano porre fine a questo scempio (immagine tratta da Internet)

Certo, da uno come il classe 1992 aspettarcelo: tra linguacce, corna, dab e le strane mosse con Pogba, “l’Uomo di Wembley” ci ha abituati a strane cerimonie sia per le sue prodezze, sia per quelle dei compagni.

Resta da capire quanto durerà questo balletto, e quale sarà la prossima esultanza del giocatore.

Alla prossima, Jesse!

L’esultanza di Lingard in Comunity Shield contro il Leicester City (Immagine tratta da Internet)

Everything’s Different Nothing’s Changed

[Immagine in copertina tratta da Internet]

Everything’s Different, Nothing’s Changed canta Armon Jay, in un brano che meglio di tanti altri potrebbe riassumere il weekend di calcio europeo.

Torna a dominare il madridismo, in Francia ed in Germania le giornate procedono veloci ma la storia non cambia, in Premier League il campionato si divide a metà fra coppa d’Inghilterra e sfide salvezza.

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Chelsea – Manchester United 1-0: notte difficile per gli attaccanti, a deciderla è Kanté

(Immagine di copertina tratta da internet)

Se ami il calcio d’Oltremanica, ieri mattina ti sei alzato sapendo che quella stessa sera, tatticamente tenuta libera da impegni. La giornata passa come deve passare, arriva la cena, mangi in fretta e poi subito a vedere Chelsea – Manchester United. Non una partita qualsiasi, è Chelsea – Manchester United! È Antonio Conte contro Josè Mourinho. E non è Premier League, ma FA Cup, quindi sai che nessuno si potrebbe mai accontentare di un pareggio, visto che in palio ci sono le semifinali di Wembley e, in fondo al percorso, un titolo (variabile da considerare sempre arrivati in queste fasi di un torneo).

Entrambe le squadre arrivano in forma, ma i Red Devils si trovano in emergenza offensiva: Ibrahimovic out per la squalifica (rimediata per la gomitata su Mings in campionato, ma valida per tutte le competizioni della Football Association), i record man (per motivi diversi) Wayne Rooney e Anthony Martial fuori per infortunio, anche il giovane James Wilson fermo. Così il solo Marcus Rashford è arruolabile per l’attacco, anche se recuperato in extremis.

Meglio i Blues, con Conte che può schierare i migliori della sua rosa permettendosi una panchina composta da Cesc Fabregas, John Terry e Michy Batshuayi.

I ritmi sono più o meno i soliti che si possono vedere in una partita in Inghilterra, con le squadre che si muovono per tutti i 90 minuti, con alcune fasi esaltanti.

Tra i protaognisti ci sono di sicuro i due allenatori, tra i migliori al mondo per storia ed esperienza: Mourinho torna a casa tra qualche fischio e qualche applauso, mostrando la calma e professionalità dei suoi ultimi tempi. Conte invece è solito, pirotecnico, Conte, idolo della sua tifoseria. I due si guardano poco, risentono ancora del piccolo botta e risposta riguardo le esultanze dell’ex tecnico di Juve e Italia. Solo una volta c’è un vero e proprio confronto, con il povero quarto uomo nell’occhio del ciclone.

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Difficile la partita per entrambi gli attaccanti: Diego Costa si batte come un leone, fa a sportellate con Smalling, Jones e Blind (non dei fuscelli) e trova quindi poche occasioni per rendersi davvero pericoloso, sciupando una grandissima occasione sul cross basso da destra di Willian a 15′ dalla fine. Rashford invece non sembra nemmeno più una punta centrale: l’arrivo di Ibrahimovic può, sì aiutarlo tantissimo per il futuro, con lo svedese che potrà insegnargli l’arte che ne ha contraddistinto la carriera, ma nell’immediato lo ha trasformato in un esterno d’attacco, abituato ai movimenti sbagliati se ti ritrovi davanti a due difensori che possono essere messi in difficoltà in velocità come David Luiz e Gary Cahill.

Diversissime le prestazioni delle due stelle. Eden Hazard è una meraviglia per gli occhi: ogni palla toccata è magia, specialmente quella al 15′, quando con un movimento fa fuori Smalling, porta avanti l’azione e prova a concludere da posizione defilata dopo aver affrontato anche Jones. Causa l’espulsione di Ander Herrera (un po’ severa, a dire il vero), fa i movimenti giusti per smarcarsi e per smarcare i compagni. Paul Pogba è stato invece imbrigliato nella manovra di Blues: mai davvero in mostra, di sicuro non una prova che giustifichi i 105 milioni spesi dai fratelli Glazer.

Ander Herrera è un attore non protagonista, ma nemmeno antagonista: dà tutto, come sempre, paga due ammonizioni generose dategli dall’arbitro Michael Oliver nel primo tempo. Fellaini entra al posto di Mkitharyan, entrambi davvero impalpabili (il georgiano fa spazio al belga dopo l’espulsione di Herrera), mentre Matic ha ormai vita facile a centrocampo da quando c’è Kanté, di cui parleremo in seguito.

Belli i duelli sugli esterni Alonso-Valencia e Moses-Darmian, con il solo nigeriano che riesce ad imporsi sull’ex Torino grazie ad un fisico imponente e l’aiuto di Willian. Pareggio ai punti invece quello tra l’ex Fiorentina e il colombiano.

Anche tra i reparti difensivi il risultato è un pareggio. Sono due difese diverse sia nei punti di forza, sia nei punti deboli, ma nessuna delle due si è davvero imbarcata.

Tra i portieri Courtois si vede una sola volta, in uscita su una classica azione in velocità di Rashford, De Gea invece è più impegnato, dimostrando dei riflessi spaventosi sulla conclusione ravvicinata di Cahill, ma mostra un po’ di ingenuità sul “saltino” nell’occasione del gol partita di N’Golo Kanté.

Già, proprio lui. Ritrova l’unica avversaria a cui ha segnato con la maglia dei londinesi e la giustizia nella sua consueta partita di quantità e qualità. Il francese ex Leicester ha il dono dell’ubiquità, sembra sempre fresco e fa sempre il movimento giusto sia in fase di possesso, sia in quella difensiva. Tanto è lo zampino di Ranieri, ma il lavoro di Conte lo sta trasformando in uno dei migliori centrocampisti del mondo.

Si chiudono così i quarti di finale di FA Cup, con l’appuntametno al 22 e 23 aprile per le due semifinali Chelsea – Tottenham e Arsenal – Manchester City.

Godiamocele tutte, meritano davvero.