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Essere Kroos

“Non parla tanto, ma ogni suo lancio è una parola chiara e decisa in un concerto di ombre”

Anonimo

Va bene, la citazione ce la siamo inventata noi.

Siamo stati costretti a farlo perché, ahinoi, Toni Kroos è un giocatore di poche – pochissime – parole. Per fortuna in campo è un professore di grammatica e letteratura, ama dialogare con i compagni e mettersi al centro di ogni iniziativa collettiva, alle parole di fronte ai microfoni preferisce i tocchi leggeri e morbidi, piuttosto che spiccicare una sillaba ci regala una delle classiche sventagliate, alle sterili polemiche di mercato preferisce far nascere discorsi giganteschi in mezzo al campo. Lui è la proposizione principale, gli altri le subordinate.

Toni fa anche da solo.

Toni fa anche da solo.

KROOS ERA

Nel 2006, mentre noi italiani godevamo per il trionfo mondiale gloriandoci della genialità di Andrea Pirlo, il Bayern Monaco acquistava colui che ha sempre avuto il pittore di Brescia nella testa e nei poster in cameretta oltre che nei piedi: Toni Kroos arrivava in Baviera, ci arrivava camminando e senza spiccicare una parola. Tutto normale.

Riesce a dire “voglio giocare” soltanto dopo un anno, quindi l’esordio arriva soltanto nel 2007, anno in cui impara anche cosa significhi giocare in Coppa Uefa.

Tutta la carriera di Kroos è un lento ma costante crescendo, dimostrato dal fatto che il 6 novembre 2008 arriva anche l’esordio in Champions League a soli 18 anni contro la Fiorentina. Prossimo passo? La gloria eterna?

Un lato negativo il nostro architetto del centrocampo a dire il vero lo ha, si tratta del feeling con la porta: fenomenale a mandarci i compagni, è tanto timido con le persone quanto con le palle da tirare nello specchio. L’occasione deve arrivare, arriverà e la prenderà al volo.

Non proprio al volo, forse anche meglio.

Da questo momento in poi non ne salta più una: 27 presenze, una quantità indefinibile di passaggi e lanci lunghi, riesce persino a far sorridere van Gaal.

Arrivano due campionati e un brutto strappo al polpaccio, parentesi nera che ricorda a Toni di essere in fondo un essere umano come noi; il 25 Maggio 2013 alza la coppa con le orecchie di fronte ai rivali del Borussia e qualche giorno più tardi chiuderà la stagione con uno storico triplete.

Con l’avvento di  Pep Guardiola alza poi una Supercoppa UEFA, una Coppa del Mondo per club, una Coppa di Germania e già che c’è anche un altro Meisterschale: tutto sotto passa fra le mani di Kroos, tutto passa dai suoi scarpini.

Classica espressione da “Tanto non rinnovo”

 

C’è però un problema. Il ragazzino di Greifswald, città affacciata sul Mar Baltico, non parla con la società. Non lo fa perché è abituato a non esporsi se non quando viene interpellato dai diretti interessati, ma se questi si chiamano Bayern e hanno appena alzato più trofei che gomiti nelle tipiche birrerie tedesche è difficile che vengano a prostrarsi ai tuoi piedi. Anche perché in quegli anni al suo fianco ci sono giocatori del calibro di Xabi Alonso, Javi Martinez, Bastian Schweinsteiger ed il neo acquistato Thiago Alcantara, non proprio quattro frasi incidentali in analisi del periodo.

“Tutti vogliamo che resti ma dipende solo da lui”

Pep Guardiola

A proposito di periodo, quello storico, viene ufficializzato dal Real Madrid il 17 Luglio 2014 e lo stesso giorno put the pen to paper su un contratto faraonico e di sei anni. Ai campioni tedeschi in cambio 25.000.000 di Euro, consideratelo un prezzo di favore.

“Dai che ne riesco a fare più di Danilo” 

 

KROOS È

 

Il resto è storia recente, i numeri sono più chiari della sua carnagione, non fatevi ingannare dal suo modo di correre perché finirete per non cogliere l’essenza del centrocampista più moderno e luminoso del presente.

Il mondo di Toni è una macchina quasi perfetta, sbaglia uno stop ogni morte di Pepe – scusate, ma giocando nel Real Madrid entrambi era quantomeno doveroso – e riesce a dettare praticamente da solo i ritmi di un centrocampo che deve sostenere uno degli attacchi più forti della storia.

Modric è aiutato dall’agilità oltre che da una classe sopraffina ma fisicamente è un’incognita perenne, Casemiro è utilissimo a coprire gli spazi ed a sprazzi regala anche lampi di genio, ma la continuità e la stabilità di Kroos lo rendono unico ed indispensabile.

Gif kroos

Non so se ho reso l’idea

 

Pensavate che Don Andrès Iniesta fosse insuperabile? Sul fatto che sia meravigliosamente elegante e difficilmente imitabile siamo tutti d’accordo, ma il biondino con la cresta ha offerto numeri superiori a quelli dello spagnolo praticamente in ogni fondamentale:

  • 121.4 azioni a partita contro le 115.6 di Iniesta;
  • 71.4 passaggi (di cui il 97% riusciti) a partita contro 63.9 (di cui “solo” il 95% sono andati a buon fine);
  • 7.6 lanci lunghi contro 6.9 a partita, ancora una volta con una maggiore possibilità – seppur minima e quasi stucchevole – di esito positivo.

Diciamo che se il romanticismo e la nostalgia ci portano forse a dire Andrès, la macchina perfetta e più aggiornata per passaggi e cross, nel 2016, si chiama appunto – scusate, dovevamo almeno una volta – Toni Kroos.

Kroos iniesta

Davvero non vi fidavate? All credits to WyScout.com

KROOS SARÀ

Più di così è difficile andare avanti, andare oltre. Andare oltre non è davvero possibile, visto che si sta parlando di un giocatore contemporaneamente campione d’Europa con il club e del mondo con la Nazionale tedesca. Toni Kroos potrebbe però andare altrove, magari fra qualche anno e con una valigia piena di ricordi e altri trofei, magari per approdare in Italia o in Inghilterra, provando ad adattarsi al gioco minuziosamente tatticista della Serie A o alla ruvidità mista a velocità tipiche della Premier League.

Qualora riuscisse, tanto da noi quanto oltremanica, a dominare il centrocampo come sempre, senza far affidamento sul fisico possente che onestamente non ha mai avuto, allora si tratterebbe davvero di un fenomeno en plein air. Come se già non lo fosse.

Tanti passaggi, tutti perfetti, poche parole e soltanto fatti.

Così è (se vi pare) Toni Kroos.

Scritto e disponibile su Numerosette.eu
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Better Call Saul

“Ti conviene chiamare Saul. Parliamo spagnolo!” (Saul Goodman, Breaking Bad)

Eccome se si parla spagnolo. Il castellano di Madrid e dintorni rimane la lingua più diffusa, nonché quella ufficiale, della nazione iberica. Ma questo non importa, perché come Saúl Niguez invece se ne trovano davvero pochi. Un po’ come quelle persone anziane che quando parlano dei giovani di oggi si lasciano andare a un laconico: “Eh, ma quelli di una volta non ci sono più…”.

José Antonio Niguel, noto come Borja, gli ha trasmesso il gene del calcio. Il piccolo Saúl viene ingaggiato nelle giovanili del Real Madrid – sì, avete letto bene – all’età di dieci anni. Anche nel Paradiso del calcio, tuttavia, c’è qualcuno che si diverte a commettere peccati e mettere in seria difficoltà i novizi appena sbarcati nella grande accademia blanca. Cosa che accade al povero ragazzo di Elche, che infatti rimarrà turbato dall’esperienza con i Merengues.

Proprio quei Merengues che decisero di puntare su quel bambino filiforme, salvo poi scaricarlo per quello stesso fisico – a detta loro – troppo poco sviluppato per poter competere con i Pepe e i Sergio Ramos di turno. Bravino Saúl, ma facilmente sacrificabile. Perché alla cantera madridista sono convinti che di prospetti come lui, in quanto a rapporto talento di base-struttura fisica, le giovanili trabocchino.

“In campo andava tutto alla grande, ma fuori avevo molti problemi. Spesso mi hanno rubato scarpini e cibo, sono stato anche accusato e punito per delle cose che in realtà non avevo mai commesso.”

“Non avevi pensato a questa evenienza?” Così avrebbe apostrofato l’avvocato Saul Goodman in uno dei suoi spot televisivi a metà fra parodia e marketing spinto al parossismo.

Midfield in trouble? Fellaini? (epic win)

Tre anni nelle giovanili dei Blancos gli sono bastati, perché mister Pepe Fernández gli parla con insistenza di materassai e finisce che se lo porta sulle rive del Manzanarre. Qui arriva Quique; non si tratta di un gioco di parole ma dell’allenatore dell’Atlético Madrid, Sánchez Flores, che, dopo averlo visto all’opera con i giovani, decide di gettarlo nella mischia al fianco del Kun Agüero e di Diego Forlán.

La prima con la maglia dei Colchoneros arriva l’8 Marzo 2012, un diciassettenne Saúl entra al posto del canterano Koke e debutta contro il Besiktas diventando il giocatore più giovane a vestire il biancorosso in una gara ufficiale. La famiglia Niguez c’è e filma tutto, mamma e papà orgogliosi del figliol prodigio, lanciato dal padre ma arrivato fin laggiù con le proprie, esili gambe.

A fine stagione arriva però il momento decisivo: promozione definitiva in prima squadra o un giro di gavetta nei bassifondi della Spagna? Vada per la seconda: il giovane talento si accasa al Rayo Vallecano e tutti accontentati, per quella che appare come una necessaria tappa intermedia di formazione in una carriera che ha tutte le credenziali per spiccare il volo.

Saul con la maglia del Rayo Vallecano

Felice anche il ragazzo, che così potrà pure raccontare di aver girato tutte e tre le squadre di Madrid per provarle davvero di tutti i colori. Anche a costo di perdersi nelle sabbie mobili del fondo classifica, stabilmente occupato dalla squadra di Vallecas: “Avere la coscienza pulita ha il suo prezzo”, citando l’omonimo Saul, l’avvocato Goodman.

“Le gusta el Atlético y se siente atlético.”

Nel 2014 torna a Madrid, o meglio si sposta di qualche chilometro per giocare finalmente al Vicente Calderón: ormai le partitelle con Agüero e Forlán sono solo lontani ricordi, perché Diego Simeone lo vuole reclutare nel suo gruppo di spartiati e Saúl, non ancora ventenne, si fa trovare subito pronto.

La prima stagione è più che soddisfacente perché, anche se l’Atlético deve difendere lo storico titolo alzato nella precedente annata ma non riesce nell’impresa piegandosi sul finale al Barcellona delle meraviglie, per Saúl Niguez arrivano 35 presenze e 4 reti, di cui una memorabile.

È di scena il derby di Madrid in un Vicente Calderón bollente. Dopo 10 minuti di gioco l’indispensabile Koke si fa male e l’Atlético è costretto ad effettuare un cambio: entra Saúl,proprio come all’esordio.

La BBC commenta così

Persino i cronisti della BBC, in uno slancio di british humourscherzano sull’ingresso in campo del giovane Saúl, tirando in ballo l’omonimo avvocato intrallazzone di Breaking Bad.

Dopo un minuto passa in vantaggio la squadra di Simeone, grazie al provvidenziale Tiago. Due minuti dopo, azione strepitosa di Siqueira che, appena ricevuto uno scarico parte dritto sulla fascia sinistra, si avvicina alla linea di fondo e crossa in mezzo: nel posto giusto al momento giusto c’è il giovane rinnegato dal Madrid, che si gira, si coordina e gela con una rovesciata perfetta la sua ex squadra e Carlo Ancelotti.

All’asettico bianco del Real si contrappone il fuoco agonistico dell’Atlético, letteralmente esploso per una rete tanto decisiva quanto meravigliosa; chissà cosa avranno pensato in quel momento gli allenatori delle giovanili dei Blancos, forse saranno corsi a nascondersi in bagno per dileguarsi dalla tribuna? Tant’è. Risultato finale: Atlético 4 – Real Madrid 0,tripudio rojiblanco. Alla faccia della chiamata d’emergenza.

Il resto è cronaca: quest’anno per Niguez sono raddoppiate sia le presenze che le reti. In campo è un giocatore estremamente duttile, elegante e soprattutto fenomenale nel gioco di prima. Un geometra con personalità da vendere, che apre il campo scambiando palla a terra con i compagni di reparto e con un Griezmann onnipresente e tuttofare. Bravino anche di testa e sorprendente nel leggere in ogni dettaglio il maniacale gioco di posizione e pressing richiesto dal Cholo. Che infatti non ci rinuncia più, arrivando a schierarlo addirittura in quattro posizioni differenti: regista, interno, ala sinistra e destra.

Ma nell’ultima notte di Champions di scena al Calderón è andato oltre: ha deciso di trasformarsi nel Messi che freddò Neuer nella semifinale dell’anno scorso per mettere i bastoni fra le ruote, ancora una volta, ai bavaresi di Pep Guardiola. Più che un gol, ricorda da vicino uno slalom speciale degno delle piste del Sestrière per agilità, rapidità nel brevee movenze fluide e precise come fossero incanalate su di un percorso pre-stabilito. Insomma, un giocatore ricco di soluzioni e multi-tasking: proprio come l’altro Saul.

“L’Atlético è una società con valori forti, un modo di vivere la vita: umiltà, lavoro duro, sacrificio, unità e la forza della squadra.” (S. Niguez)

Diego Pablo Simeone ha una freccia in più nella faretra dei materassai madrileni: un metronomo mingherlino, un velocista sfrontato, un giocatore da calcio totale. Uno che si è rivelato decisivo per l’accesso in finale di Champions, in attesa dellennesimo, infuocato derby di Madrid. E se aveste qualche problema nella vita, un po’ di disordine in camera o un’agenda da riordinare, provate a chiamare Saúl: probabilmente vi risolverebbe anche quelli.

Perché “il modo di aprire una serratura si trova sempre”. Come quello per spaccare in due una difesa.

Scritto e disponibile su zonacesarini.net
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