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Non è un calcio per poveri

Che le spese nel mondo del calcio stiano raggiungendo cifre altissime non è un mistero: milioni di euro spesi tra costi dei cartellini, stipendi, commissioni per gli agenti, tasse… Ed ecco che, per voler rendere una squadra realmente competitiva ad altissimi livelli, ci vogliono spese sempre più ingenti, che tagliano fuori le realtà più modeste. Non è un caso, quindi, che sempre più società calcistiche stiano finendo nelle mani di sceicchi, magnati e imprenditori che sappiano innestare le squadre grazie a grandi quantità di liquidi.

Al momento, con 105 milioni di euro spesi più eventuali bonus, quello di Paul Pogba al Manchester United è il trasferimento più costoso della storia del calcio (foto: Daily Mirror)

E se hanno fatto clamore, ma non troppo, le cifre spese per campioni affermati come Cristiano Ronaldo o Gareth Bale, per cui il Real Madrid ha speso complessivamente quasi 200 milioni di euro, ecco che la cosa sembra andare fuori controllo quando si è parlato di Shaw, Martial o Renato Sanches. Ancora teenager al momento del loro passaggio alle attuali squadre di appartenenza, hanno mosso in tre quasi 150 milioni di euro, a cui potranno aggiungersi altre decine di milioni di bonus. A differenza dei due Blancos, qui si tratta di giovani, potenziali promesse, con tutta una carriera davanti e tutto da dimostrare. Tanti, troppi soldi.

Pochi giorni fa è stato registrato un nuovo capitolo in questa folle corsa al giovane di turno: il Real Madrid ha ufficializzato l’acquisto del 16enne brasiliano Vinicius Junior dal Flamengo. E fin qui tutto bene. Ciò che lascia esterrefatti è la somma spesa: 45 milioni di euro.

Più di Sanchez all’Arsenal, Mkhitaryan al Manchester United, Aguero al Manchester City, Dybala alla Juventus…

Considerato dai media locali il nuovo Neymar, Vinicius è un’ala sinistra che gioca con il piede destro, proprio come il numero 11 blaugrana. Si è fatto conoscere durante il Sudamericano Under 17, giocato in Cile tra febbraio e marzo, e vinto proprio dal Brasile, con il giocatore, con indosso la maglia numero 11, che ha chiuso il torneo come capocannoniere con 7 reti all’attivo. Fa del dribbling il suo punto forte, cercano spesso e volentieri la giocata spettacolare, cadendo anche in qualche leziosismo. Resterà con i rossoneri almeno fino a luglio del 2018 (compirà 18 anni il 12 luglio 2018), ma il presidente del Flamengo vorrebbe trattenerlo almeno fino al gennaio successivo.

Acquistare non è facile. Il Real Madrid ha comprato un giocatore di 16 anni per 46 milioni di euro. Potete immaginare quanto sia difficile operare, sarà un calciomercato durissimo. Forse resteranno molti giocatori, forse no. Vedremo. [Pep Guardiola parlando della prossima finestra di mercato]

Che sia o meno un futuro fenomeno, resta il fatto che la cifra sia spropositata. In tanti si sono espressi, tra allenatori, giornalisti o semplici tifosi, ma la sostanza è sempre la stessa: 45 milioni di euro per un 16enne, con la faccia da bambino e l’apparecchio per i denti, sono una follia.

Quel che è certo è che in casa Real stanno facendo tutti gli scongiuri del caso. Se in futuro il ragazzo dovesse rivelarsi il campione che dicono sarà un giocatore preso prematuramente ad una grossa cifra, quasi un capolavoro per i tempi della trattativa. Se, però, non riuscirà a mantenere le aspettative riposte in lui, sarà definito uno dei più grandi flop del mondo del calcio.

Ne va anche dell’immagine del Real…

Ruggero Rogasi

Twitter @RuggeroRogasi

Orgogliosi di essere i cugini sfigati

Ieri sera, in Spagna e più precisamente a Madrid, si è giocato uno dei derby più sentiti del calcio europeo. Atletico Madrid-Real Madrid. Simeone-Zidane. Griezmann-Cristiano Ronaldo.
Ma era un derby speciale, questo. L’ultimo derby giocato al Vicente Calderòn! A partire dalla prossima stagione, le gare casalinghe dei Colchoneros si giocheranno al Wanda Metropolitano.

Il Wanda Metropolitano potrà ospitare fino a 66.000 persone e sarà coperto in caso di pioggia (Immagine trovata su internet)

Ma non è l’argomento di questo articolo. Come nemmeno lo è il risultato di ieri. Prima del fischio d’inizio, sugli spalti, è spuntata una grande coreografia, tenuta dai tifosi rojiblancos.
“Orgullosos de no ser como vosotros”. “Orgogliosi di non essere come voi”.


Così a freddo, può sembrare una cosa dettata dalla rivalità che divide la Madrid “Real” dalla Madrid “Atletico”. Cosa piuttosto normale: il tifo organizzato, quello serio, (ma, sia ben chiaro, non violento) trova sempre coreografie e striscioni spettacolari, da applausi. Per loro è un grande evento. E organizzare coreografie del genere non è sempre facile.
Pensandoci un po’ di più, poi, si potrebbe trovare però un significato più nascosto.
“Orgogliosi di non essere come voi”.
È quel “come voi” che mi ha fatto pensare a questo pezzo.
“Voi” è il Real Madrid. E il Real Madrid è una delle squadre più forti e vincenti della storia, con 81 titoli in bacheca, giocatori fortissimi come Benzema e CR7, con un passato segnato da Raùl, Ronaldo, Zidane, Beckham…
Quell'”Orgogliosi di non essere come voi” può essere tradotto, quindi, in “Orgogliosi di essere come noi”. L’Atletico Madrid è una squadra con molte meno soddisfazioni e molti meno titoli in bacheca (28), meno potente dal punto di vista mediatico e anche nel valore assoluto della rosa, senza nulla togliere a Griezmann, Carrasco e Godìn.
Con quel messaggio, quindi, i tifosi dei Colchoneros si sono definiti “Orgogliosi di essere i cugini sfigati”. Ed è questa la parte bella del tifo: lasciar da parte la voce “Titoli”, tifare la propria squadra perché è bello farlo, nel bene e nel male, sfruttare ogni momento per dirsi “Io sono tifoso della squadra, e la sostengo sempre”.
“Orgullosos de no ser como vosotros”. Orgogliosi di non essere i cugini vincenti, ma quelli sfigati.
Non è detto che nella testa degli organizzatori sia passato quello che ho scritto io. Magari il messaggio era un altro, molto più blando. Ma a me piace pensarla così.

Ruggero Rogasi
Twitter @RuggeroRogasi

Ma sono mille papaveri, Rossi

[Immagine in copertina tratta da Internet]

‘Le tue parole sono sassi’ canta un noto compositore italiano. Il riferimento calza a pennello con il messaggio stoico (classicisticamente parlando) di Giuseppe Rossi, uscito dall’ospedale ma appena entrato a gamba tesa dentro l’ennesima sfida che nasce quando ti rompi un legamento crociato. Se poi si tratta del ginocchio ‘buono’, sembra davvero che la sorte ti stia prendendo in giro.

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Gioventù bruciata?

(Immagine di copertina: collage dell’autore con foto trovate su internet)

Una delle cose più intriganti del calcio moderno sono i giovani promettenti. Ogni anno si apre una specie di gara a trovare i giovani più forti, maturi, che potrebbero diventare i campioni del futuro. Con tanto, poi, di “Io ve lo dico: Bale diventerà un giocatore fortissimo, da Real Madrid” (sì, sono io nel 2008 dopo aver giocato con il Tottenham a FIFA, mica dopo averlo visto dal vivo).

Una delle cose più emozionanti erano le liste di Don Balon, con nomi e nomi di giovani più o meno conosciuti che, probabilmente, avrebbero raggiunto grandi livelli una volta maturati. Qualche nome veniva azzeccato, qualche nome assolutamente no. Ma si sa, dando centinaia di nomi ogni volta il crack lo becchi di sicuro.

Da qualche anno a questa parte faccio “il giochino” di osservare i primi giocatori che salgono alla ribalta per anno di nascita (da classe 1993 non vi dico lo sconforto quando, nel 2010, debuttò nella Fiorentina Babacar, primo classe 1993 che avevo sentito visto il mio tifo viola), e per la classe 1998 non posso che citare quelli che, nel 2014, erano sulla bocca di tutti: parlo ovviamente di Martin Ödegaard e Hachim Mastour.

I due trequartisti hanno storie molto simili, con una fine (momentanea) molto simile.

Nel 2014, appunto, dalla Norvegia arrivavano le voci di un ragazzo fenomeno, in forza allo Strømgodset, seguito un po’ da tutti. Gli occhi della Premier League, del Bayern Monaco, del Barcellona e del Real Madrid erano su di lui. Tutti aspettavano che compisse 16 anni, a metà dicembre, per farlo firmare e accaparrarsi quello che di sicuro sarebbe diventato il Messi scandinavo. Mesi di tensione, quindi, con il ragazzo che sfogliava la margherita di offerte e benefit che avrebbe ricevuto firmando per una squadra o per un’altra. A gennaio 2015 arriva la tanto attesa con il Real Madrid, che paga al club norvegese quasi 5 milioni di euro e offre uno stipendio di circa 2 milioni di euro netti al ragazzo, che si accasa alla squadra giovanile.

Ed ecco arriva il primo problema: immaginate l’ultimo arrivato nella cantera madridista, appena sedicenne, che guadagna molto in più di tutti gli altri ragazzi in rosa. Il suo arrivo non è ben visto da qualche compagno di squadra. Arriva anche il debutto in Liga, il 23 maggio del 2015 contro il Getafe, subentrando a Cristiano Ronaldo a mezzora dalla fine.

“Il fenomeno di oggi cede il posto al fenomeno del domani” [cit. più o meno tutti] (Immagine trovata su internet)
Nel frattempo, per non essere da meno, qui in Italia, più precisamente a Milano, stavamo impazzendo per Hachim Mastour: stesso ruolo, stesso anno di nascita, settore giovanile del Milan. Giravano sul web numerosissimi filmati delle sue giocate pazzesche, con difensori saltati come birilli. Nato a Reggio Emilia, con chiarissime origini marocchine, aveva già debuttato con l’Italia Under 16. Il ruolo di numero 10 rossonero e azzurro sembrava in cassaforte per almeno una quindicina d’anni. Per mesi viene osannato dai tifosi, in massa viene chiesto alla società di farlo debuttare in campionato (mai arrivato in Serie A). Tanto è l’entusiasmo che le sue gesta arrivano in Marocco, e il ct Zaki Badou lo chiama e lo fa esordire nella partita contro la Libia. Un minuto. Un solo minuto quello giocato con la maglia dei Leoni dell’Atlante. Tanto basta per bloccarlo definitivamente come marocchino.

Era la stagione 2014-2015, e il mondo del calcio sembrava aver trovato i campioni del futuro.

La stagione successiva mostrò, invece, quello che sembra essere il loro reale valore. Martin rimane a giocare nel Castilla, pur allenandosi spesso con la prima squadra ma senza convincere né Benitez né Zidane (che già lo seguiva con i giovani), con Perez suo unico sponsor, probabilmente con la speranza di mostrare a tutti di non aver preso un enorme abbaglio comprandolo e stipendiandolo a peso d’oro. 62 presenze totali con i giovani dei Blancos, con appena 5 reti segnate, pochissimo se consideriamo le aspettative.

Mastour invece lascia Milano, in prestito, per andare a giocare in Spagna, al Malaga, e trovare la consacrazione nel calcio dei grandi. L’accordo era per un prestito biennale, ma il rapporto viene interrotto a metà vista l’unica presenza con il club, per soli 5 minuti.

I due, da predestinati, diventano casi. Nell’estate del 2016, addirittura, il patron dei Blancos Florentino Perez impone a Zidane di portarsi il norvegese nel ritiro estivo in Canada, ma una volta cominciati i giochi non scenderà in campo.

Zidane e Ödegaard ai tempi del Castilla (Foto: Fox Sports)

Nel frattempo Mastour torna a Milano, ma solo per riprendere i bagagli e volare in Olanda, al PEC Zwolle. L’intenzione è quella di testarlo in un campionato meno impegnativo ma che punti molto sui giovani, in modo da farlo crescere o anche solo vedere di che pasta sia realmente fatto il giocatore. Tantissime le persone alla sua presentazione, con i tifosi che lo idolatrano come un grande campione pronto a dar tutto per la maglia.

“Prendi in braccio mio figlio, così quando crescerà potrò fargli vedere la foto in cui ha posato con il futuro Pallone d’Oro” (Immagine trovata su internet)

Speranza mal riposte. 5 presenze in Eredivisie, una sola da titolare, per un totale di 150 minuti in campo. Non una giocata decisiva né una rete. Una presenza in Coppa, sempre da subentrato e 7 presenze (stavolta da titolare) con il settore giovanile dei bianco-blu, con una rete (su rigore) e un assist all’attivo.

Ödegaard lo raggiunge a gennaio in Olanda, con il Real che lo manda in prestito (gli accordi sono fino all’estate del 2018) all’Heerenven, con tanto di penale che gli olandesi dovranno pagare ai Blancos nel caso il norvegese non riuscisse a trovare spazio. Grazie a questa clausola riesce a trovare il campo ben 11 volte tra campionato e coppa, ma l’idea è che il tecnico Streppel potrebbe benissimo farne a meno visto lo scarso apporto che riesce a dare nella manovra della squadra (solo due assist in 586 minuti giocati).

Cosa è successo a questi due ragazzi? Di sicuro c’è stata troppa fretta. Le grandissime aspettative dei norvegesi su Ödegaard, con tanto di soprannomi pesanti (uno su tutti “Messi di ghiaccio”) hanno probabilmente messo grandissime pressioni sul ragazzo, che a 16 anni appena compiuti ha fatto un passo troppo lungo rispetto a quello che potrebbe fare un giocatore con bona tecnica, ma con una mentalità ancora tutta da formare (e provate anche a dare 2 milioni di euro all’anno ad un sedicenne…). Al momento delle firme, Ancelotti definì l’operazione come una semplice mossa di marketing per rafforzare il brand dei Galacticos anche in Scandinavia, e visto il poco spazio trovato in Liga è facile pensare che finora nessuno degli allenatori che lo hanno osservato lo abbiano reputato pronto per un campionato top.

Le voci su Ödegaard hanno così condizionato l’ambiente attorno a Mastour, con la società rossonera che ha pompato mediaticamente il ragazzo a tal punto da fargli bruciare le tappe e, quindi, fargli saltare il processo di maturazione che avrebbe potuto, questo sì, trasformarlo forse non in un fenomeno, ma almeno in un calciatore degno di calcare i campi della Serie A.

Questa, ovviamente, non è una bocciatura per nessuno dei due. Entrambi i ragazzi hanno talento da vendere e con i giusti stimoli potranno far decollare le loro carriere come meglio possono.

Il primo passo che però dovrebbero fare, tutti e due, è indietro, ridimensionando il futuro che avevano progettato e ripartendo con aspettative minori, che potranno solo esser migliorate.

A nemmeno 19 anni, di tempo ne hanno eccome.

 

L’eroe senza mantello

[Immagine di copertina trovata su Internet]

Immaginiamo una qualsiasi partita di calcio. Immaginiamo una qualsiasi azione offensiva di un attaccante. Immaginiamo la percussione. Uno, due difensori saltati. A questo punto l’attaccante entra in area, un difensore interviene in modo scomposto e…

RIGORE!

I difensori vanno attorno all’arbitro, chiedendo spiegazioni e protestando un po’. L’attaccante a terra, invece, si alza aiutato dai compagni e esulta con loro, seppur con un po’ di contegno.

Perché? Perché il rigore è la massima punizione che si può dare in una partita di calcio, perché di solito un rigore equivale ad un gol.

Di solito. Questo perché la porta è grande, molto grande. 7,32×2,44 metri, fanno ben 17,86 metri quadrati di porta. Enorme per un portiere alto 1,85-1,90 metri.

C’è però un portiere davanti al quale è difficile pensare di esultare prima di aver tirato il calcio di rigore: Diego Alves.

Brasiliano, classe 1985, con una carriera di cui si può dir tutto, tranne che sia stata esaltante da un punto di vista del palmarés: solo un Campionato Mineiro (risalente proprio a quando giocava per la squadra brasiliana), un terzo posto al Mondiale Under20 nel 2005 e il bronzo olimpico alle Olimpiadi di Pechino del 2008.

Diego Alves para un rigore a Cristiano Ronaldo (foto trovata su internet)

Gioca due anni proprio nell’Atletico Mineiro, poi emigra in Europa, nella Liga, per difendere i pali dell’Almerìa, e infine arriva al Valencia, dove gioca tuttora.

Ed è in Spagna che comincia la sua vera storia. Perché se da un punto di vista di gol subiti per partita lo score non è che sia tutto questo granché (420 reti in 307 partite, 1,37 a partita), quello che fa impressione è lo score che detiene proprio quando difende la sua squadra da un calcio di rigore!

Ieri, contro il Deportivo, il brasiliano si è visto fischiare contro il 50° rigore contro da quando è in Spagna. Sul dischetto si è presentato Fajr, e Diego… ha parato il suo 24° rigore da quando è in Spagna!

Le sue statistiche sono impressionanti: su 50 rigori che ha dovuto affrontare, il 31enne ne ha parati ben 24 (48%), uno se l’è visto tirare fuori, uno sulla traversa e davanti ai restanti 24 non ha potuto far nulla.

E tra le sue vittime ci sono personaggi illustri come Messi, Cristiano Ronaldo, Griezmann, Mandzukic, Diego Cpsta, Rakitic, Bacca… non gli ultimi arrivati!

A guardar lui sembra facile: appena fischiato il fallo da rigore si dirige verso il dischetto per disturbare il tiratore designato, stuzzicandolo in qualche modo per innervosirlo, poi torna tra i pali e lo guarda negli occhi fino a quando il penalty non viene tirato. Lì si compie la magia: si butta all’ultimo, a volte fa un passo in avanti (che da regolamento non si potrebbe fare) e di distende verso il palo battezzato dallo sguardo del tiratore, spesso quello giusto.

A Valencia lo amano, lo vedono come un eroe che ha salvato i colori il Taronges ben 14 volte da quando ne difende i pali.

In Nazionale, invece, Alves ha giocato solo 9 volte. Nell’ultima edizione della Copa America era il dodicesimo del giallorosso Alisson (foto: Mundo Deportivo)

Diego Alves vola tra i pali, pur non avendo il mantello.

Fuori dal coro – Quanto vale il record di Neymar?

(Immagine di copertina tratta da Internet)

Da qualche giorno, con la rete segnata in Nazionale contro l’Uruguay, il brasiliano Neymar sta venendo etichettato come uomo record. Il fenomeno del Barcellona, infatti, ha segnato il gol numero 304 in carriera all’età di 25 anni, record storico nei migliori pari età di tutti i tempi.

Il numero di gol dei migliori calciatori del mondo a 25 anni, con Neymar che supera Messi di 9 reti (statistiche trovate su internet)

 

Come detto, il numero 11 blaugrana sta venendo definito come un recordman, con i suoi 25 anni compiuti lo scorso 5 febbraio e numeri pazzeschi sia come realizzazioni (304, appunto) sia come presenze in campo (501). Se però andiamo ad analizzare meglio questa statistica, possiamo benissimo dire che come “valore assoluto” (il numero, alla fin fine, non si discute), ma se guardiamo i dati con occhio un po’ più critico, possiamo mettere in dubbio il suo primato.

Come? Dando una sorta di valore al gol in base alla competizione giocata. I gol di Neymar sono così suddivisi: 136 reti con il Santos, 99 con i Barcellona, 18 con le selezioni giovani del Brasile (Olimpiade compresa) e 51 con la Nazionale maggiore. Ed è ovvio che non tutti questi gol abbiano lo stesso valore!

Il metodo si può definire simile a quello usato per la classifica della Scarpa d’Oro: i gol segnati in Serie A, Premier League o Liga valgono più di quelli segnati in Ligue 1 o nel campionato russo (sono degli esempi), così per esempio Lionel Messi, al primo posto della classifica attuale con 25 reti, è in vantaggio su Edinson Cavani che ne ha fatte 27 semplicemente per il fatto che ogni gol nella Liga vale 2 punti mentre quelli in Ligue 1 ne vale 1,5.

Se quindi dessimo, per esempio, un valore di 1 punto alle reti in Nazionale maggiore e a quelli segnati con il Barcellona, e 0,5 punti alle reti con Santos e selezioni giovanili (il livello è più basso nel campionato brasiliano e nelle selezioni giovanili) l’asso blaugrana raggiunge 227 punti, contro i 287 di Messi nelle stesse condizioni (279 tra Barcellona e Argentina più gli 8 con le selezioni giovanili dell’Albiceleste).

Sia ben chiaro: il valore del brasiliano non si discute e lo possiamo definire “miglior marcatore Under 26 degli ultimi anni”. Per definirlo miglior giocatore della stessa categoria, però, dovremo aspettare ancora un po’.

Dopo tutto, ha tempo fino al 4 febbraio del 2018 per segnare una sessantina di reti…

 

Everything’s Different Nothing’s Changed

[Immagine in copertina tratta da Internet]

Everything’s Different, Nothing’s Changed canta Armon Jay, in un brano che meglio di tanti altri potrebbe riassumere il weekend di calcio europeo.

Torna a dominare il madridismo, in Francia ed in Germania le giornate procedono veloci ma la storia non cambia, in Premier League il campionato si divide a metà fra coppa d’Inghilterra e sfide salvezza.

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La teoria dei colori

[Immagine di copertina tratta da Internet]

La settimana di calcio europeo è stata all’insegna dei colori.

Dalle bolle di sapone londinesi fino al bianco splendente diffuso sul campo dal Real Madrid, che è tornato quello di una volta sbarazzandosi dell’Eibar, ottavo in classifica e grande rivelazione del campionato spagnolo.

A Madrid torna la luce, Messi telefona al Celta. Ancelotti sbanca Colonia, Conte non sbanda!

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Levantarse Temprano – Prime pagine di Marca, Mundo Deportivo, Sport e As

“Quando giocano da squadra” sono inarrestabili: parola di Marca.

Il quotidiano sportivo spagnolo Sport crede invece in una remontada che avrebbe del clamoroso: riusciranno i nostri eroi a recuperare 4 reti di svantaggio sul Paris Saint-Germain?

“Un Messi sensazionale” per il Mundo Deportivo, “Questo si che è il Real Madrid” sostiene AS.

La forza di Sansone

Scritto e disponibile su iogiocopulito.ilfattoquotidiano.it
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Nicola Sansone ha salutato qualche mese fa la Serie A, lo ha fatto per spostarsi in Spagna e inabissarsi nei mari della Liga con il Submarino Amarillochiamato Villarreal.

Il Sassuolo non sembra sentire più di tanto la mancanza dell’esterno offensivo, nato a Monaco di Baviera e cresciuto nelle giovanili del Bayern, grazie soprattutto alle ottime prestazioni messe in mostra da Matteo Politano, fatto sta che il classe ’91 sta colpendo e stupendo molti per l’inizio brillante di stagione.

Eppure subito dopo il suo arrivo in maglia amarilla un ciclone aveva investito il Madrigàl, colpito duramente dalle dimissioni del tecnico Marcelino, a cui è subentrato Francisco Escribà. Il tecnico spagnolo, reduce dal deludente campionato con il Getafe retrocesso in Segunda Divisiòn, ha risposto presente alla chiamata proprio del Villarreal riponendo piena fiducia nella stella italiana, che lavora spalleggiando alla perfezione gli attaccanti a cui deve fare da garzone. Il papero Pato (3 gol all’attivo di cui solamente uno in campionato), l’infortunato Soldado e la nuova stella congolese chiamata Bakambu (una sola rete ma anche due sole presenze) stanno faticando non poco a farsi notare nella classifica marcatori della Liga proprio per ‘colpa’ del compagno italo-tedesco, che di reti ne ha messe a segno ben 4 in 8 gare e che risolve molto spesso i rebus presenti nelle difese avversarie.

Bruno e Roberto Soriano insieme a Manu Trigueros rendono solido il centrocampo, capace di reggere le sue scorribande insieme alle giocate di Jonathan dos Santos.

Le 5 reti rifilate al Celta Vigo nella scorsa giornata hanno permesso agli uomini di Escriba un salto in alto nella classifica dei gol fatti, che restano comunque relativamente pochi: 21 per l’Atletico Madrid, solamente 14 per il sottomarino giallo. Nella siccità di reti segnate è tuttavia proprio il ‘nostro’ Nicola Sansone a distinguersi tra la folla con prestazioni da trascinatore e reti da distanza proibitiva.

Come questa:

“Nico ci dà la possibilità di giocare sulla fascia, si smarca molto bene ed è più veloce dei difensori avversari. Per noi è un attaccante importante e ci porta molti vantaggi” ha ammesso proprio il suo nuovo tecnico, affascinato dalle gesta con cui si è presentato in Liga l’ex giocatore neroverde.

La dote più importante dell’esterno offensivo è proprio la capacità di creare occasioni da rete: il fisico poco possente e la grande tecnica di cui è sempre stato provvisto lo hanno reso a tratti imprendibile dalle difese di mezza Italia ed ora a maggior ragione sta accadendo in Spagna, dove si vive per attaccare lo spazio.

“Cos’è più dolce del miele, e cos’è più forte del leone?” [Gdc 14.18] recita un noto indovinello posto dall’eroe e giudice biblico Sansone, famoso per la forza esponenziale.

Calcisticamente parlando e fatte le dovute proporzioni, la risposta al quesito secolare sembra essere proprio il gioco di Nicola Sansone, capace di renderlo un esterno ammirato da mezza Europa. Dolce ed efficace, silenzioso ma sublime.

Che possa essere lui la chiave per l’attacco azzurro di Giampiero Ventura?