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a cura di Matteo Lavezzo

Ntcham

Le opportunità, un po’ come la speranza, sono il sale della vita.

Un continuo stimolo ad andare avanti, la consapevolezza che la nostra esistenza ce ne concederà un numero pressoché infinito. Tanto più se hai appena 20 anni.

Che si tratti di uno spazio in cui tornare ad esprimersi – parlando del sottoscritto – oppure di un cambio di allenatore, della palla giusta al momento giusto. La possibilità di cambiare tutto – davvero tutto – con un tiro.

Olivier Jules Ntcham nasce il 6 Febbraio 1996 a Longjumeau, un paesino francese da 20.000 anime. La sua vita svolta quando sbarca al Le Havre, squadra in cui sono transitati giocatori del calibro di Diarra, Aubameyang e Mahrez.

Il ragazzo non tarda ad attirare su di se le attenzioni degli scout e nell’Estate del 2012 arriva il salto verso le giovanili del Manchester City, che intravede in lui le potenzialità per sostituire Yaya Tourè, giocatore fondamentale ma sfortunatamente non infinito.

Nei due anni a Manchester Olivier non riesce a esordire in prima squadra, ma la sua tecnica di livello, unita a una struttura fisica semplicemente mostruosa per la sua età, fanno sensazione. Arriva così, due Estati fa, la chiamata del Genoa che se lo assicura in prestito biennale con diritto di riscatto e controriscatto, sperando dunque in una facile plusvalenza e nell’ abilità di Gasperini, l’uomo giusto per farlo sbocciare.

Tuttavia, nonostante un inizio promettente, Ntcham sparisce sempre più dai radar rossoblu, messo progressivamente da parte a causa delle difficoltà della squadra e, di conseguenza, dell’impossibilità di sperimentare. Solo qualche fugace apparizione per lui e una marea di voci, rigorosamente non confermate, che parlano di un ragazzo triste e abbandonato a sé stesso.

La sua avventura all’ombra della lanterna sembra potersi concludere in anticipo, ma con l’arrivo di Jurić si riaccende la speranza. Un tecnico giovane e innovativo, la persona giusta. Il nuovo mister cita Ntcham nelle interviste pre stagione, riponendo grandi speranze in lui. Speranze che sembrano portare, quasi come un percorso già scritto, alla prima stagionale, in casa col Cagliari. Una partita maledetta, un copione già visto: gol di Borriello, l’ennesimo, da ex e porta difesa da Storari che sembra stregata

Poi la svolta: Ntcham, entrato da qualche minuto, riceve fuori area, controlla e lascia partire il destro. Una deviazione tradisce Storari e la palla si insacca. Gioia.

Il francese indica la panchina, è al settimo cielo. Qualche minuto più tardi sfiora la doppietta, è rinato. Forse è riapparso il giocatore dalle potenzialità infinite.

O forse no. Perché dopo il Cagliari si palesano nuovamente le difficoltà della scorsa stagione: Ntcham gradualmente sparisce e a Dicembre, contro il Palermo, tocca il punto più basso della sua breve carriera. In evidente confusione, probabilmente con mille pensieri per la testa, viene mandato in campo da Jurić a causa dell’emergenza a centrocampo. È una serata nera, con due errori personali propizia la rimonta del Palermo che sbanca il Ferraris dopo tre mesi senza vittorie.

Consumata la tragedia, a Genova non sembra esserci più spazio, tantomeno pazienza, per lui. Il Genoa è in caduta libera e il tempo degli esperimenti nuovamente terminato.

Qui mi riallaccio al concetto iniziale, a quel susseguirsi di opportunità che è la nostra vita. Il Genoa perde 5-0 a Pescara – fino a quel momento a secco di vittorie – inanellando una poco invidiabile serie di 9 partite senza gioie in campionato, portando all’inevitabile esonero di Jurić. Arriva Mandorlini e con lui la speranza di recuperare concretezza.

Una premessa che sembra mettere ancor più da parte Ntcham, apparentemente perso nel limbo del “potrei ma non voglio”. Perché tanti si sono accorti delle sue potenzialità e altrettanti sono stanchi della sua discontinuità, dei suoi singhiozzi.

Eppure Olivier ha 21 anni, fino all’anno scorso non aveva mai giocato una partita a livello professionistico, tanto meno in Italia, e nella sfrontatezza della sua giovane età sembra nascondere una sensibilità e un’umanità che tanti tifosi di vecchia data, distratti e arrabbiati per le questioni societarie, sembrano aver dimenticato.

Nel nostro mondo di squali, tuttavia, Ntcham deve imparare a sfruttare le sue opportunità, e in quello che probabilmente è il turning point del campionato rossoblu arriva l’ennesima, questa volta direttamente dal fato. In uno stadio mezzo vuoto a causa della protesta dei tifosi genoani, glaciale e col fiato sospeso dopo il vantaggio bolognese firmato Viviani, Pandev decide che dopo 16 anni di carriera passati nel nostro paese essere mandato in campo nel recupero è un insulto. Mandorlini non si fa pregare e manda in campo, a freddo, Ntcham invece del macedone.

E’ il miracolo. Dopo un tiro al volo finito in curva, seguito dai fischi di rito dei suoi tifosi, il francese tira fuori dal cilindro il gol dell’anno rossoblu. Una bordata quasi inspiegabile, da fermo, che si insacca nel sette lontano per lo stupore di Mirante, piantato a centro porta, e Cataldi che non riesce neanche a esultare. Per Ntcham è il delirio, esulta animosamente facendo il segno delle chiacchiere, riferite ai suoi tifosi e a tutti i discorsi spesi su di lui nei mesi precedenti. C’è tanta rabbia e amarezza in questa sua liberazione, tanta consapevolezza di sé. Per la terza volta Ntcham sembra capire cosa è in grado di dare, cosa vorrebbe dare sempre.

La favola continua poi a Empoli, ieri, e il copione è pressoché lo stesso: sostituzione a ridosso della fine, palla che arriva nella stessa zona di 7 giorni prima e che questa volta si insacca in maniera meno elegante, più fortunosa, ma con lo stesso risultato. Questa volta il Genoa vince e Ntcham diventa un eroe, una speranza.

Ancor più se tra 5 giorni si gioca il derby, che lui stesso ha definito “la partita più importante dell’anno”, ancor più se il Genoa ci arriva finalmente sgombro da pensieri e uno sguardo in meno alle sue spalle, complici le due squadre lasciate indietro a pensare alle ultime tre posizioni.

Ancor più con un gioiellino che sembra, finalmente, recuperato. Pronto finalmente a scrivere la propria epica in una città tanto impaziente quanto pronta ad amare ancora.

 

Essere Kroos

“Non parla tanto, ma ogni suo lancio è una parola chiara e decisa in un concerto di ombre”

Anonimo

Va bene, la citazione ce la siamo inventata noi.

Siamo stati costretti a farlo perché, ahinoi, Toni Kroos è un giocatore di poche – pochissime – parole. Per fortuna in campo è un professore di grammatica e letteratura, ama dialogare con i compagni e mettersi al centro di ogni iniziativa collettiva, alle parole di fronte ai microfoni preferisce i tocchi leggeri e morbidi, piuttosto che spiccicare una sillaba ci regala una delle classiche sventagliate, alle sterili polemiche di mercato preferisce far nascere discorsi giganteschi in mezzo al campo. Lui è la proposizione principale, gli altri le subordinate.

Toni fa anche da solo.

Toni fa anche da solo.

KROOS ERA

Nel 2006, mentre noi italiani godevamo per il trionfo mondiale gloriandoci della genialità di Andrea Pirlo, il Bayern Monaco acquistava colui che ha sempre avuto il pittore di Brescia nella testa e nei poster in cameretta oltre che nei piedi: Toni Kroos arrivava in Baviera, ci arrivava camminando e senza spiccicare una parola. Tutto normale.

Riesce a dire “voglio giocare” soltanto dopo un anno, quindi l’esordio arriva soltanto nel 2007, anno in cui impara anche cosa significhi giocare in Coppa Uefa.

Tutta la carriera di Kroos è un lento ma costante crescendo, dimostrato dal fatto che il 6 novembre 2008 arriva anche l’esordio in Champions League a soli 18 anni contro la Fiorentina. Prossimo passo? La gloria eterna?

Un lato negativo il nostro architetto del centrocampo a dire il vero lo ha, si tratta del feeling con la porta: fenomenale a mandarci i compagni, è tanto timido con le persone quanto con le palle da tirare nello specchio. L’occasione deve arrivare, arriverà e la prenderà al volo.

Non proprio al volo, forse anche meglio.

Da questo momento in poi non ne salta più una: 27 presenze, una quantità indefinibile di passaggi e lanci lunghi, riesce persino a far sorridere van Gaal.

Arrivano due campionati e un brutto strappo al polpaccio, parentesi nera che ricorda a Toni di essere in fondo un essere umano come noi; il 25 Maggio 2013 alza la coppa con le orecchie di fronte ai rivali del Borussia e qualche giorno più tardi chiuderà la stagione con uno storico triplete.

Con l’avvento di  Pep Guardiola alza poi una Supercoppa UEFA, una Coppa del Mondo per club, una Coppa di Germania e già che c’è anche un altro Meisterschale: tutto sotto passa fra le mani di Kroos, tutto passa dai suoi scarpini.

Classica espressione da “Tanto non rinnovo”

 

C’è però un problema. Il ragazzino di Greifswald, città affacciata sul Mar Baltico, non parla con la società. Non lo fa perché è abituato a non esporsi se non quando viene interpellato dai diretti interessati, ma se questi si chiamano Bayern e hanno appena alzato più trofei che gomiti nelle tipiche birrerie tedesche è difficile che vengano a prostrarsi ai tuoi piedi. Anche perché in quegli anni al suo fianco ci sono giocatori del calibro di Xabi Alonso, Javi Martinez, Bastian Schweinsteiger ed il neo acquistato Thiago Alcantara, non proprio quattro frasi incidentali in analisi del periodo.

“Tutti vogliamo che resti ma dipende solo da lui”

Pep Guardiola

A proposito di periodo, quello storico, viene ufficializzato dal Real Madrid il 17 Luglio 2014 e lo stesso giorno put the pen to paper su un contratto faraonico e di sei anni. Ai campioni tedeschi in cambio 25.000.000 di Euro, consideratelo un prezzo di favore.

“Dai che ne riesco a fare più di Danilo” 

 

KROOS È

 

Il resto è storia recente, i numeri sono più chiari della sua carnagione, non fatevi ingannare dal suo modo di correre perché finirete per non cogliere l’essenza del centrocampista più moderno e luminoso del presente.

Il mondo di Toni è una macchina quasi perfetta, sbaglia uno stop ogni morte di Pepe – scusate, ma giocando nel Real Madrid entrambi era quantomeno doveroso – e riesce a dettare praticamente da solo i ritmi di un centrocampo che deve sostenere uno degli attacchi più forti della storia.

Modric è aiutato dall’agilità oltre che da una classe sopraffina ma fisicamente è un’incognita perenne, Casemiro è utilissimo a coprire gli spazi ed a sprazzi regala anche lampi di genio, ma la continuità e la stabilità di Kroos lo rendono unico ed indispensabile.

Gif kroos

Non so se ho reso l’idea

 

Pensavate che Don Andrès Iniesta fosse insuperabile? Sul fatto che sia meravigliosamente elegante e difficilmente imitabile siamo tutti d’accordo, ma il biondino con la cresta ha offerto numeri superiori a quelli dello spagnolo praticamente in ogni fondamentale:

  • 121.4 azioni a partita contro le 115.6 di Iniesta;
  • 71.4 passaggi (di cui il 97% riusciti) a partita contro 63.9 (di cui “solo” il 95% sono andati a buon fine);
  • 7.6 lanci lunghi contro 6.9 a partita, ancora una volta con una maggiore possibilità – seppur minima e quasi stucchevole – di esito positivo.

Diciamo che se il romanticismo e la nostalgia ci portano forse a dire Andrès, la macchina perfetta e più aggiornata per passaggi e cross, nel 2016, si chiama appunto – scusate, dovevamo almeno una volta – Toni Kroos.

Kroos iniesta

Davvero non vi fidavate? All credits to WyScout.com

KROOS SARÀ

Più di così è difficile andare avanti, andare oltre. Andare oltre non è davvero possibile, visto che si sta parlando di un giocatore contemporaneamente campione d’Europa con il club e del mondo con la Nazionale tedesca. Toni Kroos potrebbe però andare altrove, magari fra qualche anno e con una valigia piena di ricordi e altri trofei, magari per approdare in Italia o in Inghilterra, provando ad adattarsi al gioco minuziosamente tatticista della Serie A o alla ruvidità mista a velocità tipiche della Premier League.

Qualora riuscisse, tanto da noi quanto oltremanica, a dominare il centrocampo come sempre, senza far affidamento sul fisico possente che onestamente non ha mai avuto, allora si tratterebbe davvero di un fenomeno en plein air. Come se già non lo fosse.

Tanti passaggi, tutti perfetti, poche parole e soltanto fatti.

Così è (se vi pare) Toni Kroos.

Scritto e disponibile su Numerosette.eu
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