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Da un’idea di Lorenzo Semino

Il cacciatore di aquiloni

Scritto e disponibile su Genoanews1893.it
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Non è facile essere un figlio d’arte. Potrà forse esserlo per quanto riguarda il tenore di vita, sapendo di poter contare sulla gloria conquistata dal padre nel passato, ma costruirsi un futuro lungo e duraturo quando si vive all’ombra di un genitore illustre non è mai cosa scontata.

Giovanni Pablo Simeone porta con sé 2/3 del nome paterno, quello di Diego, storica colonna del calcio argentino e tecnico tanto sublime, quanto appunto “cholo”, ovvero un particolare incrocio di razze capace di mettere insieme qualità e quantità. Forse un pizzico più di quantità, ma non importa.

Il nuovo giocatore del Genoa è un attaccante mobile, rapido e dotato di un’ottima caratteristica utile a chi voglia sfondare le porte e i cancelli della Serie A: il tempismo.

Nei non pochi video che si possono scovare sul web, il 21enne – nato a Madrid ma di nazionalità argentina – sembra proprio un abile gestore del pallone, bravo a controllarlo e ancora più letale quando si tratta di infilarlo in rete di testa.

Non ci credete? I dati gentilmente forniti da WyScout.com parlano abbastanza chiaro: il 58% dei colpi di testa del Cholito corrispondono a un gol, mentre il restante 42% si suddivide equamente fra parate del portiere avversario e palloni a lato. Una media per nulla scontata, basti pensare come Leonardo Pavoletti abbia percentuali più basse (il 60% dei suoi colpi di testa vengono parati o finiscono fuori ed il 40% ha un esito positivo) provandoci mediamente il doppio delle volte rispetto al nuovo arrivato al “Signorini” di Pegli. Si tratta ovviamente anche di reparti difensivi differenti, per scoprirlo basterà attendere.

Simeone è agile ed abile a districarsi negli spazi in area di rigore, territorio nel quale ama vivere ma da cui si sposta in caso di necessità. Altro dato importante, il classe ’95 proveniente dal River e con un passato in prestito al Banfield corre davvero tanto.

Ottimo finalizzatore, salta l’uomo senza troppa difficoltà facendo leva su un fisico snello e molto agile: in patria c’è chi lo ha paragonato a Saviola, chi a Paulo Dybala o Luciano Vietto – fortemente voluto dal padre all’Atletico Madrid – e chi addirittura ai più grandi nomi del panorama argentino. Messi o Maradona? Provando a trovare altri paralleli con giocatori meno fenomenali o più noti in Italia, si potrebbe trovare qualche affinità con il Gallo Belotti, attaccante del Torino bravo negli inserimenti e prolifico di testa, esplosivo nelle incursioni ed a servizio della squadra quando si trova con la palla fra i piedi. Anche Jonathan Calleri, fresco acquisto del West Ham, oltre ad aver avuto all’incirca gli stessi numeri di Simeone nella scorsa stagione, assomiglia non poco al futuro numero 9 rossoblù.

Fatte le dovute considerazioni, va poi ricordato come proprio al Banfield, squadra nella quale è definitivamente sbocciato con 12 reti stagionali, abbia giocato tanto insieme, dietro ed al posto di Santiago Silva nel 4-2-3-1 o 4-5-1 dei biancoverdi che spesso veniva mutato in un 4-4-2 quando entrambi gli attaccanti si trovavano davanti.

Giovanni Simeone sembra quindi essere anche un giocatore piuttosto duttile o, quantomeno, non privo di esperienza nei repentini cambi di modulo e di posizione. Cosa che, apparentemente, con il gioco molto propositivo di Ivan Juric sarà fondamentale. Lo sarà tanto quanto la sua voglia di stupire, visto e considerato che si è già detto “loco” al pensiero di vestire la maglia del Genoa e che chiunque parli argentino e giochi in attacco venga accolto con un occhio di riguardo da tutti quei tifosi che hanno ancora negli occhi le gesta di Diego Alberto Milito.

milito

Il Cholito, figlio del gigante Cholo, proverà a conquistarsi i grandi palcoscenici saltando sempre più in alto e facendolo da solo, cercando il pallone con la testa o sotto porta come ha dimostrato di saper fare molto bene nei primi anni ad alti livelli in Argentina.

Lo farà come un cacciatore di aquiloni, sempre con gli occhi rivolti al cielo e pronto a colpire a sangue freddo spezzando i fili di quelli degli altri, riuscendo a stupire tutti con un solo movimento silenzioso e repentino.

L’unica cosa importante è che resti intatto il suo filo, che l’aquilone del Cholito continui a volare libero. Sempre più in alto.

Simeone

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Walk this way

Nell’ultimo decennio, parlando di calcio, le due domande più frequenti sono:

  • con che squadre il Chievo riesce a fare ogni anno 40 punti?
  • sarà questa la stagione dell’Arsenal?

Se per la prima domanda si tratta di semplice ironia, il motivo della seconda è probabilmente semplice: la nuova generazione non ha vissuto da spettatrice consapevole i trionfi di Arsène Wenger con i Gunners, cominciati nel 1998 con un double e culminati con la storica stagione del “non perdo mai” nel 2003/2004. Quell’Arsenal era inarrestabile, fece 90 punti eguagliando il Preston e fece pregustare a tutti gli amanti del calcio un dominio biancorosso nei secoli dei secoli. Ma di eterno nel calcio non c’è nulla, anche le sgroppate di Robert Pires hanno una fine, ecco perché quella squadra ad oggi rimane un quadro meraviglioso, un capolavoro dipinto tutto d’un fiato che tuttavia non si riesce a replicare.

Nello stesso anno in cui i Gunners alzarono il primo trofeo di una lunga serie, gli Aerosmith componevano un capolavoro chiamato “I don’t want to miss a thing”, titolo che rispecchia meravigliosamente bene immagini come queste, simbolo del gigante buono e filo-francese creato proprio dal pittoresco tecnico di Strasburgo.

“Non voglio chiudere gli occhi,
non mi voglio addormentare, 
non mi voglio perdere niente.”
Chiusa la parentesi rotonda, si torna inevitabilmente a viaggiare nel presente. La stagione 2016/17 è ormai alle porte ed anche i Gunners, pur consapevoli di dover ancora fare qualche colpo grosso di mercato, si stanno preparando all’ennesimo tentativo di ripetere le gesta degli antenati nemmeno poi così lontani.

PORTIERI – Jaded

Sistemato già nella scorsa estate il reparto più pericolante della squadra, oggi si registra persino un leggero esubero fra i pali: il “povero” Wojciech Szczesny avrebbe trovato pochissimo spazio vicino a Cech ed Ospina, motivo per cui è stato lasciato a crescere ancora in Serie A. I giovani Emiliano Martinez e Matt Macey chiudono una lista tanto lunga quanto positiva: lo scorso anno le reti subite – come nella stagione ancora precedente – sono state relativamente poche, solo 36: quella di Wenger si è rivelata una delle migliori difese insieme al campione d’Inghilterra Leicester, seconda soltanto a quelle di Manchester United e Tottenham.

“Petr, Ma chi glielo dice a Wojciech che qui non giocherà mai?”

DIFENSORI – Cryin’

Non sarà probabilmente Rob Holding, giovane talento dalle belle speranze appena arrivato dal Bolton, a rovesciare le gerarchie e a risolvere i problemi difensivi dei Gunners: ci ha provato Chambers, ora accostato al Watford, non ci è riuscito nemmeno Gabriel Paulista, ancora troppo poco affidabile per garantire una sicurezza costante durante la stagione.

Continuità e sicurezza sono diventati invece i capisaldi di casa Laurent Koscielny, difensore “acerbo e maldestro” diventato negli anni il “miglior centrale del campionato”, come sostiene Rio Ferdinand, non proprio un passante qualunque.

Se per il francese si sprecano i complimenti, il colosso tedesco e biondo Per Mertesacker sta ancora cercando di riguadagnarsi quelli che si era meritato durante le prime due stagioni a Londra, coronate da 69 presenze in campionato e 5 reti.

Sulla fascia sinistra ci sono l’ordinato Nacho Monreal e l’eterna promessa Kieran Gibbs, mentre i veri problemi numerici si registrano sul lato destro: se Hector Bellerìn rappresenta probabilmente il miglior giovane in squadra – l’interesse fastidioso del Barcellona ne è la prova vivente – non è ancora chiaro il futuro tanto dell’ex West Ham Carl Jenkinson quanto di Mathieu Debuchy, che nonostante l’infortunio ed il prestito al Bordeaux da cui è appena tornato continua a far sapere di non voler continuare l’avventura londinese: ha giocato venerdì contro il Lens, ma il suo futuro resta avvolto nella nebbia.

“In my opinion it seems much more practical to keep a younger and arguably more talented Carl Jenkinson, that it does to keep an ageing, out of form Mathieu Debuchy” sostiene sul web uno scrittore amico dell’Arsenal, chissà che non possano restare entrambi. L’importante, però, è che non parta lo scattista Bellerìn.

 

CENTROCAMPISTI – Dream On

Il vero reparto da sogno, non me ne voglia Flavio Briatore, è il centrocampo. La forza ed il limite dell’Arsenal sta proprio lì, lì nel mezzo, dove l’intelligenza di un ormai intoccabile ed evoluto Aaron Ramsey ed il tempismo di Mesut Özil fanno fatica ad esser sostenute da una retroguardia che – come abbiamo detto – è buona ma non magnifica.

Fortunatamente il primo acquisto per la nuova stagione è un ottimo compromesso fra difesa e creatività, fra sostanza e fantasia, fra Taulant e Granit: si tratta di Xhaka, un corsaro quandosi tratta di recuperare palloni ma un preciso geometra in fase di impostazione. Sarà lui il collante fra difesa e centrocampo capace di rendere meno pesanti le sfuriate offensive dei cannoni biancorossi?

Un altro giocatore ancora tutto da scoprire è Mohamed Elneny, prelevato dal Basilea lo scorso gennaio per circa 12.000.000 di euro: il nuovo mediano incontrista agli ordini di Arsène Wenger è subito entrato a pieno nel progetto biancorosso collezionando una dozzina di presenze nella sua prima mid-season inglese. Le due più grandi qualità del classe 1992 egiziano sono senza dubbio temperamento e precisione nei passaggi, di cui andremo ad analizzare i dati grazie alla piattaforma WyScout.com.

WyScout El Neny

L’acquisto di Elneny nella finestra di gennaio, a dire il vero, è stato necessario in seguito all’infortunio – uno dei tanti – subito da Francis Coquelin: il francese è un vero e proprio beniamino dell’Emirates e aveva cominciato la stagione in maniera perfetta, prima di accasciarsi a terra rialzandosi soltanto a 2016 inoltrato. Basso, compatto ed infaticabile corridore, anche con gli arrivi egiziani e svizzeri il suo impiego non dovrebbe essere compromesso; sarà certamente complicato trovare spazio e continuità, ma se proverà a conquistarsi la fiducia di Wenger con la stessa grinta che lo ha reso un beniamino dei tifosi, beh a quel punto non sarebbe facile arginarlo.

Ci siamo completamente dimenticati di Jack Wilshere, abbastanza comprensibile e normale considerando come nelle ultime due stagioni il peperino di Stevenage abbia giocato soltanto 17 partite di Premier League su 76 disponibili. Il suo palmarès, rigorosamente con la maglia dell’Arsenal, assomiglia più ad un bollettino medico che ad una bacheca piena di trofei:

wilshere

All credits to transfermarkt.it

Su Mesut Özil e i suoi passaggi smarcanti non serve aggiungere nulla, rovinerebbe soltanto l’atmosfera, mentre Santi Cazorla merita un capitolo a parte: agile ma potente, veloce ma intelligente, spesso assente ma sempre decisivo.

Se due stagioni fa 7 reti in 37 partite – solo un’assenza durante tutta la stagione – lo avevano reso quasi unico oltre che indispensabile, l’anno scorso non è andata così bene, complici i quasi 4 mesi di assenza per infortunio. Mai però sottovalutare Paquirrin, formidabile a dileguarsi negli spazi e letale da fuori area.

 

ATTACCANTI – Crazy

Serge Gnabry e Andre Iwobi sono le promesse da realizzare, Joel Campbell e Alex Oxlade-Chamberlain quelle – ad oggi – non mantenute, ma i due esterni nel 4-2-3-1 saranno rispettivamente Alexis Sanchez e Theo Walcott: il primo è la stella di cui nessuno a Londra si vuole privare, il secondo ogni volta che entra cambia le partite.

Nello scorso campionato Sanchez ha giocato 2.445 minuti, Walcott “soltanto” 1.373: il cileno è insostituibile, il londinese tutto rapidità e traversoni si è rivelato l’uomo devastante a partita in corso. Sul lato destro viene spesso utilizzato Ramsey nel ruolo di regista avanzato, ma del resto si sa che Wenger fa della rotazione – complici anche i tanti infortuni – un’arma letale e vincente.

Se Danny Welbeck continua a fare i conti con un problema al ginocchio che lo ha tenuto fermo per mesi e continua a farlo, l’uomo della provvidenza si chiama Olivier Giroud: potenza, intelligenza e caparbietà che si verbalizzano con 16 reti in 38 partite, nessuna esclusa.

A dire il vero i suoi detrattori sono molti, fra cui spicca l’icona Spurs Garth Crooks: per lui il francese segna troppo poco, l’Arsenal non vincerà mai nulla finché la vecchia stella del Montpellier popolerà l’area di rigore.

 

Titolo o non titolo, a proposito di prime pagine non possiamo non parlare dell’uomo che ha stregato il Giappone finendo nel mirino proprio di Arséne Wenger, allenatore che nella terra del Sole nascente ha allenato e vinto con il  Nagoya Grampus Eight: si tratta del giovane Takuma Asano, tanto sconosciuto ai più quanto interessante e tutto da scoprire.

Nelle scorse settimane vi avevamo parlato di lui, lo avevamo fatto ponendo l’accento sui 5 trofei alzati – seppur in Giappone – a soli 21 anni.

L’ennesima incognita porta il nome di Yaya Sanogo, il cui talento è al momento incomprensibile e davvero nascosto: dal 2015 sono arrivati ben tre prestiti ma solo 4 reti, troppo poche. “Sarà il nuovo Adebayor” aveva azzardato qualche tifoso biancorosso, oggi il paragone sembra quasi definitivamente naufragato. Mai dire mai.

 

Bisogna ammettere che lo scorso anno l’Arsenal ha dimostrato più caparbietà del solito, restando aggrappata per mesi alla vetta e lasciando lo scettro soltanto di fronte al miracolo di Ranieri, ma fino a poche giornate dal termine i rivali del Tottenham avevano creduto sul serio di poter rovinare i preparativi ai tifosi avversari. Il St. Totteringham Day, infatti, è un’istituzione per i tifosi biancorossi; si tratta del giorno in cui matematicamente i Gunners sono sicuri di finire sopra i rivali del Tottenham e, di rimando, decidono di festeggiare. La data ormai è diventata una sorta di must, un avvenimento ricorrente per via della dozzina di campionati in cui il biancorosso sovrasta il biancoblu. A metà campionato sarebbe stato improbabile pensare ad una ripetizione di questa festa, si credeva che al termine della stagione 2016 sarebbe arrivato dopo anni di egemonia cittadina il momento di una minestrina per far andar giù meglio il campionato meravigliosamente strabiliante del Tottenham, spinto dall’uragano Harry Kane e fermato soltanto dal Leicester. Invece no, sono arrivati davanti ancora una volta: 71 punti a 70, un premio amaro ma sempre meglio di niente.

 

Gli Aerosmith cantavano “What could have been love”, se i Gunners avessero avuto un po’ di fortuna in più chissà cosa ci saremmo trovati a raccontare oggi. Probabilmente qualcosa di diverso, sicuramente però basterebbe una stagione altrettanto storica per far dimenticare 12 anni di buoni piazzamenti a luci soffuse. Perché l’Arsenal non si è arreso, è ancora lì aggrappato, nonostante tutto.

Aerosmith, Arsène Wenger, Arsenal, arte ed ambizione: magari sarà proprio nella Premier delle meraviglie, in cui nessuno si aspetta la loro rinascita, che i cannoni torneranno a fare terra bruciata su tutti i campi d’Inghilterra.

Quel quadro datato 2004, dipinto dal mago di Strasburgo, ha oggi un valore inestimabile. L’artista più silenzioso della Premier League, però, non riesce a ricrearne una copia simile all’originale, che ha lasciato a bocca aperta milioni di sportivi in tutto il mondo in un passato visto dai più giovani come molto, molto lontano. Chissà che questa volta, mentre gli occhi di tutto il paese sono puntati sui due saltimbanchi di Manchester o alla ricerca di altre favole a lieto fine come quella del Leicester, lo stanco e silenzioso Arsène non ci riesca per davvero.

Perché loro ci sono sempre, nel bene e nel male.

Dì “arrivederci” a un altro giorno

Aerosmith

Scritto e disponibile su Numerosette.eu
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Speciale Calciomercato

È tempo di calciomercato, inutile girarci intorno.

Proveremo a identificare, con la nostra solita leggera ironia, tutte le pedine europee – e non solo – che i grandi club stanno muovendo in vista della stagione ormai alle porte. Lo faremo, come necessario quando si tratta di milioni, con l’aiuto delle valutazioni folli o “moderate” che ogni club dà ai gioielli di cui non vuole, non può o cerca di privarsi.

22.500.000 € – MARKO PJACA

È lui l’uomo del momento. Arriva da predestinato, tutti ne parlano e tutti si aspettano grandi cose. Il fantasma di Mateo Kovacic aleggerà sull’ennesimo talento sbocciato alla Dinamo Zagabria, che deve però ancora trovare forza e carattere per la definitiva consacrazione in Europa.

Fisicamente è un paio di spanne sopra il centrocampista del Real Madrid, mentalmente è ancora tutto da vedere.

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9.800.000 € – GANSO

Citiamo lui ma non dobbiamo dimenticare gli altri. Il Siviglia, infatti, ha deciso di cambiare pelle dopo la dipartita di Unai Emery ed ha deciso di farlo comprando un fiume di giocatori, fra i quali spicca proprio il nome di Ganso. Dopo essere stato accostato al Milan per tutta l’estate del 2011, il talento ex Santos e San Paolo è rimasto in Brasile fino ad oggi, giorno in cui è atterrato a Siviglia per salutare i nuovi compagni e cominciare, a 26 anni, la prima avventura in Europa. Anzi, a dire il vero dovrà tornare in America per vederli, visto e considerato che si trovano in tournée ad Orlando, ma conta il pensiero.

Emery e Krychowiak non ci sono più, è vero, ma Lucky Luciano Vietto è il grande nome per l’attacco, Kranevitter la sorpresa, Franco Vazquez e Joaquín Correa i volti noti agli italiani e Jorge Sampaoli il nuovo tecnico: siete davvero sicuri che si siano indeboliti?

 

0 € – DIEGO

Oggi è arrivata l’ufficialità: Diego Ribas da Cunha lascia il Fenerbahçe e lo farà senza infamia e senza lode dopo 5 reti in una cinquantina di presenze. Passa al Flamengo, squadra che ha scelto di dargli ancora fiducia sperando di non pentirsene.

Nell’annuncio ufficiale manca il tanto amato codino che lo ha contraddistinto nell’ultimo e sfortunato anno in Turchia: le scelte banali non gli sono mai piaciute, oggi ritorna alle origini.

Dal bianconero del Santos al rossonero del Flamengo, da San Paolo a Rio de Janeiro.

DIEGO

60.000.000€ – JOHN STONES

A Manchester aspettano lui e Leroy Sané, poi l’operazione chiamata “Guardiola” potrà finalmente partire senza freni: il difensore dell’Everton è valutato una cifra da capogiro, ma è stato immortalato ieri pomeriggio per le vie della città che farebbe di tutto per ospitarlo, quindi i rumors di un affare già chiuso iniziano a farsi sempre più numerosi.

John Stones è virtualmente un giocatore del Manchester City, se ne parla da mesi e Guardiola lo vuole a tutti i costi. Beh, un attimo, proprio a 59.000.000 di Euro magari no, ecco svelato il motivo per il quale non lo abbiamo ancora visto con la maglietta azzurra.

Tipica espressione di chi sa di aver appena speso un mese di stipendio per fare felice una fidanzata: menomale che può permetterselo

Tipica espressione di chi sa di aver appena speso un mese di stipendio per fare felice una fidanzata: menomale che può permetterselo

Una canzone italiana piuttosto nota recita “ogni cosa ha il suo prezzo, ma nessuno saprà quanto costa la mia libertà”. A dire il vero non sappiamo nemmeno quanto costi realmente Paul Pogba, felicemente ancora bianconero e felicemente sopravvalutato dal mondo intero.

10.000.000€ – NICOLA SANSONE

Il Villareal lo vuole, il Submarino Amarillo dovrà però pagare un caro prezzo per averlo. Il patron Squinzi non è solito svendere i giocatori – i 18.000.000 di euro sborsati dall’Atletico Madrid per Šime Vrsaljko docent – e pertanto non bisogna aspettarsi una trattativa facile.

La Liga è galáctica, la Spagna attrae ed il Sassuolo gioca “soltanto” l’Europa League: un sogno Champions tutto giallo potrebbe far cambiare idea e casacca all’esterno più sottovalutato d’Italia?

 

Massimo 15.000.000€ (secondo Marotta) – Minimo 25.000.000€ (secondo Lotito) – LUCAS BIGLIA

Tuttosport come sempre non ha dubbi: Lucas Biglia sarà l’uomo di fiducia per la nuova Juventus, qualora fosse costretta a dover fare i conti con un Paul Pogba in meno.

L’argentino ha 30 anni, Lotito chiede 25.000.000 di euro e Marotta ne offre quasi la metà: potranno trovare un accordo? Con questi numeri e queste distanze, è più facile che i biancocelesti raggiungano quota 1000 abbonati in una settimana.

Al suo fianco spicca sempre il nome di Nemanja Matic, simile fisicamente al francese ormai diretto a Manchester – così si dice – ma con alle spalle una valutazione molto alta da parte del Chelsea, oltre ad un contratto che lo lega con i Blues fino a Giugno del 2019.

 

29.000.000€ – GEORGINIO WIJNALDUM

A St.James’ Park stanno preparando i fazzoletti bianchi per salutare la classe cristallina dell’olandese dopo una sola stagione: colpa della stagione infausta, colpa della relegation ma soprattutto “colpa” del Liverpool, capace di distruggere la concorrenza raddoppiando le offerte della Roma e del Tottenham, da tempo interessate all’ex stella del PSV Eindhoven.

Da SkySports sono certi, il giocatore sta già viaggiando verso il Merseyside “to undergo a medical”, ovvero per sostenere la visita medica di routine.

Per un giocatore che ha fatto del temperamento e della forza le sue armi vincenti, non dovrebbe essere un problema.

Skysports wijnaldum

25.000.000€ – NICOLAS GAITAN

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Frasi di rito e di benvenuto da parte del presidente della sua nuova squadra, l’Atletico Madrid: “Nicolas Gaitan è un attaccante di straordinario talento, tutta la nostra famiglia gli augura il meglio in questa nuova tappa” ha dichiarato Enrique Cerezo durante la presentazione dell’ex stella del Benfica.

Il 28enne, invece, appena sbarcato nella capitale spagnola, ha esordito con un sentito “Spero di ripagare sul campo la fiducia del club, posso portare ordine tattico e gioco di squadra”. 

Che possa essere l’inizio di una nuova era? La tecnica di Gaitan nella concretezza del Cholismo: affascinante, interessante e potenzialmente molto, molto divertente.

Gaitan Nico

Wonderwall

Oasis e Manchester, musica e calcio, il saper essere sbarazzini nonostante la crisi di mezza età e la nuova frontiera del calcio europeo, i fratelli Gallagher e gli sceicchi Mansour ed Al Mubarak.

Sarebbe troppo facile paragonare la vita di ogni tifoso azzurro con quella della band più famosa della moderna ma semplice città mancuniana, infatti lo faremo molto volentieri. Del resto, si sa, basta seguire lo scrittore, quindi Stand by Me.

Dalla terza serie alla Premier League in quattro anni non dev’essere stato semplice, ne sanno qualcosa i Citizens che hanno vissuto con le lacrime di gioia il 1998-1999 e di dolore la nuova e sofferta retrocessione del 2001. Molti, vedendo la propria squadra crollare mentre i Red Devils alzavano trofei quasi una volta al mese, avranno sicuramente pensato “è tutto finito, i bei tempi del 1970 non torneranno mai più, è stato bello finché è durato”.

Il calcio e la vita sono spesso strani, inspiegabili, un lampo nel deserto di motivazioni e risultati riesce a far ritrovare quella serenità che mancava fino a un paio di mesi prima. E fu così che arrivò quel segnale, quel Deus ex machina capace di riportare tutto alla normalità nella maniera meno dolorosa possibile: Kevin Keegan da Armthorpe consegna al Manchester City meno conosciuto di sempre una storica promozione in Premier League, trono da cui nessun azzurro scese mai più.

Don’t go away, mister Kevin.

Ovviamente non fu così, l’allenatore ormai felice dell’obiettivo raggiunto decise di emigrare al Nord per risollevare quel Newcastle che aveva portato sul tetto della Championship e successivamente al terzo posto in Premier League prima di sedersi sulla panchina del Maine Road: un uomo chiamato “salvezza”, da alcuni persino “rinascita”.

Ma tornando proprio al Maine Road, l’ultima rete nello storico stadio del City la mise a segno Marc-Vivien Foé, che purtroppo si spegnerà prematuramente proprio su un campo da calcio qualche mese dopo in un tragico episodio che ha segnato la storia di questo sport. Quell’anno arrivò anche la qualificazione in Coppa Uefa, non male per una squadra che aveva toccato con mano l’oblio della terza divisione.

Purtroppo Live Forever è soltanto una canzone, mentre tutte le storie – soprattutto nello sport – hanno una fine ben definita e necessitano una rivoluzione rapida ed indolore. Non è facile far dimenticare chi ti ha permesso di tornare alla normalità, di poterti nuovamente confrontare con il rivale di sempre e persino di batterlo in un rocambolesco 3-1 con rete di Anelka: little by little si arriva davvero dove si vuole.

Il City of Manchester Stadium diventa il primo segno tangibile di una rivoluzione mai messa davvero in atto dalla nuova proprietà del Manchester, arrivata nel 2007 parlando thailandese: Thaksin Shinawatra è il nuovo presidente, Sven-Göran Eriksson il nuovo allenatore.

Il Masterplan è poco chiaro, gli acquisti sono una valanga e in campo i risultati si vedono soltanto in parte: Rolando Bianchi, Elano, Martin Petrov, Valeri Bojinov, Javier Garrido, Vedran Ćorluka, Gelson Fernandes e Geovanni Dos Santos brillano fino a metà stagione, poi il tracollo che permise di accedere alla Coppa Uefa soltanto grazie alla classifica Fair Play della Premier League. Anche un piccolo aiuto, a volte, ci vuole.

A fine anno arriva però la notizia più inattesa e preoccupante, che potrebbe causare una tempesta di cambiamenti in negativo e far tornare lo spettro di una caduta libera in breve tempo: dopo un solo anno di presidenza – e dopo aver comprato Tal Ben Haim, Jô e Shaun Wright-Phillips esonerando Eriksson – Thaksin Shinawatra fu costretto a mettere in vendita la società in quanto coinvolto in uno scandalo politico.

Non temere caro Manchester City, stop crying your heart out: è tempo di cambiare pelle.

Abu Dhabi United Group, a sentirlo così sembra un amico dei Diavoli Rossi. Sebbene il nome possa ingannare, il proprietario non è Sir Alex Ferguson bensì Mansur bin Zayd Al Nahyan, figlio del defunto presidente degli Emirati Arabi Zayed bin Sultan Al Nahyan: insomma, non proprio gli ultimi arrivati e nemmeno dalla parte dei rivali.

La parte azzurra di Manchester, dopo aver sentito l’entità del budget previsto per il calciomercato, può tornare a sognare: questa volta spera di farlo per davvero.

Sfiorato il clamoroso ingaggio di Kakà dal Milan, i nuovi proprietari si rifanno con lo strappareCarlos Tevez alllo United e Robinho al Real Madrid, riuscendo nella brillante impresa di far passare in secondo piano gli arrivi di giocatori brillanti quali Craig Bellamy, Nigel de Jong, Wayne Bridge e Shay Given.

Il primo anno è considerato di transizione, i Citizens continuano a non stupire ma raggiungono comunque il centro della classifica, una posizione nobilissima che mette in luce come un anno oggi considerato “deludente” corrisponda a quello che 15 anni prima sarebbe stato un vero e proprio miracolo sportivo. Non male come inizio, ma il meglio deve ancora venire. Basta non guardare al passato con rabbia, già, don’t look back in anger.

L’anno seguente lo scontrino finale fa registrare £110 milioni di sterline sborsati per far crescere ulteriormente una squadra che, visti i presupposti ed i grandi progetti, deve iniziare a farlo il prima possibile: arrivano Gareth Barry, Roque Santa Cruz, Emmanuel Adebayor, Kolo Touré, Joleon Lescott e Carlos Tévez che si toglie la maglia rossa dello United per vestire di azzurro, ma la storia fatica a cambiare.

La pazienza ha un limite, anche le casse societarie – su questo avrei qualche dubbio in più – e quindi l’era di Hughes si spegne a fine Dicembre del 2009, quando in panchina viene chiamato l’homo novus e l’uomo giusto: Roberto Mancini.

Dicono che se ti fai amico Craig Bellamy hai risolto buona parte dei tuoi problemi, lui non gioca spesso ma il Manchester City targato Mancini arriva al quinto posto e si qualifica inCoppa Uefa, il massimo possibile per una squadra che si trovava a navigare in un pericoloso centro classifica in un freddo inverno tipicamente anglosassone.

Nel 2010 arrivano un terzo posto e la prima coppa alzata dall’allenatore italiano, una F.A. Cup necessaria per prendere coscienza di un cambiamento necessario e più che mai in corso: arrivano Silva, Kolarov, Balotelli, Yaya Touré, Boateng, Milner, Džeko ed arriva anche una storica qualificazione in Champions League, che da quasi 50 anni non vedeva altro se non feste in piazza dei cugini rossi e poco clementi.

Il 2011 è un anno indescrivibile. Difficile da raccontare se sei tifoso imparziale, figuriamoci se hai fatto un salto sul divano alla rete di Agüero ad un secondo dalla fine del campionato: la mano di Mancini plasmò una squadra fino a renderla quasi perfetta, e sarà proprio quel “quasi” a rendere il tutto più indimenticabile.

Arrivano Clichy e proprio El Kun, Sergio Agüero, prelevato dall’Atlético Madrid per 45 milioni di pounds. Le 11 vittorie nelle prime 12 partite sono il preludio al trionfo finale, per quanto ad un tifoso azzurro potesse forse bastare anche soltanto la clamorosa e travolgente vittoria per 1-6 contro il Manchester United a suon di prese in giro e “Why Always Me?”.

Sembra il classico anno perfetto, in cui ti va bene tutto e puoi permetterti di sederti davanti alla televisione ed aspettare senza sofferenza, perché tanto prima o poi il gol arriva. Purtroppo – o per fortuna – qualcosa andò storto, un paio di problemi permisero ai rivali rossi di tornare in vetta e portarsi a 8 punti di vantaggio nel girone di ritorno, ma proprio sul più bello sarebbe accaduto l’incredibile. Una rete di Vincent Kompany nella stracittadina di ritorno aprì le porte per una clamorosa remuntada, che portò il City a pari punti con i rivali ad una giornata dal termine, ma con un +8 – numero ricorrente – di differenza reti che faceva pregustare la vendetta alla parte azzurra di città. Chi se lo sarebbe mai aspettato?

L’ultima giornata di quella stagione non ha senso, Mancini rischia di perdere dalle mani il titolo in casa, rischia di farlo nel peggiore dei modi ma riesce a sollevarlo nella maniera meno prevedibile del mondo: sarà una rete a 5 secondi dalla fine, proprio di Sergio Leonel Agüero Del Castillo, a consegnare il titolo al Manchester City dopo 46 anni per la disperazione dei Red Devils già in festa a Sunderland e per il delirio azzurro sparso per il mondo.

Hanno vinto loro, ha perso la storia, Mancini a Manchester con la sua mano ha mangiato vivi i rivali di sempre.

È tempo di brindare, è tempo di farlo con il migliore champagne in circolazione, dicono che sia buono lo champagne supernova: ti porta sulle stelle, sulla vetta di una montagna per molti impossibile da scalare, in cima alla Premier League.

Il resto è onestamente storia recente, di qui in poi viene considerata fallimentare qualsiasi stagione senza alcun titolo sollevato, motivo per cui il matrimonio con il Mancio finirà in maniera poco limpida ma nonostante tutto fra bei ricordi e sorrisi, un po’ come quelli dello Charming Man Manuel Pellegrini, capace di riportare sul trono il Manchester City nel 2014 vincendo un paio di Coppe di Lega durante il suo silenzioso ma pacifico cammino azzurro.

 

Pochi giorni fa si è aperta la nuova era, Pep Guardiola è arrivato in città e tutti sono rimasti sintonizzati per vedere all’opera l’allenatore più richiesto del mondo – insieme allo Special One, guarda caso ora al Manchester United – in una delle squadre più brillanti dell’ultimo decennio.

A quick peep cantavano gli Oasis, riferendosi ad un rapido pigolio, ma nell’era dei social network suona decisamente più moderno parlare di cinguettii. È stato un Pep molto social quello visto all’opera la settimana scorsa, un “Quick Pep” che ha postato un “Quick Tweet”con una persona che ci ha accompagnato lungo tutto il nostro percorso di oggi.

Chi ha incontrato per primo l’allenatore spagnolo? Mancini? Pellegrini? Keegan o forse Eriksson? No, nessuno di loro, il primo uomo con cui devi sederti a tavola una volta atterrato a Manchester si chiama Gallagher, Noel Gallagher.

Bene, non resta che aspettare per capire come e cosa cambierà – a parte lo scudetto – in una squadra a tratti perfetta in cui è cambiato tutto, un diamante preziosissimo e nato da pochi anni, un miscuglio di talento ma ancora mai arrivato a dominare le competizioni europee. Eppure per una squadra i cui padroni non parlano inglese, non dovrebbe essere poi così complicato dimostrarsi spigliati e spavaldi anche fuori dall’Inghilterra. Il Manchester City dovrà comportarsi come gli Oasis, vincere tutto senza preoccuparsi di poter dare fastidio, farlo con stile senza perdere mai la voglia di andare avanti. Anche perché, questo i fratelli Gallagher lo sanno bene, today is gonna be the day.

E perché forse proprio Pep potrà essere l’uomo che salverà ancora una volta il Manchester City, portandolo una volta per tutte a scavalcare il muro delle meraviglie, che laggiù chiamano da sempre Wonderwall.

Perché calcio e musica, alla fine della storia, portano agli uomini le stesse emozioni: tristi o felici non importa, basta viverle, che sia in terza divisione o con la Champions League in mano, che sia da Noel o da Liam Gallagher.

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L’incledibile Hulk

Piccola parentesi, il presidente Xi Jinping ha investito circa 850 miliardi per i prossimi dieci anni nel calcio, spinto dall’ambizione – forse folle, sicuramente le cifre lo sono – di poter alzare una Coppa del Mondo entro il 2023.

Allacciate le cinture e preparatevi a vedere cose strane, cose pazze e tipiche di un popolo che quando si fissa su una cosa non lascia adito a ripensamenti o mezze misure: non ci credete? Guardate come è cresciuto lo Shanghai.

LA SQUADRA

Xiang Sun, il vero sole della retroguardia cinese, vanta numerose presenze in Europa con la maglia violacea dell’Austria Vienna, curriculum che lo ha fatto diventare capitano della squadra per ovvi motivi storico-linguistici.

Ora arriva Hulk

Sorvolando sul reparto difensivo, unico vero punto debole in campo, la vera stella delle aquile rosse è Dario Conca, prelevato dalla Fluminense dopo una breve ma intensa parentesi al Guangzhou Evergrande, dico intensa perché ha guadagnato circa 26.000.000 di Euro in una sola stagione: mica male Darione.

Il giocatore è forte, ha una classe che lo avrebbe portato comodamente a toccare con mano coppe e campi di tutta Europa, ma al momento del grande salto la chiamata dagli occhi a mandorla ha avuto la meglio su quella delle più note squadre del mondo calcistico. Oggi guadagna “solo” 8.200.000 Euro all’anno, chissà che non gli venga voglia di provarla davvero quell’esperienza europea. Sempre che non sia troppo tardi, perché le porte non restano aperte per tutta la vita.

Conca è un incrocio fra James Rodriguez e Perotti, tanto per l’aspetto quanto per le doti balistico-tecniche, ma quanti lo conoscono sul serio?

 

Caso chiuso, a centrocampo rimangono tanti giovani talenti cinesi con nomi simili e poco propensi al gioco duro, Hai Yu è un frangiflutti con esperienza olandese – giocava nel Vitesse – mentre il più atipico dei tanti si chiama Elkeson.

Sfido chiunque ad averlo mai visto con la maglia del Botafogo, anche perché ci è stato veramente poco: dopo aver segnato 20 reti in una stagione ha scelto di approdare in pompa magna al Guangzhou, che lo ha scaricato un paio d’anni dopo al nostro Shanghai SIPG: piccola parentesi, nella sua prima esperienza cinese ha segnato 76 reti in 111 partite, è praticamente considerato una leggenda.

L’allenatore si chiama Eriksson, lui ci si avvicina: e pensare che il vero uomo che è riuscito a stregare si chiama Felipe Scolari.

Una domanda sorge spontanea: ma quanta gente strana gioca in Cina?

“Siamo Campioni d’Eurasia”

I reparti offensivi sono notoriamente la ciliegina sulla torta in un campionato tanto stravagante quanto interessante: Asamoah Gyan, Lei Wu e Lu Wenjun sono tre giocatori particolarmente pittoreschi per motivi totalmente differenti e contrastanti.

Il primo è un campione iridato, il secondo è un peperino dell’area di rigore mentre il terzo è particolarmente strambo, basti pensare che se cerchi le sue reti su internet trovi principalmente un suo gesto fatto ad un avversario dopo una rete in campionato: ha alzato un dito, vi lascio indovinare quale fosse.

Il numero 7 è  Lei Wu, il numero 11 è  Lu Wenjun

 

LA STELLA

Paradossale ma vero, il giocatore più forte della squadra non ha ancora toccato un pallone. Si chiama Hulk, Givanildo Hulk.

È arrivato da una settimana e domani scenderà in campo nell’insidiosa sfida contro l’audace Henan Jianye che dista solo un paio di punti dalla “Zona Champions” e quindi dalle aquile di Sven-Göran Eriksson.

Guadagnerà 20.000.000 di euro l’anno, 40 al minuto, 70 centesimi al secondo.

Dal Porto allo Zenit, dalla Russia alla Cina, senza mai passare per l’Europa che – parlando di calcio – conta realmente. Sarà per paura, per troppo amore verso il denaro o per semplice voglia di viaggiare e provare esperienze inedite?

Spero solo che non si tratti della prima ipotesi, anche perché un gigante del genere non dovrebbe aver paura di niente, neanche dei camion con 55.000.000 che sono stati inviati dallo Shanghai a San Pietroburgo per ringraziare del regalo più grande del pianeta.

“Con uno stile di fisico del genere…” 

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Chiedimi se sono Felipe

L’involuzione inspiegabile, il tramonto del fenomeno, il Manchester United e quei fantomatici 40 milioni.

A pochi mesi di distanza da quei rumors e ad un passo dalla nuova stagione, vedendo un Bielsa che – voi avete notizie? – sta arrivando, non possiamo non porci una domanda che suona più come un comune dubbio esistenziale per gli amanti della Serie A:

Felipe Anderson che fine ha fatto?

Chiunque

“Si, lo so, hai ragione, scusami”

 

Bene, i numeri del talento brasiliano di Brasilia – più di così non si può – hanno fatto sognare ad occhi aperti qualsiasi tifoso biancoceleste, ma non solo lo Stadio Olimpico: il tocco di palla è raffinato, la classe superba ma la testa troppo leggera.

Mi spiego meglio, trovo inutile e poco produttivo addentrarsi nella psicologia di un giocatore che né conosciamo personalmente né avremo mai l’opportunità di farci come amico, tuttavia l’involuzione di Anderson sembra decisamente più dettata da una carenza psicologica che da una mancanza di talento.

La dote primaria di Anderson è la velocità di pensiero, qualità abbinata in maniera clamorosamente efficace ad un controllo di palla quasi unico: lui non tocca il pallone, lo sposta pizzicandolo.

Si tratta di un giocatore annoverabile nella lista dei futuristi, quei forward thinkers che tanto fanno esaltare il tifoso medio ma che troppo spesso cadono nella trappola del troppo amore per sé stessi.

Un esempio veloce per poter comprendere l’essenza del Felipe più sbarazzino di sempre? Nessun problema.

In questi giorni ha dimostrato attaccamento alla nazionale brasiliana esprimendo la sua totale volontà di vestire verdeoro per le Olimpiadi di Rio, competizione alla cui partecipazione vuole assolutamente che la Lazio non si opponga anche a costo di deteriorare i rapporti con Lotito:  “Io ho un’opportunità importante e devo sfruttarla, non ho ancora parlato con la società ma sa cosa voglio e quindi ribadirò il concetto” ha sindacato Anderson.

A proposito di quel “sa cosa voglio” che lascia un po’ il tempo che trova, voi avete mai capito quale sia la volontà del brasiliano? Restare alla Lazio per davvero o cambiare aria? Se lo aveste fatto aiutatemi e ditemelo, io continuo a vederlo come un minerale tanto bello quanto grezzo, tanto prezioso quanto ancora tutto da scoprire. Non bastano una ventina di reti in 80 partite – che non sono comunque poche – per potersi arrogare il diritto di esser chiamato top player, perché i giocatori indispensabili ad oggi sono altri. Candreva e Parolo tirano le fila del gioco, Anderson lo illumina con la stessa facilità con cui lo spezza quando incappa in una giornata storta.

Se poi ti cerca anche il Manchester United, probabilmente, è anche per la nota predisposizione dei Red Devils a comprare i giocatori con quel cognome nella speranza di superare il trauma dei 31.000.000 di euro spesi per il portoghese Anderson Luís de Abreu Oliveira; se capitasse l’occasione credo che metterebbero sotto contratto anche l’attore Wes Anderson, ovviamente sto scherzando. Sicuramente tuttavia l’interesse, pur essendosi palesato in maniera limpida nella scorsa finestra di mercato, non era poi così vivace ed intenso come quello mostrato per altri giocatori, anche perché i 40.000.000 richiesti dalla Lazio non hanno sicuramente spaventato una squadra che ne ha appena spesi 38 per Eric Bertrand Bailly, se va bene persino meno noto della stella biancoceleste.

Nemmeno loro erano convinti, ad Old Trafford viene solo gente sicura di far bene, sono bastati gli Anderson portoghesi e persino i Memphis Depay.

felipe anderson

Continueremo a vederlo un talento discontinuo o comincerà un bel giorno a capire cosa voglia realmente dalla vita fortunata che si è trovato a vivere nella capitale più bella del mondo? Continuerà nel suo attuale percorso di alti e bassi in un sottofondo generale di semplici e sommesse chiacchiere o sceglierà di viaggiare in autostrada? Continuerà a piacersi troppo o comincerà ad essere felice?

Comincerai a farti scegliere

o finalmente sceglierai 

Fabrizio De Andrè

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L’Italia che non ha paura

Francesco De Gregori non parlava di Nazionale di Calcio quando scrisse una canzone ancora oggi annoverata fra le più patriottiche di sempre, sicuramente gli argomenti importanti della vita sono altri ed il lutto al braccio con cui gli Azzurri hanno giocato ieri sera ne è la prova vivente. È proprio questo il punto, il calcio e lo sport con la loro vitalità riescono a donare energia a tutto quel che non ne avrebbe altrimenti, ci fa piangere e gridare di gioia, riesce a far muovere chi non è abituato a fare neanche un passo per alzarsi dal divano.

Pellè e Zaza hanno rappresentato l’immagine del giovane inesperto, voglioso di rompere gli schemi ma ancora troppo acerbo per prendersi sulle spalle un colpo da maestro o una rincorsa troppo istrionica, Matteo Darmian fa quasi tenerezza per la voglia di segnare che si è trasformata in un rigore sbagliato, Mattia De Sciglio è il silenzioso che si è preso la rivincita, il centrocampo azzurro ha dimostrato come non sia impossibile rimpiazzare il trio Marchisio-Verratti-De Rossi in maniera più che dignitosa.

La difesa italiana è il patrimonio culturale della nostra penisola, unico ed inarrivabile, Boateng docet.

Peccato solo che l’industria dei cucchiai, con il pensionamento di Andrea Pirlo, andrà ben presto rivoluzionata onde evitare di vendere cara la pelle per colpa di qualche teenager poco abituato alle “Notti Magiche” che hanno reso enorme una nazione da tutti considerata come il “Paese delle Meraviglie”. Non è facile, ci vuole esperienza, ci vuole meno brillantina e più personalità: ricordiamoci che prima dell’invenzione del vocabolo “Goldigrosso” per la rete contro i tedeschi nel 2006 il nostro Fabio era soltanto un terzino quasi sconosciuto e come tale è poi rimasto, quindi c’è davvero speranza per tutti.

Poi avevamo registi e pittori, Del Piero e Totti, questo è vero ma è meglio non pensarci e fare i conti con il tempo che passa.

L’Italia di oggi è questa, lo abbiamo dimostrato tanto in politica quanto nel calcio, con l’unica differenza che un rigore calciato in maniera pittoresca o un gesto del “cucchiaio” a precedere una carezza verranno dimenticati molto presto, oltre a non provocare altro se non un po’ di mal di pancia o una notte passata a voler dimenticare,  che comunque non è poco.

L’Italia è così, prendere o lasciare, riusciamo a farci notare anche quando arriviamo in terra nemica privi dei nostri pezzi pregiati – Marchisio e Verratti, non smetterò di ripeterlo – e con uno zainetto in spalla da turisti un po’ sui generis.

Antonio Conte, però, ha avuto il grande merito di mettere in mostra un’Italia che lavora, l’Italia che non muore, l’Italia con le bandiere, l’Italia del 12 dicembre, l’Italia povera come sempre.

E si, anche quella del 1° di Luglio.

L’unica fortuna, se di fortuna vogliamo parlare, è che grazie alla mancata vittoria di ieri torneremo ancora una volta a parlare di cose serie, quindi prendiamola con filosofia ricordiamoci che la sconfitta è soltanto una parte del gioco.

Anche se, a dirla tutta, non abbiamo neanche perso, perché una rigirata è tanto crudele quanto poco realista.

Ce ne andiamo più da Matteo Darmian che da Zaza, ma questa è un’altra storia: l’italiano è così, prendere o lasciare.

“Se fossi stato al vostro posto, ma al vostro posto non ci so stare”

Fabrizio De André

Pittoreschi, trasandati e raffazzonati, unici nel nostro essere differenti.

 

Once upon a time

Islanda. Iced land. Iceland. Terra ghiacciata. Disfatta.

Roy Hodgson ha perso, ha perso l’Inghilterra e un modo di concepire il calcio. Hanno perso la pacatezza e l’aplomb tipicamente british del manager più sfortunato di sempre, ha vinto la “garra” islandese decisamente più calda del clima freddissimo in cui vivono gli abitanti di Reykjavík.

I ragazzi di Lagerback, che se la vedranno con la Francia, nonostante i 323.000 abitanti potranno contare su milioni e milioni di simpatizzantiall over the world.

Troppo facile ironizzare sul binomio uscita dall’Unione Europea della Gran Bretagna-uscita dall’Europeo degli inglesi, troppo facile ma anche altrettanto doveroso vista la figuraccia immensa di cui si sono resi partecipi Wazza e compagni.

Non ci piace essere sadici né gratuitamente perfidi, quindi andiamo per gradi, analizziamo i motivi della sconfitta.

Qualche settimana prima delle convocazioni avevamo delineato un’Inghilterra ideale, con un centrocampo clamorosamente variopinto ed un attacco solidissimo, oggi rileggere quelle righe fa quantomeno sorridere.

La vera delusione è stata per molti la mancata convocazione di Danny Drinkwater, che ha causato un tentativo di referendum popolare dal titolo:

inghilterra drinkwater

La petizione l’ha lanciata un mio amico, parrucchiere di John Terry e Gary Cahill, ma non è stato molto fortunato.

Alla fine l’Inghilterra è arrivata comunque in Francia, lo ha fatto senza stupire ma qualificandosi al secondo posto più per “colpa” di una Russia arrembante nella prima uscita e di un super Galles per tutta la durata del Girone che per demeriti personali.

A dire il vero, a costo di sembrare ripetitivo, la mancata convocazione del “Daniele Bevilacqua” anglosassone ha causato un enorme misunderstanding a centrocampo: Wayne Rooney.

C’era una volta il centrocampo messo in campo prima dell’Europeo: la classe di Alli, la duttilità del metodista Dier e la sostanza necessaria di un gregario come James Milner.

england

L’Inghilterra arrivava con tante ambizioni ed un altrettanto consolidato consenso popolare: le vittorie contro i francesi ed i portoghesi avevano confermato come i Red Lions fossero finalmente diventati una squadra rapida, moderna ed infinitamente ricca di alternative.

Proprio le substitutions hanno però svolto un ruolo salvifico e controproducente allo stesso tempo: da una parte hanno risolto le partite che si erano messe male – vedi Galles – ma dall’altro non hanno portato neanche un briciolo di continuità ad una squadra che non faceva – e non fa – la storia fuori dalla Manica da ormai dieci lustri.

Vardy o Kane? Sturridge o Rashford? Sterling o Lallana? E Rooney?

 “Seriously?”

Sono troppe le scelte possibili in attacco per un allenatore che ha scelto di giocare con il 4-3-3, modulo offensivo ma poco comodo per 6 punte se due dei tre attaccanti sono ali veloci e poco ben piazzate fisicamente: Sterling e Lallana non possono essere scambiati con Sturridge e Vardy, fin qui ci arriviamo tutti, ma Roy si è voluto ostinare.

La soluzione era sotto gli occhi, talmente vicina da non essere stata vista da nessuno: la soluzione, secondo noi, si chiama cinismo, quello sconosciuto che non si è visto nelle quattro sfide di Euro 2016 a causa – soprattutto – di un gioco poco quadrato e strutturato per vincere le partite dominando l’avversario. Già, perché le partite si vincono soprattutto a centrocampo, ma se ad impostare si mette Wayne Rooney anziché un veterano come Milner o la sorpresa Drinkwater, rischi di pagarne le conseguenze.

Probabilmente con un modulo diverso, magari un 4-4-2 meno ambizioso, un paio di uomini in area avrebbero potuto chiudere le partite più difficili come l’assedio slovacco o la sfortunata avventura contro la Russia, ma Hodgson ha cercato di stupire tutti con un artificio che purtroppo si è rivelato doloroso più che appariscente e pirotecnico.

Un po’ di semplicità non avrebbe forse fatto male, soprattutto dopo aver visto Harry Kane battere i calci d’angolo, fatto che mi ha personalmente fatto salire la glicemia di qualche gradino.

 Lo strano caso del Kane che batte i calci d’angolo

Probabilmente si parla soltanto di aria fritta, un fish and chips di occasioni perse e gettate al vento, anche perché una vittoria contro la Russia avrebbe probabilmente portato fiducia nei mezzi e un po’ di stabilità in più all’interno dello spogliatoio, fatto sta che così non è stato e che gli inglesi sono usciti agli Ottavi di Finale.

Non per fare i Lineker della situazione, ma la sconfitta di ieri fa un po’ male.

gary lineker

Sarebbe bello potersi sedere in panchina, mostrare serenità a 360° per 90′, non preoccuparsi di nient’altro se non del proprio cravattino e vedere persino la squadra vincere senza troppi crucci. Il viso rugoso di Roy Hodgson è però tutto un programma, foriero nonostante tutto di un senso di insostenibile leggerezza e passione per la vita morigerata, di simpatia verso chi è stato soprannominato per anni “pasticcino”. Vista la capacità tipicamente inglese nel creare torte e dolciumi, credo possa averlo preso quasi come un complimento.

Fatto sta che ha vinto l’Islanda, squadra che non può permettersi nemmeno di cambiare i cognomi: passare da Sigurdsson a Sigthorsson sembra già un’impresa.

A proposito di impresa, loro l’hanno fatta sul serio.

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Siamo antipatici perché vinciamo

Chi l’avrebbe mai detto.

“Sono antipatico perché vinco-o”

Antonio Conte

A chi non è mai capitato il contrario.

Scrivevo qualche settimana fa come essere simpatici perché eternamente sconfitti è piuttosto facile, soprattutto se ti chiami Haiti e ne prendi 7 da un Brasile ai minimi storici, ma se non convochi la coppia Jorginho-Bonaventura quando alleni e rappresenti l’Italia aspettati una pioggia di critiche. Critiche che sono piovute eccome, ma Antonio Conte le ha cercate e le ha anche sapute apprezzare.

Sul 10 a Thiago Motta sono d’accordissimo – sono anche genoano, cercate di capirmi – vista la sua clamorosa ed unica capacità di giocare da fermo, un unicum nella nazionale più mobile degli ultimi tempi: la partita con il Belgio lo ha dimostrato, il gioco azzurro “contiano” è una macchina precisa ed instancabile, la benzina non finisce finché i giocatori non smettono di correre come dei forsennati, l’impresa di ieri pomeriggio l’ha confermato con undici puntini sulle “i”.

L’unica preoccupazione resta ovviamente la mancanza di ricambi per un ingranaggio che l’altro ieri ha nuovamente funzionato ma può darsi che contro la corazzata tedesca non riesca a fare lo stesso: Verratti e Marchisio, in questo senso, avrebbero garantito quella classe che è qualità a prescindere dalle giornate si o da quelle no, avrebbero assicurato due cognomi importanti nella formazione titolare, ma la storia del calcio insegna che non tutte le nazionali vengono fuori con il buco.

Noi siamo fatti strani, ma in fondo ci piace infinitamente sapere di esserlo.

La Spagna si è inchinata a una delle nazionali meno assortite di sempre, con un centrocampo – non posso non ripeterlo, è la verità – raffazzonato ma estremamente efficace, con un’organizzazione e spirito di squadra tipico però di chi gioca insieme da mesi, per non dire anni.

È così, ieri lo abbiamo definitivamente visto tutti. Abbiamo messo in ginocchio una squadra capace di subire solo due reti in 3 partite – entrambe contro la Croazia – senza nemmeno aver dato l’idea di aver faticato troppo per farlo. Ci siamo persino concessi il lusso di sbagliare un paio di occasioni clamorose, rischiano di venire riacciuffati da Piqué per poi freddarli sul più bello: 2-0, sentiamo ancora una volta quel magico “facciamo le valigie” e ci siamo risentiti fieri di essere azzurri.

Noi ci credevamo fin dall’inizio, sebbene ci fossimo ufficialmente autoproclamati portatori del messaggio “Jorginho va convocato”, ci credevamo perché Conte è tutto fuorché stupido.

È l’unico allenatore ancora abituato a creare squadre prima ancora di selezionare i giocatori più forti, è italiano come noi e sa benissimo cosa significhi partire per una spedizione nazionale.

E ha pure un ottimo tocco di palla, ma questa è un’altra storia.

 

Nel report di fine gara abbiamo provato ad analizzare in maniera rapida ma chiara la partita che ha messo fine al dominio spagnolo in Europa, ora non ci resta che goderci l’impresa ed aspettare la Germania senza rimpianti. Senza Marchisio e senza Verratti, ma soprattutto senza paura.

Ben alzati, sentitevi un po’ come De Rossi dopo aver umiliato – senza volerlo – Don Andrés Iniesta.

Io non mi sento Italiano, 

ma per fortuna,

per fortuna lo sono.

Giorgio Gamer

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Essere Kroos

“Non parla tanto, ma ogni suo lancio è una parola chiara e decisa in un concerto di ombre”

Anonimo

Va bene, la citazione ce la siamo inventata noi.

Siamo stati costretti a farlo perché, ahinoi, Toni Kroos è un giocatore di poche – pochissime – parole. Per fortuna in campo è un professore di grammatica e letteratura, ama dialogare con i compagni e mettersi al centro di ogni iniziativa collettiva, alle parole di fronte ai microfoni preferisce i tocchi leggeri e morbidi, piuttosto che spiccicare una sillaba ci regala una delle classiche sventagliate, alle sterili polemiche di mercato preferisce far nascere discorsi giganteschi in mezzo al campo. Lui è la proposizione principale, gli altri le subordinate.

Toni fa anche da solo.

Toni fa anche da solo.

KROOS ERA

Nel 2006, mentre noi italiani godevamo per il trionfo mondiale gloriandoci della genialità di Andrea Pirlo, il Bayern Monaco acquistava colui che ha sempre avuto il pittore di Brescia nella testa e nei poster in cameretta oltre che nei piedi: Toni Kroos arrivava in Baviera, ci arrivava camminando e senza spiccicare una parola. Tutto normale.

Riesce a dire “voglio giocare” soltanto dopo un anno, quindi l’esordio arriva soltanto nel 2007, anno in cui impara anche cosa significhi giocare in Coppa Uefa.

Tutta la carriera di Kroos è un lento ma costante crescendo, dimostrato dal fatto che il 6 novembre 2008 arriva anche l’esordio in Champions League a soli 18 anni contro la Fiorentina. Prossimo passo? La gloria eterna?

Un lato negativo il nostro architetto del centrocampo a dire il vero lo ha, si tratta del feeling con la porta: fenomenale a mandarci i compagni, è tanto timido con le persone quanto con le palle da tirare nello specchio. L’occasione deve arrivare, arriverà e la prenderà al volo.

Non proprio al volo, forse anche meglio.

Da questo momento in poi non ne salta più una: 27 presenze, una quantità indefinibile di passaggi e lanci lunghi, riesce persino a far sorridere van Gaal.

Arrivano due campionati e un brutto strappo al polpaccio, parentesi nera che ricorda a Toni di essere in fondo un essere umano come noi; il 25 Maggio 2013 alza la coppa con le orecchie di fronte ai rivali del Borussia e qualche giorno più tardi chiuderà la stagione con uno storico triplete.

Con l’avvento di  Pep Guardiola alza poi una Supercoppa UEFA, una Coppa del Mondo per club, una Coppa di Germania e già che c’è anche un altro Meisterschale: tutto sotto passa fra le mani di Kroos, tutto passa dai suoi scarpini.

Classica espressione da “Tanto non rinnovo”

 

C’è però un problema. Il ragazzino di Greifswald, città affacciata sul Mar Baltico, non parla con la società. Non lo fa perché è abituato a non esporsi se non quando viene interpellato dai diretti interessati, ma se questi si chiamano Bayern e hanno appena alzato più trofei che gomiti nelle tipiche birrerie tedesche è difficile che vengano a prostrarsi ai tuoi piedi. Anche perché in quegli anni al suo fianco ci sono giocatori del calibro di Xabi Alonso, Javi Martinez, Bastian Schweinsteiger ed il neo acquistato Thiago Alcantara, non proprio quattro frasi incidentali in analisi del periodo.

“Tutti vogliamo che resti ma dipende solo da lui”

Pep Guardiola

A proposito di periodo, quello storico, viene ufficializzato dal Real Madrid il 17 Luglio 2014 e lo stesso giorno put the pen to paper su un contratto faraonico e di sei anni. Ai campioni tedeschi in cambio 25.000.000 di Euro, consideratelo un prezzo di favore.

“Dai che ne riesco a fare più di Danilo” 

 

KROOS È

 

Il resto è storia recente, i numeri sono più chiari della sua carnagione, non fatevi ingannare dal suo modo di correre perché finirete per non cogliere l’essenza del centrocampista più moderno e luminoso del presente.

Il mondo di Toni è una macchina quasi perfetta, sbaglia uno stop ogni morte di Pepe – scusate, ma giocando nel Real Madrid entrambi era quantomeno doveroso – e riesce a dettare praticamente da solo i ritmi di un centrocampo che deve sostenere uno degli attacchi più forti della storia.

Modric è aiutato dall’agilità oltre che da una classe sopraffina ma fisicamente è un’incognita perenne, Casemiro è utilissimo a coprire gli spazi ed a sprazzi regala anche lampi di genio, ma la continuità e la stabilità di Kroos lo rendono unico ed indispensabile.

Gif kroos

Non so se ho reso l’idea

 

Pensavate che Don Andrès Iniesta fosse insuperabile? Sul fatto che sia meravigliosamente elegante e difficilmente imitabile siamo tutti d’accordo, ma il biondino con la cresta ha offerto numeri superiori a quelli dello spagnolo praticamente in ogni fondamentale:

  • 121.4 azioni a partita contro le 115.6 di Iniesta;
  • 71.4 passaggi (di cui il 97% riusciti) a partita contro 63.9 (di cui “solo” il 95% sono andati a buon fine);
  • 7.6 lanci lunghi contro 6.9 a partita, ancora una volta con una maggiore possibilità – seppur minima e quasi stucchevole – di esito positivo.

Diciamo che se il romanticismo e la nostalgia ci portano forse a dire Andrès, la macchina perfetta e più aggiornata per passaggi e cross, nel 2016, si chiama appunto – scusate, dovevamo almeno una volta – Toni Kroos.

Kroos iniesta

Davvero non vi fidavate? All credits to WyScout.com

KROOS SARÀ

Più di così è difficile andare avanti, andare oltre. Andare oltre non è davvero possibile, visto che si sta parlando di un giocatore contemporaneamente campione d’Europa con il club e del mondo con la Nazionale tedesca. Toni Kroos potrebbe però andare altrove, magari fra qualche anno e con una valigia piena di ricordi e altri trofei, magari per approdare in Italia o in Inghilterra, provando ad adattarsi al gioco minuziosamente tatticista della Serie A o alla ruvidità mista a velocità tipiche della Premier League.

Qualora riuscisse, tanto da noi quanto oltremanica, a dominare il centrocampo come sempre, senza far affidamento sul fisico possente che onestamente non ha mai avuto, allora si tratterebbe davvero di un fenomeno en plein air. Come se già non lo fosse.

Tanti passaggi, tutti perfetti, poche parole e soltanto fatti.

Così è (se vi pare) Toni Kroos.

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