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Da un’idea di Lorenzo Semino

Non passa…

I giorni passano. Ma il dolore no. Ancora non ci credo. E non ci voglio credere. Solo pensare a un’estate senza preparativi per andare al bar a tifare con gli amici, con cui per tutto il resto dell’anno litigo perché tifano colori diverso dal mio, ma che per un mese la pensano esattamente come me, mi distrugge. L’estate 2018 si preannuncia come una delle più vuote per molti, moltissimi di noi. È da quei maledetti rigori con la Germania che ci ripetiamo “state sereni cari tedeschi… Al Mondiale ci rifacciamo”. E invece niente… E fa male vedere Ballack, che in totale mancanza di spirito sportivo, ci sfotte come se fossimo un giochino da 4 soldi. E forse da 4 soldi lo eravamo davvero. Perché il campo ha detto questo. La Svezia non ha demeritato. Non siamo fuori dal Mondiale per un rigore non concesso, per un gol annullato o per un gol subito in fuorigioco. È questo che fa più male. Siamo fuori perché è giusto così.

La sconfitta in Spagna ci sta. Obbiettivamente erano troppo per noi. Quello che non ci sta è che da quella partita non ci siamo più ripresi. La colpa di Ventura non è il modulo, non sono le scelte tecniche. È la voglia, la grinta. Quella è la causa per cui il Mondiale lo guarderemo in tv. Perché in Nazionale il tempo è poco, e se hai uomini di qualità straordinaria viene tutto più semplice, ma dal mondiale 2006 la qualità non ce l’abbiamo più. E come si sopperisce quel gap? Con la voglia, con la fame, con la rabbia. Rabbia per non aver messo subito al sicuro la qualificazione, rabbia per essere usciti ai gironi negli ultimi due Mondiali, rabbia per essere arrivati a giocarsi tutto negli ultimi 90 minuti sotto di un gol. E se non riesci a battere Macedonia e vinci a stento con l’Albania, è giusto stare a casa.

“È una tragedia” si legge ovunque. Ma già si parla del Mondiale 2022. Sbagliato. Perché saremo in difficoltà anche per il Mondiale 2022. Perché un Mondiale porta più esperienza e mentalità di quanta se ne possa acquisire in tutta una carriera. E questo sarà lo step che ci mancherà il Qatar. Perché Chiesa, Romagnoli, Belotti, Immobile e compagnia avranno superato tutti i 25 anni. Che per una stagione segnano la maturità, ma per un mondiale l’età anagrafica non conta: conta quante partite hai già affrontato con quell’atmosfera, con quella pressione. E saranno tutti degli sbarbati da questo punto di vista. Quindi non stupiamoci se sarà una spedizione fallimentare anche quella…

L’avevamo trovata la quadra, e si è vista all’Europeo. Con una squadra non eccezionale abbiamo fatto un signor europeo, fermati AI RIGORI solo dai campioni del mondo in carica. Dopo aver battuto la Spagna dei funamboli, il Belgio dei talenti straordinari, la stessa Svezia che ora ci ha fatto piangere. Perché in panchina c’era un grande, grandissimo allenatore. Che Tavecchio ha fatto di tutto per mandare via.

Ma chi deve andare via è proprio Tavecchio assieme a Ventura. Il progetto è fallito, e non male, malissimo. E il fatto che non ci siano state le dimissioni immediate di entrambi, si aggiunge ai motivi per cui era giusto non andare in Russia. La squadra ti fa vincere la partita, la mentalità fa vincere i campionati.

Ricostruire, ma ricostruire da zero, a partire dai settori giovanili: è da lì che si costruiscono i futuri giocatori delle nazionali. Il talento è un elemento in più, quello che ti fa vincere nel lungo periodo è la sistematicità, l’organizzazione, sia di squadre professionistiche che dilettantistiche. Puntare sulla crescita dei giocatori, non sul risultato. E quindi riformare anche gli allenatori, che insegnino questo anziché vincere la singola partita e sentirsi pronti per vincere una Champions League. Riformare la mentalità dei genitori, in modo che quando i bimbi tornano a casa chiedano “hai giocato bene?” e non “hai vinto?”. Basterebbe poco… Ma significherebbe tanto, davvero tanto.

Quindi ora asciughiamoci le lacrime, cuciamoci le ferite e ripartiamo. Perché l’Italia e gli italiani avranno tanti difetti, ma quando si tratta di calcio, purtroppo o per fortuna siamo tutti uniti. E ne abbiamo bisogno, ora più che mai. Per non dover aspettare 20-30 anni prima di poter dire che siamo a un buon livello come Nazionale. Perché io soffro a vedere gli altri che lottano per una coppa che abbiamo vinto 4 volte senza poter dire la nostra.

E voi?

Generazione perduta

Girando per il web in una delle giornate più tristi della mia breve “coscienza calcistica”, mi sono imbattuto in un Tweet breve ma molto, molto conciso:

Il concetto espresso da Lonzani, come da molti altri tifosi e appassionati, testimonia una grande sconfitta per il movimento calcistico italiano. I 10 calciatori sopra elencati sono gli attuali migliori Under-27 italiani, a cui personalmente aggiungerei il rossonero Donnarumma e il portiere rossoblu Perin. Una dozzina di giocatori che, avendo tra i 18 e i 26 anni, hanno sì davanti almeno un altro lustro di livello davanti (anche due o tre, in alcuni casi), ma che arriveranno al Mondiale il Qatar del 2022 (sempre se ci arriveranno) con un’esperienza importante in meno rispetto a giovani provenienti da altre nazioni, qualificatesi alla rassegna russa.

Tutto questo aggiungendo che calciatori come Immobile, Jorginho, Gabbiadini e Zaza, altri giocatori azzurri di qualità, non potranno vivere l’esperienza mondiale in quella che, di solito, è la fase più alta della carriera di un giocatore (tra i 25 e i 30 anni).

Altri danneggiati da questa figuraccia, infine, sono i giocatori nati tra il 1985 e il 1988, che avrebbero partecipato al mondiale con un’età compresa tra i 30 e i 33 anni. Non giovanissimi i primi, al tramonto della propria carriera i secondi. Per loro una chance buttata per giocarsi l’ultimo grande evento della loro carriera.

La grande sconfitta sopracitata, nella mia personalissima opinione, arriva dal day after il trionfo azzurro di Berlino nel lontano 2006. Tutti contenti, contentissimi in tutta Italia, ma il bello sarebbe dovuto arrivare in quel momento. Lippi portò una rosa nata tra il 1973 e il 1983 (dai 23 ai 33 anni), con giocatori di carisma e qualità come Materazzi, Cannavaro, Gattuso, Totti… L’errore è stato affidarsi di nuovo nei loro piedi, pensando di più a coccolare e venerare questi eroi e non concentrandosi su chi avrebbe dovuto, in seguito, sostituire i campioni del mondo.

Ecco arrivare così le brutte figure in Sudafrica e in Brasile, con dei lampi avvenuti negli Europei, pur senza avere in rosa dei giocatori che potessero davvero fare la differenza.

Ed ecco seguirle le regole sulla gestione dei vivai in Serie A, ormai troppo tardi per poter cambiare davvero le cose.

Sempre nella mia personalissima (e opinabilissima, ovviamente) opinione, adesso sarebbe il momento, per il movimento calcistico italiano, di cambiare davvero le cose: rinnovare il calcio in tutti i suoi aspetti, dal ct alla rosa (via chi non può più dare un vero apporto alla causa azzurra) fino ad arrivare ai massimi esponenti della FIGC, cominciando da Tavecchio che, sulla falsa riga dei suoi precedessori, non ha fatto quel che serviva per cominciare un ciclo, se non vincente, almeno soddisfacente partendo da quella notte di 11 anni fa.

 

Ruggero Rogasi

Twitter @RuggeroRogasi

Disastro Italia, ora si deve ricominciare

[Immagine di copertina tratta da Internet]

Il momento più basso nella storia del calcio italiano. È così che probabilmente verrà ricordato il ciclo sportivo che si è appena (si spera) concluso. Abbiamo sbagliato tutti e abbiamo sbagliato tutto, fin dalle fondamenta il nostro movimento è ora da rifondare ed è obbligatorio che qualcuno decida di dimettersi dalle cariche più alte della FIGC. Non è possibile che ad oggi a reggere la nazionale siano i soliti pochi senatori e che una squadra nemmeno troppo povera di talenti non sia stata in grado di qualificarsi per la fase finale del campionato mondiale di calcio, perché se andiamo a leggere la rosa che l’anno scorso ha costretto ai rigori la Germania campione del mondo non è diversa da quella che oggi non è stata in grado di segnare nemmeno una rete in 180′ contro la non propriamente inarrivabile Svezia.

Questo ciclo di quattro anni deve servirci da lezione, è stato sbagliato selezionare un allenatore che non avesse alcuna esperienza in una grande, nè tantomeno a livello internazionale, incapace di rianimare un gruppo dopo una sconfitta grave come quella subita al Bernabeu, incapace di comprendere come il 4-2-4 non fosse parte di questa Italia, incapace di dare un’impronta fissa agli Azzurri, che non potevano e non dovevano sperimentare in una partita come questa,che non potevano e non dovevano lasciare fuori il loro numero 10 in questa gara. La speranza è che questo sia il fondo e da qui il movimento si rialzi, bisogna ripartire dai giovani, quelli delle scuole calcio ed istruire dei buoni maestri di pallone nelle giovanili, che devono avere spazio nelle prime squadre, servono dei tetti massimi di stranieri nelle primavere e magari anche l’inserimento delle Squadre B, modello che si è già rivelato funzionante in Spagna e Germania. Serve mettersi in discussione per poter ritornare grandi, questo fallimento può e deve servirci a tornare i più forti, salviamo il calcio italiano, è già tardi.

Panama nel paese delle meraviglie

[Immagine in copertina tratta da internet]

“Questa vittoria è anche tua” scrive un noto giornalista spagnolo, Alexis Martin-Tamajo, meglio conosciuto al mondo dello sport con il soprannome “Mister Chip”.

La dedica è per Amilcar Henriquez, colonna portante della nazionale di Panama, ucciso a colpi di pistola il 15 Aprile scorso nel centro di Colon.

Chi pensa a Panama si ritrova negli occhi colori perlopiù sgargianti, paradisi fiscali e scandali mondiali che ne portano – almeno in parte – il nome. Presidenti divenuti dittatori e connessioni contrastanti con gli stati confinanti, legami fortificati dalle serie televisive che negli ultimi tempi hanno esaltato la figura di Pablo Escobarpatròn della vicina Colombia e compagno di affari di Manuel Noriega, generale e di fatto dittatore del Paese dal 1983 al 1989, morto anch’egli come il centrocampista Henriquez nella primavera del 2017.

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Cosa temere di Svezia, Eire, Irlanda del Nord e Grecia

[Immagine in evidenza tratta da Internet]

Ci siamo. L’Italia si è qualificata agli spareggi per accedere ai prossimi Mondiali in Russia del 2018, lo ha fatto da testa di serie non senza polemiche e malumori; decisive le cadute sul finale, prima in Spagna e poi un pari a Torino contro la Macedonia, che lasciano l’amaro in bocca nonostante la classifica ci proietti tra le migliori squadre della competizione grazie a 23 punti in 10 partite. Gli azzurri non sono stati gli unici a patire avversari agguerriti o rivali storici, il tutto contrapposto a gironi le cui teste di serie hanno mancato la qualificazione, vedi Austria e Galles nel Gruppo D. Chiedere anche agli olandesi per credere.

Possibili avversari dell’Italia, gli O’Neill sono alla guida di Eire ed Irlanda del Nord [Immagine tratta da Internet]
C’è stato il tempo per le riunioni fra i senatori dello spogliatoio, per le critiche e persino per un “referendum popolare” in merito al modulo da utilizzare in futuro, ora bisogna solamente concentrare l’attenzione sulle prossime avversarie. Rivali che, per fortuna e per rispetto, non possono spaventare poi troppo una grandezza del calcio come la nazionale 4 volte campione del mondo. Chi potremmo trovare nell’urna di Zurigo fra meno di una settimana?

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Notte tutta italiana in Europa League: tre vittorie, Atalanta da sogno

[Immagine in copertina tratta da Internet]

Se la settimana europea delle italiane era iniziata in maniera negativa con un solo punto guadagnato su tre partite di Champions League, in Europa League le nostre squadre hanno fatto l’en plein: nove punti in tre gare, impreziosite da grandi prestazioni.

Partiamo dalla sfida più scontata delle tre, quella che vedeva impagnato il Milan in trasferta contro l’Austria Vienna, match nel quale i rossoneri hanno dato sensazione di controllo assoluto durante tutta la gara. Note di merito per Andrè Silva, tripletta per lui, e Calhanoglu, che segna un gol impreziosito da due assist; a completare il tabellino dei marcatori Suso, a conferma di come il gruppo si stia via via amalgamando tra nuovi acquisti e volti già noti tra le fila rossonere. Risultato finale un 5-1 che, seppur ottenuto contro una formazione tutt’altro che temibile, dà morale e può essere un ottimo punto di partenza per andare avanti nella competizione.

La Lazio era invece impegnata in terra olandese contro il Vitesse, squadra che – come vi abbiamo raccontato in seguito ai sorteggi – pur non avendo in rosa grandi campioni poteva risultare difficile da battere, in virtù anche della sua esperienza europea. I biancocelesti non hanno in effetti avuto vita facile, con i padroni di casa che hanno condotto la gara per ben due volte grazie alle reti di Matavz e Linssen, rimontate da Parolo e dal solito Immobile, sempre più leader della squadra capitolina. Il goal del definitivo 2-3 è invece di Murgia, che timbra il cartellino per la seconda volta in stagione e segna un’altra rete decisiva dopo quella in Supercoppa. Lazio che può dirsi soddisfatta per aver dimostrato di avere gran carattere, continuando la propria serie positiva dopo le due vittorie consecutive in campionato.

In ultimo l’Atalanta. Vi avevamo raccontato di come per i bergamaschi sarebbe stato molto difficile fare punti contro una squadra molto ben attrezzata come l’Everton, ma anche di come gli uomini di Gasperini ci avessero abituato a grandi prestazioni contro le big. Detto fatto, l’Atalanta ha letteralmente schiacciato la formazione britannica battendola per tre reti a zero e dominando la partita per quasi tutti i novanta minuti di gioco, mettendo in mostra un calcio propositivo e divertente da vedere. Da incorniciare le prestazioni di Masiello, che segna una rete sfiorando anche la seconda, e quella di Petagna, che ha svolto un lavoro fondamentale al fine dello sviluppo della manovra nerazzurra; per la Dea adesso è obbligatorio non solo parlare di qualificazione, ma anche di primo posto nel girone.

L’estate di John Stones, del Kun e di Gabriel Jesus

Tre inglesi impegnate in Champions questa sera. Il Liverpool strappa a fatica un punto in casa contro il Siviglia, sempre pericoloso: Firmino, croce e delizia, porta in vantaggio i Reds ma sbaglia un rigore, permettendo alla coppia Correa-Muriel di trovare un insperato pareggio nella ripresa.

KANE IS ON FIRE – Dall’altra parte il Tottenham è stato capace di sconfiggere a Wembley un Borussia Dortmund capolista in Bundesliga, che aveva pareggiato con un gioiello del nuovo acquisto Yarmolenko. Harry Kane come un uragano segna però due reti regalando agli Spurs una vittoria davvero preziosa e fondamentale.

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Le grandi mettono le ali

Nella serata di ieri è andata in scena la prima giornata di Champions League, che entra nel vivo con una fase a gruppi all’insegna dell’Over 2.5. Strada spianata per le inglesi, Barcellona, Bayern Monaco e Paris Saint-Germain chiudono il martedì sera con un bilancio di 28 reti in 8 partite.

Questa sera tocca alle altre, Napoli compreso:

ALISSON METTE LE ALI – Tutte le prime pagine giallorosse sono giustamente dedicate ad Alisson Ramsés Becker, portiere della Roma che nella ripresa all’Olimpico ha alzato un vero e proprio muro capace di garantire un prezioso 0-0 contro un Atletico Madrid come sempre organizzato e particolarmente solido.

“Messi sotto” titola invece Il Corriere dello Sport in seguito alla pesantissima sconfitta bianconera nella tana dei blaugrana; per giorni è stata propinata una presunta superiorità di Paulo Dybala a Leo Messi, che si è ripreso lo scettro di miglior attaccante argentino nel mondo con una doppietta che si aggiunge alle 3 reti del week-end nel derby contro l’Espanyol.

Il paragone è sempre vivo, vegeto e probabilmente veritiero, ma la debacle del Camp Nou ha messo in luce una differenza ancora vistosa. Massimiliano Allegri fa ammenda e si prepara per Olympiacos e Sporting Lisbona (che vince la prima gara in Grecia con reti dell’ex romanista Doumbia e di Bruno Fernandes), squadre da battere per assicurarsi il passaggio del turno.

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Premier o Champions…League?

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Questa è solamente una delle domande che in molti si porranno, vista la folta e inedita presenza di ben 5 squadre inglesi nel tabellone di Champions. Non bastavano Chelsea, Tottenham, Manchester City e Liverpool (dopo aver sconfitto l’Hoffenheim nella doppia sfida ai preliminari), anche lo United di José Mourinho parteciperà alla competizione più prestigiosa per club grazie alla vittoria in Europa League.

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Simili nella sorpresa, diverse nel mercato

Alzi la mano chi, due anni fa, pronosticò una vittoria del Leicester City in Premier League. Nessuno? Nessuno. Forse giusto quel pazzoide che scommise 5 sterline (da ubriaco) per ritrovarsi in tasca una bella somma. Anche se fece il cash out prima della fine del campionato. Quindi non ci credette fino in fondo.

Più pronosticabile è stata invece la vittoria del Monaco nella scorsa Ligue 1, anche se con il monologo PSG presente in Francia da anni, in pochi ci avranno davvero creduto.

Sorprese, quindi. Per alcuni favola, per altri miracoli. Vittorie di progetti più o meno azzeccati. O vittorie di tecnici più preparati di altri. Di gruppi più preparati. O, semplicemente, fortuna.

Ciò che, però, ha distinto in modo sostanziale le Foxes da Les Rouges et Blancos è stato l’approcciarsi al mercato successivo alla loro vittoria.

Da gestire c’erano, infatti, situazioni diverse che potevano (e potrebbero) rivelarsi cruciali per la stagione successiva.

 

SQUADRA CHE VINCE NON SI CAMBIA”… – È stato, in parte, il mantra seguito dai dirigenti dei campioni d’Inghilterra del 2016. Perché ribaltare una squadra che ha vinto a sorpresa una stagione, divertendo e appassionando tutto il mondo? Se ci pensiamo bene, è stata la stessa domanda posta dopo il Triplete dell’Inter nel 2010.

Alcune cessioni sono state quasi obbligatorie: Kanté ha voluto a tutti costi il Chelsea, Kramaric è volato in Germania, poi altre cessioni minori. Gli acquisti di Slimani e Musa volevano essere mosse per aumentare la dimensione della rosa, in modo da affrontare al meglio tutti gli impegni. Quello di Mendy una mossa per rimpiazzare l’onnipresente Kanté.

 

“Quando l’ho visto in allenamento pensavo fossero due gemelli, era ovunque” [Slaven Bilic su Kanté]

Ciò che ha rovinato il giocattolo sono state le mancate cessioni. Dopo una stagione magica, sarebbe stato ovvio per le tre stelle della squadra avere mercato da club più prestigiosi.

Ngolo Kanté è stato, appunto, l’unico a lasciare il King Power Stadium. Troppo piccola la dimensione delle Foxes per le sue ambizioni (e si sono viste con i Blues).

Vardy e Mahrez sono due capitoli a parte.

Già dal gennaio del 2016, il nome di Vardy era sulla lista di molti top club. Il bomber venuto dalla fabbrica segnava da ogni posizione, tanto che è stato a lungo in cima alla classifica marcatori. A giugno era tempo di decisioni. L’Arsenal alle porte, con un ricco assegno per il Leicester e uno stipendio da top player per il 29enne. 29Enne, appunto. Davanti all’occasione della vita. Arsenal o non Arsenal? Il rischio di tenere un giocatore come lui è pari a quello di cederlo. Meteora o consacrazione? Continuerà con questo rendimento o sarà stato un anno di grazia, prima di ricadere nella mediocrità? Sarà lo stesso attaccante a rifiutare, tra gli applausi e la commozione degli amanti del calcio.

 

 

Incassato il no di Jamie, i Gunners si sono buttati sull’algerino Riyad Mahrez. Il Leicester ha fatto da subito muro, sull’onda dell’entusiasmo. Sia per la permanenza del bomber, sia per la volontà dello stesso giocatore di rimanere, già espressa rifiutando il Chelsea (che aveva già messo in circolazione la sua maglia).

Col senno di poi, è facile dire il giusto: Kanté era imprescindibile per questa squadra, Vardy e Mahrez sacrificabili. Il francese è un motore infaticabile, che riesce ad alternare le due fasi in modo costante per tutta la partita. Vardy invece si è spento, passando da 24 a 13 reti in campionato. L’algerino ha segnato 17 reti e servito 10 assist nel 2016, per scendere a 4 reti e 2 assist nella scorsa stagione.

 

Difficile vendere Mahrez a cifre convenienti dopo una stagione deludente

 

Senza il loro apporto, il Leicester ha rischiato la retrocessione.

E a pagare è stato Claudio Ranieri.

….O FORSE È MEGLIO CAMBIARE? – Discorso diverso, se non addirittura opposto, è stato il mercato del Monaco. Una squadra più giovane, quindi più appetibile, di quella inglese, che oltre a giocatori di buon rendimento metteva in vetrina giovani dal futuro brillante. Il mantra della società monegasca è stato quello di vendere, monetizzando al massimo ogni cessione.

Questo può spiegare la cessione di Benjamin Mendy e Bernardo Silva al Manchester City rispettivamente per 57,5 e 50 milioni di euro. Tiemoué Bakayoko al Chelsea per 40 milioni è sulla stessa lunghezza d’onda, dopo che il francese sembrava promesso al Manchester United.

In entrata arrivano il promettentissimo centrocampista Tielemans, Kongolo, Diakhaby, Mboula, Ghezzal, per poi finire con i colpi Jovetic e Keita Baldé, più qualche acquisto minore.

 

 

Prima menzione va fatta per Allan Saint-Maximin. Esterno d’attacco di 20 anni, è considerato uno dei talenti più promettenti presenti in Francia, ma in biancorosso non ha mai avuto la sua chance: prestato tra Germania e Francia, adesso è passato a titolo definitivo al Nizza per 10 milioni. Poco? Forse. E non convince nemmeno tanto la decisione di cederlo non a titolo temporaneo. Fatto sta che Jardim lo osservava tutti i giorni. Non avrà visto in lui ciò che si spera.

Ultimo, ma non per importanza, è Mbappé. Sul suo passaggio al PSG si è detto di tutto. Il riscatto fissato a 180 milioni pare una formalità, probabilmente il ragazzino farà un’altra stagione ad alti livelli, osservando da vicino Cavani e Neymar.

 

Come Kanté, Mbappé aveva ambizioni troppo grandi per la dimensione monegasca

 

CONCLUSIONI – Il Monaco ha estremizzato ciò che non ha fatto il Leicester. Forse per volontà dei giocatori, forse cifre troppe ghiotte, forse per scarsa fiducia nel futuro di alcuni interpreti, la società monegasca non si è fatta troppi problemi per cedere le sue stelle e rimpiazzarle al meglio (Tielemans è tutt’altro che un rimpiazzo, e preso a soli 25 milioni è un capolavoro).

 

Classe 1997, centrocampista a tutto campo, completamente ambidestro. L’acquisto di Youri Tielemans potrebbe essere il vero capolavoro del mercato

 

Acquistare giocatori per 100 milioni di euro, a fronte di un tesoretto di 358 milioni di euro (di cui 180 milioni per Mbappé in arrivo il prossimo anno) dalle cessioni è un segnale che può essere interpretato in due modi: o è un ridimensionamento graduale o, più probabilmente, cautela e programmazione dei mercati futuri, senza la fretta di spendere tutto, male e subito.

Speriamo vivamente nella seconda.

Ruggero Rogasi

Twitter @RuggeroRogasi