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Da un’idea di Lorenzo Semino

Non è un calcio per poveri

Che le spese nel mondo del calcio stiano raggiungendo cifre altissime non è un mistero: milioni di euro spesi tra costi dei cartellini, stipendi, commissioni per gli agenti, tasse… Ed ecco che, per voler rendere una squadra realmente competitiva ad altissimi livelli, ci vogliono spese sempre più ingenti, che tagliano fuori le realtà più modeste. Non è un caso, quindi, che sempre più società calcistiche stiano finendo nelle mani di sceicchi, magnati e imprenditori che sappiano innestare le squadre grazie a grandi quantità di liquidi.

Al momento, con 105 milioni di euro spesi più eventuali bonus, quello di Paul Pogba al Manchester United è il trasferimento più costoso della storia del calcio (foto: Daily Mirror)

E se hanno fatto clamore, ma non troppo, le cifre spese per campioni affermati come Cristiano Ronaldo o Gareth Bale, per cui il Real Madrid ha speso complessivamente quasi 200 milioni di euro, ecco che la cosa sembra andare fuori controllo quando si è parlato di Shaw, Martial o Renato Sanches. Ancora teenager al momento del loro passaggio alle attuali squadre di appartenenza, hanno mosso in tre quasi 150 milioni di euro, a cui potranno aggiungersi altre decine di milioni di bonus. A differenza dei due Blancos, qui si tratta di giovani, potenziali promesse, con tutta una carriera davanti e tutto da dimostrare. Tanti, troppi soldi.

Pochi giorni fa è stato registrato un nuovo capitolo in questa folle corsa al giovane di turno: il Real Madrid ha ufficializzato l’acquisto del 16enne brasiliano Vinicius Junior dal Flamengo. E fin qui tutto bene. Ciò che lascia esterrefatti è la somma spesa: 45 milioni di euro.

Più di Sanchez all’Arsenal, Mkhitaryan al Manchester United, Aguero al Manchester City, Dybala alla Juventus…

Considerato dai media locali il nuovo Neymar, Vinicius è un’ala sinistra che gioca con il piede destro, proprio come il numero 11 blaugrana. Si è fatto conoscere durante il Sudamericano Under 17, giocato in Cile tra febbraio e marzo, e vinto proprio dal Brasile, con il giocatore, con indosso la maglia numero 11, che ha chiuso il torneo come capocannoniere con 7 reti all’attivo. Fa del dribbling il suo punto forte, cercano spesso e volentieri la giocata spettacolare, cadendo anche in qualche leziosismo. Resterà con i rossoneri almeno fino a luglio del 2018 (compirà 18 anni il 12 luglio 2018), ma il presidente del Flamengo vorrebbe trattenerlo almeno fino al gennaio successivo.

Acquistare non è facile. Il Real Madrid ha comprato un giocatore di 16 anni per 46 milioni di euro. Potete immaginare quanto sia difficile operare, sarà un calciomercato durissimo. Forse resteranno molti giocatori, forse no. Vedremo. [Pep Guardiola parlando della prossima finestra di mercato]

Che sia o meno un futuro fenomeno, resta il fatto che la cifra sia spropositata. In tanti si sono espressi, tra allenatori, giornalisti o semplici tifosi, ma la sostanza è sempre la stessa: 45 milioni di euro per un 16enne, con la faccia da bambino e l’apparecchio per i denti, sono una follia.

Quel che è certo è che in casa Real stanno facendo tutti gli scongiuri del caso. Se in futuro il ragazzo dovesse rivelarsi il campione che dicono sarà un giocatore preso prematuramente ad una grossa cifra, quasi un capolavoro per i tempi della trattativa. Se, però, non riuscirà a mantenere le aspettative riposte in lui, sarà definito uno dei più grandi flop del mondo del calcio.

Ne va anche dell’immagine del Real…

Ruggero Rogasi

Twitter @RuggeroRogasi

Nosotti racconta: il Milan dagli occhi a mandorla

[Immagine in copertina tratta da Internet]

Closing, Europa League,  calciomercato, aeroplanini e nuovi orizzonti. Chi meglio di Marco Nosotti avrebbe potuto parlarci del nuovo Milan dagli occhi a mandorla?

Prima, però, è doveroso un passo indietro: per aspettative e rosa a disposizione, la stagione è stata davvero positiva? Montella ha fatto un grandissimo lavoro?

Questa la risposta del giornalista sportivo, storico inviato rossonero per Sky Sport:

“Montella ha fatto un buon lavoro, un ottimo lavoro, per due motivi: ha riportato un trofeo che non c’era, perché da tempo il Milan non vinceva la Supercoppa Italiana, il secondo aspetto è l’arrivo in Europa League. Come ci si è arrivati è significativo ma fino a un certo punto, l’importante era raggiungerla in un momento in cui è in corso una profonda rivoluzione copernicana, dove i cinesi sono arrivati al posto di Berlusconi con altri criteri di giudizio nel lavoro, in un’azienda come il calcio che è sempre particolare”.

“Montella mi è piaciuto perché aveva delle idee di calcio e le ha sapute adattare al gruppo a disposizione: la difesa a 4 che partiva con due esterni molto larghi, poi contro il chievo ha capito che la gestione dell’uscita palla si poteva fare diversamente. Si difende con 3 uomini fissi dietro, insomma questo Milan sa coprire e ripartire. Forse non è riuscito a far rendere al massimo Bacca, ma non sempre le cose vanno per forza nella giusta direzione anche se un giocatore ha un grande nome e tu sei un bravo allenatore”.

“Il Milan ha avuto un ottimo girone d’andata e ha chiuso con un buon lavoro, propedeutico per quello che sarà” aggiunge Nosotti.

Il closing porterà davvero qualcosa di positivo e di bello come la nuova maglia, che a detta di tutti è spettacolare?

“Sono 24 anni che faccio il Milan e la maglia a righe strette non mi dispiaceva, forse perché mi ricorda un altro Milan: quello di Rivera ed Altafini”.

“Anche le tradizioni contano, io non so se lo capiranno anche i nuovi padroni del vapore, che sapranno sicuramente di management di marketing e che sapranno gestire anche un approdo del Milan in borsa. Devono capire che il calcio è fatto anche di maglie, di tifosi, di passione: si gioca con i piedi, si vive senza certezze del risultato e la società deve provare a farne arrivare in casa Milan”.

“Credo che questo closing abbia inaugurato una nuova era. Non sarà più come prima, non aspettiamoci di veder subito sventolare in cielo le bandiere perché non penso sia una delle prime cose che vorranno fare; prima bisogna mettere a posto e far quadrare i conti, trovare i risultati, rendere appetibile e dare nuovamente il senso a un grande nome e marchio. Nel mondo ci sono Real Madrid, Barcellona, un paio di inglesi e poi c’è il Milan”.

“Spero che la nuova proprietà compri giocatori al Milan. Qualcosa ci sarà, ma spero che ci sia sempre attenzione all’umanità di questo sport, che è un elemento che a volte sfugge. Sarò un vecchio romantico – e sono anche per far quadrare i conti – ma non è tutto”.

Di seguito riportiamo l’audio dell’intervista a Marco Nosotti, che ringraziamo.

A cura di Lorenzo Semino e Nicolò Garbarino

#DirkBedankt: il momento migliore per dire basta

(Immagine di copertina trovata su internet)

Domenica 14 maggio, si gioca l’ultima partita di Eredivisie. Una partita importantissima, se consideriamo che in testa ci sono Feyenoord e, a distanza di un solo punto, l’Ajax, in un finale di stagione incredibilmente acceso. A complicare le cose per il club di Rotterdam ci sono i differenti momenti di forma, con i ragazzi terribili di Amsterdam lanciati sull’onda dell’entusiasmo anche grazie alla conquista della finale di Europa League, e le avversarie. L’Heracles Almelo, infatti, può ancora raggiungere un posto per combattere per l’Europa League, a differenza del Willem II, avversario dei Lanceri, che dalla stagione non ha più nulla da chiedere.

A fine gara, il capitano ha posato per un selfie con i tifosi in curva (immagine trovata su internet)

NIENTE PAURA, CI PENSO IO – Basta poco, però, per dimenticare ogni paura. Pochi secondi e il Feyenoord è già in vantaggio, grazie al gol di Dirk Kuyt. Quel Dirk Kuyt passato dalle parti di Anfield Road, dopo aver vestito i colori del “Club del popolo”, e tornato dopo una parentesi in Turchia, al Fenerbahce. Grossi sospiri di sollievo al De Kuip, ancor più grossi una decina di minuti dopo, quando ancora lui, ancora Kuyt, spinge in rete il cross perfetto dell’ex Juventus Eljero Elia. Le notizie dal Willem II Stadion stentano ad arrivare, ma va bene così, la vittoria basta. Il risultato non è mai in bilico, arriva addirittura all’84° minuto il terzo gol di Kuyt, su rigore. Tripletta e pallone a casa per il classe 1980, capitano della squadra. Il risultato sarà una roboante vittoria per 3-1, stesso risultato per l’Ajax, che però non sorriderà. A Rotterdam arriva una festa che mancava da 18 anni. E tornata grazie alla voglia del capitano.

SMETTO DA VINCENTE – Tre giorni dopo, ieri, arriva una clamorosa notizia tramite i canali ufficiali del club: il capitano si ritira, ma resterà come dirigente. A dire il vero la voce era nell’aria da qualche mese, anche se non del tutto confermata. Anzi, l’entusiasmo post hat-trick poteva addirittura far cambiare idea al giocatore. Ma lui, da grande professionista, avrà fatto qualche buon ragionamento. Perché continuare ora, che il fisico mi sta abbandonando? Non che a 37 anni da compiere non sia più adatto, ma il confronto atletico con i giovani che stanno arrivando, in Olanda come altrove, non gli lasciava più scampo. Basta pensare a Totti: non me ne vogliano i tifosi giallorossi, anzi il Pupone è un giocatore che adoro anch’io, ma a tratti risulta avulso dal gioco, trotta per il campo aspettando la palla sui piedi, senza fare il movimento decisivo. Per Dirk il discorso è lo stesso: qualche movimento c’era ancora, ma erano sempre meno. Allora ecco la decisione, forse spinta dall’ultimo evento, di lasciare da vincente, dopo aver fatto vincere alla sua squadra del cuore il tanto agognato titolo. Di sicuro meglio farlo ora, da condottiero e per scelta propria, per lasciare la miglior immagine di sé.

#DirkBedankt

L’ultimo momento della carriera calcistica di Kuyt, probabilmente il più bello (immagin trovata su internet)

Ruggero Rogasi

Twitter @RuggeroRogasi

Orgogliosi di essere i cugini sfigati

Ieri sera, in Spagna e più precisamente a Madrid, si è giocato uno dei derby più sentiti del calcio europeo. Atletico Madrid-Real Madrid. Simeone-Zidane. Griezmann-Cristiano Ronaldo.
Ma era un derby speciale, questo. L’ultimo derby giocato al Vicente Calderòn! A partire dalla prossima stagione, le gare casalinghe dei Colchoneros si giocheranno al Wanda Metropolitano.

Il Wanda Metropolitano potrà ospitare fino a 66.000 persone e sarà coperto in caso di pioggia (Immagine trovata su internet)

Ma non è l’argomento di questo articolo. Come nemmeno lo è il risultato di ieri. Prima del fischio d’inizio, sugli spalti, è spuntata una grande coreografia, tenuta dai tifosi rojiblancos.
“Orgullosos de no ser como vosotros”. “Orgogliosi di non essere come voi”.


Così a freddo, può sembrare una cosa dettata dalla rivalità che divide la Madrid “Real” dalla Madrid “Atletico”. Cosa piuttosto normale: il tifo organizzato, quello serio, (ma, sia ben chiaro, non violento) trova sempre coreografie e striscioni spettacolari, da applausi. Per loro è un grande evento. E organizzare coreografie del genere non è sempre facile.
Pensandoci un po’ di più, poi, si potrebbe trovare però un significato più nascosto.
“Orgogliosi di non essere come voi”.
È quel “come voi” che mi ha fatto pensare a questo pezzo.
“Voi” è il Real Madrid. E il Real Madrid è una delle squadre più forti e vincenti della storia, con 81 titoli in bacheca, giocatori fortissimi come Benzema e CR7, con un passato segnato da Raùl, Ronaldo, Zidane, Beckham…
Quell'”Orgogliosi di non essere come voi” può essere tradotto, quindi, in “Orgogliosi di essere come noi”. L’Atletico Madrid è una squadra con molte meno soddisfazioni e molti meno titoli in bacheca (28), meno potente dal punto di vista mediatico e anche nel valore assoluto della rosa, senza nulla togliere a Griezmann, Carrasco e Godìn.
Con quel messaggio, quindi, i tifosi dei Colchoneros si sono definiti “Orgogliosi di essere i cugini sfigati”. Ed è questa la parte bella del tifo: lasciar da parte la voce “Titoli”, tifare la propria squadra perché è bello farlo, nel bene e nel male, sfruttare ogni momento per dirsi “Io sono tifoso della squadra, e la sostengo sempre”.
“Orgullosos de no ser como vosotros”. Orgogliosi di non essere i cugini vincenti, ma quelli sfigati.
Non è detto che nella testa degli organizzatori sia passato quello che ho scritto io. Magari il messaggio era un altro, molto più blando. Ma a me piace pensarla così.

Ruggero Rogasi
Twitter @RuggeroRogasi

Lennon si è perso

[Immagine in copertina tratta da internet]

Come è possibile? Un calciatore come l’ala dell’Everton, ai margini della rosa ma molto noto a chi ama la Premier League, è caduto in depressione ed oggi si trova ricoverato in un ospedale psichiatrico. Si è fermato in autostrada a bordo della sua auto, con lui tutto il mondo del calcio. Non per il grigiore della Gran Bretagna, a quello penso sia ormai abituato, più probabilmente perché la vita del calciatore è meno semplice di quanto possa sembrare da lontano o da semplici appassionati.

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Un calcio al vecchio Calcio

Si sente sempre più spesso dire che “non c’è più il calcio di una volta…”, facendo riferimento a vari aspetti: trasferimenti con cifre esorbitanti e stipendi non da meno, simulazioni plateali per procurarsi vantaggi durante una partita, o riguardo alla fedeltà a una squadra durante la carriera di un calciatore. Tutto ciò si può condividere o meno, ma c’è un altra questione che potrebbe portare a sentire ancora più spesso che “il calcio non è più quello di prima”: il cambio di regole che la Fifa sta studiando.
Partiamo dal presupposto che le regole sono sempre in continuo aggiornamento, anche se si tratta di dettagli che non fanno scalpore: alcuni accorgimenti sul fuorigioco, sul fallo di mano, sul colore del cartellino dopo un fallo e così via. Fino a che si discute di “piccolezze”, niente di strano, in quanto vengono elaborate per facilitare gli arbitri nell’interpretazione degli episodi, per limitare la loro libera interpretazione così da non agevolare o sfavorire una squadra o l’altra durante una partita.

Ma una cosa sono i dettagli, una cosa è la struttura portante del gioco. Ogni sport ha le sue caratteristiche, che per forza di cose lo distinguono dagli altri, e non parlo solo di strumenti (palle, racchette, campi di gioco ecc.), ma anche di regole: durata del tempo, effettività o meno di questo, falli, tipi di fallo, metodo di giudizio (elettronico o “umano”) e chi più ne ha più ne metta.

La prima grande novità è stata applicata durante l’ultima edizione dei Mondiali, nel 2014 in Brasile: a discrezione del direttore di gara, poteva essere concesso, a metà del primo e a metà del secondo tempo, un time-out per dare ai giocatori l’opportunità di rinfrescarsi date le temperature proibitive dell’estate brasiliana. Già questo punto ha suscitato proteste, perché per dare ai giocatori l’opportunità di recuperare parte delle energie ci sono da sempre i 15 minuti dell’intervallo, che magari avrebbe potuto essere allungato a seconda delle condizioni climatiche, evitando così di spezzare il ritmo a metà frazione.

Ma il boom di proposte arriva da Marzo dello scorso anno in poi: il nuovo presidente della Fifa, Gianni Infantino, è partito forte nell’attuazione del suo programma: il primo provvedimento è stata la Goal Line Technology, che evita ogni dubbio se la palla oltrepassi la riga di porta o meno; già ufficiale la VAR (Assistenza video per gli arbitri) dal prossimo campionato: in caso di dubbio, l’arbitro potrà consultare un monitor per confermare o eventualmente correggere una decisione presa durante la partita. Forse perde un po’ di senso la figura dell’arbitro, che ha molte meno responsabilità nel corso della gara. Prima di questa, è stato ufficializzato il mondiale a 48 squadre (fin ora è sempre stato a 32) a partire dal 2026: tutti gironi da 3 squadre. L’obiettivo (oltre che, ovviamente, economico) era quello di allargare la fascia di partecipazione per le nazionali, ma forse ci saranno più effetti negativi che positivi; aumentando i gironi, le probabilità delle grandi Nazionali (Italia, Germania, Spagna, Brasile, Argentina ecc.) di passare al turno successivo aumentano, così come diminuiscono le possibilità di avere delle squadre “outsider”, le sorprese del torneo, poiché per ogni girone passa solo la prima qualificata.

Ma potremmo aspettarci altre modifiche. Infantino infatti, ha nel suo staff una leggenda come Marco Van Basten, leggenda del Milan campione di tutto con Sacchi. Ed è da lui che partono altre idee che forse, e non a torto, vi faranno storcere il naso:

  • Abolizione del fuorigioco: abbastanza assurda come cosa, perché perderebbe di senso ogni manovra tattica; basterebbe piazzare un colosso davanti alla porta avversaria per tutti i 90 minuti e calciare la palla verso di lui appena se ne ha l’occasione.
  • Espulsione a tempo: come nel basket, prima di arrivare all’espulsione definitiva occorrerebbero 5 falli; prima del quinto, il giocatore dovrebbe stare fuori dal campo per un tempo definito.
  • Tempo effettivo negli ultimi 10 minuti: servirebbe ad evitare perdite di tempo. E se dovessero verificarsi prima?
  • Shootout: al posto dei classici rigori, il giocatore dovrebbe partire palla al piede da 25 metri e chiudere l’azione in 8 secondi.

Il calcio è il calcio. E con tutti i difetti che può avere, la gente si innamora di QUESTO sport, non di una mistura di tante altre discipline, dove l’unica cosa che rimarrebbe invariata sarebbe il colore dell’erba. Forse…

“Modificare” è diverso da “snaturare”.

Emre Can’t… Emre Can!

Lunedì 1 maggio 2017, la sera si gioca il consueto Monday Night della Premier League, in campo ci sono Watford e Liverpool a Vicarage Road. Sono circa le 21:46, quando dalla destra arriva un pallone a Lucas Leiva, che guarda avanti e vede Emre Can partire verso l’area di rigore. Pensa a scucchiaiare un pallone per il tedesco, in modo da metterlo davanti al portiere avversario. Le cose non vanno però come pensava il brasiliano: la palla è un po’ corta, così Can si ferma, prende lo slancio ed esegue una rovesciata da manuale. Il portiere avversario, l’ex Tottenham Gomes, non si lancia nemmeno, e osserva il pallone finire sotto l’incrocio dei pali alla sua destra. Questa meraviglia sarà l’unica realizzazione della gara, che mantiene così il Liverpool in piena lotta per la Champions League.

EMRE CAN’T – Non è che il centrocampista tedesco sia un vero e proprio bomber, anzi! Esce dal settore giovanile del Bayern Monaco come difensore centrale, pur dimostrando di aver piedi buoni e un’ottima visione di gioco. Mantiene questo ruolo anche nella sua stagione al Bayer Leverkusen, e successivamente nel suo primo anno con la maglia dei Reds. Solo quando arriva Klopp al posto di Rodgers sulla panchina di Anfield arriva anche il cambio di ruolo, davanti alla difesa, come mediano e come regista. Diventa piano piano un giocatore preziosissimo in entrambe le fasi di gioco, poco vistoso ma molto efficace. I suoi gol in carriera, prima di lunedì sera, erano appena 19. Ecco perché nessuno poteva aspettarsi un gesto tecnico simile, né tanto meno la realizzazione.

EMRE CAN – Con la palla a mezz’aria, e il suo corpo che si prepara al movimento perfetto, già tutti immaginavamo come poteva finire: con la palla in fondo alla rete! Chissà, magari Leiva avrà anche pensato “Accidenti! Gli ho dato una palla troppo corta”, Firmino che gli corre a fianco pensando “Mi faccio trovare pronto per la sua sponda”. Poi avranno notato lo sguardo del numero 23, sul pallone, dopo uno rapidissimo alla porta avversaria. “Lo fa! Lo fa! Ma riuscirà?”. Ci riesce.

Siamo già a chiederci se sarà il gol dell’anno in Premier League: una prodezza del genere, a 15 metri di distanza dalla porta, se lo contenderà di sicuro.

E chissà se qualcuno pensava che proprio Can sarebbe stato capace di competere per quel titolo.

 

RUGGERO ROGASI

Twitter @RuggeroRogasi

 

Muntari è vittima della sua in-giustizia privata

Si suppone che chi è vittima di cori razzisti venga tutelato a prescindere. Lo suggerisce il buon senso. Ma durante Cagliari-Pescara è successo qualcosa che nessuno si sarebbe mai aspettato

L’accaduto – Minuto 87: Muntari si avvicina all’arbitro Minelli con atteggiamento deciso, e lì per lì sembra per protestare dopo la decisione del direttore di gara che ha appena assegnato un fallo ai sardi. Capita spesso, niente di eclatante. Ma le proteste continuano, e dalla gestualità del giocatore ghanese, che indica con veemenza il proprio braccio, e dal labiale si capisce “questo è il mio colore”, dicendo quindi all’arbitro che gli sono stati indirizzati dei cori razzisti. Ululati più che cori. Il regolamento prevede che la partita venga sospesa in un caso come questo, ma la discussione va avanti per 3-4 minuti e Minelli non sembra assolutamente voler ascoltare il giocatore del Pescara, che continua la sua protesta anche con gli assistenti. Muntari decide quindi di farsi giustizia da solo e abbandona il terreno di gioco prima del fischio finale.

Oltre al danno, la beffa – Non solo ha subito cori e ululati, non solo non ha visto nessuna reazione o voglia di approfondire la questione da parte dell’arbitro e dei suoi assistenti: nella lista dei giocatori squalificati per il prossimo turno, c’è anche il suo nome. Eh già, perché l’abbandono autonomo del campo viene considerato da espulsione, secondo il regolamento. Lo stesso regolamento che avrebbe dovuto difendere Sulley. E allora perché in un caso non viene applicato e in un altro sì?

Orecchio non sente, cuore non duole – La giustificazione del sestetto arbitrale è che nessuno di loro ha sentito i cori, eseguiti solo da qualche tifoso e che Muntari ha sentito perché in quel momento si trovava nella zona degli spalti dove questi erano ospitati. La squalifica al giocatore invece è semplicemente la conseguenza dell’applicazione del regolamento. Tutto può essere, quello che ha lasciato però un po’ interdetti è il modo con cui Minelli ha gestito le proteste del centrocampista, forse convinto che Muntari abbia scambiato dei “buu” di sfottò dei tifosi avversari con effettivi cori razzisti. La vicenda ha avuto un’eco enorme, tanto che l’Alto Commissario per i Diritti Umani dell’ONU Zeid Ra’ad al-Hussein ha definito la protesta del ghanese “Un esempio per tutti noi nella lotta al razzismo”.

Esempio che dovrebbe avere più seguito, anche solo per coerenza, perché quelli che insultano i giocatori di colore avversari, sono i primi che esultano quando quelli di colore della propria squadra li fa vincere.

Fuori dal coro – La squalifica di Muntari è giusta

(Immagine di copertina trovata su internet)

Metto subito le mani avanti verso chi, leggendo il titolo, potrebbe darmi del razzista: non lo sono. E, ovviamente, sono contrario ad ogni tipo di razzismo, che vada ad attaccare la differenza di carnagione a quella di religione fino alla sessualità.

Sappiamo più o meno tutti cosa è successo a Cagliari, domenica scorsa, in occasione di Cagliari-Pescara. Nel dubbio, riassumo per chi potrebbe non aver letto o sentito in questi giorni: una piccola parte dei tifosi di casa, dalla curva, ha indirizzato cori e insulti razzisti verso il ghanese Sulley Muntari, centrocampista del Pescara. Il calciatore ha dapprima protestato con l’arbitro Minelli, prendendosi un’ammonizione per la platealità delle proteste, e poco dopo abbandonato senza essere sostituito, di sua spontanea volontà, prendendosi l’espulsione.

Evento che ha destato clamore e interesse, con addirittura l’ONU che si schiera dalla sua parte, condannando la vergognosa condotta di quello sparuto gruppo di tifosi che hanno gridato e cantato contro di lui.

Muntari esce dal campo senza l’autorizzazione dell’arbitro, rimediando la seconda ammonizione, polemizzando con alcuni tifosi avversari (Foto: SKY)

L’altro ieri arriva la decisione del Giudice Sportivo, con milioni di occhi addosso visti anche i fatti di Roma (la plateale simulazione di Strootman nel derby) e Milano (cori contro il napoletano Koulibaly).

Arriva, “quasi a sorpresa”, anche la squalifica per il ghanese, di una giornata:

MUNTARI Sulley Ali (Pescara): doppia ammonizione per proteste nei confronti degli Ufficiali di gara, e per comportamento non regolamentare in campo perché abbandonava il terreno di giuoco senza autorizzazione del Direttore di gara (provvedimento comunicato al capitano della Soc. Pescara)

CLICCA QUI PER LEGGERE TUTTO IL COMUNICATO DEL GIUDICE SPORTIVO RELATIVO AL 34° TURNO DI SERIE A

Inutile dire che siano arrivate nuove polemiche, schieramenti e indignazioni, verso il sistema arbitrale e il Giudice Sportivo, usando come paragone i fatti gestiti da Rocchi per Inter-Napoli: in seguito ai cori contro Koulibaly, come è stato suggerito dai piani alti della Lega, è stato letto il comunicato secondo cui, se fossero continuati i cori a sfogo razziale, la partita sarebbe stata sospesa e rimandata. Dopo questo ultimatum i cori sono cessati e la partita ha continuato il suo corso. Ma i “coristi” a San Siro erano molti di più, in proporzione, rispetto a quelli di Cagliari. Secondo il referto di Minelli, infatti, chi ha indirizzato tali cori contro l’ex Milan e Inter era un gruppetto di massimo 10 persone, che sono state sentite dal giocatore solo perché la curva stava manifestando tramite una protesta silenziosa.

Il Giudice Sportivo, letta la relazione dei collaboratori della Procura federale e il referto dell’Arbitro relativi alla gara in oggetto, nella quale si attestano cori di discriminazione razziale effettuati, al 40° del secondo tempo, all’indirizzo del calciatore del Pescara Muntari; considerato che i pur deprecabili cori di discriminazione razziale sono stati percepiti nell’impianto in virtù anche della protesta silenziosa in atto dei tifosi (come segnalato dagli stessi rappresentanti della Procura federale) ma, essendo stati intonati da un numero approssimativo di soli dieci sostenitori e dunque meno dell’1% del numero degli occupanti del settore (circa duemila), non integrano dunque il presupposto della dimensione minima che insieme a quello della percezione reale è alla base della punibilità dei comportamenti in questione, peraltro non percepiti dagli Ufficiali di gara (come refertato dall’Arbitro), a norma dell’art. 11, comma 3, CGS; delibera di non adottare provvedimenti sanzionatori nei confronti della Soc. Cagliari.

E quindi arriviamo alla questione spinosa: è giusta la squalifica di una giornata assegnata a Muntari?

Seguendo il cuore, il fattore umano, assolutamente no. Ma è giusto che il Giudice Sportivo abbia dovuto (non per forza, quindi, voluto) seguire il regolamento.

Nella Regola 12 del regolamento della Lega Serie A, infatti, se un calciatore abbandona il campo di gioco senza il consenso del direttore di gara, quindi senza che sia in atto una sostituzione o un intervento da parte dello staff medico a bordo campo, è da considerarsi espulso, qualunque sia la ragione. La decisione del G.S., quindi, è volta a non creare un precedente: se Minelli avesse sospeso la gara per dei cori che, a quanto pare, non ha sentito né lui né nessun altro giocatore in campo, e se non fosse arrivata la squalifica per il ghanese dopo la sua uscita non autorizzata, chiunque si sarebbe sentito giustificato a chiedere la sospensione delle partite per cori e insulti o ad andarsene di punto in bianco se non accontentato.

E la decisione di non punire la tifoseria sarda? Anche questa questione è piuttosto spinosa: i cori sarebbero stati intonati da una decina di tifosi, perché quindi punire un’intera tifoseria e un’intera società, chiudendo un settore o tutto lo stadio per una o più giornate? Sarebbe come punire tutta una classe per la bravata fatta di un solo alunno.

E’ ovvio che la volontà di tutti sia quella di trovare i responsabili di eventi gravi come questi, la cosa migliore sarebbero le testimonianze dei “silenti”, che di sicuro li avranno individuato (e forse provato a fermare),  ma non è mai un bene far di tutta l’erba un fascio.

O no?

 

RUGGERO ROGASI

Twitter @RuggeroRogasi