Tutti gli articoli di Ruggero Rogasi

Fuori dal coro – Quanto vale il record di Neymar?

(Immagine di copertina tratta da Internet)

Da qualche giorno, con la rete segnata in Nazionale contro l’Uruguay, il brasiliano Neymar sta venendo etichettato come uomo record. Il fenomeno del Barcellona, infatti, ha segnato il gol numero 304 in carriera all’età di 25 anni, record storico nei migliori pari età di tutti i tempi.

Il numero di gol dei migliori calciatori del mondo a 25 anni, con Neymar che supera Messi di 9 reti (statistiche trovate su internet)

 

Come detto, il numero 11 blaugrana sta venendo definito come un recordman, con i suoi 25 anni compiuti lo scorso 5 febbraio e numeri pazzeschi sia come realizzazioni (304, appunto) sia come presenze in campo (501). Se però andiamo ad analizzare meglio questa statistica, possiamo benissimo dire che come “valore assoluto” (il numero, alla fin fine, non si discute), ma se guardiamo i dati con occhio un po’ più critico, possiamo mettere in dubbio il suo primato.

Come? Dando una sorta di valore al gol in base alla competizione giocata. I gol di Neymar sono così suddivisi: 136 reti con il Santos, 99 con i Barcellona, 18 con le selezioni giovani del Brasile (Olimpiade compresa) e 51 con la Nazionale maggiore. Ed è ovvio che non tutti questi gol abbiano lo stesso valore!

Il metodo si può definire simile a quello usato per la classifica della Scarpa d’Oro: i gol segnati in Serie A, Premier League o Liga valgono più di quelli segnati in Ligue 1 o nel campionato russo (sono degli esempi), così per esempio Lionel Messi, al primo posto della classifica attuale con 25 reti, è in vantaggio su Edinson Cavani che ne ha fatte 27 semplicemente per il fatto che ogni gol nella Liga vale 2 punti mentre quelli in Ligue 1 ne vale 1,5.

Se quindi dessimo, per esempio, un valore di 1 punto alle reti in Nazionale maggiore e a quelli segnati con il Barcellona, e 0,5 punti alle reti con Santos e selezioni giovanili (il livello è più basso nel campionato brasiliano e nelle selezioni giovanili) l’asso blaugrana raggiunge 227 punti, contro i 287 di Messi nelle stesse condizioni (279 tra Barcellona e Argentina più gli 8 con le selezioni giovanili dell’Albiceleste).

Sia ben chiaro: il valore del brasiliano non si discute e lo possiamo definire “miglior marcatore Under 26 degli ultimi anni”. Per definirlo miglior giocatore della stessa categoria, però, dovremo aspettare ancora un po’.

Dopo tutto, ha tempo fino al 4 febbraio del 2018 per segnare una sessantina di reti…

 

Non chiamatelo “Nuovo Henry”

(Immagine di copertina trovata su internet)

Non lo nascondo: non sono mai stato un grande appassionato della Ligue 1. Poca competizione, poca bagarre in alto, con il Paris Saint-Germain che dal cambio di proprietà e l’arrivo dei petrol-dollari ha vita facile contro squadre valide come Lione e Marsiglia, ma che in confronto ai parigini sono poca roba.

Quest’anno le cose sono cambiate, con Monaco e Nizza che stanno cercando di dare filo da torcere ai campioni in carica, con i monegaschi in cima a resistere agli assalti di Cavani & Co.

Un primo posto afferrato con la grinta e la voglia di fare (effetto Leicester?), condito da un mix di giocatori esperti e vincenti come Falcao e Moutinho e giovani in rampa di lancio come Fabinho, Bernardo Silva, Lemar, Bakayoko, Mbappé.

Proprio l’ultimo è quello che sta stupendo più di tutti: appena 18enne (20 dicembre 1998), rappresenta il nuovo che avanza in Francia, con una generazione di fenomeni che vanta tra i propri ranghi stelline come Ousmane Dembelé, Alban Lafont, Malang Sarr e tantissimi altri talenti di cui sentiremo parlare ancora a lungo.

Ciò che sta facendo Kylian Mbappé Lottin è incredibile: alla sua prima stagione da titolare (si è conquistato il posto partendo  dalla panchina) sta stupendo tutti grazie a prestazioni meravigliose e reti pesanti sia in campionato sia in Champions League (chiedete al Manchester City per conferma) attirando gli occhi delle big del calcio europeo.

Inutile dire che sono partiti subito i paragoni con le stelle del passato, con l’ombra di Thierry Henry, ex stella di Monaco e Arsenal, che ogni tanto viene chiamata in causa ad “appesantire” chi vuole spiccare il volo. E adesso scopriremo che i due sono, sì, molto simili nelle caratteristiche tecniche, ma molto diversi nel rendimento…

LE CARATTERISTICHE TECNICHE – Al momento sembra che lo stampino di Henry sia stato messo da parte per essere riutilizzato 21 anni dopo. Sono entrambi attaccanti che possono giocare sulla fascia (meglio se sinistra), dotati di un ottimo fiuto del gol, un dribbling preciso ed efficace e una velocità impressionante, unita ad un rapporto difficile con il colpo di testa e il gioco aereo (che comunque con il tempo potrà esser migliorato).  E fin qui possiamo dire che Mbappé è il nuovo Henry, ma adesso arriva il momento di tracciare una linea tra i due…

IL RENDIMENTO – Questo perché, al pari di età e presenze, il classe ’98 è superiore al Titì dei primi anni al Monaco! Contando le stagioni ’96-’97 e ’97-’98 (non considero l’unica partita, inutile, del ’95-’96) Henry totalizzò 84 partite tra campionato, coppa, Coppa UEFA e Champions League, segnando in tutto 21 reti, con una media di un gol ogni 4 gare. Nella sua prima stagione e mezza da professionista, invece, Kylian ha totalizzato 45 presenze con la bellezza di 20 reti (poco meno di uno ogni due gare), con la stagione che ancora deve finire! Uniamo anche i 12 assist e ci rendiamo conto di avere di fronte un giovane con una personalità non comune tra i suoi pari età, capace di decidere le partite ma anche di farle decidere ai suoi compagni di squadra.

Dati alla mano, quindi, Mbappé sembra essere più del nuovo Henry, il doppio del nuovo Henry. Certo,  dovremo vedere quale sarà il suo impatto nella prossima stagione. Il rischio per i giovani crack, infatti, è quello di adagiarsi sugli allori dopo l’anno dell’esplosione (Berahino docet) e di perdere così le occasioni che potrebbero avere continuando ad impegnarsi sul serio.

E adesso proveremo a fare un gioco…

E IL FUTURO? – Henry, dopo 4 anni al Monaco, giocò un anno alla Juventus per poi  andare a scrivere la storia dell’Arsenal, ritrovando il suo mentore Wenger. Cosa può riservare, invece il futuro di Mbappé? Le sue ottime prestazioni, come scritto qualche paragrafo più in alto, stanno attirando molti club, con il Real Madrid che si è messo in prima linea, tallonato da PSG e Juventus. La volontà del ragazzo, almeno per ora, pare chiara: restare ancora a casa sua, in biancorosso, per crescere sotto la guida del tecnico Jardim e diventare sempre più forte, senza rischiare di bruciarsi e rovinare il percorso appena iniziato facendo la riserva di lusso da qualche parte (anche Alexander Isak ha scelto di rifiutare il Real, andando al Borussia Dortmund, per lo stesso motivo). Quindi sì, probabilmente resterà con i monegaschi finché gli sarà possibile, prima di spiccare il volo verso il top team che potrà soddisfare le sue richieste (speriamo più sportive che economiche). Il prezzo? Già ora nel Principato sparano alto: 120 milioni di euro, più o meno in linea con le cifre che circolano in questo periodo per altri giocatori. Ora di sicuro non li vale, a in futuro chissà…

Non chiamiamolo, quindi, “Nuovo Henry”.

Lui è Kylian, e farà parlare di sé col suo nome.

Lingard e la (non) arte dell’esultanza

(Immagine di copertina trovata su internet)

Ad ogni azione corrisponde una reazione. E se l’azione è un gol,  o magari anche un gran gol, la reazione può essere un’esultanza, magari anche una di quelle che possiamo definire smodata, esagerata, ma comunque in proporzione alla rete segnata pochi istanti prima.

Detto questo, pensiamo a cosa è successo domenica pomeriggio al Riverside Stadium di Middlesbrough. Middlesbrough-Manchester United, il risultato è di 1-0 per gli ospiti. Poco dopo l’ora di gioco Jesse Lingard prende palla, corre come un matto, calcia da fuori area e la piazza lì, sotto il sette. Un gol bello, bellissimo, di un giocatore che ha questi numeri nel sangue.

A questo punto nella mente del giocatore ci sono molteplici opzioni riguardo l’esultanza, che per molti rappresenta l’essenza del calcio: a volte il giocatore non esulta, vuoi per carattere (Balotelli) o per forma di rispetto verso la squadra avversaria. Qualcuno va ad abbracciare i compagni, specialmente l’assist man se c’è davvero un assist.

La strana e complessa stretta di mano tra Pogba e Lingard di solito finisce con la “dab” (immagine tratta dal Guardian)

Ma questo non è un gol di squadra, questo è un grandissimo gol preparato e confezionato da un solo uomo. Jesse Lingard, appunto. Quando ci sono gol di questo tipo di solito i giocatori esultano in modo smodato, mimando un “Non ci credo” o un “Mamma mia che gol” o addirittura “Sì, sono stato io, questo gol è tutto mio” con le braccia larghe, quasi a chiamare a sé tutti gli applausi del caso. Oppure potrebbe andare tra la folla, ad abbracciare i tifosi sugli spalti in un vero bagno di folla.

No, Jesse Lingard non fa così. Tira, segna, e corre verso bordo campo  prima con una mano sull’orecchio e la lingua di fuori (come nella foto di copertina), poi chiude la bocca e allarga le braccia. Sembra voglia prendersi l’abbraccio della folla. No, va verso la telecamera e comincia… Mima un suonatore di flauto, nel frattempo fa uno strano balletto…

L’esultanza scuote un po’ l’animo di chi guarda la partita. Il gesto tecnico rimane, così come la discussa esultanza, definita strana e anche un po’ bruttina.

Solo dopo arriva la spiegazione del numero dei Red Devils: è uscito da poco un nuovo album di uno dei suoi rapper preferiti, Drake, e in uno dei pezzi c’è questa specie di balletto. La decisione di riproporlo in campo viene proprio dalla promessa fatta ai compagni di squadra “Se segno ballo come lui“.

Certo, Mata e Young potevano porre fine a questo scempio (immagine tratta da Internet)

Certo, da uno come il classe 1992 aspettarcelo: tra linguacce, corna, dab e le strane mosse con Pogba, “l’Uomo di Wembley” ci ha abituati a strane cerimonie sia per le sue prodezze, sia per quelle dei compagni.

Resta da capire quanto durerà questo balletto, e quale sarà la prossima esultanza del giocatore.

Alla prossima, Jesse!

L’esultanza di Lingard in Comunity Shield contro il Leicester City (Immagine tratta da Internet)

Chelsea – Manchester United 1-0: notte difficile per gli attaccanti, a deciderla è Kanté

(Immagine di copertina tratta da internet)

Se ami il calcio d’Oltremanica, ieri mattina ti sei alzato sapendo che quella stessa sera, tatticamente tenuta libera da impegni. La giornata passa come deve passare, arriva la cena, mangi in fretta e poi subito a vedere Chelsea – Manchester United. Non una partita qualsiasi, è Chelsea – Manchester United! È Antonio Conte contro Josè Mourinho. E non è Premier League, ma FA Cup, quindi sai che nessuno si potrebbe mai accontentare di un pareggio, visto che in palio ci sono le semifinali di Wembley e, in fondo al percorso, un titolo (variabile da considerare sempre arrivati in queste fasi di un torneo).

Entrambe le squadre arrivano in forma, ma i Red Devils si trovano in emergenza offensiva: Ibrahimovic out per la squalifica (rimediata per la gomitata su Mings in campionato, ma valida per tutte le competizioni della Football Association), i record man (per motivi diversi) Wayne Rooney e Anthony Martial fuori per infortunio, anche il giovane James Wilson fermo. Così il solo Marcus Rashford è arruolabile per l’attacco, anche se recuperato in extremis.

Meglio i Blues, con Conte che può schierare i migliori della sua rosa permettendosi una panchina composta da Cesc Fabregas, John Terry e Michy Batshuayi.

I ritmi sono più o meno i soliti che si possono vedere in una partita in Inghilterra, con le squadre che si muovono per tutti i 90 minuti, con alcune fasi esaltanti.

Tra i protaognisti ci sono di sicuro i due allenatori, tra i migliori al mondo per storia ed esperienza: Mourinho torna a casa tra qualche fischio e qualche applauso, mostrando la calma e professionalità dei suoi ultimi tempi. Conte invece è solito, pirotecnico, Conte, idolo della sua tifoseria. I due si guardano poco, risentono ancora del piccolo botta e risposta riguardo le esultanze dell’ex tecnico di Juve e Italia. Solo una volta c’è un vero e proprio confronto, con il povero quarto uomo nell’occhio del ciclone.

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Difficile la partita per entrambi gli attaccanti: Diego Costa si batte come un leone, fa a sportellate con Smalling, Jones e Blind (non dei fuscelli) e trova quindi poche occasioni per rendersi davvero pericoloso, sciupando una grandissima occasione sul cross basso da destra di Willian a 15′ dalla fine. Rashford invece non sembra nemmeno più una punta centrale: l’arrivo di Ibrahimovic può, sì aiutarlo tantissimo per il futuro, con lo svedese che potrà insegnargli l’arte che ne ha contraddistinto la carriera, ma nell’immediato lo ha trasformato in un esterno d’attacco, abituato ai movimenti sbagliati se ti ritrovi davanti a due difensori che possono essere messi in difficoltà in velocità come David Luiz e Gary Cahill.

Diversissime le prestazioni delle due stelle. Eden Hazard è una meraviglia per gli occhi: ogni palla toccata è magia, specialmente quella al 15′, quando con un movimento fa fuori Smalling, porta avanti l’azione e prova a concludere da posizione defilata dopo aver affrontato anche Jones. Causa l’espulsione di Ander Herrera (un po’ severa, a dire il vero), fa i movimenti giusti per smarcarsi e per smarcare i compagni. Paul Pogba è stato invece imbrigliato nella manovra di Blues: mai davvero in mostra, di sicuro non una prova che giustifichi i 105 milioni spesi dai fratelli Glazer.

Ander Herrera è un attore non protagonista, ma nemmeno antagonista: dà tutto, come sempre, paga due ammonizioni generose dategli dall’arbitro Michael Oliver nel primo tempo. Fellaini entra al posto di Mkitharyan, entrambi davvero impalpabili (il georgiano fa spazio al belga dopo l’espulsione di Herrera), mentre Matic ha ormai vita facile a centrocampo da quando c’è Kanté, di cui parleremo in seguito.

Belli i duelli sugli esterni Alonso-Valencia e Moses-Darmian, con il solo nigeriano che riesce ad imporsi sull’ex Torino grazie ad un fisico imponente e l’aiuto di Willian. Pareggio ai punti invece quello tra l’ex Fiorentina e il colombiano.

Anche tra i reparti difensivi il risultato è un pareggio. Sono due difese diverse sia nei punti di forza, sia nei punti deboli, ma nessuna delle due si è davvero imbarcata.

Tra i portieri Courtois si vede una sola volta, in uscita su una classica azione in velocità di Rashford, De Gea invece è più impegnato, dimostrando dei riflessi spaventosi sulla conclusione ravvicinata di Cahill, ma mostra un po’ di ingenuità sul “saltino” nell’occasione del gol partita di N’Golo Kanté.

Già, proprio lui. Ritrova l’unica avversaria a cui ha segnato con la maglia dei londinesi e la giustizia nella sua consueta partita di quantità e qualità. Il francese ex Leicester ha il dono dell’ubiquità, sembra sempre fresco e fa sempre il movimento giusto sia in fase di possesso, sia in quella difensiva. Tanto è lo zampino di Ranieri, ma il lavoro di Conte lo sta trasformando in uno dei migliori centrocampisti del mondo.

Si chiudono così i quarti di finale di FA Cup, con l’appuntametno al 22 e 23 aprile per le due semifinali Chelsea – Tottenham e Arsenal – Manchester City.

Godiamocele tutte, meritano davvero.

Bad Boys

(Immagine di copertina tratta da internet)

Se c’è una caratteristica di alcuni giocatori che negli ultimi anni ha fatto innamorare sempre più tifosi, questa è di sicuro la grinta.

Che sia allo stadio, parlando con gli amici o anche solo tramite i social networks, la figura del giocatore “cattivo”, che dà tutto in campo, imponendosi sugli avversari anche in modo esuberante (e un po’ sopra le righe) è quella che viene ricordata con più entusiasmo.

Esuberanza che si può manifestare tramite una specie di insolenza, cattiveria agonistica, aggressività…

Ma perché vengono ricordati proprio loro? Questi calciatori, probabilmente, rappresentano una sorta di “io represso” in tutti noi. Come loro corrono in campo, tirano pedate a destra e a manca, recuperano palloni importantissimi, urlano incitando le curve, così noi vorremmo essere nella vita di tutti giorni verso le avversità che incontriamo. Come, del resto, i bambini si immedesimano nei grandi campioni imitandone movenze, conclusioni ed esultanze.

Ngolo Kante rappresenta la grinta e l’aggressività buona e genuina (foto – Evening Standard)

Dove sta la differenza? Nell’etica. Ciò che fanno questi Bad Boys, sul campo, non può essere accettato nel mondo fuori dal campo, e di sicuro questa grinta agonistica non può essere una scusante per le scorrettezze.

Il passo da un capitano e leader di una squadra ad un giocatore scorretto e odiato dai tifosi è breve, e ovviamente anche i più “sportivi” tra gli esuberanti rischiano di finire spesso sul taccuino dei  cattivi degli arbitri.

Così un giocatore fortissimo e carismatico come Ibrahimovic può cadere nella tentazione di rifilare una gomitata contro il difensore che lo marcava (foto in copertina) e prendersi una squalifica di tre giornate, accettate di buon grado dallo svedese. Per giunta, Tyrone Mings (il difensore) gli ha ricambiato il favore in partita, atterrando su di lui in modo non proprio corretto e prendendo 5 giornate di stop.

E come non pensare a Joey Barton, più volte condannato per condotta violenta fuori e dentro al campo, con 10 mesi carcere (non tutti scontati), centinaia di migliaia di sterline di multa e deferimenti vari da parte della Football Association.

13 maggio 2012: in Manchester City – QPR il “buon” Barton ne ebbe un po’ per tutti, subito dopo passò in prestito al Marsiglia (immagine tratta da internet)

Un cattivone “inglese” più recente è di sicuro Mario Balotelli, con i suoi messaggi, le sue frecciatine e le sue marachelle ai tempi del Manchester City, tanto da aver fatto coniare il termine “balotellate”.

Giocatori che, oltre alle varie qualità tecniche, piacciono più o meno a tutti. Ma occhio: a passare da un Ngolo Kante ad un Martin Taylor il passo è breve…

Il fallo di Martin Taylor su Eduardo Da Silva nel 2008. L’attaccante brasiliano, naturalizzato croato, è stato fermo un anno (immagine tratta da internet)

Piacere, questa è la Premier

Immagine di copertina tratta da Internet (di Matthew Ashton)

Best, Zola, Vialli, Gerrard, Bergkamp, Henry, Drogba…potremmo continuare ancora per molto a elencare anche solo una piccola parte delle grandi leggende del passato che hanno calcato i palcoscenici della Premier League. Per molti è uno dei campionati più belli del mondo. Per tanti un campionato in lento declino, che ha già consegnato lo scettro del Ranking UEFA alla Liga. Fatto sta che è ancora uno dei campionati più seguiti al mondo e, soprattutto, una delle mete più ambite dai calciatori professionisti. Sarà per la storia di cui è intrisa ogni singola maglia. Sarà per il ritmo frenetico mostrato in ogni partita. Sarà per il tifo caloroso che risuona in ogni stadio.

La Premier League riesce a smuovere gli animi di ogni amante del pallone che si rispetti che, sì, è pronto a vedere una bagarre senza sosta tra le solite sei-sette squadre che ogni anno si sfidano per le posizioni più elevate, ma anche voglioso di sorprese più o meno eclatanti, dalla vittoria della sfavorita di turno in una trasferta senza speranza al trionfo in campionato della squadra più improbabile (ogni riferimento al Leicester City è puramente… voluto).

Il livello sui campi (e sulle panchine) della Premier League si è ulteriormente arricchito quest’anno, tra un Ibrahimovic e un Gundogan (per far due nomi), mescolando di nuovo le carte anche grazie ai nuovi arrivi tra le panchina (Conte, Guardiola, Mourinho) e le conferme dei migliori architetti (Klopp e Pochettino), dando vita, infine ad un campionato aperto, con sorprese sempre dietro l’angolo, sul lungo e sul breve periodo.

Ed è anche questo che inseguiremo: sorprese. Ma anche emozioni, tifo, storia, ragionamenti e un pizzico di follia (che male non fa) attraverso approfondimenti di ogni tipo.

Quindi prepariamoci, perché questo viaggio è appena iniziato.

Buona Premier a tutti!