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#DirkBedankt: il momento migliore per dire basta

(Immagine di copertina trovata su internet)

Domenica 14 maggio, si gioca l’ultima partita di Eredivisie. Una partita importantissima, se consideriamo che in testa ci sono Feyenoord e, a distanza di un solo punto, l’Ajax, in un finale di stagione incredibilmente acceso. A complicare le cose per il club di Rotterdam ci sono i differenti momenti di forma, con i ragazzi terribili di Amsterdam lanciati sull’onda dell’entusiasmo anche grazie alla conquista della finale di Europa League, e le avversarie. L’Heracles Almelo, infatti, può ancora raggiungere un posto per combattere per l’Europa League, a differenza del Willem II, avversario dei Lanceri, che dalla stagione non ha più nulla da chiedere.

A fine gara, il capitano ha posato per un selfie con i tifosi in curva (immagine trovata su internet)

NIENTE PAURA, CI PENSO IO – Basta poco, però, per dimenticare ogni paura. Pochi secondi e il Feyenoord è già in vantaggio, grazie al gol di Dirk Kuyt. Quel Dirk Kuyt passato dalle parti di Anfield Road, dopo aver vestito i colori del “Club del popolo”, e tornato dopo una parentesi in Turchia, al Fenerbahce. Grossi sospiri di sollievo al De Kuip, ancor più grossi una decina di minuti dopo, quando ancora lui, ancora Kuyt, spinge in rete il cross perfetto dell’ex Juventus Eljero Elia. Le notizie dal Willem II Stadion stentano ad arrivare, ma va bene così, la vittoria basta. Il risultato non è mai in bilico, arriva addirittura all’84° minuto il terzo gol di Kuyt, su rigore. Tripletta e pallone a casa per il classe 1980, capitano della squadra. Il risultato sarà una roboante vittoria per 3-1, stesso risultato per l’Ajax, che però non sorriderà. A Rotterdam arriva una festa che mancava da 18 anni. E tornata grazie alla voglia del capitano.

SMETTO DA VINCENTE – Tre giorni dopo, ieri, arriva una clamorosa notizia tramite i canali ufficiali del club: il capitano si ritira, ma resterà come dirigente. A dire il vero la voce era nell’aria da qualche mese, anche se non del tutto confermata. Anzi, l’entusiasmo post hat-trick poteva addirittura far cambiare idea al giocatore. Ma lui, da grande professionista, avrà fatto qualche buon ragionamento. Perché continuare ora, che il fisico mi sta abbandonando? Non che a 37 anni da compiere non sia più adatto, ma il confronto atletico con i giovani che stanno arrivando, in Olanda come altrove, non gli lasciava più scampo. Basta pensare a Totti: non me ne vogliano i tifosi giallorossi, anzi il Pupone è un giocatore che adoro anch’io, ma a tratti risulta avulso dal gioco, trotta per il campo aspettando la palla sui piedi, senza fare il movimento decisivo. Per Dirk il discorso è lo stesso: qualche movimento c’era ancora, ma erano sempre meno. Allora ecco la decisione, forse spinta dall’ultimo evento, di lasciare da vincente, dopo aver fatto vincere alla sua squadra del cuore il tanto agognato titolo. Di sicuro meglio farlo ora, da condottiero e per scelta propria, per lasciare la miglior immagine di sé.

#DirkBedankt

L’ultimo momento della carriera calcistica di Kuyt, probabilmente il più bello (immagin trovata su internet)

Ruggero Rogasi

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Orgogliosi di essere i cugini sfigati

Ieri sera, in Spagna e più precisamente a Madrid, si è giocato uno dei derby più sentiti del calcio europeo. Atletico Madrid-Real Madrid. Simeone-Zidane. Griezmann-Cristiano Ronaldo.
Ma era un derby speciale, questo. L’ultimo derby giocato al Vicente Calderòn! A partire dalla prossima stagione, le gare casalinghe dei Colchoneros si giocheranno al Wanda Metropolitano.

Il Wanda Metropolitano potrà ospitare fino a 66.000 persone e sarà coperto in caso di pioggia (Immagine trovata su internet)

Ma non è l’argomento di questo articolo. Come nemmeno lo è il risultato di ieri. Prima del fischio d’inizio, sugli spalti, è spuntata una grande coreografia, tenuta dai tifosi rojiblancos.
“Orgullosos de no ser como vosotros”. “Orgogliosi di non essere come voi”.


Così a freddo, può sembrare una cosa dettata dalla rivalità che divide la Madrid “Real” dalla Madrid “Atletico”. Cosa piuttosto normale: il tifo organizzato, quello serio, (ma, sia ben chiaro, non violento) trova sempre coreografie e striscioni spettacolari, da applausi. Per loro è un grande evento. E organizzare coreografie del genere non è sempre facile.
Pensandoci un po’ di più, poi, si potrebbe trovare però un significato più nascosto.
“Orgogliosi di non essere come voi”.
È quel “come voi” che mi ha fatto pensare a questo pezzo.
“Voi” è il Real Madrid. E il Real Madrid è una delle squadre più forti e vincenti della storia, con 81 titoli in bacheca, giocatori fortissimi come Benzema e CR7, con un passato segnato da Raùl, Ronaldo, Zidane, Beckham…
Quell'”Orgogliosi di non essere come voi” può essere tradotto, quindi, in “Orgogliosi di essere come noi”. L’Atletico Madrid è una squadra con molte meno soddisfazioni e molti meno titoli in bacheca (28), meno potente dal punto di vista mediatico e anche nel valore assoluto della rosa, senza nulla togliere a Griezmann, Carrasco e Godìn.
Con quel messaggio, quindi, i tifosi dei Colchoneros si sono definiti “Orgogliosi di essere i cugini sfigati”. Ed è questa la parte bella del tifo: lasciar da parte la voce “Titoli”, tifare la propria squadra perché è bello farlo, nel bene e nel male, sfruttare ogni momento per dirsi “Io sono tifoso della squadra, e la sostengo sempre”.
“Orgullosos de no ser como vosotros”. Orgogliosi di non essere i cugini vincenti, ma quelli sfigati.
Non è detto che nella testa degli organizzatori sia passato quello che ho scritto io. Magari il messaggio era un altro, molto più blando. Ma a me piace pensarla così.

Ruggero Rogasi
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Emre Can’t… Emre Can!

Lunedì 1 maggio 2017, la sera si gioca il consueto Monday Night della Premier League, in campo ci sono Watford e Liverpool a Vicarage Road. Sono circa le 21:46, quando dalla destra arriva un pallone a Lucas Leiva, che guarda avanti e vede Emre Can partire verso l’area di rigore. Pensa a scucchiaiare un pallone per il tedesco, in modo da metterlo davanti al portiere avversario. Le cose non vanno però come pensava il brasiliano: la palla è un po’ corta, così Can si ferma, prende lo slancio ed esegue una rovesciata da manuale. Il portiere avversario, l’ex Tottenham Gomes, non si lancia nemmeno, e osserva il pallone finire sotto l’incrocio dei pali alla sua destra. Questa meraviglia sarà l’unica realizzazione della gara, che mantiene così il Liverpool in piena lotta per la Champions League.

EMRE CAN’T – Non è che il centrocampista tedesco sia un vero e proprio bomber, anzi! Esce dal settore giovanile del Bayern Monaco come difensore centrale, pur dimostrando di aver piedi buoni e un’ottima visione di gioco. Mantiene questo ruolo anche nella sua stagione al Bayer Leverkusen, e successivamente nel suo primo anno con la maglia dei Reds. Solo quando arriva Klopp al posto di Rodgers sulla panchina di Anfield arriva anche il cambio di ruolo, davanti alla difesa, come mediano e come regista. Diventa piano piano un giocatore preziosissimo in entrambe le fasi di gioco, poco vistoso ma molto efficace. I suoi gol in carriera, prima di lunedì sera, erano appena 19. Ecco perché nessuno poteva aspettarsi un gesto tecnico simile, né tanto meno la realizzazione.

EMRE CAN – Con la palla a mezz’aria, e il suo corpo che si prepara al movimento perfetto, già tutti immaginavamo come poteva finire: con la palla in fondo alla rete! Chissà, magari Leiva avrà anche pensato “Accidenti! Gli ho dato una palla troppo corta”, Firmino che gli corre a fianco pensando “Mi faccio trovare pronto per la sua sponda”. Poi avranno notato lo sguardo del numero 23, sul pallone, dopo uno rapidissimo alla porta avversaria. “Lo fa! Lo fa! Ma riuscirà?”. Ci riesce.

Siamo già a chiederci se sarà il gol dell’anno in Premier League: una prodezza del genere, a 15 metri di distanza dalla porta, se lo contenderà di sicuro.

E chissà se qualcuno pensava che proprio Can sarebbe stato capace di competere per quel titolo.

 

RUGGERO ROGASI

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Fuori dal coro – La squalifica di Muntari è giusta

(Immagine di copertina trovata su internet)

Metto subito le mani avanti verso chi, leggendo il titolo, potrebbe darmi del razzista: non lo sono. E, ovviamente, sono contrario ad ogni tipo di razzismo, che vada ad attaccare la differenza di carnagione a quella di religione fino alla sessualità.

Sappiamo più o meno tutti cosa è successo a Cagliari, domenica scorsa, in occasione di Cagliari-Pescara. Nel dubbio, riassumo per chi potrebbe non aver letto o sentito in questi giorni: una piccola parte dei tifosi di casa, dalla curva, ha indirizzato cori e insulti razzisti verso il ghanese Sulley Muntari, centrocampista del Pescara. Il calciatore ha dapprima protestato con l’arbitro Minelli, prendendosi un’ammonizione per la platealità delle proteste, e poco dopo abbandonato senza essere sostituito, di sua spontanea volontà, prendendosi l’espulsione.

Evento che ha destato clamore e interesse, con addirittura l’ONU che si schiera dalla sua parte, condannando la vergognosa condotta di quello sparuto gruppo di tifosi che hanno gridato e cantato contro di lui.

Muntari esce dal campo senza l’autorizzazione dell’arbitro, rimediando la seconda ammonizione, polemizzando con alcuni tifosi avversari (Foto: SKY)

L’altro ieri arriva la decisione del Giudice Sportivo, con milioni di occhi addosso visti anche i fatti di Roma (la plateale simulazione di Strootman nel derby) e Milano (cori contro il napoletano Koulibaly).

Arriva, “quasi a sorpresa”, anche la squalifica per il ghanese, di una giornata:

MUNTARI Sulley Ali (Pescara): doppia ammonizione per proteste nei confronti degli Ufficiali di gara, e per comportamento non regolamentare in campo perché abbandonava il terreno di giuoco senza autorizzazione del Direttore di gara (provvedimento comunicato al capitano della Soc. Pescara)

CLICCA QUI PER LEGGERE TUTTO IL COMUNICATO DEL GIUDICE SPORTIVO RELATIVO AL 34° TURNO DI SERIE A

Inutile dire che siano arrivate nuove polemiche, schieramenti e indignazioni, verso il sistema arbitrale e il Giudice Sportivo, usando come paragone i fatti gestiti da Rocchi per Inter-Napoli: in seguito ai cori contro Koulibaly, come è stato suggerito dai piani alti della Lega, è stato letto il comunicato secondo cui, se fossero continuati i cori a sfogo razziale, la partita sarebbe stata sospesa e rimandata. Dopo questo ultimatum i cori sono cessati e la partita ha continuato il suo corso. Ma i “coristi” a San Siro erano molti di più, in proporzione, rispetto a quelli di Cagliari. Secondo il referto di Minelli, infatti, chi ha indirizzato tali cori contro l’ex Milan e Inter era un gruppetto di massimo 10 persone, che sono state sentite dal giocatore solo perché la curva stava manifestando tramite una protesta silenziosa.

Il Giudice Sportivo, letta la relazione dei collaboratori della Procura federale e il referto dell’Arbitro relativi alla gara in oggetto, nella quale si attestano cori di discriminazione razziale effettuati, al 40° del secondo tempo, all’indirizzo del calciatore del Pescara Muntari; considerato che i pur deprecabili cori di discriminazione razziale sono stati percepiti nell’impianto in virtù anche della protesta silenziosa in atto dei tifosi (come segnalato dagli stessi rappresentanti della Procura federale) ma, essendo stati intonati da un numero approssimativo di soli dieci sostenitori e dunque meno dell’1% del numero degli occupanti del settore (circa duemila), non integrano dunque il presupposto della dimensione minima che insieme a quello della percezione reale è alla base della punibilità dei comportamenti in questione, peraltro non percepiti dagli Ufficiali di gara (come refertato dall’Arbitro), a norma dell’art. 11, comma 3, CGS; delibera di non adottare provvedimenti sanzionatori nei confronti della Soc. Cagliari.

E quindi arriviamo alla questione spinosa: è giusta la squalifica di una giornata assegnata a Muntari?

Seguendo il cuore, il fattore umano, assolutamente no. Ma è giusto che il Giudice Sportivo abbia dovuto (non per forza, quindi, voluto) seguire il regolamento.

Nella Regola 12 del regolamento della Lega Serie A, infatti, se un calciatore abbandona il campo di gioco senza il consenso del direttore di gara, quindi senza che sia in atto una sostituzione o un intervento da parte dello staff medico a bordo campo, è da considerarsi espulso, qualunque sia la ragione. La decisione del G.S., quindi, è volta a non creare un precedente: se Minelli avesse sospeso la gara per dei cori che, a quanto pare, non ha sentito né lui né nessun altro giocatore in campo, e se non fosse arrivata la squalifica per il ghanese dopo la sua uscita non autorizzata, chiunque si sarebbe sentito giustificato a chiedere la sospensione delle partite per cori e insulti o ad andarsene di punto in bianco se non accontentato.

E la decisione di non punire la tifoseria sarda? Anche questa questione è piuttosto spinosa: i cori sarebbero stati intonati da una decina di tifosi, perché quindi punire un’intera tifoseria e un’intera società, chiudendo un settore o tutto lo stadio per una o più giornate? Sarebbe come punire tutta una classe per la bravata fatta di un solo alunno.

E’ ovvio che la volontà di tutti sia quella di trovare i responsabili di eventi gravi come questi, la cosa migliore sarebbero le testimonianze dei “silenti”, che di sicuro li avranno individuato (e forse provato a fermare),  ma non è mai un bene far di tutta l’erba un fascio.

O no?

 

RUGGERO ROGASI

Twitter @RuggeroRogasi

Oltre il titolo – A chi la palma di capocannoniere della Premier League?

La Premier League sta finendo. A quattro giornate dal termine (in media, a qualche squadra ne mancano cinque, all’Arsenal sei) alcuni verdetti paiono quasi scontati: a meno di clamorosi ribaltoni, il Sunderland finirà in Championship, insieme al Middlesborugh e una tra Swansea e Hull City; Everton e Arsenal in Europa League, insieme a una tra le due squadre di Manchester o il Liverpool, tutte e tre ancora in corsa per la Champions League, e la sfida per il titolo è tra Chelsea (favoritissimo) e il Tottenham.

I premi come miglior giocatore dell’anno e come miglior giovane dell’anno sono già stati assegnati, a N’Golo Kanté e Dele Alli (secondo consecutivo per lui), anche la squadra dell’anno è già stata schierata, con grande presenza di giocatori proprio Blues e Spurs.

L’unica cosa in bilico, al momento, riguarda la corsa al titolo di capocannoniere del campionato, con quattro giocatori ancora in corsa, più qualche possibile out-sider che potrebbe dar loro del fil da torcere.

ROMELU LUKAKU – EVERTON – 24 RETI

Il belga è primo in classifica, con un buon vantaggio sugli altri detentori, e una buonissima media (0,73 reti a partita), segna una volta ogni 120 minuti di gioco e, ma è inutile dirlo, è un’autentica forza della natura. Paga un po’ la discontinuità e l’anarchia tattica: quando non ha il pallone, difficilmente riesce a fare il movimento determinante per farsi trovare pronto a battere a rete (può essere un esempio lo scarso numero di reti di testa, 5), bensì preferisce aspettare la palla a metà campo, in fase di non possesso, riceverla facendo a sportellate con il difensore di turno, partire come una furia e scaraventare il pallone a rete con il sinistro (o il destro), o anche provare la giocata sul portiere e saltarlo. Il numero 10 dell’Everton è arrivato così in alto senza tirare alcun rigore (solo un gol su punizione, contro il Crystal Palace), ed ha il vantaggio di giocare in una squadra che fa pieno affidamento su di lui (più di un terzo delle marcature dei Toffees sono sue), difficile quindi che il primo posto gli possa essere tolto.

HARRY KANE – TOTTENHAM – 20 RETI

Il migliore sia in termini di media gol (0,80), sia per minutaggio (un gol ogni 105 minuti), l’Uragano è il rifinitore della meravigliosa orchestra guidata da Pochettino. Un solo gol di testa, due su rigore, ma tatticamente è determinante per la squadra: si abbassa quando deve far salire la squadra, riesce a servire palloni utili alla causa degli Spurs e fa i movimenti che deve fare un attaccante, facendosi trovare pronto per gli assist di Eriksen, Alli o chi per loro. Paga l’infortunio subito il mese scorso, quando era ancora al comando della classifica marcatori. Sa anche battere i calci di punizione (ha preso diversi legni, a dire il vero), e può riuscire a raggiungere e superare Lukaku, con 5 giornate ancora da giocare (ci sono anche gli incroci con Arsenal e Manchester United) e il supporto di tutta la squadra.

ALEXIS SANCHEZ – ARSENAL – 19 RETI

Tra tutti, il cileno è il meno attaccante (è un’ala), ma per qualche mese ha giocato proprio come punta centrale per ovviare al momento di scarsa forma di Olivier Giroud. La fiducia di Wenger è stata ripagata con diversi gol, anche di bella fattura. Ma, appunto, non essendo una punta di ruolo è spesso stato costretto a partire da fuori area, non reggendo il duello fisico con la maggior parte dei difensori avversari. Così molti suoi gol sono di ottima fattura, con entrambi i piedi, su rigore, qualcuno di testa (e uno con la mano). Tra i top scorer è quello con più assist all’attivo, 10, e con il ritorno di Giroud è tornato a fare l’ala, continuando a garantire le sue solite giocate di grande classe. Non è il favorito alla vittoria del titolo, visto il ruolo, ma può giocarsi le sue carte per restare sul podio.

DIEGO COSTA – CHELSEA – 19 RETI

Lo spagnolo è tornato grande grazie anche alla cura Conte, che gli ha adattato la squadra attorno rendendolo il marcatore implacabile di un tempo. Non batte rigori, non batte punizioni, tra i detentori è il più “centravanti”, bisognoso dei palloni serviti dai compagni ma anche capace di tirar fuori dal cilindro giocate eccezionali. Esuberante sia fisicamente sia caratterialmente, con cinque giornate da giocare potrebbe, anche incentivato dalla corsa al titolo dei Blues, accelerare la sua vena realizzativa e raggiungere i suoi più giovani colleghi. Ad ora l’unico dubbio è il suo futuro: dopo una presunta lite con Conte si è parlato tantissimo di un passaggio in Cina, ma le voci sembrano essersi placate. Buon segno o silenzio tattico?

SERGIO AGUERO – MANCHESTER CITY – 17 RETI

Attaccante tuttofare, l’argentino del Manchester City è un po’ indietro rispetto ai suoi standard, a causa sia del nuovo gioco del Manchester City, che alterna i ritmi altissimi tipici della Premier alle trame infinite di passaggi tipici delle squadre di Guardiola, sia della momentanea esplosione di Gabriel Jesus, unita ai rapporti non semplicissimi con l’ex allenatore di Barcellona e Bayern Monaco. L’infortunio del brasiliano lo ha riportato stabilmente al suo posto, una coesistenza tra i due può esserci. Ma pare impossibile una rimonta del genere.

ZLATAN IBRAHIMOVIC – MANCHESTER UNITED – 17 RETI

Come è accaduto anche altrove, lo svedese ha catalizzato il gioco dei Red Devils sulle sue spalle, divenendo leader offensivo (quasi dittatore) della squadra. Tutto guadagnato, finché gioca bene. Questo perché quando ha reso al di sotto delle aspettative la squadra ne ha risentito, faticando e aggrappandosi a giocate singole quasi inaspettate. Prova dell’Ibracentrismo dello United di Mourinho è il fatto che il secondo marcatore stagionale della squadra è Juan Mata, 6 reti, il terzo Rashford con 5 e seguono Martial e Pogba con 4. Il suo infortunio in Europa League contro l’Anderlecht ha messo fine alla sua stagione, e forse alla sua esperienza a Old Trafford, quindi non potrà risalire la classifica.

GLI OUTSIDERS

Mancano nomi più o meno altisonanti tra i top scorers annuali, ma difficilmente uno di loro potrà imporsi. Segue a quota 16 reti Dele Alli, 15 reti Eden Hazard (record personale), a 14 il trio di punte Defoe-Benteke-Joshua King. Tra gli abituali marcatori hanno deluso anche Llorente (Swansea, 12 gol), Jamie Vardy, l’anno scorso autore di 24 reti, quest’anno fermo a 11, Carroll (7) e Sturridge (2).

Co la giusta fiducia, Benteke ha ritrovato serenità e gol con la maglia del Crystal Palace (foto: Mirror)

IN FUTURO

Senza considerare il mercato, con possibili arrivi da e per l’estero, n futuro i favoriti saranno di sicuro Lukaku e Kane, vista la qualità e l’età. Se la giocheranno di sicuro con i “vecchi” (si fa per dire) Aguero e Diego Costa, ma occhio a Rashford, Iheanacho e Gabriel Jesus, giovanissimi e in rampa di lancio. Da tenere d’occhio anche Origi e Gabbiadini, che con la giusta fiducia potrebbero andare ben oltre la doppia cifra.

Ottimo l’impatto di Manolo Gabbiadini al Southampton finora, con 6 reti in 7 partite

L’eredità

Quando, alla fine della scorsa stagione, arrivò ai tifosi del Manchester United la notizia della separazione tra Red Devils e il tecnico Louis Van Gaal, molto probabilmente la grande maggioranza dei supporters tirò un sospiro di sollievo: poche soddisfazioni a Old Trafford (a dire il vero già dall’avvento di Moyes al posto di Sir Alex Ferguson), un gioco mai bello da vedere e poco decisivo per vincere un titolo in Premier League. Quinto posto in classifica, dietro agli odiati cugini del City che però vanno in Champions League, e la miglior difesa del campionato, con 35 reti subite. A dire il vero il titolo arriva, in FA Cup, in finale contro il Crystal Palace, ma è troppo poco per la società, che decide di sostituire l’olandese con José Mourinho.

Il nome, specialmente sotto la voce “liberi”, era troppo ghiotto per lasciarselo scappare, così gli viene data la gestione del club (con libertà di muovere il mercato) e tanti saluti a Van Gaal.

Tra le varie polemiche e delusioni, però, il povero Louis ha lasciato in eredità qualcosa di molto importante a José & Co.

25 febbraio 2016, il Manchester United, ai sedicesimi di finale di Europa League, affronta il ritorno della gara contro il Mitjylland, con l’andata finita 2-0 per gli avversari. Lo United è in piena emergenza in attacco, così Van Gaal decide di affidarsi ad un ragazzino, alla prima presenza in assoluto nel calcio dei grandi. Il ragazzino è Marcus Rashford, che realizza una doppietta contro i danesi e aiuta i suoi nel 5-1 finale.

Sembra una cosa di poco conto, due gol di un ragazzino debuttante contro una squadra di sicuro non rinomata per le sue qualità.

L’emergenza continua, e tre giorni dopo, il 28 febbraio, il ragazzino viene fatto debuttare anche in Premier League, stavolta contro l’Arsenal. 3-2 il risultato finale, con doppietta, tra 29° e 32° minuto,  e un assist proprio del giovane Marcus.

Non ci sono più dubbi, abbiamo di fronte una stella, che si saprà ripetere anche nel derby contro il Manchester City (gol decisivo dell’1-0) e che saprà far innamorare tutti gli appassionati.

Arriva Mourinho, dunque, e con lui anche Zlatan Ibrahimovic. Si prospetta una stagione difficile per il giovinotto, che però dimostra di sapersi adattare ad esterno sinistro togliendo il posto ad Anthoy Martial.

Rashfrod rappresenta l’eredità di quell’allenatore odiato fin dalle prime sconfitte, che appena ha visto lo spogliatoio scagliarsi contro di lui ha deciso di affidarsi ai più giovani (tanti i ragazzi della primavera lanciati da Van Gaal, tra cui anche Fosu-Mensah, promettentissimo ma non ancora esploso) e adesso, con Mourinho in panchina e Ibra in mezzo all’attacco, sta cercando di assimilare più possibile per il futuro.

La presenza di Ibrahimovic, però, rappresenta un ostacolo per lui. Lo svedese è un catalizzatore, con lui in campo la squadra ne diventa quasi dipendente, e se lo svedese non gira bene in campo spesso la squadra ne risente. Con lui in campo, inoltre, Rashford, punta centrale di ruolo, è costretto a giocare largo e, quindi, più lontano dalla porta. Nessun problema, per carità: l’inglese ha dimostrato di cavarsela benissimo nel nuovo ruolo grazie ad una velocità fulminante e una buonissima tecnica, ma è chiaro che in mezzo all’attacco riesca a dare il meglio di sé.

Ne è un esempio la prestazione contro il Chelsea di Conte, pochi giorni fa, con Ibrahimovic lasciato a riposo in vista del ritorno contro l’Anderlecht. Il giovane classe ’97 ha tenuto in scacco la difesa dei Blues, facendo impazzire il povero David Luiz e segnando la prima rete dell’incontro.

Tralasciando il controllo dubbio di Ander Herrera e l’errore in copertura del brasiliano, la posizione di partenza (sul filo del fuorigioco) è da attaccante esperto, lo scatto per seminare il difensore è da atleta, la visione della porta, con un rapido sguardo, da bomber vero.

Ieri abbiamo visto le due facce di Rashford: Ibrahimovic in campo, Marcus parte dalla sinistra e sfrutta la velocità e le sponde dello svedese per rendersi più volte pericoloso, ma è quando Zlatan esce che l’inglesino entra nel vivo del gioco e trova la rete del 2-1 ai supplementari, regalando la semifinale di Europa League ai suoi.

Adesso arriverà il bello per lui: nel corso dei supplementari, Ibra ha subito quello che potrebbe rivelarsi un brutto infortunio, atterrando male con il ginocchio, probabilmente con rottura del crociato.

La palla passerà dunque a lui, essendo l’unico vero attaccante in rosa, per portare i Red Devils in Champions League magari a discapito dei soliti rivali del Manchester City (4 punti di distacco, con il derby che si giocherà giovedì sera) e, chissà, vincere l’Europa League contro Lione, Celta Vigo e Ajax.

Ora tocca a lui raccoglierne l’eredità.

E vissero tutti…

Ammettiamolo, visto l’ultimo periodo ci aspettavamo tutti che sarebbe arrivato questo momento, ma in cuor nostro speravamo che questo momento, appunto, non sarebbe mai arrivato.

Ieri sera, al King Power Stadium, verso le 21:10 (ora italiana) è finita, stavolta per davvero, la favola Leicester. 26° minuto, Saul Niguez raccoglie l’assist di Filipe Luis e supera Schmeichel, davanti ai tifosi delle Foxes che credevano nella rimonta. Credevano di ribaltare quel misero 1-0, siglato Griezmann su rigore, del Vicent Calderon. A nulla è servito, al 61° minuto, il gol del pareggio di Jamie Vardy, e a nulla sarebbe servito un altro gol (i campioni d’Inghilterra avrebbero dovuto vincere con almeno due gol di scarto).

Fine della favola, quindi. Fine di una favola iniziata nell’agosto del 2015 e sviluppatasi nel corso del tempo, in nove bellissimi mesi, con un bravissimo narratore quale è Claudio Ranieri e i magnifici protagonisti che rispondono al nome di Jamie Vardy, Riyad Mahrez, N’Golo Kanté e tutti gli altri.

Questo perché il Leicester City dell’anno scorso aveva, sì, tre giocatori fondamentali su cui basava il suo gioco (i tre sopracitati, appunto) ma la sua vera forza era il gruppo. E, quindi, quando a “toppare” erano loro tre ci pensava qualcun altro a metterci le pezze (che sia Okazaki, Drinkwater, Morgan, Huth, Ulloa…).

A titolo vinto è arrivato l’appagamento. Giocatori e società si sono sentiti sazi, si sono sentiti troppo sicuri di sé, e si sono lasciati andare, rendendosi protagonisti quindi di una stagione da dimenticare. La peggior stagione di una squadra campione d’Inghilterra.

A marzo arriva così l’esonero di Claudio Ranieri, che lascia la squadra in piena lotta per la lotta salvezza nelle mani di William… ehm… Craig Shakespeare con la speranza che, dato il nome, la tragedia si trasformi in salvezza. Ed in effetti la squadra si rialza e si avvia verso una salvezza tranquilla (adesso i punti di vantaggio sullo Swansea, terzultimo, sono 9 con una gara in meno).

L’errore più grande, e qui parlo di una mia personalissima opinione, lo ha fatto la società in estate, sacrificando N’Golo Kanté per il Dio Quattrino (ma bisogna anche vedere quanto può aver pesato la decisione del francese). Il classe 1991, non mi stancherò mai di dirlo, è un giocatore unico, che riesce a sistemare da solo la linea mediana. Hazard, qualche mese fa, disse che giocando insieme a lui pare di “giocare con tutti e tre i gemelli Kanté in campo” (e non ha gemelli, sia ben chiaro). Oppure gira la battuta “La Terra è ricoperta dal 70% d’acqua e dal 30% di Kanté”.

Questo per dire: N’Golo fa un lavoro eccezionale per la squadra in cui milita, correndo e sbattendosi per 90 minuti, 38 giornate all’anno (più coppe).

Tornando alla fine della favola: ieri, quindi, si è consumato l’ultimo atto, tra le lacrime dei tifosi e degli appassionati che speravano in un altro miracolo sportivo. Quando sarà possibile un’altra Favola Leicester? Difficile dirlo: in Premier le solite 6 hanno ripreso saldamente il potere (si è aggiunto anche l’Everton, settimo, che ha 13 punti di vantaggio sul West Brom ottavo), in Italia e Germania sarà difficilissimo scalzare Juventus e Bayern Monaco prima di 5-6 anni. In Spagna è un duetto Barcellona-Real Madrid infastidito dall’Atletico. Forse in Francia le cose sono più aperte, con il Monaco e il Nizza che stanno riuscendo a rendere la Ligue 1 un po’ meno monopolizzata dal PSG.

Resta il fatto di aver avuto la fortuna di assistere alla favola calcistica più bella degli ultimi anni, in cui una squadra di (non me ne voglia nessuno) gregari che si è imposta nel calcio che conta, nel campionato più ricco, antico e tradizionale d’Europa.

Ricorderemo tutti quel #GoFoxes, portandocelo stretto nel cuore.

La Fenice

(Immagine di copertina trovata su internet)

Favoloso uccello sacro degli Egizi, simile per l’aspetto a una grossa aquila, con vivido piumaggio multicolore, a cui si attribuiva la peculiarità di morire bruciato alla fine di un periodo di 500 anni, e di rinascere quindi dalle proprie ceneri

Come non parlare di una rinascita, seppur calcistica, in tempo di Pasqua? Nel suo piccolo, senza scomodare paragoni troppo biblici, quella di Radamel Falcao si può definire proprio questo: una rinascita.

Tra il 2011 e il 2013, l’Atletico Madrid ha avuto tra le mani quello che, ai tempi, era il centravanti più forte del mondo. Non basava il suo gioco sul fisico, vista la statura (177 cm), ma sulla rapidità, di movimento e di pensiero, e sullo stacco poderoso, capace di portarlo ben oltre i saltatori avversari e segnare di testa, al volo, rovesciata…

Un sorridente Falcao alla presentazione con il Monaco (immagine trovata su internet)

Nell’estate passò, tra mille mormorii, al Monaco del ricchissimo Rybolovlev, magnate russo che voleva stoppare la supremazia del PSG in Francia. A fermare El Tigre, però, non furono i difensori della Ligue 1: nel gennaio del 2014 un bruttissimo infortunio al ginocchio sinistro mette fine alla sua stagione, impedendo anche la convocazione al Mondiale brasiliano.

Finita la stagione, e recuperato del tutto, la sua voglia di rivalsa lo porta in Premier League per due anni, tra Manchester United e Chelsea, dove però non trova mai continuità.

Torna in Francia, con la coda tra le gambe, e le domande di molti appassionati si chiedono: “Che ne sarà di lui?”. Si parla di Serie A (difficile, visto l’ingaggio comunque molto alto), di ritorno in Spagna o di Saudade (passatemi il termine, anche se non è brasiliano) in Sudamerica, magari proprio nel River Plate che lo aveva lanciato verso l’Europa.

Invece no. Radamel non si arrende, ha 31 anni e vuole provare a mantenere la promessa fatta il giorno del suo arrivo nel Principato: fermare la supremazia del PSG.

Falcao esulta con il compagno di reparto Mbappe (foto: SKY)

Si mette a lavorare, quindi, e anche grazie al lavoro del tecnico portoghese Jardim e ad una squadra piena di giovani in rampa di lancio, si riscopre la macchina da gol di un tempo.

Nel 4-4-2 dei biancorossi, il numero 9 fa la punta insieme al talentino francese Kylian Mbappe (che ricordiamo NON essere il nuovo Henry) e mette a segno 17 reti in campionato e 6 in Champions League, con i monegaschi che si giocheranno il ritorno in casa contro il Borussia Dortmund forti della vittoria per 3-2 dell’andata. Come se non bastasse, proprio loro sono primi in classifica in Ligue 1, con tre punti di vantaggio sul PSG (fuori dalla CL) e quattro sul Nizza dell’altra fenice Balotelli.

Si può dire, con la dovuta cautela, che Radamel sia tornato, che sia pronto a prendersi ciò che il calcio gli deve e che non gli ha dato negli ultimi anni.

Sperando sia l’inizio di una nuova fase, seppur breve, di una folgorante storia.

Gioventù bruciata?

(Immagine di copertina: collage dell’autore con foto trovate su internet)

Una delle cose più intriganti del calcio moderno sono i giovani promettenti. Ogni anno si apre una specie di gara a trovare i giovani più forti, maturi, che potrebbero diventare i campioni del futuro. Con tanto, poi, di “Io ve lo dico: Bale diventerà un giocatore fortissimo, da Real Madrid” (sì, sono io nel 2008 dopo aver giocato con il Tottenham a FIFA, mica dopo averlo visto dal vivo).

Una delle cose più emozionanti erano le liste di Don Balon, con nomi e nomi di giovani più o meno conosciuti che, probabilmente, avrebbero raggiunto grandi livelli una volta maturati. Qualche nome veniva azzeccato, qualche nome assolutamente no. Ma si sa, dando centinaia di nomi ogni volta il crack lo becchi di sicuro.

Da qualche anno a questa parte faccio “il giochino” di osservare i primi giocatori che salgono alla ribalta per anno di nascita (da classe 1993 non vi dico lo sconforto quando, nel 2010, debuttò nella Fiorentina Babacar, primo classe 1993 che avevo sentito visto il mio tifo viola), e per la classe 1998 non posso che citare quelli che, nel 2014, erano sulla bocca di tutti: parlo ovviamente di Martin Ödegaard e Hachim Mastour.

I due trequartisti hanno storie molto simili, con una fine (momentanea) molto simile.

Nel 2014, appunto, dalla Norvegia arrivavano le voci di un ragazzo fenomeno, in forza allo Strømgodset, seguito un po’ da tutti. Gli occhi della Premier League, del Bayern Monaco, del Barcellona e del Real Madrid erano su di lui. Tutti aspettavano che compisse 16 anni, a metà dicembre, per farlo firmare e accaparrarsi quello che di sicuro sarebbe diventato il Messi scandinavo. Mesi di tensione, quindi, con il ragazzo che sfogliava la margherita di offerte e benefit che avrebbe ricevuto firmando per una squadra o per un’altra. A gennaio 2015 arriva la tanto attesa con il Real Madrid, che paga al club norvegese quasi 5 milioni di euro e offre uno stipendio di circa 2 milioni di euro netti al ragazzo, che si accasa alla squadra giovanile.

Ed ecco arriva il primo problema: immaginate l’ultimo arrivato nella cantera madridista, appena sedicenne, che guadagna molto in più di tutti gli altri ragazzi in rosa. Il suo arrivo non è ben visto da qualche compagno di squadra. Arriva anche il debutto in Liga, il 23 maggio del 2015 contro il Getafe, subentrando a Cristiano Ronaldo a mezzora dalla fine.

“Il fenomeno di oggi cede il posto al fenomeno del domani” [cit. più o meno tutti] (Immagine trovata su internet)
Nel frattempo, per non essere da meno, qui in Italia, più precisamente a Milano, stavamo impazzendo per Hachim Mastour: stesso ruolo, stesso anno di nascita, settore giovanile del Milan. Giravano sul web numerosissimi filmati delle sue giocate pazzesche, con difensori saltati come birilli. Nato a Reggio Emilia, con chiarissime origini marocchine, aveva già debuttato con l’Italia Under 16. Il ruolo di numero 10 rossonero e azzurro sembrava in cassaforte per almeno una quindicina d’anni. Per mesi viene osannato dai tifosi, in massa viene chiesto alla società di farlo debuttare in campionato (mai arrivato in Serie A). Tanto è l’entusiasmo che le sue gesta arrivano in Marocco, e il ct Zaki Badou lo chiama e lo fa esordire nella partita contro la Libia. Un minuto. Un solo minuto quello giocato con la maglia dei Leoni dell’Atlante. Tanto basta per bloccarlo definitivamente come marocchino.

Era la stagione 2014-2015, e il mondo del calcio sembrava aver trovato i campioni del futuro.

La stagione successiva mostrò, invece, quello che sembra essere il loro reale valore. Martin rimane a giocare nel Castilla, pur allenandosi spesso con la prima squadra ma senza convincere né Benitez né Zidane (che già lo seguiva con i giovani), con Perez suo unico sponsor, probabilmente con la speranza di mostrare a tutti di non aver preso un enorme abbaglio comprandolo e stipendiandolo a peso d’oro. 62 presenze totali con i giovani dei Blancos, con appena 5 reti segnate, pochissimo se consideriamo le aspettative.

Mastour invece lascia Milano, in prestito, per andare a giocare in Spagna, al Malaga, e trovare la consacrazione nel calcio dei grandi. L’accordo era per un prestito biennale, ma il rapporto viene interrotto a metà vista l’unica presenza con il club, per soli 5 minuti.

I due, da predestinati, diventano casi. Nell’estate del 2016, addirittura, il patron dei Blancos Florentino Perez impone a Zidane di portarsi il norvegese nel ritiro estivo in Canada, ma una volta cominciati i giochi non scenderà in campo.

Zidane e Ödegaard ai tempi del Castilla (Foto: Fox Sports)

Nel frattempo Mastour torna a Milano, ma solo per riprendere i bagagli e volare in Olanda, al PEC Zwolle. L’intenzione è quella di testarlo in un campionato meno impegnativo ma che punti molto sui giovani, in modo da farlo crescere o anche solo vedere di che pasta sia realmente fatto il giocatore. Tantissime le persone alla sua presentazione, con i tifosi che lo idolatrano come un grande campione pronto a dar tutto per la maglia.

“Prendi in braccio mio figlio, così quando crescerà potrò fargli vedere la foto in cui ha posato con il futuro Pallone d’Oro” (Immagine trovata su internet)

Speranza mal riposte. 5 presenze in Eredivisie, una sola da titolare, per un totale di 150 minuti in campo. Non una giocata decisiva né una rete. Una presenza in Coppa, sempre da subentrato e 7 presenze (stavolta da titolare) con il settore giovanile dei bianco-blu, con una rete (su rigore) e un assist all’attivo.

Ödegaard lo raggiunge a gennaio in Olanda, con il Real che lo manda in prestito (gli accordi sono fino all’estate del 2018) all’Heerenven, con tanto di penale che gli olandesi dovranno pagare ai Blancos nel caso il norvegese non riuscisse a trovare spazio. Grazie a questa clausola riesce a trovare il campo ben 11 volte tra campionato e coppa, ma l’idea è che il tecnico Streppel potrebbe benissimo farne a meno visto lo scarso apporto che riesce a dare nella manovra della squadra (solo due assist in 586 minuti giocati).

Cosa è successo a questi due ragazzi? Di sicuro c’è stata troppa fretta. Le grandissime aspettative dei norvegesi su Ödegaard, con tanto di soprannomi pesanti (uno su tutti “Messi di ghiaccio”) hanno probabilmente messo grandissime pressioni sul ragazzo, che a 16 anni appena compiuti ha fatto un passo troppo lungo rispetto a quello che potrebbe fare un giocatore con bona tecnica, ma con una mentalità ancora tutta da formare (e provate anche a dare 2 milioni di euro all’anno ad un sedicenne…). Al momento delle firme, Ancelotti definì l’operazione come una semplice mossa di marketing per rafforzare il brand dei Galacticos anche in Scandinavia, e visto il poco spazio trovato in Liga è facile pensare che finora nessuno degli allenatori che lo hanno osservato lo abbiano reputato pronto per un campionato top.

Le voci su Ödegaard hanno così condizionato l’ambiente attorno a Mastour, con la società rossonera che ha pompato mediaticamente il ragazzo a tal punto da fargli bruciare le tappe e, quindi, fargli saltare il processo di maturazione che avrebbe potuto, questo sì, trasformarlo forse non in un fenomeno, ma almeno in un calciatore degno di calcare i campi della Serie A.

Questa, ovviamente, non è una bocciatura per nessuno dei due. Entrambi i ragazzi hanno talento da vendere e con i giusti stimoli potranno far decollare le loro carriere come meglio possono.

Il primo passo che però dovrebbero fare, tutti e due, è indietro, ridimensionando il futuro che avevano progettato e ripartendo con aspettative minori, che potranno solo esser migliorate.

A nemmeno 19 anni, di tempo ne hanno eccome.

 

L’eroe senza mantello

[Immagine di copertina trovata su Internet]

Immaginiamo una qualsiasi partita di calcio. Immaginiamo una qualsiasi azione offensiva di un attaccante. Immaginiamo la percussione. Uno, due difensori saltati. A questo punto l’attaccante entra in area, un difensore interviene in modo scomposto e…

RIGORE!

I difensori vanno attorno all’arbitro, chiedendo spiegazioni e protestando un po’. L’attaccante a terra, invece, si alza aiutato dai compagni e esulta con loro, seppur con un po’ di contegno.

Perché? Perché il rigore è la massima punizione che si può dare in una partita di calcio, perché di solito un rigore equivale ad un gol.

Di solito. Questo perché la porta è grande, molto grande. 7,32×2,44 metri, fanno ben 17,86 metri quadrati di porta. Enorme per un portiere alto 1,85-1,90 metri.

C’è però un portiere davanti al quale è difficile pensare di esultare prima di aver tirato il calcio di rigore: Diego Alves.

Brasiliano, classe 1985, con una carriera di cui si può dir tutto, tranne che sia stata esaltante da un punto di vista del palmarés: solo un Campionato Mineiro (risalente proprio a quando giocava per la squadra brasiliana), un terzo posto al Mondiale Under20 nel 2005 e il bronzo olimpico alle Olimpiadi di Pechino del 2008.

Diego Alves para un rigore a Cristiano Ronaldo (foto trovata su internet)

Gioca due anni proprio nell’Atletico Mineiro, poi emigra in Europa, nella Liga, per difendere i pali dell’Almerìa, e infine arriva al Valencia, dove gioca tuttora.

Ed è in Spagna che comincia la sua vera storia. Perché se da un punto di vista di gol subiti per partita lo score non è che sia tutto questo granché (420 reti in 307 partite, 1,37 a partita), quello che fa impressione è lo score che detiene proprio quando difende la sua squadra da un calcio di rigore!

Ieri, contro il Deportivo, il brasiliano si è visto fischiare contro il 50° rigore contro da quando è in Spagna. Sul dischetto si è presentato Fajr, e Diego… ha parato il suo 24° rigore da quando è in Spagna!

Le sue statistiche sono impressionanti: su 50 rigori che ha dovuto affrontare, il 31enne ne ha parati ben 24 (48%), uno se l’è visto tirare fuori, uno sulla traversa e davanti ai restanti 24 non ha potuto far nulla.

E tra le sue vittime ci sono personaggi illustri come Messi, Cristiano Ronaldo, Griezmann, Mandzukic, Diego Cpsta, Rakitic, Bacca… non gli ultimi arrivati!

A guardar lui sembra facile: appena fischiato il fallo da rigore si dirige verso il dischetto per disturbare il tiratore designato, stuzzicandolo in qualche modo per innervosirlo, poi torna tra i pali e lo guarda negli occhi fino a quando il penalty non viene tirato. Lì si compie la magia: si butta all’ultimo, a volte fa un passo in avanti (che da regolamento non si potrebbe fare) e di distende verso il palo battezzato dallo sguardo del tiratore, spesso quello giusto.

A Valencia lo amano, lo vedono come un eroe che ha salvato i colori il Taronges ben 14 volte da quando ne difende i pali.

In Nazionale, invece, Alves ha giocato solo 9 volte. Nell’ultima edizione della Copa America era il dodicesimo del giallorosso Alisson (foto: Mundo Deportivo)

Diego Alves vola tra i pali, pur non avendo il mantello.