Tutti gli articoli di Lorenzo Semino

Come due somari

“Andiamo a stenderci, comodi, in profondità.

Giù fra i crepacci bui col Diavolo, che ci ospita”

Samuele Bersani (che ringrazio per aver ispirato le citazioni presenti in queste righe ndr)

newcastle

Newcastle.

Se non ci sei mai stato non puoi capire. Non puoi perché se già è difficile farlo quando hai alle spalle un background calcistico-culturale di tutto rispetto, figuriamoci se ne hai soltanto sentito parlare alla televisione.

Quella fra Magpies e Black Cats, fra bianconeri e biancorossi, non è una rivalità: si tratta di un lungo, interminabile ed impressionante susseguirsi di emozioni contrastanti. Tu scendi, io salgo, se siamo nella stessa serie ci scanniamo nel derby e proviamo a farci del male a vicenda; c’è una leggenda che dice che i tifosi del Newcastle abbiano soltanto amici dello stesso sangue e viceversa.

Ieri sera una ha sbattuto in terra l’altra, il Sunderland arrembante di Sam Allardyce ha smontato l’Everton e le speranze di salvezza di Rafa Benitez, arrivato da pochi mesi ma mai parso all’altezza di un incarico più difficile di quanto possa si possa immaginare.

Già, perché Newcastle upon Tyne è crazy, una città piena di luci ma circondata dal buio, a luci rosse nelle tenebre del freddo Nord d’Inghilterra. Ecco che quindi si avvicinano alla perfezione, senza mai toccarsi, il nero degli uni con il rosso degli altri.

Se la parte biancorossa ride l’altra piange e noi, in qualità di amici e vicini del prossimo, ci occuperemo principalmente di loro.

Alan Pardew ritengo sia il casus belli. Con lui erano sempre arrivate stagioni dignitose, certo che a volte l’ambizione gioca davvero brutti scherzi. Il manager, dopo aver condotto le Magpies a uno storico ritorno in Europa ricreando un’atmosfera magica in una città che ne sentiva il bisogno da troppo tempo, dopo questa impresa ha deciso di lasciare casa e amici di punto in bianco per tornare a Londra, tornare al Crystal Palace e farlo in grande stile.

"Non prendermi sul serio, sono un impostore"

“Non prendermi sul serio, sono un impostore”

Bene, adesso immaginate questi due, prima Steve McClaren e qualche mese dopo Rafa Benitez, entrambi chiamati a sostituire un uomo magari mai amato ma sicuramente vincente, desiderosi di farlo ma alle prese con una realtà in cui – lo ripetiamo – se non ci sei mai stato prima devi fare l’abitudine.

Parte malissimo l’ex tecnico della Nazionale, naufragato sotto un diluvio universale a Wembley nel 2007 – l’Inghilterra perse partita e pass per l’Europeo contro l’eternamente sottovalutata Croazia – e non ripresosi ancora del tutto. Parte male sebbene siano arrivati acquisti ottimi: Wijnaldum e Mitrovic possono già bastare per salvarsi, vero Steve?

Per niente, forse anche perché la difesa bianconera non si dimostrerà mai davvero all’altezza; i due terzini sono il meno, uno è Janmaat e l’altro varia fra Dummett e Haidara, il vero problema è il cuore.

Coloccini ce ne mette tanto ma non basta, il giovanissimo Chancel Mbemba non riuscirà invece a rispettare il grande clamore con cui era atterrato al confine con la Scozia: e pensare che ce l’ha davvero messa tutta, era anche felice di poter vestire bianconero, ma se non entri nei loro cuori non puoi farci granché.

Lorenzo Semino © Newcastle, United Kingdom

“Sarò la causa di ogni preoccupazione”

 

Il centrocampo è forte, ma forte nel vero senso della parola. Pensi ad Anita e ti viene in mente la roccia, Tioté fa rima con cemento armato, Colback non si è mai spostato nella vita – a parte per passare dal Sunderland al Newcastle, altissimo tradimento – mentre l’unico con un minimo sindacale di fantasia in campo si chiama Georgino. Non fatevi ingannare, non è brasiliano ma olandese, il veloce e compatto Georgino Wijnaldum, arrivato dal PSV ed unico vero trascinatore morale dei bianconeri. Ha la colla sugli scarpini, non perde mai il pallone salvo lasciarlo partire quando deve bucare una porta.

Lorenzo Semino © Newcastle, United Kingdom

“Vorrei ma non posso”

Il resto è tanto, troppo solismo laddove servirebbe gioco di squadra.

Sissoko è un velocista irrefrenabile ma quest’anno viaggiava alla metà della velocità, Thauvin ed Ayoze Perez sono due solisti ancora acerbi, Riviere e Cissé giocano poco, Gouffran e De Jong ancora meno.

Aleksander Mitrovic è l’unico a salvarsi per davvero, un folle attaccante che avrebbe potuto dire la sua in Premier League se soltanto non avesse avuto il compagno più vicino a 30 metri di distanza. Il problema sta proprio in questo, troppa differenza fra i reparti e poco gioco di squadra: in pratica un 4-5-1 sterile e poco limpido, tanto che i tifosi del Newcastle arrivarono addirittura a rimpiangere il traditore Pardew.

“È l’occasione di lasciar perdere?” si chiese McClaren, rispondendosi in maniera affermativa più o meno intorno alla fine di Febbraio.

Il 10 Marzo arriva il momento del takeover, e che takeover: sulla panchina del Newcastle arriva l’allenatore uscente dal Real Madrid, arriva la gentilezza di Rafa Benitez. Gentilezza e pacatezza che tuttavia stonano e non poco con la schiettezza di una delle città più spartane del Regno Unito, dove già di per sé non regna il bon ton.

Nel frattempo, a Gennaio, arrivano in fila indiana Townsend, Shelvey, Saivet e Doumbia: quello che difende più dei quattro però è Rafa Benitez. Una squadra penultima a 15 giornate dalla fine e con un presidente spendaccione non può pensare di non risolvere la situazione difensiva, fatto sta che le Magpies cercano di arginare le debolezze in copertura rimpinzandosi di enormi e a tratti folli acquisti offensivi. I risultati si vedono in parte nella fase realizzativa, dove le Magpies segnano 12 volte in 9 uscite con Benitez in panchina, ma dietro rimane il solito immotivato immobilismo a giocare un ruolo da padrone.

Lorenzo Semino © Newcastle, United Kingdom

“Se avessi un ultimo fiammifero io non lo sprecherei. Su un muro umido ad accenderlo non ci proverei” Foto di Lorenzo Semino

Il derby con il Sunderland viene risolto da un colpo rabbioso di Mitrovic, unico gladiatore in un’arena di novellini buttati lì in mezzo un po’ per caso; a dire il vero però l’età media della squadra non è nemmeno così bassa, anzi, cosa che può essere vista come un handicap fisico o come un vantaggio di esperienza.

Sono decisive due sconfitte esterne, una rocambolesca contro la compagna di retrocessione Norwich e l’altra a Southampton, poi arrivano due vittorie ed altrettanti pareggi prima del tracollo definitivo di fronte all’Aston Villa.

Non arriva altro se non un pareggio, un clean sheet contro gli ultimissimi, una partita ridicola se vuoi salvarti e se dovresti farlo con il coltello fra i denti; la percentuale dei passaggi riusciti dai 6 giocatori offensivi è piuttosto alta, circa l’80% – cosa nemmeno troppo complicata se giochi contro una squadra di fantasmi – ma le palle gol sono 2 in tutta la partita.

Lorenzo Semino © Newcastle, United Kingdom

“Papà, ma non dovremmo cercare di segnare?”
“Si, appunto, dovremmo”

 

Il Sunderland, dalla parte opposta del fiume Tyne, ha insegnato che ai grandi acquisti può contrapporsi il cuore e la voglia di non deludere i tifosi, oltre a un fenomenale e decisivo Jermain Defoe. Non che Borini sia stato da meno, non che Khazri sia scarso. Ha prima ribaltato una sfida complicatissima contro un Chelsea colpito nell’orgoglio e si è poi agevolmente liberato di un Everton materasso che sembra averci preso gusto dopo aver fatto da passerella per il Leicester di Ranieri.

Fatto sta che Big Sam ci credeva e ci è riuscito, ha fatto suo un miracolo trasformando le belle azioni in reti, trasformando le buone prestazioni in punti pesantissimi.

Oggi, a poche ore dalla retrocessione illustre del Newcastle, non sappiamo se essere più tristi all’idea di non rivedere per almeno un anno il derby più fisico della Gran Bretagna o per il fatto che sia stato promosso anche il Middlesbrough, altra acerrima rivale dei bianconeri.

Non resta che fare silenzio, non resta che fare le condoglianze ad una squadra nata per fare a pugni con il mondo ma ritrovatasi a dover fare i conti con troppo peso e poca sostanza; come nella boxe, dove se non ti muovi prendi una marea di botte.

In una città dove vivono i provocatori di risse da bar gli istrionici giocatori del Newcastle avrebbero potuto fare scintille, se non fosse che Rafa Benitez è un uomo pacifico.

Rafa e Steve, vissuti all’ombra dell’aura di Alan Pardew, hanno gestito la loro avventura a St. James’ Park in maniera goffa: come due somari, senza strategia, senza nemmeno l’indirizzo per andare via.

 

Lorenzo Semino © Newcastle, United Kingdom

“Lì c’è l’uscita e là l’ingresso: siamo a un crocevia.”

 

 

I’m forever Boleyn Ground

“Resta al tuo posto e combatti”

Pete Dunham – Green Street Hooligans

 

Bye Bye. Ou revoir. Adiòs. Adeus. Auf Wiedersehen. Doei. Hejdå. Dasvidania.

Immaginate i saluti in tutte le lingue del mondo, immaginateli come leggerissime bolle di sapone che si levano senza pensieri nel cupo cielo in quel Newham, che di Londra ha soltanto il nome.

I saluti e le lacrime di commozione che si sentiranno questa sera saranno le vere “forever blowing bubbles”: perché tutto alla fine torna.

Poi ci fermiamo con le fantasticherie ma potremmo andare avanti per secoli, proprio come quelli vissuti dalla storica casa del West Ham: il Boleyn Ground.

Secolo XVI, Enrico VIII Tudor Re d’Inghilterra decide di regalare alla sua amata Anna – dopo aver fatto fuori Caterina d’Aragona, prima appartenuta al fratello – una tenuta, anzi un vero e proprio castello: la Green Street House per gli storici, il Boleyn Castle per gli sportivi. È qui che la povera reginetta passerà i suoi candidi e tranquilli pomeriggi senza riuscire a “regalare” un primogenito maschio al capofamiglia che, senza saper né leggere né scrivere, decise di farla giustiziare non conscio del fatto che da quella relazione sarebbe nata la futura e ben più nota Queen Elizabeth.

Nel 1855, a Londra nasce il Thames Ironworks, capace di vincere una London League e costruito in maniera accurata.

Per partecipare alla Prima Divisione occorrono però giocatori professionisti, così il 5 Luglio 1900 viene fondato il West Ham United FC.

L’altro giorno da ricordare è il 2 Settembre 1904, quando gli appena nati scendono in campo per la prima volta nella vecchia tenuta di caccia reale battendo con un sonorissimo e mai digerito 3-0 il Millwall.

“La rivalità tra West Ham e Millwall è come tra Yankees e Red Socks?”
“No, è come tra israeliani e palestinesi!”

Gli Hammers sono una squadra folle, folle come la passione che ha portato negli anni alcuni supporters a fare follie per la propria squadra; probabilmente un eccesso, anzi sicuramente, ma perdere la testa per amore è una delle cose più semplici e traditrici del mondo. Per passare dal perdere qualcosa a prendere un bastone ce ne vuole però, su questo siamo tutti d’accordo.

Di giocatori folli da Boleyn Ground ne è passata una miriade, quasi come se l’influsso del creatore di quel territorio – Enrico VIII – abbia fatto da calamita per attirare i giocatori dallo spirito di ferro: alias Paolo Di Canio, tanto per rimanere in tema.

No comment

Un irriducibile Paolo Di Canio con la maglia degli Hammers, dietro di lui un Frank Lampard giovanissimo: vi ricordate quando Paolo calciò il rigore strappando il pallone dalle mani al futuro starman del Chelsea?

Un irriducibile Paolo Di Canio con la maglia degli Hammers, dietro di lui un Frank Lampard giovanissimo: vi ricordate quando l’italiano calciò un rigore che non avrebbe dovuto calciare strappando il pallone dalle mani al futuro starman del Chelsea, ai tempi rigorista number one? Forse per Redknapp, non per Paolo.

Parlando di palmarès i titoli si contano sulle dita di una mano: una Coppa delle Coppe, tre Coppe d’Inghilterra ed una sfocatissima Community Shield. Non di certo una bacheca da discendenti reali, ma se sei del West Ham ti va bene così.

Va benissimo così perché sei da sempre sinonimo di diversità, irriverenza ed allo stesso tempo fascino assoluto in un campionato che fa dell’aggressività – a dire il vero lo ha fatto soprattutto in passato – la chiave per alzare un trofeo o semplicemente avere la meglio in 90 minuti di battaglia.

Ecco perché è così importante la figura dello stadio, di quel tempio nel quale sei sicuro di poter caricare la squadra e di cui conosci tutti i limiti, pregi e difetti. Sai che la East Stand è la più vecchia e piccola, sai anche che la Tribuna Bobby More è enorme e contiene la scritta “West Ham United” a fare da cornice ad uno stadio compatto e caloroso.

"I'm forever blowing bubbles"

“I’m forever blowing bubbles”

Comunque, a proposito di Enrico VIII, la figura più importante nel panorama del West Ham deve aver sentito gli influssi di Upton Park e del Re d’Inghilterra. Anche Sir. Bobby Mooreinfatti ebbe più di una moglie – non come le sei del folle re – ma se giochi con i clarets and blue ti si perdona tutto. Un po’ come Teddy Sheringham che, dopo aver sbancato tutto firmando il Treble del Manchester United nel 1999, decise di concludere la carriera al Boleyn Ground, forse per sentirne un po’ l’aria che si respirava, nonostante la carta d’identità non giocasse proprio a suo favore: 38 anni al momento della firma per gli Hammers, dopo aver giocato e stra segnato con Red Devils, Tottenham Hotspurs oltre ad un passato illustre nell’esercito dei rivali più grandi in città. Già, Sheringham nacque calcisticamente al Milwall e vide tramontare la sua carriera al West Ham: are you serious?

"Of course"

“Of course”

 

Non starò a tediarvi ulteriormente, basta che sia chiaro il concetto.

Basta che sia chiaro quanto l’addio di stasera sia duro per chi ha vissuto una vita fantasticando dietro e dentro a quel castello di Anna Bolena, voluto da un re folle e distrutto da lui stesso. Dalle ceneri è nata una squadra, è nato un nugolo di frecce chiamato West Ham, frecce un po’ ammaccate ma sempre affilatissime. Caratteri forti, nomi altisonanti in contrasto con stagioni da mani nei capelli, gioie e dolori sportivi: questo era il West Ham, inevitabilmente qualcosa cambierà.

Probabilmente in meglio, lo pensiamo tutti, ma quel castello medievale nello scudetto stona e non poco con il nuovo Olympic Stadium in cui gli Hammers giocheranno dalla prossima stagione.

Un lato positivo forse c’è, ed è il fatto che sia più grande. Già, perché con tutto quello spazio, con quell’immensa voragine fra spalti e campo, beh lì di spazio per gonfiare bolle e farle volare in aria ce ne sarà eccome. Anche più che a casa di Anne Boleyn.

olympic stadium

I tempi cambiano, speriamo che la passione resti la stessa.

“I’m forever blowing bubbles,
Pretty bubbles in the air,
They fly so high,
They reach the sky,
And like my dreams they fade and die!
Fortunes always hiding,
I’ve looked every where,
I’m forever blowing bubbles,
Pretty bubbles in the air!”

Scritto e disponibile su Numerosette.eu
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Better Call Saul

“Ti conviene chiamare Saul. Parliamo spagnolo!” (Saul Goodman, Breaking Bad)

Eccome se si parla spagnolo. Il castellano di Madrid e dintorni rimane la lingua più diffusa, nonché quella ufficiale, della nazione iberica. Ma questo non importa, perché come Saúl Niguez invece se ne trovano davvero pochi. Un po’ come quelle persone anziane che quando parlano dei giovani di oggi si lasciano andare a un laconico: “Eh, ma quelli di una volta non ci sono più…”.

José Antonio Niguel, noto come Borja, gli ha trasmesso il gene del calcio. Il piccolo Saúl viene ingaggiato nelle giovanili del Real Madrid – sì, avete letto bene – all’età di dieci anni. Anche nel Paradiso del calcio, tuttavia, c’è qualcuno che si diverte a commettere peccati e mettere in seria difficoltà i novizi appena sbarcati nella grande accademia blanca. Cosa che accade al povero ragazzo di Elche, che infatti rimarrà turbato dall’esperienza con i Merengues.

Proprio quei Merengues che decisero di puntare su quel bambino filiforme, salvo poi scaricarlo per quello stesso fisico – a detta loro – troppo poco sviluppato per poter competere con i Pepe e i Sergio Ramos di turno. Bravino Saúl, ma facilmente sacrificabile. Perché alla cantera madridista sono convinti che di prospetti come lui, in quanto a rapporto talento di base-struttura fisica, le giovanili trabocchino.

“In campo andava tutto alla grande, ma fuori avevo molti problemi. Spesso mi hanno rubato scarpini e cibo, sono stato anche accusato e punito per delle cose che in realtà non avevo mai commesso.”

“Non avevi pensato a questa evenienza?” Così avrebbe apostrofato l’avvocato Saul Goodman in uno dei suoi spot televisivi a metà fra parodia e marketing spinto al parossismo.

Midfield in trouble? Fellaini? (epic win)

Tre anni nelle giovanili dei Blancos gli sono bastati, perché mister Pepe Fernández gli parla con insistenza di materassai e finisce che se lo porta sulle rive del Manzanarre. Qui arriva Quique; non si tratta di un gioco di parole ma dell’allenatore dell’Atlético Madrid, Sánchez Flores, che, dopo averlo visto all’opera con i giovani, decide di gettarlo nella mischia al fianco del Kun Agüero e di Diego Forlán.

La prima con la maglia dei Colchoneros arriva l’8 Marzo 2012, un diciassettenne Saúl entra al posto del canterano Koke e debutta contro il Besiktas diventando il giocatore più giovane a vestire il biancorosso in una gara ufficiale. La famiglia Niguez c’è e filma tutto, mamma e papà orgogliosi del figliol prodigio, lanciato dal padre ma arrivato fin laggiù con le proprie, esili gambe.

A fine stagione arriva però il momento decisivo: promozione definitiva in prima squadra o un giro di gavetta nei bassifondi della Spagna? Vada per la seconda: il giovane talento si accasa al Rayo Vallecano e tutti accontentati, per quella che appare come una necessaria tappa intermedia di formazione in una carriera che ha tutte le credenziali per spiccare il volo.

Saul con la maglia del Rayo Vallecano

Felice anche il ragazzo, che così potrà pure raccontare di aver girato tutte e tre le squadre di Madrid per provarle davvero di tutti i colori. Anche a costo di perdersi nelle sabbie mobili del fondo classifica, stabilmente occupato dalla squadra di Vallecas: “Avere la coscienza pulita ha il suo prezzo”, citando l’omonimo Saul, l’avvocato Goodman.

“Le gusta el Atlético y se siente atlético.”

Nel 2014 torna a Madrid, o meglio si sposta di qualche chilometro per giocare finalmente al Vicente Calderón: ormai le partitelle con Agüero e Forlán sono solo lontani ricordi, perché Diego Simeone lo vuole reclutare nel suo gruppo di spartiati e Saúl, non ancora ventenne, si fa trovare subito pronto.

La prima stagione è più che soddisfacente perché, anche se l’Atlético deve difendere lo storico titolo alzato nella precedente annata ma non riesce nell’impresa piegandosi sul finale al Barcellona delle meraviglie, per Saúl Niguez arrivano 35 presenze e 4 reti, di cui una memorabile.

È di scena il derby di Madrid in un Vicente Calderón bollente. Dopo 10 minuti di gioco l’indispensabile Koke si fa male e l’Atlético è costretto ad effettuare un cambio: entra Saúl,proprio come all’esordio.

La BBC commenta così

Persino i cronisti della BBC, in uno slancio di british humourscherzano sull’ingresso in campo del giovane Saúl, tirando in ballo l’omonimo avvocato intrallazzone di Breaking Bad.

Dopo un minuto passa in vantaggio la squadra di Simeone, grazie al provvidenziale Tiago. Due minuti dopo, azione strepitosa di Siqueira che, appena ricevuto uno scarico parte dritto sulla fascia sinistra, si avvicina alla linea di fondo e crossa in mezzo: nel posto giusto al momento giusto c’è il giovane rinnegato dal Madrid, che si gira, si coordina e gela con una rovesciata perfetta la sua ex squadra e Carlo Ancelotti.

All’asettico bianco del Real si contrappone il fuoco agonistico dell’Atlético, letteralmente esploso per una rete tanto decisiva quanto meravigliosa; chissà cosa avranno pensato in quel momento gli allenatori delle giovanili dei Blancos, forse saranno corsi a nascondersi in bagno per dileguarsi dalla tribuna? Tant’è. Risultato finale: Atlético 4 – Real Madrid 0,tripudio rojiblanco. Alla faccia della chiamata d’emergenza.

Il resto è cronaca: quest’anno per Niguez sono raddoppiate sia le presenze che le reti. In campo è un giocatore estremamente duttile, elegante e soprattutto fenomenale nel gioco di prima. Un geometra con personalità da vendere, che apre il campo scambiando palla a terra con i compagni di reparto e con un Griezmann onnipresente e tuttofare. Bravino anche di testa e sorprendente nel leggere in ogni dettaglio il maniacale gioco di posizione e pressing richiesto dal Cholo. Che infatti non ci rinuncia più, arrivando a schierarlo addirittura in quattro posizioni differenti: regista, interno, ala sinistra e destra.

Ma nell’ultima notte di Champions di scena al Calderón è andato oltre: ha deciso di trasformarsi nel Messi che freddò Neuer nella semifinale dell’anno scorso per mettere i bastoni fra le ruote, ancora una volta, ai bavaresi di Pep Guardiola. Più che un gol, ricorda da vicino uno slalom speciale degno delle piste del Sestrière per agilità, rapidità nel brevee movenze fluide e precise come fossero incanalate su di un percorso pre-stabilito. Insomma, un giocatore ricco di soluzioni e multi-tasking: proprio come l’altro Saul.

“L’Atlético è una società con valori forti, un modo di vivere la vita: umiltà, lavoro duro, sacrificio, unità e la forza della squadra.” (S. Niguez)

Diego Pablo Simeone ha una freccia in più nella faretra dei materassai madrileni: un metronomo mingherlino, un velocista sfrontato, un giocatore da calcio totale. Uno che si è rivelato decisivo per l’accesso in finale di Champions, in attesa dellennesimo, infuocato derby di Madrid. E se aveste qualche problema nella vita, un po’ di disordine in camera o un’agenda da riordinare, provate a chiamare Saúl: probabilmente vi risolverebbe anche quelli.

Perché “il modo di aprire una serratura si trova sempre”. Come quello per spaccare in due una difesa.

Scritto e disponibile su zonacesarini.net
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Crêuza de mä

“A Genova conta solo il derby. Se non lo vinci è come rapinare una banca ed accorgersi di aver portato via una valigia piena di stracci.”

Una partita, ma cosa dico.

Il derby di Genova con il calcio ha poco a che fare. O meglio, i novanta minuti rimangono una cornice perfetta intorno ad un’atmosfera meravigliosamente strepitosa. Cori e colori, pianti e liberazioni, gioie e dolori, caschi e macchine piene di adesivi, bandiere allo stadio o sul terrazzo di casa: rossoblucerchiato ovunque, ma se vivi qui ormai ci sei abituato.

Che tu sia giovane o anziano poco importa, il derby è una scelta di vita e va vissuto con la passione che ti è stata trasmessa dai genitori, dai nonni o da chiunque ti abbia portato allo stadio quando appena camminavi.

Entri allo stadio, il cuore rallenta e la testa cammina.

E allora canta, rallenta. Mentre tutto lo stadio si riempie di colori rimani fermo ad ammirare la tua squadra in campo: siamo solo noi contro il mondo.

GENOA 2 – 3 SAMPDORIA

22/04/1951

Si ringrazia il Museo della Sampdoria per l'immagine (tratta da internet)

Si ringrazia il Museo della Sampdoria per l’immagine (tratta da internet)

 

Immaginatevi catapultati indietro nel tempo di una dozzina di lustri: un derby di ritorno che dal punto di vista della classifica non interessava nemmeno poi così tanto alla Sampdoria, tranquilla a metà classifica, ma che avrebbe potuto rivelarsi decisivo per il Genoa in piena lotta per non retrocedere.

Al 15′ la Samp sta già vincendo per 2-0 fra il clamore di metà stadio, ma allo scadere del primo tempo De Prati accorcia le distanze. Nella ripresa lo svedese Mellberg pareggia a otto minuti dalla fine, ma sarà l’argentino Sabbatella a regalare la vittoria ai blucerchiati, costringendo il Grifone alla seconda retrocessione della sua lunga storia.

Già, perché il Genoa con i suoi 122 anni è la squadra più antica d’Italia, guai a chi se lo dimentica.

Ha anche vinto 9 scudetti e contesta al Bologna uno spareggio che avrebbe garantito la stella cucita sul petto, ma qui si va sul personale. Ci limiteremo a raccontare i fatti, a raccontare il derby – a mio modo di vedere – più bello d’Italia.

SAMPDORIA 1 – 2 GENOA

13/03/1977

Big Revenge rossoblù per il derby del 1951 avrebbe forse detto Claudio Ranieri. Le parti sono invertite, ora è il Genoa a  starsene a metà classifica, mentre la Sampdoria è penultima.

I blucerchiati iniziano con il cuore e Zecchini, con un potente tiro da fuori area, supera il portiere genoano Girardi regalando il vantaggio ai blucerchiati dopo pochi minuti; in chiusura di primo tempo tuttavia Oscar Damiani sfrutta una respinta del portiere Di Vincenzo scavalcandolo con un soffice pallonetto.

Al rientro dagli spogliatoi accade l’impensabile: Pruzzo sbaglia un rigore ma a dieci dalla fine stacca sopra a tutti ammutolendo la Sud e regalando ai rossoblù una storica vittoria “esterna”. Vittoria che, sommata alle sconfitte casalinghe – forse un po’ cercate – contro Foggia e Bologna, costrinsero la Sampdoria ad una tragica retrocessione in Serie B.

 

"Solo passaggi e passaggi, passaggi di tempo"

“Solo passaggi e passaggi, passaggi di tempo”

“Il Genoa non appartiene né ai dirigenti, né ai giocatori, né all’allenatore. Il Genoa è del popolo rossoblù”

Franco Scoglio

sampdoria genoa derby

“Squadra che vince scudetto è quella che ha fatto più punti.”

Vujadin Boskov (16/05/1931 – 27/04/2014)

sampdoria genoa derby

SAMPDORIA 1 – 2 GENOA

25/11/1990

Ogni tifoso rossoblù non può non aver quantomeno sentito parlare di Branco. Ma chi è Branco?

Cláudio Ibrahim Vaz Leal, in arte Branco, nella storia dei derby ricorda a tratti la figura moderna del Rafinha: una sua punizione magistrale sotto la Gradinata Nord regalò la vittoria al Genoa, mentre la foto di quell’istante diventò una celebre cartolina.

La cartolina di Buon Natale. Si fa per dire.

"Qui nel reparto intoccabili, dove la vita ci sembra enorme"

“Qui nel reparto intoccabili, dove la vita ci sembra enorme”

SAMPDORIA 2 – 2 GENOA

15/03/1992

Un derby folle, pazzo, un pareggio spettacolare.

"Chicco e Spillo"

“Chicco e Spillo”

 

Il primo tempo è una giostra di emozioni, come se il trenino di Casella si fosse spostato per 45 minuti al Ferraris: capitan Gianluca Signorini apre le marcature dopo pochi minuti con un gran colpo di testa su calcio d’angolo, ma quello di Katanec su cross di Lombardo al quarto d’ora pareggia la partita.

I rossoblù tornano avanti con un tiro di Bortolazzi su punizione dal limite, ma Bobby-gol Roberto Mancini su punizione dal limite riacciuffa la partita allo scadere del primo tempo.

Roberto Mancini e Gianluca Signorini, da una parte la classe cristallina e dall’altra il cuore del capitano. A 14 anni dalla scomparsa del numero 6, portato via dalla crudele devastazione della sclerosi laterale amiotrofica, rimane doveroso ricordare la compostezza e la saggezza di un giocatore d’altri tempi.

Signorini è diventato per i Genoani più che mai emblema dell’uomo vero, dell’uomo pulito e degno di rispetto.

sampdoria genoa derby

“Vorrei alzarmi e correre con voi, ma non posso. Vorrei urlare con voi canti di gioia, ma non posso. Vorrei che questo fosse un sogno dal quale svegliarmi felice, ma non lo è. Vorrei che la mia vita riprendesse da dove si è fermata.”

GENOA 2 – 1 SAMPDORIA

08/05/2011

Se quello del 1992 è stato folle questo non ha davvero senso.

La Samp è sul lastrico, una sconfitta metterebbe benzina su una classifica già abbastanza infuocata e sancirebbe quasi matematicamente la retrocessione in Serie B; il Genoa, dal canto suo, può contare su un sereno centro classifica.

Floro Flores e Pozzi – compartecipazione di uno sbadato Eduardo – sono gli acuti, ma l’assolo rossoblù arriva all’ultimo istante e si chiama Mauro Boselli. Prima di allora perfetto sconosciuto, fatto sta che il giorno dopo gli stavano intitolando una via.

Via Mauro Boselli, il retrocessore.

“Boselli trattenuto, Boselli si gira, Boselli col sinistro, Boselli!”

GENOA 2 – 3 SAMPDORIA

05/01/2016

I tempi sono cambiati ma i colori restano gli stessi.

L’ultimo derby va ai blucerchiati, come altri 34 nel corso della lunga storia di battaglie, in cui si sono visti altrettanti pareggi e 23 vittorie del grifone.

Genoa al quart’ultimo posto e Sampdoria qualche posizione sopra. Il primo tempo è un dominio blucerchiato, il secondo rossoblù. Novanta minuti dalle grandi emozioni, normale amministrazione se si parla di un derby di Genova. La prima del 2016 è però una partita folle, un po’ per lo 0-3 iniziale della Samp e un po’ per il tentativo di rimonta rossoblu finito sugli scogli per pochi centimetri.

Tutto di prima, tutto veloce, tutto molto bello

La doppietta di Leonardo Pavoletti non è abbastanza, Soriano per due volte e nuovamente Eder sono riusciti a far dimenticare al Genoa come si vince. Già, perché una vittoria rossoblù manca ormai dal 2013, quando il trio Antonini-Calaiò-Lodi regalò un rotondo 3-0 alla Gradinata Nord.

"Perché c'è un filo, un filo che mi porta dritto a lei"

“Perché ci lega un filo, un filo che mi porta dritto a lei”

 

Nella città dei pescatori e dei sognatori, nella città dei mari e dei monti, delle colline e dei prati verdeggianti, nella patria del risparmio e della misericordia, fra orizzonti e mille colori il Derby della Lanterna non è una semplice partita: è una scelta di vita.

E come tale va percorsa fino in fondo.

Proprio come quando si attraversa una mulattiera, chiamata in genovese crêuza de mä e titolo di una celebre canzone del maestro Fabrizio de André. Che poi, a dirla tutta, non è nemmeno amato da tutti per via della sua mai nascosta passione per il Genoa, passione che molti blucerchiati non riescono a perdonargli.

genova

Ma se vivi ogni giorno respirando l’aria frizzante di Genova, se la conosci fino in fondo, sai che il mugugno è alla base di tutto e sai che in fondo in fondo è tutta una messa in scena. Una voluta ed ostentata esagerazione.

Perché se scegli di tifare Sampdoria devi parlare male del Genoa e viceversa, perché se vivi a Genova ami il derby.

In tutte le sue sfumature, sfumature rossoblucerchiate.

sampdoria genoa derby

sampdoria genoa derby

sampdoria genoa derby

sampdoria genoa derby

sampdoria genoa derby

Scritto e disponibile su Numerosette.eu
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Somewhere only we know

Prendete una matita ed un foglio di carta.

Cominciate a muovere la mano qua e là, lasciatevi andare e lasciate che la fantasia vi trasporti lungo le infinite strade della mente umana.

Prendete un disco vecchio, impolverato, oppure aprite i vostri ipod, le vostre piattaforme multimediali: insomma, mettete una colonna sonora che vi faccia rilassare.

Ci vuole, ci vuole dopo una serata come quella di ieri.

Capiamoci, nessuno di noi avrà la forza interiore né la voglia di andare a festeggiare con loro in Inghilterra, non credo nemmeno sia giusto invadere un territorio che non è tuo con l’ignoranza di chi mastica la Premier League davanti alla televisione.

Un piccolo quadretto inglese? Proverò a dipingervelo, sfruttando quel poco di esperienza che mi sono fatto per i campi di Premier League e Championship.

L’inglese tipicamente è calciofilo, amante del pallone e delle pints.

Il matchday è sacro, non si discute nemmeno con le mogli e le fidanzate, che anzi si trovano spesso a dover accompagnare figli e mariti allo stadio. Che poi chi l’ha detto che non tifino più dei maschietti? Nessuno, appunto, ce lo insegna anche Regina Elisabetta II che si professa una supporter del ricco ma poco fortunato Arsenal. Buon sangue non mente.

Durante la settimana non esistono talk show all day long come in Italia, forse meglio così, fatto sta che dal lunedì al venerdì i “cheers mate” sono talmente impegnati a lavorare che difficilmente trovano il tempo per sedersi davanti alla tv a seguire trasmissioni sulla loro squadra.

Non chiedetemi come ma ogni loro discorso sulla metropolitana, sul treno o su un semplice autobus rossastro riguarda il football: Sun e Daily MailMirror e Guardian, il clamorosamente gratuito Evening Standard e mille altri newspaper rimangono sempre pronti a riferire qualsiasi notizia si possa diffondere a macchia d’olio nell’isola forse più bizzarra del mondo.

Fa quindi rabbrividire ed allo stesso tempo sorridere vedere la profanazione di questo mito, vedere il Chelsea ridotto a dover fare il ruolo della damigella d’onore per Claudio Ranieri, in cui nessuno ai Blues aveva creduto e che ora si è preso la rivincita con interessi, arretrati e Barclays Premier League nella valigetta.

Sul treno in questi mesi non si parlava più di United e Arsenal, non più delle solite diatribe fra prime della classe, si parlava di tutto fuorché di qualcosa che non avesse a che fare con le Foxes.

Persino il mio barber, sapendo che ero italiano, mi ha chiesto cosa pensassi di Ranieri: cosa avrei dovuto dirgli? “He’s italian man, he’s mad” ovviamente.

Ieri sera ho guardato la televisione e mi è venuta quasi l’impressione che il Leicester fosse campione.

Non si comanda il cuore, quest’anno nemmeno il Leicester.

E’ stata una stagione indescrivibile, una squadra ha deciso di sbattere qua e là i pregiudizi e si è riscoperta come William Wallace in Breavehart, con l’unica differenza che loro non hanno avuto bisogno di chieder pietà al popolo inglese per salvarsi. Non hanno dovuto, perché tutto il Regno Unito – eccezion fatta per la parte bianca di Londra del Tottenham, artefici di un’impresa in ritardo – si è schierato dalla loro parte. Dalla parte delle Foxes, dalla parte di Robin Ranieri che ruba ai ricchi per dare ai poveri.

Credevano di poter fare uno scisma, si sono ritrovati a capo di una rivoluzione.

Foto di Lorenzo Semino

“Seguitemi laggiù, ci sono le stelle”
Foto di Lorenzo Semino

 

In questa settimana vi racconteremo, giorno per giorno, la favola senza fine di una squadra memorabile che ha fatto della poca esperienza il punto di forza, del digiuno la propria fame di successi, che ha fatto del calcio un meraviglioso – anche se scarabocchiato – ritratto di vita.

A proposito di scarabocchi, se guardate il foglio su cui avete fatto scorrere la vostra fantasia troverete anche il vostro disegno; dicono che usando questa tecnica si rivedano le immagini che più ti sono rimaste dentro durante il giorno, io sono sicuro che se guardate bene ci trovate qualcosa.

Magari la faccia di Sir. Claudio, magari le reti di Vardy, magari l’immensa possenza di Morgan o magari ancora qualcos’altro che vi rimandi all’impresa meravigliosa del Leicester.

Una scalata inarrestabile, un esempio di coraggio e rivoluzione.

Probabilmente l’anno prossimo sarà tutto finito ed il Leicester rimarrà soltanto un bagliore di luce in un concerto di canzoni monotòne, ma come direbbe l’amico Chris Martin “meglio essere una virgola piuttosto che un punto.”

Nel vedere il Leicester campione, madre ho imparato l’amore.

 

"Us against the world"

“Us against the world”

Scritto e disponibile su Numerosette.eu
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Educazione siberiana

Un momento, fermi tutti. La Siberia meglio non nominarla.

A dire il vero converrebbe non nominare proprio la Russia, visto che Andriy ha rifiutato un’offerta faraonica da San Pietroburgo presentando come motivazione: “Non vado a giocare per gli invasori della mia Ucraina”.

Per alcuni l’erede di Sheva, per altri soltanto uno spaccone, per gli amanti del contropiede un semplice gioiello da cristalleria. Signore e signori: Andriy Yarmolenko.

yarmolenko

“La vera arma del gentiluomo è l’eleganza”

 

VITA DI PERIFERIA

“La Dinamo ha fatto tanto per me, posso dire che è una seconda famiglia. Se non ci fosse stata la Dinamo nella mia vita, non so dove sarei adesso. Questa società mi ha reso quel che sono oggi. Io non posso che esserle grato per tutto ciò.”

 

Ci sono giocatori il cui talento si vede fin da quando sono bambini, giocatori che ti fanno chiedere “ma sto davvero vedendo tutto questo?” salvo poi perdersi nelle grotte delle giovanili aspettando il tanto atteso salto di qualità.

Questo stava per capitare anche a lui, ad Andriy Yarmolenko, giovanissimo bambino che venne bloccato all’istante dagli scout dalla squadra più importante d’Ucraina: la Dinamo Kiev.

Non facile ambientarsi in una realtà così grande quando hai solo 12 anni, lo è ancor di meno se sei stato abituato fin dal giorno prima a fare magie per pochi intimi in uno stadio intitolato a Yuri Gagarin, noto cosmonauta ucraino.

Jurij Alekseevič Gagarin è stato un cosmonauta, primo uomo a volare nello spazio il 12 aprile 1961.

Jurij Alekseevič Gagarin è stato un cosmonauta, primo uomo a volare nello spazio il 12 aprile 1961.

 

La storia di Andriy Mykolaiovich Yarmolenko comincia infatti alla Desna Chernihiv. squadra dal nome tanto complicato quanto importante per la crescita del ragazzo che, dopo un paio di mesi da fantasma, chiede e ottiene il permesso di ritornare a giocare proprio a Chernihiv.

Qui si rigenera, torna il fenomeno di sempre, quello schiacciasassi troppo alto per essere contrastato ma talmente veloce da lasciare tutti storditi: del resto l’aria di casa fa sempre bene.

Una squadra lungimirante sa bene di non dover mai perdere di vista chi anche se per pochi mesi è stato ritenuto all’altezza, infatti dalla Dinamo Kiev viene mantenuto costantemente un occhio di riguardo. Un riguardo che diventa offerta irrinunciabile quando, nel 2007, le Merengues dell’Est tornano a bussare alla porta di casa Yarmolenko: questa volta ha le valigie già pronte, ormai è temprato.

 

“IL RAGAZZO SI FARA’, ANCHE SE HA LE GAMBE STRETTE”

L’11 maggio 2008 arrivano nello stesso giorno l’esordio in Dinamo – Vorskla Poltava e il primo gol in maglia bianco blu: praticamente un predestinato.

In una partita clamorosamente rocambolesca, la Dinamo passa in vantaggio nel primo tempo salvo poi venire recuperata dai rivali in maglia verde del Vorskla; di qui un susseguirsi di emozioni, con due rigori sbagliati dai padroni di casa fino al momento dell’ingresso di Yarmolenko.

Numero 70, capelli spettinati e fisico ancora non pervenuto, fatto sta che la palla del match arriva a lui. Punizione calciata nel classico mischione dell’ultimo minuto, doppia deviazione che costringe il portiere a un miracolo in tuffo ma sulla ribattuta c’è il giovane Yarmolenko.

Gioco, partita e incontro.

 

“MI HANNO INSEGNATO CHE LA VITA E’ UNA GUERRA E ORA SO COME COMBATTERLA”

yarmolenko

“Il nostro staff tecnico ci vuole aggressivi sia in difesa che in attacco. In questa maniera possiamo gestire il possesso palla e attaccare più che difendere.”

 Arrivano i titoli con la squadra e quelli personali; grazie alle oltre 100 reti da quanto veste la maglia della Dinamo Kiev e alle prestazioni da urlo con la nazionale ha vinto sia nel 2013 che nel 2014 il premio come “Miglior Giocatore Ucraino” dell’anno. Con l’amico Konoplyanka si spartiscono premi, oltre alle fasce quando si gioca in nazionale; Andiy un’ala destra, Yevhen un attaccante che ama partire dalla sinistra per rientrare e chiudere col piede destro.

Ad oggi in Prem’er-Liha, Yarmolenko può superare il record personale di reti (12), stabilito nella stagione 2011-12 ed eguagliato nel 2013-14.

Andriy Yarmolenko con gli anni è cresciuto, lo ha fatto tanto con la Dinamo quanto con la nazionale Ucraina, che si prepara a fare da outsider nel girone con la Francia, puntando tutto proprio sulla coppia d’acciaio con Konoplyanka.

Yarmolenko ama alla follia partire dalle corsie laterali, accentrarsi con un guizzo e scaricare sul secondo palo un colpo potente e chirurgico.

E’ un’ala destra atipica ma veloce che illumina da anni un campionato per il resto dalle luci soffuse come l’Ukrainian Premier League.

Grafico tratto da WyScout, sponsor ufficiale numerosette.eu

Grafico tratto da WyScout, sponsor ufficiale numerosette

 

Dal punto di vista realizzativo non è di certo un bomber irrefrenabile, ma il gioco di Yarmolenko è principalmente rivolto a mandare a rete compagni di squadra; i dati d’interazione con i compagni mostrano infatti come il 71% dei suoi passaggi nella metà campo avversaria sono diretti verso la porta, e tra questi il 58% sono andati a buon fine.

 

 

GIOCARE ALLA YARMOLENKO

Yarmolenko è un giocatore che abbellirebbe ogni tridente, decisamente più alto degli standard per un “winger” visti i suoi 189 centimetri ma dotato di una velocità straripante.

yarmolenko

 

 

 

 

 

Una delle specialità della casa è il colpo di tacco “a rientrare e disorientare”, quella giocata tanto esteticamente fastosa quanto materialmente efficace per mandare al bar il diretto avversario che si aspetterebbe un dribbling in progressione. Non è di certo il primo né l’ultimo esterno d’attacco a farne uso, non in ultimo Cristiano Ronaldo ama prendersi gioco degli altri con questo trucco, ma almeno una volta a partita vedrete Yarmolenko tentare di saltare qualcuno con il tacco: evidentemente gli piace e basta.

Il tiro è potente e caratterizzato dal collo del piede teso e un’escursione breve della gamba dopo la conclusione, tiro che viene liberato quasi sempre da posizione defilata rispetto al centro dell’area; proprio per questo, dovendo superare il portiere spesso ben piazzato, occorre un pallone liftato che vada a freddare l’estremo difensore sul primo o sul secondo palo.

yarmolenko

Yarmolenko ama partire da lontano andando a recuperare il pallone anche in mezzo al campo, se necessario, salvo poi ributtarsi a capofitto verso l’area di rigore

Il tiro è un bolide: ciao Everton e Howard può solo guardare

Il tiro è un bolide: ciao Everton e Howard può solo guardare

 

Andriy Yarmolenko non è un giocatore come tutti gli altri.

Non lo era da bambino e non lo può essere di conseguenza neanche oggi, a 26 anni e con un Europeo all’orizzonte.

Yarmolenko non è come tutti gli altri soltanto perché ha scelto di non esserlo, perché ha scelto di lasciare la Dinamo per tornare nello stadio di Yuri Gagarin, perché alla Dinamo è poi tornato e ora le giura amore eterno, non è come tutti gli altri perché fondamentalmente lui gli altri non li vede nemmeno. Nel 2013 rifiutò lo Zenit dicendo che non sarebbe andato a giocare per il paese che sta invadendo la sua Ucraina.

Beh, solo per dovere di cronaca, Andrij Mykolajovyč Jarmolenko è nato proprio a San Pietroburgo.

Ma a lui non importa dove sia nato, l’educazione che ha ricevuto in Ucraina glielo ha insegnato.

“Si nasce, si cresce, si lavora, si muore. Alcuni si godono la vita, altri no: noi la combattiamo.”

yarmolenko

“Da quassù la Terra è bellissima, senza frontiere né confini” (Yuri Gagarin)

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Showtime

Torna Ten Reasons Why.
Torna la rubrica più divertente dell’espulsione di Felipe dell’Udinese e tornano puntualmente i dieci capitoli.
 

Questa settimana mi sono avvalso delle capacità di un esperto, mister Pietro Delogu, visto che io della situazione del Milan non ci ho capito praticamente nulla così come non riesco a trovare un punto debole ad una Juventus onestamente irrefrenabile e impossibile da arginare senza fare uso di macchine da guerra.

CAPITOLO PRIMO – I cinque comandamenti

Il problema del Milan, secondo lei, da addetto ai lavori e sportivo interessato, qual’è?

A mio avviso, per fare del buon calcio servono:
1) programmazione;
2) una adeguata struttura di gioco;
3) una società forte economicamente che sappia scegliere e delegare le persone capaci;
4) un buon allenatore;
5) dei buoni calciatori.
Al Milan attuale mancano tutti questi requisiti, quindi non è un problema determinato da un unico fattore, altrimenti sarebbe anche facile porvi rimedio; come accade spesso tante piccole cose sommate assieme fanno la differenza, in positivo o in negativo.
Questa legge non scritta vale tanto nella vita quanto nel mondo del calcio, e si manifesta maggiormente ai massimi livelli.
CAPITOLO SECONDO – Casa Milan o Grande Fratello? Se non ami il trequartista, sei fuori
Il fatto che Mihaijlovic sia stato a lungo sulla graticola può aver fatto calare la concentrazione e la fiducia dei giocatori in un progetto di fatto mai promosso con convinzione dal presidente? 
Principalmente, Berlusconi e Galliani hanno fatto il loro tempo, un tempo fatto di successi sportivi e di vita imprenditoriale importante, grazie sopratutto alla loro capacità mostrata nel tempo di sapersi circondare dei migliori collaboratori (conduttori TV, Dirigenti/Direttoti Sportivi, Staff Medici, Mister, e via discorrendo), persone insomma preziose.
Il tempo è però tiranno e sia Berlusconi che Galliani, per quanto possano essere – o sembrare – eterni e riciclabili, appartengono ormai a tre generazioni calcistiche precedenti e non hanno più la giusta lucidità o capacità per poter operare nel ciclo produttivo odierno, dove la giungla quotidiana non aspetta davvero nessuno.
La crisi non ha certo aiutato e la carenza di risorse ha determinato una diminuzione negli investimenti, sopratutto in alcuni campionati.
Certo è che l’ultima gara in Champions League risale a  Marzo 2014 e non so davvero quando potrebbe ritornarvi, nella migliore delle ipotesi nella stagione 2017/18, un tempo abissale; il Milan di oggi non riesce neppure a competere nel campionato Italiano, figuriamoci in Europa.
Quindi non è una lacuna solo economica, ma è frutto di scarsa programmazione, i rossoneri non hanno più le persone giuste al posto giusto e Galliani non è licenziabile poiché gli spetta una buonuscita di 40 milioni di euro circa, cifra esosa, che sarà un debito da girare ai nuovi ipotetici acquirenti.
A tutte queste problematiche, si sommano i ricordi del capo e Don Silvio sogna sempre un Milan con l’1-4-3-1-2 (è mentalmente fermo a Boban e Savicevic).
Ecco il perché delle scelte degli allenatori da Allegri in poi, tutti ecnici che volevano (e dovevavo) giocare con il trequartista.
Dopo tutte queste premesse, sembra superfluo parlare di calcio, considerando una società allo sbando, ma dobbiamo farlo, anche perchè, non voglio sottrarmi alle domande tecniche, anzi.
CAPITOLO TERZO – Mancanza di fiducia = fallimento
 
Centrocampo lento e macchinoso o una difesa leggera? Se poi si trattasse invece dell’attacco?
Il Milan degli ultimi tre anni non ha avuto i calciatori adatti per giocare con il modulo che vorrebbe Berlusconi, quest’anno poi ancora meno.
Nessuno dei calciatori del Milan, ha tutte le caratteristiche per fare la mezzapunta o il trequartista, né ha la qualità tecnica e la rapidità fisica per puntare, saltare l’uomo e mettere il pallone fra porta e compagno d’attacco.
Menez, Balotelli, Luiz Adrino, Carlos Bacca, sono attaccanti con caratteristiche differenti fra loro, ma li accomuna la poca corsa senza palla; l’unico che corre sul serio è Niang, anche Bonaventura ed Honda lo sanno fare senza palla, se schierati in una fascia di competenza. Se però devono svolgere il ruolo di trequartista, perdono il proprio punto di riferimento e non rendono al meglio.
Ritengo il calcio, anche uno sport di movimento, ma non solo.
“Per me il calciatore bravo si differenzia dalla massa, perchè è colui che esprime la qualità nel gesto tecnico al massimo della propria velocità di pensiero, e con i tempi di gioco giusti, nel rispetto del movimento e dell’intelligenza tattica di squadra”.
Al Milan questi calciatori che si muovono senza palla latitano; se vai a verificare Mihaijlovic ha fatto le migliori partite quando poteva schierare la sua squadra ideale:
Donnarumma; Abate-Alex-Romagnoli-Antonelli; Honda-Kucka-Montolivo-Bonaventura; Njang, Bacca.
Dove con un 1-4-4-2 ed in certi momenti in un 1-4-2-3-1, dove il trio Niang-Honda-Bonaventura accompagna Bacca in attacco, ma andava anche negli spazi senza palla, e con il movimento offriva più possibilità di passaggio al Montolivo di turno, nell’impostare l’azione, con Kucka che garantiva la giusta gestione delle due fasi.
Abate ed Antonelli davano le giuste sovrapposizioni sulla fascia, ed Alex e Romagnoli chiudevano i varchi con buona intesa, davanti ad un ottimo Donnarumma.
Non credo che il Milan abbia la difesa leggera, o il centrocampo lento, né l’attacco scarso, spesso ci si dimentica che il calcio è un gioco di squadra e la squadra Mihajlovic l’aveva trovata. E‘ quella sopra citata, se poi gli stessi calciatori li vuoi far giocare fuori ruolo e con altro metodo e motivazione, è normale che possono sembrare meno bravi. 
Il gioco di Sinisa non è mai stato spettacolare, ma concreto, è stato così in tutte le squadre che ha allenato, anche in passato.
 Berlusconi è un uomo di spettacolo: parafrasando Manzoni, il matrimonio fra loro due non s’aveva da fare.

"Non è così che se ne andrà"

“Non è così che se ne andrà”

CAPITOLO QUARTO – Da grande continuo a voler fare il Sassuolo
 
Un po’ come tutti.
Grandi senza che nessuno se ne accorga, i neroverdi sono quasi invisibili nel mezzo della giungla chiamata Serie A; ci ha provato il Napoli con la maglia mimetica, ci stanno riuscendo gli uomini di Di Francesco.
Perfettamente mimetizzati, snobbati da tutti e senza alcun riflettore addosso.
Incredibilmente vivi e pericolosamente vicini all’impresa.
Se arrivassero in Europa League bisognerà avvertire i media: sicuri che se ne accorgeranno?
PEGASO NEWSPORT-INTER-SASSUOLO CAMPIONATO SERIE A TIM 15-16
CAPITOLO QUINTO – Chi fermerà la Juve?
 
Nessuno fermerà mai la musica, questo lo sappiamo tutti, ma anche con la Juventus non si scherza.
Quinto scudetto di fila, impossibile trovare un aggettivo che non finisca con -issimo/a o -ente/ante.
Stupefacente, bellissima, fortissima, devastante, immortale.
Ecco, l’ho trovato: immortale.
Il segreto della Juventus, se esiste, qual’è? Spero ci sia anche un punto debole nei bianconeri, magari sperare che l’anno prossimo il periodo di ambientamento dei nuovi acquisti sia più lungo di quello di quest’anno, altrimenti sarà un altro campionato aperto soltanto per finta. 
Quando la Juventus era terzultima, dissi che comunque sarebbe arrivata fra le prime tre in classifica, assieme a Milan e Napoli: ho azzecato il pronostico per 2/3.
La Juventus è esattamente ciò che il Milan non è più; la dimostrazione di ciò che ho risposto nella prima domanda, l’antitesi dei rossoneri.
Nessun segreto o strana ricetta,semplicemente le persone giuste e capaci messe al loro posto di comando.
Dopo essere resuscitata dalla Serie B e dopo qualche battuta a vuoto, gestita da chi di calcio capiva poco, ha preso la retta via societaria con proprietà ben definita (Andrea Agnelli), costruzione di una struttura propria (Juventus Stadium), dirigenti che decidono e si occupano di tutta l’operatività (Marotta e Paratici), uomo immagine che ha vissuto di calcio (Pavel Nedved), staff tecnico di prim’ordine (prima quello di Conte ora quello di Allegri) con il giusto spartito, calciatori ottimi (alcuni costati poco o niente) ed una squadra dove ognuno gioca nel proprio ruolo, a parte qualcuno che per caratteristiche nè può ricoprire diversi.
I punti deboli della Juventus sono due:
1) L’assuefazione allo scudetto può inconsciamente spingere il gruppo a concentrarsi sulla prossima Champions League, usando il campionato quasi per come un’occasione per allenarsi;
2) La capacità delle altre squadre di ridurre il gap, migliorando la loro rosa ed il loro gioco.
Per il prossimo campionato potrebbero farlo Napoli, Internazionale e Roma, mentre il Milan è anni luce dietro perchè ripartirà da zero.
Credo che nel prossimo campionato, le squadre impegnate in Champions potrebbero lasciare spazio all’Internazionale: se la società azzecca 3 acquisti, 6 cessioni, e magari punta su nuovo mister, potrà approfittarne.

Mancini

“Mancio si, Mancio no”

CAPITOLO SESTO – Carpi Diem

Chi vede favorito per la salvezza finale? 
Meglio il cuore di un Carpi guerresco o Giardino riuscirà a mettersi sulle spalle un Palermo ridotto ai minimi termini? Zamparini ha davvero buona parte delle colpe per l’essere giunti ad una situazione del genere?
Credo e spero che il Carpi possa riuscire a fare l’impresa; senza l’allontanamento temporaneo e scellerato di mister Castori, probabilmente la squadra avrebbe almeno 2/3 punti in più in classifica e sarebbe già salva. Credo che tutti a Carpi meritino di rimanere in serie A.
In certi momenti mi ricorda simpaticamente la “Longobarda”, guidata da “Oronzo Canà”, ma questo non è certo un film ed anche se Castori, a prima vista,  potrebbe avere l’aria simpatica di “Oronzo”, ha invece dimostrato di essere un mister assai preparato. Un allenatore umile che si è calato nella nuova realtà della serie A, sconosciuta a Lui ed alla sua squadra: ricordo a tutti che spesso schiera 4/5 undicesimi dei calciatori che aveva con sé nella squadra del campionato vittorioso in serie C1.

Carpi - Frosinone

“Like a rolling stone”

CAPITOLO SETTIMO – Domani smetto
Riprendiamo la domanda precedente a mister Delogu: Meglio il cuore di un Carpi guerresco o Giardino riuscirà a mettersi sulle spalle un Palermo ridotto ai minimi termini? Zamparini ha davvero buona parte delle colpe per l’essere giunti ad una situazione del genere?
Contro il Palermo niente di personale, ma anche se fosse l’unica squadra al mondo cambierei mestiere piuttosto che firmare un contratto con Zamparini e siccome non esiste un regolamento in proposito, se fossi il presidente dell’AIAC (Renzo Ulivieri) proporrei un patto ai tesserati mister per rifiutare un contratto con Zamparini.
Invece non c’è dignità, il dio denaro padroneggia sempre e certi mister si sono seduti più volte su quella panchina anche quest’anno.
Ecco perchè non tifo Palermo per la salvezza, anche se, obbiettivamente, due calciatori come Gilardino e Vazquez il Carpi non li ha.
Sono però certo che la compattezza del gruppo ed il gioco di squadra, supererà anche questa lacuna realizzativa.
Zamparini ha tutte le colpe, ripeto, ma non può essere radiato, non vi è legge in merito.

A Maurizio Zamparini non piace questo elemento

A Maurizio Zamparini non piace questo elemento (parte2)

CAPITOLO OTTAVO – Non andate a Leicester
 

Non bisogna andare a Leicester. 

Non bisogna andarci né fingersi tifosi di una squadra di cui nessuno – me compreso – adorava le gesta prima di sei mesi fa. Clamorosamente bella da vedere, la squadra di Ranieristrappa almeno un sorriso e qualche brivido a tutti, ma la vittoria è soltanto loro. Loro e del calcio nella sua essenza, in cui puoi chiamarti Morgan così come Messi ma se esci dal campo con una rete in più hai vinto la partita e non conta più nient’altro. Lasciamo che si godano il momento di gloria, lasciamoli festeggiare in pace: la vittoria è soltanto loro.

Il miracolo del Leicester si è verificato perché la palla è rotonda e Ranieri lo sa bene. 

Perché il calcio è uno sport di squadra. Perché per vincere basta fare un gol più degli altri.

Perché lo sport è una storia molto più romantica di quanto vogliano farci credere i procuratori.

Claudio dietro, sorridente come un padre che vede all'opera i propri figli. Certo che 26 sono un po' tanti!

Claudio dietro, sorridente come un padre che vede all’opera i propri figli. Certo che 26 uomini sono un po’ tanti!

CAPITOLO NONO – In Serie B è già estate

serie b

Cesena o Novara? Il miracolo dell’Entella dove potrà arrivare? Il Trapani ha fatto la rimonta del secolo? Pescara e Bari meritano la Serie A? E lo Spezia riuscirà finalmente a ripagare il presidente Volpi che ha messo portafogli ed anima per i bianconeri della Serie cadetta?

Il Brescia e il Perugia temono di dover rimandare la gioia dei playoff, ma oltre i 60 punti inizia a fare veramente caldo: a fine Maggio, chi potrà togliersi la maglia per mettersi quella celebrativa fra fiumi di champagne e acqua gelida?

La giostra sta per partire: tenetevi forte.

trapani serie b

CAPITOLO DECIMO – Grazie a Pietro Delogu 

Capitolo doveroso per chi ha aiutato alla realizzazione del nostro appuntamento settimanale: mister Delogu, sassarese e ambizioso allenatore, attende di trovare una panchina cimentandosi nel ruolo di Personal Coach per squadre di ogni categoria, compresa la Serie A.

Se vi fossero piaciute le sue teorie, le sue risposte e le sue idee – piuttosto chiare – sul calcio ed i suoi segreti, potete trovarlo su https://mister5pietrodelogu.wordpress.com.

Pietro Delogu

“Sono un allenatore di calcio e, come tanti colleghi, quest’anno sono imbattuto, perchè sono un allenatore da divano e schermo piatto, pro tempore. In Italia siamo circa 70.000 allenatori per meno di 10.000 squadre, quindi faccio parte della maggioranza che attualmente guarda, si aggiorna e cerca d’imparare vista la non congruità fra domanda ed offerta. Voglio essere pagato in base alle mie capacità che dimostrerò sul campo.”

 

EPILOGO – “Porta romana bella, porta romana. Un anno è brutto e lungo da passare”

ROMA

“D’amore non si muore, sarà anche vero, ma quando ci sei dentro non sai che fare”

Scritto e disponibile su Numerosette.eu
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Il pescatore di asterischi

“I tuoi capelli neri a punta d’inchiostro”.

Sembra fatta ad arte, ma vi giuro che Samuele Bersani l’ha scritta senza pensare a lui.

Senza pensare all’eroe di giornata: Cyril Théréau, il pescatore di asterischi.

Asterisco, in gergo tecnico un segno grafico a cui si ricorre per rifarsi e specificare qualcosa di strano, un segno di richiamo che attira l’attenzione del lettore e lo fa distrarre dal testo. Un acuto, qualcosa che va spiegato perché altrimenti non si riesce ad andare avanti.

“Come un giocoliere passi tutto il tempo a cercare un senso gravitazionale che non c’è”

 

Di Cyril si accorgono prima di tutti i lungimiranti scouts dell’Angers, tanto intelligenti quanto messi bene in classifica quest’anno in Francia, poi il giovane passa al meno noto Charleroi.

Gli osservatori della Steaua Bucarest, arrivati in Belgio per caso, restano sbalorditi dalle sue prestazioni e di quelle del compagno con cui scambia sempre il pallone. Presentano quindi un’offerta ad entrambi; il primo rifiuta, Théréau invece accetta di andarsene a vivere in Romania. Qui in un anno gioca in Champions League e segna 10 reti in 17 presenze. Il salto di qualità all’Anderlecht non riesce proprio a farlo, si accasa con i viola ma non riesce più a segnare: mal di gol, una rete e tante critiche per una fra le creste più matte d’Europa.

Nel 2008 torna “a casa” dello Charleroi ed arrivano 17 reti in 63 presenze: cosa significa questo? Chiaro, Théréau è un attaccante atipico che ama la profondità ma è bravissimo a giocare per i compagni, sacrificando quindi qualche rete in favore del gioco corale. Una dote che, se non ti chiami Iniesta o Dirk Kuijt, non ti porta a fare il protagonista su grandi palcoscenici.

Dal suo arrivo al Chievo la Serie A ha conosciuto un nuovo tipo di attaccante, un pazzo capace di colpi da manicomio e assist per il compagno, un fedele condottiero di Paloschi e un amico intimo dei trequartisti.

Amico più in generale dei compagni, egoista solo part-time.

Azione corale con l’aiuto di Pasquale

Affascinante ma sfuggente. Tanti gol ma mai troppi, tante esperienze ma mai quella giusta. Tanti paesi girati ma sempre rimasto nel cuore un vagabondo.

Difficile trovare parole adeguate per descrivere Cyril Théréau, uno dei giocatori più strambi mai passati su un prato verde.

Classe cristallina, in area quando vuole riesce a incendiare partite, palloni e difese avversarie.

Parlare di giocatore poi è riduttivo, Cyril rientra più nella divertente e strampalata categoria dei personaggi: tatuaggio a forma di bacio sul collo, fisico apparentemente mingherlino ma in realtà carico di energia esplosiva. 

Appassionato di gol belli e difficili, a volte quasi incomprensibili. Incomprensibili e indecifrabili, proprio come le parole che precedono un asterisco. Cyril sui prati verdi li cerca e li pesca, ogni rete sua è come un termine complicato di cui veniamo a conoscenza soltanto grazie a quel segno fatto a forma di stella.

Anche nella nostra quotidianità esiste qualcosa di inspiegabile, qualcosa per cui ci vorrebbe davvero un asterisco, un asterisco che rimandasse a una spiegazione razionale e finalmente comprensibile di quel qualcosa – si tratti di donne, lavoro, amici o campionati da vincere alla PlayStation – che ci è altrimenti indecifrabile.

Il mio dubbio amletico di oggi è, per esempio, il motivo per cui a 32 anni non sia ancora arrivata la chiamata di una grande squadra. Se ci fosse un asterisco pronto a darci qualche delucidazione, ci direbbe che non è accaduto e non accadrà mai perché Théréau non è la classica punta che segna 30 volte a stagione, non ha nemmeno voglia di competere con i vari Suarez o Benzema perché non è nelle sue corde. Lui è un giocatore troppo strano per essere vero, discontinuo ma letale, un fenomeno che segna quando ne ha voglia, quando si infiamma.

Nella vita di tutti c’è qualcosa di incompreso. Qualcosa di follemente divertente che soltanto con l’aiuto di una nota e di un asterisco potremmo comprendere una volta per tutte. Ma il bello forse sta proprio nel mistero.

Thereau, nella vita c’è sempre un Thereau*.

*anche ieri l'ha messa

*anche ieri sera l’ha messa: un gol inutile ma meraviglioso, ovviamente.

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