Tutti gli articoli di Lorenzo Semino

Maturità, t’avessi preso prima

LE PREMESSE

Italia rimaneggiata, Irlanda in assetto da battaglia. Qualsiasi risultato ci qualifica e ci costringe ad affrontare la Spagna, mentre la nazionale più patriottica di Euro 2016 se non vince può salutare la Francia.
italia

eirePRIMO TEMPO

Jeff Hendrick, dopo un inizio di partita movimentato ma senza enormi palle gol, decide di provare a far volare le birre ancora piene dei supporters irlandesi con un bolide che fa la barba al palo e a Sirigu. Che poi a dirla tutta, Salvatore, avresti veramente bisogno di una sfoltita.

Te lo ricorda anche Long (All credits to GettyImages.it)

Calcio d’angolo per i biancoverdi: Murphy si avvita in aria, colpisce la palla di testa, Sirigu vola e devia in angolo.

Barzagli e Bonucci garantiscono una certa solidità in difesa, continuiamo a subire ma non si soffre granché: in Irlanda e sugli spalti del Pierre Mauroy di Lille si trema, agli uomini di O’Neill servono i 3 punti per qualificarsi agli Ottavi di Finale.

Soltanto al 42′ arriva anche la nostra prima volta di fronte alla porta difesa da Randolph: Immobile si crea un varco al limite dell’area, fiuta la rete e ci prova da lontano, sfiorando la gioia del gol.

Prima del duplice fischio dell’arbitro Bernardeschi rischia di rovinarci la serata con una leggera spintarella a McLean: graziato il talentino viola, per ora siamo salvi.

SECONDO TEMPO

Parte meglio Conte, parte meglio l’Italia: grande intensità, poca sostanza, a noi va benissimo il pareggio e loro provano a metterci in difficoltà prendendoci per sfinimento. Non ci resta che stringere i denti, sperare di portare a casa almeno un punto e magari fare qualche cambio: dentro Darmian, El Shaarawy ed Insigne. Sarà proprio il giovane folletto napoletano a far scorrere un brivido sulle oltre 10.000 schiene biancoverdearancio giunte a Lille: colpo da fuori a giro, palo pieno.

“Non ho nulla da rimproverare ai miei ragazzi, sul campo abbiamo dato tutto. Nessun rimprovero.” (All Credits to GettyImages.it)

 

La partita si infiamma con Wes Hoolahan, che solo soletto di fronte a Sirigu non riesce a scavalcarlo finendo per mettere in scena una pessima figura, sotto gli occhi increduli dei tifosi di casa (?!).

Coleman e Brady sono difficili da fermare, due treni aiutati da un centrocampo solido e vigoroso chiamato McCarthy-McLean. Gli azzurri appena entrati ci provano, ma nei minuti finali esce fuori tutta la grinta tipica del paese più pittoresco e orgoglioso di Euro 2016.

Il colpo di testa di Robbie Brady su spiovente perfetto di Hoolahan dalla destra regala a Martin O’Neill una vittoria sensazionale: in Turchia si piange a dirotto, la gente di Dublino fa piovere birre.

Brady is on fire, Barzagli is terrified (All credits to GettyImages.it)

 

Ha vinto la voglia di vincere, hanno vinto la necessità e l’istinto di sopravvivenza: ha vinto l’Irlanda.

CHI SALE…

La nazionale targata Roy Keane ha messo in mostra la vera anima dell’ex bandiera del Manchester United: maglia sudata e sporca fino al 94′, pochi fronzoli e tante occasioni create, poche storie e tre punti.

La rete decisiva arriva nei minuti finali, un rischio tanto grande e grosso quanto il fegato del vice allenatore: riusciranno ad arginare la Senna?

Voto finale 8,5

…CHI SCENDE

Il morale del tifoso medio e mediamente – anche giustamente – esaltatosi per le vittorie contro Belgio e Svezia. Ora arrivano le Furie Rosse, arrivano veloci e fanno tanta, tanta pura.

Niente paura, niente paura. Ci pensa la vita, mi han detto così.

Forever young (All credits to GettyImages.it)

Italia Irlanda

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Sole a catinelle

Italia contro Svezia, la pizza contro l’Ikea, la prima della classe contro l’Ibracrazia.

LE PREMESSE

Buffon, Barzagli, Bonucci, Chiellini, Candreva, Parolo, De Rossi, Giaccherini, Florenzi, Éder e Pellè è la sinfonia diretta da Antonio Conte, la Svezia risponde con Zlatan al cui fianco stanno Isaksson, Lindelöf, Johansson, Granqvist, Olsson, Larsson, Ekdal, Källström, Forsberg e Guidetti.

PRIMO TEMPO

Il più grande riassunto della prima frazione di gara è un frame, questo frame.

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Mobili contro armadi

Il primo acuto arriva dall’unico homo novus, arriva da Florenzi: colpo in area di rigore, Isaksson risponde presente.

Ci prova poco dopo anche Éder, ma il suo tentativo di intrufolarsi fra le maglie gialloblu finisce in un nulla di fatto: scacciano via la minaccia i colossi svedesi Granqvist e Johansson.

Momento di difficoltà generale al 28′: Forsberg batte la punizione dalla sinistra, Ibrahimović stacca più in alto di Bonucci ma la bandierina si alza e si ferma tutto. Sulle palle inattive sarà una bella lotta.

Un doppio tentativo svedese finito in mare chiude la prima frazione di gara, tanto cruda quanto poco divertente: soltanto il sole accende una sfida che per il resto di luminoso ha davvero ben poco.

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“Ma se ti nascondi così ti vedo subito”

SECONDO TEMPO

Pochissimi brividi nei primi 10′ di gioco, a parte un tentativo di Parolo che con un destro da fuori, respinto dalla difesa, prova a mettere in difficoltà la difesa svedese. La quota del pareggio si sta abbassando sensibilmente, ma proprio in questo momento cominciano ad alzarsi i ritmi.

Zaza per Pellè è il segno premonitore che qualcosa sta davvero cambiando, ma per ora non si tratta del risultato. De Rossi e Ibrahimović si rendono protagonisti di due interventi tanto decisi quanto pericolosi: ammonito solo il centrocampista della Roma, l’arbitro ha timore reverenziale nei confronti di Re Zlatan.

ibrahimovic

“Dove ho messo l’umiltà?”

 

Ci stiamo avvicinando alla fine quando Ibrahimović fa la sponda in precario equilibrio, Durmaz si inserisce centralmente ma non trova la porta: ancora 0-0, ancora partita bloccata nonostante il sole provi a sciogliere gli indugi. La traversa non si scioglie ma trema a 10′ dalla fine, quando Giaccherinho alza un cross leggerissimo sempre per Parolo che non riesce a mettere la parola “Fine” sulla partita colpendo il montante.

 

 

Capita però che l’Italia la vinca come le grandi, come chi si permette di giocare male per poi ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo, capita che a deciderla sia proprio Édercon un’incursione alla Éder, magari non degna del miglior campione europeo ma capace di far volare gli Azzurri di Antonio Conte in testa al Girone E.

italia svezia

Festa grande in campo, l’Italia ora viaggia sulle ali dell’entusiasmo e può chiuderla con Candreva che, dopo essersi autolanciato sulla fascia destra, decide di tirare anziché servire l’accentrato Sturaro finendo tuttavia per colpire in faccia Sir. Andreas Isaksson.

Negli ultimissimi minuti un rigore viene contestato da Andreas Granqvist, strattonato da Giorgio Chiellini, poi fra una pioggia di ammonizioni e calci d’angolo l’ultima parola viene finalmente scritta sul copione della partita di Tolosa. Si tratta del fischio finale dell’arbitro Kassai, con cui tutta la panchina può esultare senza farsi ulteriori problemi.

“Sta senza pensier”

Gomorra – La Serie

Italia fortunosa in quel di Tolosa, vittoriosa e per nulla frettolosa.

italia eder

“Salve siamo la Svezia” 
Checco: “No grazie! Noi siamo cattolici!”

italia svezia

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M’illumino d’immenso

Fate finta di dovervi sedere sul divano con gli amici di sempre, di doverlo fare senza i due centrocampisti più forti della nazionale e consapevoli di doversela vedere con una delle squadre più imponenti del torneo: il Belgio delle meraviglie.

LE PREMESSE

Italia che ci crede, lo fa ma arriva a Lione con molti problemi: Bonucci-Barzagli-Chiellini è l’unica certezza per Antonio Conte, che a dire il vero ha ostentato sicurezza anche nelle scelte più bizzarre dell’ultimo decennio di convocazioni.

Parolo-De Rossi-Giaccherini in mezzo al campo, Candreva e Darmian sugli esterni. Tandem d’attacco Eder-Pellé.

Il Belgio risponde con un 11 di partenza da paura: Courtois il primo nome e Lukaku l’ultimo, se aggiungiamo De Bruyne ed Hazard nel mezzo credo possa già bastare.

de rossi lukaku

Clattenburg: “Lui vuole segnare, tu Danié non vuoi essere espulso: come la risolviamo?”

PRIMO TEMPO

L’Italia deve provare a vincerla con la tattica, stupendo una squadra che sa fare tutto ma qualche volta pecca di ubris (tracotanza ndr.). Il primo schiaffo è di Nainggolan: Buffonrisponde presente dopo essersi disteso.

Italia che reclama un rigore – abbastanza dubbio – dopo pochi minuti: Emanuele Giaccherini, per gli amici “la trottola”, riesce ad incunearsi ma viene toccato dal terzino Ciman, unica vera sorpresa di formazione per i leoni giallorossoneri, per il direttore di gara tuttavia non se ne parla. Niente rigore, ma il Belgio è vulnerabile se si gioca d’astuzia.

A proposito di questo, Bonucci è bravo nei lanci lunghi, lo sa e lo dimostra in mondovisione con una staffilata che arriva in area, viene agganciata da Giaccherini e trasportata in rete scatenando la follia generale sulla panchina azzurra: il naso di mister Conte ne sa qualcosa, vero Antonio? Vero Zaza?

La GIF finisce appena in tempo per evitare la censura: Giaccherinho!

italia

italia

La vera grande risposta alla rete del Giacchero è però ancora azzurra: Edèr mette in mezzo e Parolo spizza, sul pallone rotolante si avvita il solito Graziano Pellé che tuttavia non trova la porta per un soffio.

Questo clima generale costellato da voglia di giocare e di muoversi in perfetta armonia, come un ingranaggio, fa ben sperare per il secondo tempo, una frazione che si apre con l’Italia ancora una volta coraggiosa ma il Belgio micidiale in contropiede.

SECONDO TEMPO

Il primo enorme sospiro di sollievo arriva dopo dieci minuti, quando un errore sulla trequarti di Darmian – che non trova un compagno in sovrapposizione – innesca un’azione velocissima orchestrata da Kevin De Bruyne e finalizzata da Romelu Lukaku: Buffon esce senza pensieri, l’ex attaccante del Chelsea si ricorda che Conte lo vorrebbe riprendere in estate e sbaglia apposta per non farlo arrabbiare. Scherzi a parte, tanta fortuna azzurra. Senza Marchisio, Verratti e Montolivo ogni tanto ci vuole anche quella.

Provate a soffiare nel momento del replay, servirà a farla uscire

Di qui in poi ci crede il Belgio ma l’Italia si sa rendere eccome pericolosa: con un Giaccherini ormai alla frutta ed il cuore della difesa ammonito in pochi minuti può farlo solo con il contropiede, perciò lo farà in contropiede.

Ciro Immobile entra e parte facendo schizzare il pallone da una parte all’altra del campo fino ad accentrarsi per scagliare un missile terra aria simile al colpo di Balotelli a Manuel Neuer: il portierone Thibaut Courtois però risponde presente con la mano di richiamo in quella che rimarrà una delle migliori parate dell’Europeo.

Un paio di mischie enormi in area fanno tremare l’Italia e sperare il Belgio, che tuttavia si scotterà dopo averle provate tutte: agli ingressi di Ferreira Carrasco, Origi e Mertens risponderà l’inattesa capacità italiana di fare male anche nel recupero.

Solito contropiede ben gestito, Immobile gioca per Candreva mentre Parolo e Pellé attendono con ansia un pallone: scucchiaiata in grande stile a premiare il numero 9 che non fa sconti né prigionieri.

La grande bellezza

Vittoria impressionante per gli Azzurri, rivincita altrettanto importante per Antonio Conte e parola umiltà che resta imperativo categorico per la realizzazione – comunque difficile – di un’impresa che avrebbe del clamoroso visto lo scetticismo della vigilia.

Un’impresa difficile e poco probabile, ma se non ci credessimo nemmeno saremmo rimasti a casa.

Sarà che noi a casa non ci sappiamo stare, sarà che non riusciamo nemmeno ad esultare normalmente – vedi Simone Zaza che per poco non rifà il look al mister – ma siamo entrati in questo Europeo in punta di piedi per fare il nostro esordio con i fuochi d’artificio, mostrando per distacco il miglior calcio della settimana.

Siamo fatti così, nessuno si senta offeso, fatto sta che lasciamo Lione e salutiamo il Belgio con la consapevolezza di aver fatto un capolavoro, affrescato da Emanuele d’Arezzo e rifinito da Graziano il leccese.

Nel caso in cui qualcuno se lo fosse dimenticato, in Francia ci siamo anche noi.

CHI SALE…

Fra tutti scelgo con onestà Antonio Conte (9), tanto fissato e a tratti insopportabile quanto desideroso di mettere sul campo un’Italia unica e ammazzagrandi: stasera lo abbiamo capito, speriamo che l’esperimento audace di tenere fuori chi poteva garantire un palleggio ancora migliore si riveli unico e storico.

Credits to Uefa.com

Credits to Uefa.com

Bene anche Candreva (8), De Rossi (8), Bonucci (9) e l’immarcabile Giaccherini (9), autodichiaratosi alla frutta dopo 80′ di assoluto spessore.

Grazie a Squawka.com

Grazie a Squawka.com (Grazie anche a Lukaku)

…CHI SCENDE

Tutto il Belgio, tenendosi per mano. Certo, la rete di Lukaku (4.5) avrebbe probabilmente cambiato l’inerzia della partita, ma con i se e con i ma non si costruisce niente dal giorno della Genesi, quindi ogni discorso è superfluo.

Ciò che pesa è invece come l’Italia abbia giocato e vinto da squadra, mentre Wilmots e i suoi Power Rangers sono caduti nella trappola del narcisismo, da cui difficilmente si esce.

A proposito di Power Rangers, ma i capelli di Fellaini?

A proposito di Power Rangers, ma i capelli di Fellaini? (Immagine tratta da Internet)

Per i belgi che prima della partita scrivevano “gli italiani parlano con le mani, noi con i piedi” la risposta è tutta azzurra.

“Non dire gatto finché non ce l’hai nel sacco”

Giovanni Trapattoni

italia belgio

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Il Grande Gaspe

Alla fine ha vinto lui.Vedere un uomo saltare come un bambino e lanciare la cravatta ai tifosi che lo stanno esaltando fa scappare a tutti un sorriso. Per alcuni dolceamaro, ma pur sempre un sorriso.

gasperini

La cravatta,  simbolo eterno della spocchia dell’allenatore, immagine della superiorità di classe del manager sul tifoso che si accontenta di una sciarpa e di perdere la voce sui gradoni. Quella sciarpa non c’era più, Gian Piero Gasperini aveva deciso di togliersela prima di correre con tutta la squadra a ringraziare chi prima della fine aveva fatto tremare lo stadio ripetendo il suo nome.

Chi lo trova per primo vince una plusvalenza tipo quella di Thiago Motta

Chi lo trova per primo vince una plusvalenza tipo quella di Thiago Motta

Non è una cosa da poco per un centrocampista di quantità, difficile da ricordare in campo – metronomo di Pescara e Palermo – ma incredibilmente carismatico e vincente una volta sedutosi in panchina: ladies and gentlemen, the Great Gasperini.

L’uomo che non si fa scappare niente, che prende tutto e lo trasforma in oro.

A proposito di scappare, qualcuno aveva provato a farlo fuggire, a fargli mollare quel Genoaper cui ormai – parole sue – soffre se perde e gioisce se vince. Ebbene si, qualcuno ci aveva provato, a torto o a ragione, senza però riuscirci.

Gasperini Gianpiero è troppo cocciuto per arrendersi a qualche striscione, troppo orgoglioso per accettare di vedersi screditato da una tifoseria che alla fine ha dovuto accettare il fatto che un Genoa senza Gasp è come un cielo senza stelle.

Il Grande Gatsby fece di tutto per riconquistare la donna amata tempo prima, the Great Gasp ha provato a fare lo stesso riprendendosi con classe ed in maniera stupefacente la fiducia di un popolo che sembrava averlo ostracizzato dopo le pesanti dichiarazioni di qualche mese addietro.

"Al Dio della Scala non credere mai"

“Al Dio della Scala non credere mai”

Dopo la magia del “periodo giovanile”, dal 2006 al 2010, le esperienze di Milano e Palermo hanno rischiato di rovinare una carriera immeritatamente rimasta nel centro classifica. Succede poi che si decida di tornare, un po’ come Jack Gatsby, si decida di farlo con stile e con la consapevole certezza di essere finalmente ritornato a casa.

Gasperini, lavoratore taciturno, non ha tuttavia mai voluto feste degne del peggior Trimalcione o troppo clamore attorno alla sua figura, volutamente rimasta nel mezzo fra riservatezza e genialità.

Il genio gasperiniano che riportò la squadra più antica d’Italia in Europa e che riuscì a ripetersi persino un anno fa, bloccato soltanto da una sciagurata gestione societaria che non è riuscita a fare tesoro delle dozzine di plusvalenze garantite ogni anno dal mister più redditizio d’Italia.

Nonostante tutto ha scelto di restare a Genova, forse per un anno o magari per sempre, sicuramente accortosi dell’influsso quasi mistico che la città marinara riesce a trasmettergli ogni volta che il “suo” Genoa scende in campo al Ferraris, forse anche perché leggermente affezionato emotivamente a quell’atmosfera tutta sentimenti ed emozioni.

Il 3-4-3 è un’istituzione, il trequartista non serve e non servono nemmeno tanti fronzoli: la coppia Juric-Milanetto docet.

"Ma chi me l'ha fatto fare?"

“Ma chi me l’ha fatto fare?”

Il Genoa ha bisogno di Gasperini e Gasperini del Genoa, in un chiasmo che si colora di rossoblù giorno dopo giorno sempre di più.

Il perché non lo sappiamo, mai nessuno lo capirà forse, ma chi passa da Genova sotto le ali del brizzolato piemontese ne esce rigenerato e con un esercito di squadre più vincenti del Grifone pronte a fare follie.

Se il Genoa avesse alle spalle una società meno interessata alle plusvalenze e più alle grandi ambizioni, beh meglio non pensarci per non ritrovarsi ad avere fra le mani una potenziale squadra quasi mitologica (la difesa Criscito, Bonucci, Sokratis e l’attacco El Sharaawi, Milito, Perotti credo parlino da soli).

"C'eravamo tanto amati"

“C’eravamo tanto amati”

Juraj Kucka decide di salutare a modo suo il Gasp prima di andare a Milano

Juraj Kucka decide di salutare a modo suo il Gasp prima di andare a Milano: belli strani gli slovacchi

Il gioco aiuta, le squadre allenate da Gasperson hanno come caratteristica la velocità di manovra, quella croce e delizia che fa esaltare per le miriadi di azioni create e disperarsi allo stesso tempo quando arrivano i contropiede.

Il derby di domenica 8 Maggio, tuttavia, è l’apoteosi della carriera rossoblù del mister sfortunato con le grandi: idee chiare, gioco sulle fasce e mai un passo indietro. Certo, avere giocatori motivati aiuta e non poco, così come trovarsi a giocare contro una squadra invisibile come la Sampdoria delle ultime due settimane, ma la sostanza rimane un gradino sopra a tutto il resto.

Comunque vada a finire, che sia stato un addio oppure un “to be continued”, nella città del rossoblù e del blucerchiato a vincere è stato lui.

A vincere è stato l’uomo con le palle. L’uomo che ha rischiato di perdere tutto, persino di cadere nella piscina della contestazione da cui è difficile uscire vivi ma nella quale ha nuotato senza alcuna esitazione. Alla fine è riuscito anche a far tornare il Sole, un miracolo che ha fatto si che tutta quell’acqua evaporasse, che si asciugasse ogni goccia e si vivesse di nuovo come ai vecchi tempi.

La corsa sotto la Gradinata Nord non verrà cancellata mai, per fortuna non esistono ancora gomme o marchingegni per rimuovere i bei ricordi.

In un calcio pieno di dubbi e controsensi, il credo gasperiniano rimane una delle poche ed intramontabili certezze.

“A un Dio a lieto fine non credere mai”.

Fabrizio De André

"Quasi mai"

“Quasi mai”

"Che poi, voglio dire, anche io sono un po' matto"

“Che poi, voglio dire, anche io sono un po’ matto”

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Come due somari

“Andiamo a stenderci, comodi, in profondità.

Giù fra i crepacci bui col Diavolo, che ci ospita”

Samuele Bersani (che ringrazio per aver ispirato le citazioni presenti in queste righe ndr)

newcastle

Newcastle.

Se non ci sei mai stato non puoi capire. Non puoi perché se già è difficile farlo quando hai alle spalle un background calcistico-culturale di tutto rispetto, figuriamoci se ne hai soltanto sentito parlare alla televisione.

Quella fra Magpies e Black Cats, fra bianconeri e biancorossi, non è una rivalità: si tratta di un lungo, interminabile ed impressionante susseguirsi di emozioni contrastanti. Tu scendi, io salgo, se siamo nella stessa serie ci scanniamo nel derby e proviamo a farci del male a vicenda; c’è una leggenda che dice che i tifosi del Newcastle abbiano soltanto amici dello stesso sangue e viceversa.

Ieri sera una ha sbattuto in terra l’altra, il Sunderland arrembante di Sam Allardyce ha smontato l’Everton e le speranze di salvezza di Rafa Benitez, arrivato da pochi mesi ma mai parso all’altezza di un incarico più difficile di quanto possa si possa immaginare.

Già, perché Newcastle upon Tyne è crazy, una città piena di luci ma circondata dal buio, a luci rosse nelle tenebre del freddo Nord d’Inghilterra. Ecco che quindi si avvicinano alla perfezione, senza mai toccarsi, il nero degli uni con il rosso degli altri.

Se la parte biancorossa ride l’altra piange e noi, in qualità di amici e vicini del prossimo, ci occuperemo principalmente di loro.

Alan Pardew ritengo sia il casus belli. Con lui erano sempre arrivate stagioni dignitose, certo che a volte l’ambizione gioca davvero brutti scherzi. Il manager, dopo aver condotto le Magpies a uno storico ritorno in Europa ricreando un’atmosfera magica in una città che ne sentiva il bisogno da troppo tempo, dopo questa impresa ha deciso di lasciare casa e amici di punto in bianco per tornare a Londra, tornare al Crystal Palace e farlo in grande stile.

"Non prendermi sul serio, sono un impostore"

“Non prendermi sul serio, sono un impostore”

Bene, adesso immaginate questi due, prima Steve McClaren e qualche mese dopo Rafa Benitez, entrambi chiamati a sostituire un uomo magari mai amato ma sicuramente vincente, desiderosi di farlo ma alle prese con una realtà in cui – lo ripetiamo – se non ci sei mai stato prima devi fare l’abitudine.

Parte malissimo l’ex tecnico della Nazionale, naufragato sotto un diluvio universale a Wembley nel 2007 – l’Inghilterra perse partita e pass per l’Europeo contro l’eternamente sottovalutata Croazia – e non ripresosi ancora del tutto. Parte male sebbene siano arrivati acquisti ottimi: Wijnaldum e Mitrovic possono già bastare per salvarsi, vero Steve?

Per niente, forse anche perché la difesa bianconera non si dimostrerà mai davvero all’altezza; i due terzini sono il meno, uno è Janmaat e l’altro varia fra Dummett e Haidara, il vero problema è il cuore.

Coloccini ce ne mette tanto ma non basta, il giovanissimo Chancel Mbemba non riuscirà invece a rispettare il grande clamore con cui era atterrato al confine con la Scozia: e pensare che ce l’ha davvero messa tutta, era anche felice di poter vestire bianconero, ma se non entri nei loro cuori non puoi farci granché.

Lorenzo Semino © Newcastle, United Kingdom

“Sarò la causa di ogni preoccupazione”

 

Il centrocampo è forte, ma forte nel vero senso della parola. Pensi ad Anita e ti viene in mente la roccia, Tioté fa rima con cemento armato, Colback non si è mai spostato nella vita – a parte per passare dal Sunderland al Newcastle, altissimo tradimento – mentre l’unico con un minimo sindacale di fantasia in campo si chiama Georgino. Non fatevi ingannare, non è brasiliano ma olandese, il veloce e compatto Georgino Wijnaldum, arrivato dal PSV ed unico vero trascinatore morale dei bianconeri. Ha la colla sugli scarpini, non perde mai il pallone salvo lasciarlo partire quando deve bucare una porta.

Lorenzo Semino © Newcastle, United Kingdom

“Vorrei ma non posso”

Il resto è tanto, troppo solismo laddove servirebbe gioco di squadra.

Sissoko è un velocista irrefrenabile ma quest’anno viaggiava alla metà della velocità, Thauvin ed Ayoze Perez sono due solisti ancora acerbi, Riviere e Cissé giocano poco, Gouffran e De Jong ancora meno.

Aleksander Mitrovic è l’unico a salvarsi per davvero, un folle attaccante che avrebbe potuto dire la sua in Premier League se soltanto non avesse avuto il compagno più vicino a 30 metri di distanza. Il problema sta proprio in questo, troppa differenza fra i reparti e poco gioco di squadra: in pratica un 4-5-1 sterile e poco limpido, tanto che i tifosi del Newcastle arrivarono addirittura a rimpiangere il traditore Pardew.

“È l’occasione di lasciar perdere?” si chiese McClaren, rispondendosi in maniera affermativa più o meno intorno alla fine di Febbraio.

Il 10 Marzo arriva il momento del takeover, e che takeover: sulla panchina del Newcastle arriva l’allenatore uscente dal Real Madrid, arriva la gentilezza di Rafa Benitez. Gentilezza e pacatezza che tuttavia stonano e non poco con la schiettezza di una delle città più spartane del Regno Unito, dove già di per sé non regna il bon ton.

Nel frattempo, a Gennaio, arrivano in fila indiana Townsend, Shelvey, Saivet e Doumbia: quello che difende più dei quattro però è Rafa Benitez. Una squadra penultima a 15 giornate dalla fine e con un presidente spendaccione non può pensare di non risolvere la situazione difensiva, fatto sta che le Magpies cercano di arginare le debolezze in copertura rimpinzandosi di enormi e a tratti folli acquisti offensivi. I risultati si vedono in parte nella fase realizzativa, dove le Magpies segnano 12 volte in 9 uscite con Benitez in panchina, ma dietro rimane il solito immotivato immobilismo a giocare un ruolo da padrone.

Lorenzo Semino © Newcastle, United Kingdom

“Se avessi un ultimo fiammifero io non lo sprecherei. Su un muro umido ad accenderlo non ci proverei” Foto di Lorenzo Semino

Il derby con il Sunderland viene risolto da un colpo rabbioso di Mitrovic, unico gladiatore in un’arena di novellini buttati lì in mezzo un po’ per caso; a dire il vero però l’età media della squadra non è nemmeno così bassa, anzi, cosa che può essere vista come un handicap fisico o come un vantaggio di esperienza.

Sono decisive due sconfitte esterne, una rocambolesca contro la compagna di retrocessione Norwich e l’altra a Southampton, poi arrivano due vittorie ed altrettanti pareggi prima del tracollo definitivo di fronte all’Aston Villa.

Non arriva altro se non un pareggio, un clean sheet contro gli ultimissimi, una partita ridicola se vuoi salvarti e se dovresti farlo con il coltello fra i denti; la percentuale dei passaggi riusciti dai 6 giocatori offensivi è piuttosto alta, circa l’80% – cosa nemmeno troppo complicata se giochi contro una squadra di fantasmi – ma le palle gol sono 2 in tutta la partita.

Lorenzo Semino © Newcastle, United Kingdom

“Papà, ma non dovremmo cercare di segnare?”
“Si, appunto, dovremmo”

 

Il Sunderland, dalla parte opposta del fiume Tyne, ha insegnato che ai grandi acquisti può contrapporsi il cuore e la voglia di non deludere i tifosi, oltre a un fenomenale e decisivo Jermain Defoe. Non che Borini sia stato da meno, non che Khazri sia scarso. Ha prima ribaltato una sfida complicatissima contro un Chelsea colpito nell’orgoglio e si è poi agevolmente liberato di un Everton materasso che sembra averci preso gusto dopo aver fatto da passerella per il Leicester di Ranieri.

Fatto sta che Big Sam ci credeva e ci è riuscito, ha fatto suo un miracolo trasformando le belle azioni in reti, trasformando le buone prestazioni in punti pesantissimi.

Oggi, a poche ore dalla retrocessione illustre del Newcastle, non sappiamo se essere più tristi all’idea di non rivedere per almeno un anno il derby più fisico della Gran Bretagna o per il fatto che sia stato promosso anche il Middlesbrough, altra acerrima rivale dei bianconeri.

Non resta che fare silenzio, non resta che fare le condoglianze ad una squadra nata per fare a pugni con il mondo ma ritrovatasi a dover fare i conti con troppo peso e poca sostanza; come nella boxe, dove se non ti muovi prendi una marea di botte.

In una città dove vivono i provocatori di risse da bar gli istrionici giocatori del Newcastle avrebbero potuto fare scintille, se non fosse che Rafa Benitez è un uomo pacifico.

Rafa e Steve, vissuti all’ombra dell’aura di Alan Pardew, hanno gestito la loro avventura a St. James’ Park in maniera goffa: come due somari, senza strategia, senza nemmeno l’indirizzo per andare via.

 

Lorenzo Semino © Newcastle, United Kingdom

“Lì c’è l’uscita e là l’ingresso: siamo a un crocevia.”

 

 

I’m forever Boleyn Ground

“Resta al tuo posto e combatti”

Pete Dunham – Green Street Hooligans

 

Bye Bye. Ou revoir. Adiòs. Adeus. Auf Wiedersehen. Doei. Hejdå. Dasvidania.

Immaginate i saluti in tutte le lingue del mondo, immaginateli come leggerissime bolle di sapone che si levano senza pensieri nel cupo cielo in quel Newham, che di Londra ha soltanto il nome.

I saluti e le lacrime di commozione che si sentiranno questa sera saranno le vere “forever blowing bubbles”: perché tutto alla fine torna.

Poi ci fermiamo con le fantasticherie ma potremmo andare avanti per secoli, proprio come quelli vissuti dalla storica casa del West Ham: il Boleyn Ground.

Secolo XVI, Enrico VIII Tudor Re d’Inghilterra decide di regalare alla sua amata Anna – dopo aver fatto fuori Caterina d’Aragona, prima appartenuta al fratello – una tenuta, anzi un vero e proprio castello: la Green Street House per gli storici, il Boleyn Castle per gli sportivi. È qui che la povera reginetta passerà i suoi candidi e tranquilli pomeriggi senza riuscire a “regalare” un primogenito maschio al capofamiglia che, senza saper né leggere né scrivere, decise di farla giustiziare non conscio del fatto che da quella relazione sarebbe nata la futura e ben più nota Queen Elizabeth.

Nel 1855, a Londra nasce il Thames Ironworks, capace di vincere una London League e costruito in maniera accurata.

Per partecipare alla Prima Divisione occorrono però giocatori professionisti, così il 5 Luglio 1900 viene fondato il West Ham United FC.

L’altro giorno da ricordare è il 2 Settembre 1904, quando gli appena nati scendono in campo per la prima volta nella vecchia tenuta di caccia reale battendo con un sonorissimo e mai digerito 3-0 il Millwall.

“La rivalità tra West Ham e Millwall è come tra Yankees e Red Socks?”
“No, è come tra israeliani e palestinesi!”

Gli Hammers sono una squadra folle, folle come la passione che ha portato negli anni alcuni supporters a fare follie per la propria squadra; probabilmente un eccesso, anzi sicuramente, ma perdere la testa per amore è una delle cose più semplici e traditrici del mondo. Per passare dal perdere qualcosa a prendere un bastone ce ne vuole però, su questo siamo tutti d’accordo.

Di giocatori folli da Boleyn Ground ne è passata una miriade, quasi come se l’influsso del creatore di quel territorio – Enrico VIII – abbia fatto da calamita per attirare i giocatori dallo spirito di ferro: alias Paolo Di Canio, tanto per rimanere in tema.

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Un irriducibile Paolo Di Canio con la maglia degli Hammers, dietro di lui un Frank Lampard giovanissimo: vi ricordate quando Paolo calciò il rigore strappando il pallone dalle mani al futuro starman del Chelsea?

Un irriducibile Paolo Di Canio con la maglia degli Hammers, dietro di lui un Frank Lampard giovanissimo: vi ricordate quando l’italiano calciò un rigore che non avrebbe dovuto calciare strappando il pallone dalle mani al futuro starman del Chelsea, ai tempi rigorista number one? Forse per Redknapp, non per Paolo.

Parlando di palmarès i titoli si contano sulle dita di una mano: una Coppa delle Coppe, tre Coppe d’Inghilterra ed una sfocatissima Community Shield. Non di certo una bacheca da discendenti reali, ma se sei del West Ham ti va bene così.

Va benissimo così perché sei da sempre sinonimo di diversità, irriverenza ed allo stesso tempo fascino assoluto in un campionato che fa dell’aggressività – a dire il vero lo ha fatto soprattutto in passato – la chiave per alzare un trofeo o semplicemente avere la meglio in 90 minuti di battaglia.

Ecco perché è così importante la figura dello stadio, di quel tempio nel quale sei sicuro di poter caricare la squadra e di cui conosci tutti i limiti, pregi e difetti. Sai che la East Stand è la più vecchia e piccola, sai anche che la Tribuna Bobby More è enorme e contiene la scritta “West Ham United” a fare da cornice ad uno stadio compatto e caloroso.

"I'm forever blowing bubbles"

“I’m forever blowing bubbles”

Comunque, a proposito di Enrico VIII, la figura più importante nel panorama del West Ham deve aver sentito gli influssi di Upton Park e del Re d’Inghilterra. Anche Sir. Bobby Mooreinfatti ebbe più di una moglie – non come le sei del folle re – ma se giochi con i clarets and blue ti si perdona tutto. Un po’ come Teddy Sheringham che, dopo aver sbancato tutto firmando il Treble del Manchester United nel 1999, decise di concludere la carriera al Boleyn Ground, forse per sentirne un po’ l’aria che si respirava, nonostante la carta d’identità non giocasse proprio a suo favore: 38 anni al momento della firma per gli Hammers, dopo aver giocato e stra segnato con Red Devils, Tottenham Hotspurs oltre ad un passato illustre nell’esercito dei rivali più grandi in città. Già, Sheringham nacque calcisticamente al Milwall e vide tramontare la sua carriera al West Ham: are you serious?

"Of course"

“Of course”

 

Non starò a tediarvi ulteriormente, basta che sia chiaro il concetto.

Basta che sia chiaro quanto l’addio di stasera sia duro per chi ha vissuto una vita fantasticando dietro e dentro a quel castello di Anna Bolena, voluto da un re folle e distrutto da lui stesso. Dalle ceneri è nata una squadra, è nato un nugolo di frecce chiamato West Ham, frecce un po’ ammaccate ma sempre affilatissime. Caratteri forti, nomi altisonanti in contrasto con stagioni da mani nei capelli, gioie e dolori sportivi: questo era il West Ham, inevitabilmente qualcosa cambierà.

Probabilmente in meglio, lo pensiamo tutti, ma quel castello medievale nello scudetto stona e non poco con il nuovo Olympic Stadium in cui gli Hammers giocheranno dalla prossima stagione.

Un lato positivo forse c’è, ed è il fatto che sia più grande. Già, perché con tutto quello spazio, con quell’immensa voragine fra spalti e campo, beh lì di spazio per gonfiare bolle e farle volare in aria ce ne sarà eccome. Anche più che a casa di Anne Boleyn.

olympic stadium

I tempi cambiano, speriamo che la passione resti la stessa.

“I’m forever blowing bubbles,
Pretty bubbles in the air,
They fly so high,
They reach the sky,
And like my dreams they fade and die!
Fortunes always hiding,
I’ve looked every where,
I’m forever blowing bubbles,
Pretty bubbles in the air!”

Scritto e disponibile su Numerosette.eu
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Better Call Saul

“Ti conviene chiamare Saul. Parliamo spagnolo!” (Saul Goodman, Breaking Bad)

Eccome se si parla spagnolo. Il castellano di Madrid e dintorni rimane la lingua più diffusa, nonché quella ufficiale, della nazione iberica. Ma questo non importa, perché come Saúl Niguez invece se ne trovano davvero pochi. Un po’ come quelle persone anziane che quando parlano dei giovani di oggi si lasciano andare a un laconico: “Eh, ma quelli di una volta non ci sono più…”.

José Antonio Niguel, noto come Borja, gli ha trasmesso il gene del calcio. Il piccolo Saúl viene ingaggiato nelle giovanili del Real Madrid – sì, avete letto bene – all’età di dieci anni. Anche nel Paradiso del calcio, tuttavia, c’è qualcuno che si diverte a commettere peccati e mettere in seria difficoltà i novizi appena sbarcati nella grande accademia blanca. Cosa che accade al povero ragazzo di Elche, che infatti rimarrà turbato dall’esperienza con i Merengues.

Proprio quei Merengues che decisero di puntare su quel bambino filiforme, salvo poi scaricarlo per quello stesso fisico – a detta loro – troppo poco sviluppato per poter competere con i Pepe e i Sergio Ramos di turno. Bravino Saúl, ma facilmente sacrificabile. Perché alla cantera madridista sono convinti che di prospetti come lui, in quanto a rapporto talento di base-struttura fisica, le giovanili trabocchino.

“In campo andava tutto alla grande, ma fuori avevo molti problemi. Spesso mi hanno rubato scarpini e cibo, sono stato anche accusato e punito per delle cose che in realtà non avevo mai commesso.”

“Non avevi pensato a questa evenienza?” Così avrebbe apostrofato l’avvocato Saul Goodman in uno dei suoi spot televisivi a metà fra parodia e marketing spinto al parossismo.

Midfield in trouble? Fellaini? (epic win)

Tre anni nelle giovanili dei Blancos gli sono bastati, perché mister Pepe Fernández gli parla con insistenza di materassai e finisce che se lo porta sulle rive del Manzanarre. Qui arriva Quique; non si tratta di un gioco di parole ma dell’allenatore dell’Atlético Madrid, Sánchez Flores, che, dopo averlo visto all’opera con i giovani, decide di gettarlo nella mischia al fianco del Kun Agüero e di Diego Forlán.

La prima con la maglia dei Colchoneros arriva l’8 Marzo 2012, un diciassettenne Saúl entra al posto del canterano Koke e debutta contro il Besiktas diventando il giocatore più giovane a vestire il biancorosso in una gara ufficiale. La famiglia Niguez c’è e filma tutto, mamma e papà orgogliosi del figliol prodigio, lanciato dal padre ma arrivato fin laggiù con le proprie, esili gambe.

A fine stagione arriva però il momento decisivo: promozione definitiva in prima squadra o un giro di gavetta nei bassifondi della Spagna? Vada per la seconda: il giovane talento si accasa al Rayo Vallecano e tutti accontentati, per quella che appare come una necessaria tappa intermedia di formazione in una carriera che ha tutte le credenziali per spiccare il volo.

Saul con la maglia del Rayo Vallecano

Felice anche il ragazzo, che così potrà pure raccontare di aver girato tutte e tre le squadre di Madrid per provarle davvero di tutti i colori. Anche a costo di perdersi nelle sabbie mobili del fondo classifica, stabilmente occupato dalla squadra di Vallecas: “Avere la coscienza pulita ha il suo prezzo”, citando l’omonimo Saul, l’avvocato Goodman.

“Le gusta el Atlético y se siente atlético.”

Nel 2014 torna a Madrid, o meglio si sposta di qualche chilometro per giocare finalmente al Vicente Calderón: ormai le partitelle con Agüero e Forlán sono solo lontani ricordi, perché Diego Simeone lo vuole reclutare nel suo gruppo di spartiati e Saúl, non ancora ventenne, si fa trovare subito pronto.

La prima stagione è più che soddisfacente perché, anche se l’Atlético deve difendere lo storico titolo alzato nella precedente annata ma non riesce nell’impresa piegandosi sul finale al Barcellona delle meraviglie, per Saúl Niguez arrivano 35 presenze e 4 reti, di cui una memorabile.

È di scena il derby di Madrid in un Vicente Calderón bollente. Dopo 10 minuti di gioco l’indispensabile Koke si fa male e l’Atlético è costretto ad effettuare un cambio: entra Saúl,proprio come all’esordio.

La BBC commenta così

Persino i cronisti della BBC, in uno slancio di british humourscherzano sull’ingresso in campo del giovane Saúl, tirando in ballo l’omonimo avvocato intrallazzone di Breaking Bad.

Dopo un minuto passa in vantaggio la squadra di Simeone, grazie al provvidenziale Tiago. Due minuti dopo, azione strepitosa di Siqueira che, appena ricevuto uno scarico parte dritto sulla fascia sinistra, si avvicina alla linea di fondo e crossa in mezzo: nel posto giusto al momento giusto c’è il giovane rinnegato dal Madrid, che si gira, si coordina e gela con una rovesciata perfetta la sua ex squadra e Carlo Ancelotti.

All’asettico bianco del Real si contrappone il fuoco agonistico dell’Atlético, letteralmente esploso per una rete tanto decisiva quanto meravigliosa; chissà cosa avranno pensato in quel momento gli allenatori delle giovanili dei Blancos, forse saranno corsi a nascondersi in bagno per dileguarsi dalla tribuna? Tant’è. Risultato finale: Atlético 4 – Real Madrid 0,tripudio rojiblanco. Alla faccia della chiamata d’emergenza.

Il resto è cronaca: quest’anno per Niguez sono raddoppiate sia le presenze che le reti. In campo è un giocatore estremamente duttile, elegante e soprattutto fenomenale nel gioco di prima. Un geometra con personalità da vendere, che apre il campo scambiando palla a terra con i compagni di reparto e con un Griezmann onnipresente e tuttofare. Bravino anche di testa e sorprendente nel leggere in ogni dettaglio il maniacale gioco di posizione e pressing richiesto dal Cholo. Che infatti non ci rinuncia più, arrivando a schierarlo addirittura in quattro posizioni differenti: regista, interno, ala sinistra e destra.

Ma nell’ultima notte di Champions di scena al Calderón è andato oltre: ha deciso di trasformarsi nel Messi che freddò Neuer nella semifinale dell’anno scorso per mettere i bastoni fra le ruote, ancora una volta, ai bavaresi di Pep Guardiola. Più che un gol, ricorda da vicino uno slalom speciale degno delle piste del Sestrière per agilità, rapidità nel brevee movenze fluide e precise come fossero incanalate su di un percorso pre-stabilito. Insomma, un giocatore ricco di soluzioni e multi-tasking: proprio come l’altro Saul.

“L’Atlético è una società con valori forti, un modo di vivere la vita: umiltà, lavoro duro, sacrificio, unità e la forza della squadra.” (S. Niguez)

Diego Pablo Simeone ha una freccia in più nella faretra dei materassai madrileni: un metronomo mingherlino, un velocista sfrontato, un giocatore da calcio totale. Uno che si è rivelato decisivo per l’accesso in finale di Champions, in attesa dellennesimo, infuocato derby di Madrid. E se aveste qualche problema nella vita, un po’ di disordine in camera o un’agenda da riordinare, provate a chiamare Saúl: probabilmente vi risolverebbe anche quelli.

Perché “il modo di aprire una serratura si trova sempre”. Come quello per spaccare in due una difesa.

Scritto e disponibile su zonacesarini.net
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Crêuza de mä

“A Genova conta solo il derby. Se non lo vinci è come rapinare una banca ed accorgersi di aver portato via una valigia piena di stracci.”

Una partita, ma cosa dico.

Il derby di Genova con il calcio ha poco a che fare. O meglio, i novanta minuti rimangono una cornice perfetta intorno ad un’atmosfera meravigliosamente strepitosa. Cori e colori, pianti e liberazioni, gioie e dolori, caschi e macchine piene di adesivi, bandiere allo stadio o sul terrazzo di casa: rossoblucerchiato ovunque, ma se vivi qui ormai ci sei abituato.

Che tu sia giovane o anziano poco importa, il derby è una scelta di vita e va vissuto con la passione che ti è stata trasmessa dai genitori, dai nonni o da chiunque ti abbia portato allo stadio quando appena camminavi.

Entri allo stadio, il cuore rallenta e la testa cammina.

E allora canta, rallenta. Mentre tutto lo stadio si riempie di colori rimani fermo ad ammirare la tua squadra in campo: siamo solo noi contro il mondo.

GENOA 2 – 3 SAMPDORIA

22/04/1951

Si ringrazia il Museo della Sampdoria per l'immagine (tratta da internet)

Si ringrazia il Museo della Sampdoria per l’immagine (tratta da internet)

 

Immaginatevi catapultati indietro nel tempo di una dozzina di lustri: un derby di ritorno che dal punto di vista della classifica non interessava nemmeno poi così tanto alla Sampdoria, tranquilla a metà classifica, ma che avrebbe potuto rivelarsi decisivo per il Genoa in piena lotta per non retrocedere.

Al 15′ la Samp sta già vincendo per 2-0 fra il clamore di metà stadio, ma allo scadere del primo tempo De Prati accorcia le distanze. Nella ripresa lo svedese Mellberg pareggia a otto minuti dalla fine, ma sarà l’argentino Sabbatella a regalare la vittoria ai blucerchiati, costringendo il Grifone alla seconda retrocessione della sua lunga storia.

Già, perché il Genoa con i suoi 122 anni è la squadra più antica d’Italia, guai a chi se lo dimentica.

Ha anche vinto 9 scudetti e contesta al Bologna uno spareggio che avrebbe garantito la stella cucita sul petto, ma qui si va sul personale. Ci limiteremo a raccontare i fatti, a raccontare il derby – a mio modo di vedere – più bello d’Italia.

SAMPDORIA 1 – 2 GENOA

13/03/1977

Big Revenge rossoblù per il derby del 1951 avrebbe forse detto Claudio Ranieri. Le parti sono invertite, ora è il Genoa a  starsene a metà classifica, mentre la Sampdoria è penultima.

I blucerchiati iniziano con il cuore e Zecchini, con un potente tiro da fuori area, supera il portiere genoano Girardi regalando il vantaggio ai blucerchiati dopo pochi minuti; in chiusura di primo tempo tuttavia Oscar Damiani sfrutta una respinta del portiere Di Vincenzo scavalcandolo con un soffice pallonetto.

Al rientro dagli spogliatoi accade l’impensabile: Pruzzo sbaglia un rigore ma a dieci dalla fine stacca sopra a tutti ammutolendo la Sud e regalando ai rossoblù una storica vittoria “esterna”. Vittoria che, sommata alle sconfitte casalinghe – forse un po’ cercate – contro Foggia e Bologna, costrinsero la Sampdoria ad una tragica retrocessione in Serie B.

 

"Solo passaggi e passaggi, passaggi di tempo"

“Solo passaggi e passaggi, passaggi di tempo”

“Il Genoa non appartiene né ai dirigenti, né ai giocatori, né all’allenatore. Il Genoa è del popolo rossoblù”

Franco Scoglio

sampdoria genoa derby

“Squadra che vince scudetto è quella che ha fatto più punti.”

Vujadin Boskov (16/05/1931 – 27/04/2014)

sampdoria genoa derby

SAMPDORIA 1 – 2 GENOA

25/11/1990

Ogni tifoso rossoblù non può non aver quantomeno sentito parlare di Branco. Ma chi è Branco?

Cláudio Ibrahim Vaz Leal, in arte Branco, nella storia dei derby ricorda a tratti la figura moderna del Rafinha: una sua punizione magistrale sotto la Gradinata Nord regalò la vittoria al Genoa, mentre la foto di quell’istante diventò una celebre cartolina.

La cartolina di Buon Natale. Si fa per dire.

"Qui nel reparto intoccabili, dove la vita ci sembra enorme"

“Qui nel reparto intoccabili, dove la vita ci sembra enorme”

SAMPDORIA 2 – 2 GENOA

15/03/1992

Un derby folle, pazzo, un pareggio spettacolare.

"Chicco e Spillo"

“Chicco e Spillo”

 

Il primo tempo è una giostra di emozioni, come se il trenino di Casella si fosse spostato per 45 minuti al Ferraris: capitan Gianluca Signorini apre le marcature dopo pochi minuti con un gran colpo di testa su calcio d’angolo, ma quello di Katanec su cross di Lombardo al quarto d’ora pareggia la partita.

I rossoblù tornano avanti con un tiro di Bortolazzi su punizione dal limite, ma Bobby-gol Roberto Mancini su punizione dal limite riacciuffa la partita allo scadere del primo tempo.

Roberto Mancini e Gianluca Signorini, da una parte la classe cristallina e dall’altra il cuore del capitano. A 14 anni dalla scomparsa del numero 6, portato via dalla crudele devastazione della sclerosi laterale amiotrofica, rimane doveroso ricordare la compostezza e la saggezza di un giocatore d’altri tempi.

Signorini è diventato per i Genoani più che mai emblema dell’uomo vero, dell’uomo pulito e degno di rispetto.

sampdoria genoa derby

“Vorrei alzarmi e correre con voi, ma non posso. Vorrei urlare con voi canti di gioia, ma non posso. Vorrei che questo fosse un sogno dal quale svegliarmi felice, ma non lo è. Vorrei che la mia vita riprendesse da dove si è fermata.”

GENOA 2 – 1 SAMPDORIA

08/05/2011

Se quello del 1992 è stato folle questo non ha davvero senso.

La Samp è sul lastrico, una sconfitta metterebbe benzina su una classifica già abbastanza infuocata e sancirebbe quasi matematicamente la retrocessione in Serie B; il Genoa, dal canto suo, può contare su un sereno centro classifica.

Floro Flores e Pozzi – compartecipazione di uno sbadato Eduardo – sono gli acuti, ma l’assolo rossoblù arriva all’ultimo istante e si chiama Mauro Boselli. Prima di allora perfetto sconosciuto, fatto sta che il giorno dopo gli stavano intitolando una via.

Via Mauro Boselli, il retrocessore.

“Boselli trattenuto, Boselli si gira, Boselli col sinistro, Boselli!”

GENOA 2 – 3 SAMPDORIA

05/01/2016

I tempi sono cambiati ma i colori restano gli stessi.

L’ultimo derby va ai blucerchiati, come altri 34 nel corso della lunga storia di battaglie, in cui si sono visti altrettanti pareggi e 23 vittorie del grifone.

Genoa al quart’ultimo posto e Sampdoria qualche posizione sopra. Il primo tempo è un dominio blucerchiato, il secondo rossoblù. Novanta minuti dalle grandi emozioni, normale amministrazione se si parla di un derby di Genova. La prima del 2016 è però una partita folle, un po’ per lo 0-3 iniziale della Samp e un po’ per il tentativo di rimonta rossoblu finito sugli scogli per pochi centimetri.

Tutto di prima, tutto veloce, tutto molto bello

La doppietta di Leonardo Pavoletti non è abbastanza, Soriano per due volte e nuovamente Eder sono riusciti a far dimenticare al Genoa come si vince. Già, perché una vittoria rossoblù manca ormai dal 2013, quando il trio Antonini-Calaiò-Lodi regalò un rotondo 3-0 alla Gradinata Nord.

"Perché c'è un filo, un filo che mi porta dritto a lei"

“Perché ci lega un filo, un filo che mi porta dritto a lei”

 

Nella città dei pescatori e dei sognatori, nella città dei mari e dei monti, delle colline e dei prati verdeggianti, nella patria del risparmio e della misericordia, fra orizzonti e mille colori il Derby della Lanterna non è una semplice partita: è una scelta di vita.

E come tale va percorsa fino in fondo.

Proprio come quando si attraversa una mulattiera, chiamata in genovese crêuza de mä e titolo di una celebre canzone del maestro Fabrizio de André. Che poi, a dirla tutta, non è nemmeno amato da tutti per via della sua mai nascosta passione per il Genoa, passione che molti blucerchiati non riescono a perdonargli.

genova

Ma se vivi ogni giorno respirando l’aria frizzante di Genova, se la conosci fino in fondo, sai che il mugugno è alla base di tutto e sai che in fondo in fondo è tutta una messa in scena. Una voluta ed ostentata esagerazione.

Perché se scegli di tifare Sampdoria devi parlare male del Genoa e viceversa, perché se vivi a Genova ami il derby.

In tutte le sue sfumature, sfumature rossoblucerchiate.

sampdoria genoa derby

sampdoria genoa derby

sampdoria genoa derby

sampdoria genoa derby

sampdoria genoa derby

Scritto e disponibile su Numerosette.eu
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Somewhere only we know

Prendete una matita ed un foglio di carta.

Cominciate a muovere la mano qua e là, lasciatevi andare e lasciate che la fantasia vi trasporti lungo le infinite strade della mente umana.

Prendete un disco vecchio, impolverato, oppure aprite i vostri ipod, le vostre piattaforme multimediali: insomma, mettete una colonna sonora che vi faccia rilassare.

Ci vuole, ci vuole dopo una serata come quella di ieri.

Capiamoci, nessuno di noi avrà la forza interiore né la voglia di andare a festeggiare con loro in Inghilterra, non credo nemmeno sia giusto invadere un territorio che non è tuo con l’ignoranza di chi mastica la Premier League davanti alla televisione.

Un piccolo quadretto inglese? Proverò a dipingervelo, sfruttando quel poco di esperienza che mi sono fatto per i campi di Premier League e Championship.

L’inglese tipicamente è calciofilo, amante del pallone e delle pints.

Il matchday è sacro, non si discute nemmeno con le mogli e le fidanzate, che anzi si trovano spesso a dover accompagnare figli e mariti allo stadio. Che poi chi l’ha detto che non tifino più dei maschietti? Nessuno, appunto, ce lo insegna anche Regina Elisabetta II che si professa una supporter del ricco ma poco fortunato Arsenal. Buon sangue non mente.

Durante la settimana non esistono talk show all day long come in Italia, forse meglio così, fatto sta che dal lunedì al venerdì i “cheers mate” sono talmente impegnati a lavorare che difficilmente trovano il tempo per sedersi davanti alla tv a seguire trasmissioni sulla loro squadra.

Non chiedetemi come ma ogni loro discorso sulla metropolitana, sul treno o su un semplice autobus rossastro riguarda il football: Sun e Daily MailMirror e Guardian, il clamorosamente gratuito Evening Standard e mille altri newspaper rimangono sempre pronti a riferire qualsiasi notizia si possa diffondere a macchia d’olio nell’isola forse più bizzarra del mondo.

Fa quindi rabbrividire ed allo stesso tempo sorridere vedere la profanazione di questo mito, vedere il Chelsea ridotto a dover fare il ruolo della damigella d’onore per Claudio Ranieri, in cui nessuno ai Blues aveva creduto e che ora si è preso la rivincita con interessi, arretrati e Barclays Premier League nella valigetta.

Sul treno in questi mesi non si parlava più di United e Arsenal, non più delle solite diatribe fra prime della classe, si parlava di tutto fuorché di qualcosa che non avesse a che fare con le Foxes.

Persino il mio barber, sapendo che ero italiano, mi ha chiesto cosa pensassi di Ranieri: cosa avrei dovuto dirgli? “He’s italian man, he’s mad” ovviamente.

Ieri sera ho guardato la televisione e mi è venuta quasi l’impressione che il Leicester fosse campione.

Non si comanda il cuore, quest’anno nemmeno il Leicester.

E’ stata una stagione indescrivibile, una squadra ha deciso di sbattere qua e là i pregiudizi e si è riscoperta come William Wallace in Breavehart, con l’unica differenza che loro non hanno avuto bisogno di chieder pietà al popolo inglese per salvarsi. Non hanno dovuto, perché tutto il Regno Unito – eccezion fatta per la parte bianca di Londra del Tottenham, artefici di un’impresa in ritardo – si è schierato dalla loro parte. Dalla parte delle Foxes, dalla parte di Robin Ranieri che ruba ai ricchi per dare ai poveri.

Credevano di poter fare uno scisma, si sono ritrovati a capo di una rivoluzione.

Foto di Lorenzo Semino

“Seguitemi laggiù, ci sono le stelle”
Foto di Lorenzo Semino

 

In questa settimana vi racconteremo, giorno per giorno, la favola senza fine di una squadra memorabile che ha fatto della poca esperienza il punto di forza, del digiuno la propria fame di successi, che ha fatto del calcio un meraviglioso – anche se scarabocchiato – ritratto di vita.

A proposito di scarabocchi, se guardate il foglio su cui avete fatto scorrere la vostra fantasia troverete anche il vostro disegno; dicono che usando questa tecnica si rivedano le immagini che più ti sono rimaste dentro durante il giorno, io sono sicuro che se guardate bene ci trovate qualcosa.

Magari la faccia di Sir. Claudio, magari le reti di Vardy, magari l’immensa possenza di Morgan o magari ancora qualcos’altro che vi rimandi all’impresa meravigliosa del Leicester.

Una scalata inarrestabile, un esempio di coraggio e rivoluzione.

Probabilmente l’anno prossimo sarà tutto finito ed il Leicester rimarrà soltanto un bagliore di luce in un concerto di canzoni monotòne, ma come direbbe l’amico Chris Martin “meglio essere una virgola piuttosto che un punto.”

Nel vedere il Leicester campione, madre ho imparato l’amore.

 

"Us against the world"

“Us against the world”

Scritto e disponibile su Numerosette.eu
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Educazione siberiana

Un momento, fermi tutti. La Siberia meglio non nominarla.

A dire il vero converrebbe non nominare proprio la Russia, visto che Andriy ha rifiutato un’offerta faraonica da San Pietroburgo presentando come motivazione: “Non vado a giocare per gli invasori della mia Ucraina”.

Per alcuni l’erede di Sheva, per altri soltanto uno spaccone, per gli amanti del contropiede un semplice gioiello da cristalleria. Signore e signori: Andriy Yarmolenko.

yarmolenko

“La vera arma del gentiluomo è l’eleganza”

 

VITA DI PERIFERIA

“La Dinamo ha fatto tanto per me, posso dire che è una seconda famiglia. Se non ci fosse stata la Dinamo nella mia vita, non so dove sarei adesso. Questa società mi ha reso quel che sono oggi. Io non posso che esserle grato per tutto ciò.”

 

Ci sono giocatori il cui talento si vede fin da quando sono bambini, giocatori che ti fanno chiedere “ma sto davvero vedendo tutto questo?” salvo poi perdersi nelle grotte delle giovanili aspettando il tanto atteso salto di qualità.

Questo stava per capitare anche a lui, ad Andriy Yarmolenko, giovanissimo bambino che venne bloccato all’istante dagli scout dalla squadra più importante d’Ucraina: la Dinamo Kiev.

Non facile ambientarsi in una realtà così grande quando hai solo 12 anni, lo è ancor di meno se sei stato abituato fin dal giorno prima a fare magie per pochi intimi in uno stadio intitolato a Yuri Gagarin, noto cosmonauta ucraino.

Jurij Alekseevič Gagarin è stato un cosmonauta, primo uomo a volare nello spazio il 12 aprile 1961.

Jurij Alekseevič Gagarin è stato un cosmonauta, primo uomo a volare nello spazio il 12 aprile 1961.

 

La storia di Andriy Mykolaiovich Yarmolenko comincia infatti alla Desna Chernihiv. squadra dal nome tanto complicato quanto importante per la crescita del ragazzo che, dopo un paio di mesi da fantasma, chiede e ottiene il permesso di ritornare a giocare proprio a Chernihiv.

Qui si rigenera, torna il fenomeno di sempre, quello schiacciasassi troppo alto per essere contrastato ma talmente veloce da lasciare tutti storditi: del resto l’aria di casa fa sempre bene.

Una squadra lungimirante sa bene di non dover mai perdere di vista chi anche se per pochi mesi è stato ritenuto all’altezza, infatti dalla Dinamo Kiev viene mantenuto costantemente un occhio di riguardo. Un riguardo che diventa offerta irrinunciabile quando, nel 2007, le Merengues dell’Est tornano a bussare alla porta di casa Yarmolenko: questa volta ha le valigie già pronte, ormai è temprato.

 

“IL RAGAZZO SI FARA’, ANCHE SE HA LE GAMBE STRETTE”

L’11 maggio 2008 arrivano nello stesso giorno l’esordio in Dinamo – Vorskla Poltava e il primo gol in maglia bianco blu: praticamente un predestinato.

In una partita clamorosamente rocambolesca, la Dinamo passa in vantaggio nel primo tempo salvo poi venire recuperata dai rivali in maglia verde del Vorskla; di qui un susseguirsi di emozioni, con due rigori sbagliati dai padroni di casa fino al momento dell’ingresso di Yarmolenko.

Numero 70, capelli spettinati e fisico ancora non pervenuto, fatto sta che la palla del match arriva a lui. Punizione calciata nel classico mischione dell’ultimo minuto, doppia deviazione che costringe il portiere a un miracolo in tuffo ma sulla ribattuta c’è il giovane Yarmolenko.

Gioco, partita e incontro.

 

“MI HANNO INSEGNATO CHE LA VITA E’ UNA GUERRA E ORA SO COME COMBATTERLA”

yarmolenko

“Il nostro staff tecnico ci vuole aggressivi sia in difesa che in attacco. In questa maniera possiamo gestire il possesso palla e attaccare più che difendere.”

 Arrivano i titoli con la squadra e quelli personali; grazie alle oltre 100 reti da quanto veste la maglia della Dinamo Kiev e alle prestazioni da urlo con la nazionale ha vinto sia nel 2013 che nel 2014 il premio come “Miglior Giocatore Ucraino” dell’anno. Con l’amico Konoplyanka si spartiscono premi, oltre alle fasce quando si gioca in nazionale; Andiy un’ala destra, Yevhen un attaccante che ama partire dalla sinistra per rientrare e chiudere col piede destro.

Ad oggi in Prem’er-Liha, Yarmolenko può superare il record personale di reti (12), stabilito nella stagione 2011-12 ed eguagliato nel 2013-14.

Andriy Yarmolenko con gli anni è cresciuto, lo ha fatto tanto con la Dinamo quanto con la nazionale Ucraina, che si prepara a fare da outsider nel girone con la Francia, puntando tutto proprio sulla coppia d’acciaio con Konoplyanka.

Yarmolenko ama alla follia partire dalle corsie laterali, accentrarsi con un guizzo e scaricare sul secondo palo un colpo potente e chirurgico.

E’ un’ala destra atipica ma veloce che illumina da anni un campionato per il resto dalle luci soffuse come l’Ukrainian Premier League.

Grafico tratto da WyScout, sponsor ufficiale numerosette.eu

Grafico tratto da WyScout, sponsor ufficiale numerosette

 

Dal punto di vista realizzativo non è di certo un bomber irrefrenabile, ma il gioco di Yarmolenko è principalmente rivolto a mandare a rete compagni di squadra; i dati d’interazione con i compagni mostrano infatti come il 71% dei suoi passaggi nella metà campo avversaria sono diretti verso la porta, e tra questi il 58% sono andati a buon fine.

 

 

GIOCARE ALLA YARMOLENKO

Yarmolenko è un giocatore che abbellirebbe ogni tridente, decisamente più alto degli standard per un “winger” visti i suoi 189 centimetri ma dotato di una velocità straripante.

yarmolenko

 

 

 

 

 

Una delle specialità della casa è il colpo di tacco “a rientrare e disorientare”, quella giocata tanto esteticamente fastosa quanto materialmente efficace per mandare al bar il diretto avversario che si aspetterebbe un dribbling in progressione. Non è di certo il primo né l’ultimo esterno d’attacco a farne uso, non in ultimo Cristiano Ronaldo ama prendersi gioco degli altri con questo trucco, ma almeno una volta a partita vedrete Yarmolenko tentare di saltare qualcuno con il tacco: evidentemente gli piace e basta.

Il tiro è potente e caratterizzato dal collo del piede teso e un’escursione breve della gamba dopo la conclusione, tiro che viene liberato quasi sempre da posizione defilata rispetto al centro dell’area; proprio per questo, dovendo superare il portiere spesso ben piazzato, occorre un pallone liftato che vada a freddare l’estremo difensore sul primo o sul secondo palo.

yarmolenko

Yarmolenko ama partire da lontano andando a recuperare il pallone anche in mezzo al campo, se necessario, salvo poi ributtarsi a capofitto verso l’area di rigore

Il tiro è un bolide: ciao Everton e Howard può solo guardare

Il tiro è un bolide: ciao Everton e Howard può solo guardare

 

Andriy Yarmolenko non è un giocatore come tutti gli altri.

Non lo era da bambino e non lo può essere di conseguenza neanche oggi, a 26 anni e con un Europeo all’orizzonte.

Yarmolenko non è come tutti gli altri soltanto perché ha scelto di non esserlo, perché ha scelto di lasciare la Dinamo per tornare nello stadio di Yuri Gagarin, perché alla Dinamo è poi tornato e ora le giura amore eterno, non è come tutti gli altri perché fondamentalmente lui gli altri non li vede nemmeno. Nel 2013 rifiutò lo Zenit dicendo che non sarebbe andato a giocare per il paese che sta invadendo la sua Ucraina.

Beh, solo per dovere di cronaca, Andrij Mykolajovyč Jarmolenko è nato proprio a San Pietroburgo.

Ma a lui non importa dove sia nato, l’educazione che ha ricevuto in Ucraina glielo ha insegnato.

“Si nasce, si cresce, si lavora, si muore. Alcuni si godono la vita, altri no: noi la combattiamo.”

yarmolenko

“Da quassù la Terra è bellissima, senza frontiere né confini” (Yuri Gagarin)

Scritto e disponibile su Numerosette.eu
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