Tutti gli articoli di Lorenzo Semino

Chiedimi se sono Felipe

L’involuzione inspiegabile, il tramonto del fenomeno, il Manchester United e quei fantomatici 40 milioni.

A pochi mesi di distanza da quei rumors e ad un passo dalla nuova stagione, vedendo un Bielsa che – voi avete notizie? – sta arrivando, non possiamo non porci una domanda che suona più come un comune dubbio esistenziale per gli amanti della Serie A:

Felipe Anderson che fine ha fatto?

Chiunque

“Si, lo so, hai ragione, scusami”

 

Bene, i numeri del talento brasiliano di Brasilia – più di così non si può – hanno fatto sognare ad occhi aperti qualsiasi tifoso biancoceleste, ma non solo lo Stadio Olimpico: il tocco di palla è raffinato, la classe superba ma la testa troppo leggera.

Mi spiego meglio, trovo inutile e poco produttivo addentrarsi nella psicologia di un giocatore che né conosciamo personalmente né avremo mai l’opportunità di farci come amico, tuttavia l’involuzione di Anderson sembra decisamente più dettata da una carenza psicologica che da una mancanza di talento.

La dote primaria di Anderson è la velocità di pensiero, qualità abbinata in maniera clamorosamente efficace ad un controllo di palla quasi unico: lui non tocca il pallone, lo sposta pizzicandolo.

Si tratta di un giocatore annoverabile nella lista dei futuristi, quei forward thinkers che tanto fanno esaltare il tifoso medio ma che troppo spesso cadono nella trappola del troppo amore per sé stessi.

Un esempio veloce per poter comprendere l’essenza del Felipe più sbarazzino di sempre? Nessun problema.

In questi giorni ha dimostrato attaccamento alla nazionale brasiliana esprimendo la sua totale volontà di vestire verdeoro per le Olimpiadi di Rio, competizione alla cui partecipazione vuole assolutamente che la Lazio non si opponga anche a costo di deteriorare i rapporti con Lotito:  “Io ho un’opportunità importante e devo sfruttarla, non ho ancora parlato con la società ma sa cosa voglio e quindi ribadirò il concetto” ha sindacato Anderson.

A proposito di quel “sa cosa voglio” che lascia un po’ il tempo che trova, voi avete mai capito quale sia la volontà del brasiliano? Restare alla Lazio per davvero o cambiare aria? Se lo aveste fatto aiutatemi e ditemelo, io continuo a vederlo come un minerale tanto bello quanto grezzo, tanto prezioso quanto ancora tutto da scoprire. Non bastano una ventina di reti in 80 partite – che non sono comunque poche – per potersi arrogare il diritto di esser chiamato top player, perché i giocatori indispensabili ad oggi sono altri. Candreva e Parolo tirano le fila del gioco, Anderson lo illumina con la stessa facilità con cui lo spezza quando incappa in una giornata storta.

Se poi ti cerca anche il Manchester United, probabilmente, è anche per la nota predisposizione dei Red Devils a comprare i giocatori con quel cognome nella speranza di superare il trauma dei 31.000.000 di euro spesi per il portoghese Anderson Luís de Abreu Oliveira; se capitasse l’occasione credo che metterebbero sotto contratto anche l’attore Wes Anderson, ovviamente sto scherzando. Sicuramente tuttavia l’interesse, pur essendosi palesato in maniera limpida nella scorsa finestra di mercato, non era poi così vivace ed intenso come quello mostrato per altri giocatori, anche perché i 40.000.000 richiesti dalla Lazio non hanno sicuramente spaventato una squadra che ne ha appena spesi 38 per Eric Bertrand Bailly, se va bene persino meno noto della stella biancoceleste.

Nemmeno loro erano convinti, ad Old Trafford viene solo gente sicura di far bene, sono bastati gli Anderson portoghesi e persino i Memphis Depay.

felipe anderson

Continueremo a vederlo un talento discontinuo o comincerà un bel giorno a capire cosa voglia realmente dalla vita fortunata che si è trovato a vivere nella capitale più bella del mondo? Continuerà nel suo attuale percorso di alti e bassi in un sottofondo generale di semplici e sommesse chiacchiere o sceglierà di viaggiare in autostrada? Continuerà a piacersi troppo o comincerà ad essere felice?

Comincerai a farti scegliere

o finalmente sceglierai 

Fabrizio De Andrè

Scritto e disponibile su Numerosette.eu
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L’Italia che non ha paura

Francesco De Gregori non parlava di Nazionale di Calcio quando scrisse una canzone ancora oggi annoverata fra le più patriottiche di sempre, sicuramente gli argomenti importanti della vita sono altri ed il lutto al braccio con cui gli Azzurri hanno giocato ieri sera ne è la prova vivente. È proprio questo il punto, il calcio e lo sport con la loro vitalità riescono a donare energia a tutto quel che non ne avrebbe altrimenti, ci fa piangere e gridare di gioia, riesce a far muovere chi non è abituato a fare neanche un passo per alzarsi dal divano.

Pellè e Zaza hanno rappresentato l’immagine del giovane inesperto, voglioso di rompere gli schemi ma ancora troppo acerbo per prendersi sulle spalle un colpo da maestro o una rincorsa troppo istrionica, Matteo Darmian fa quasi tenerezza per la voglia di segnare che si è trasformata in un rigore sbagliato, Mattia De Sciglio è il silenzioso che si è preso la rivincita, il centrocampo azzurro ha dimostrato come non sia impossibile rimpiazzare il trio Marchisio-Verratti-De Rossi in maniera più che dignitosa.

La difesa italiana è il patrimonio culturale della nostra penisola, unico ed inarrivabile, Boateng docet.

Peccato solo che l’industria dei cucchiai, con il pensionamento di Andrea Pirlo, andrà ben presto rivoluzionata onde evitare di vendere cara la pelle per colpa di qualche teenager poco abituato alle “Notti Magiche” che hanno reso enorme una nazione da tutti considerata come il “Paese delle Meraviglie”. Non è facile, ci vuole esperienza, ci vuole meno brillantina e più personalità: ricordiamoci che prima dell’invenzione del vocabolo “Goldigrosso” per la rete contro i tedeschi nel 2006 il nostro Fabio era soltanto un terzino quasi sconosciuto e come tale è poi rimasto, quindi c’è davvero speranza per tutti.

Poi avevamo registi e pittori, Del Piero e Totti, questo è vero ma è meglio non pensarci e fare i conti con il tempo che passa.

L’Italia di oggi è questa, lo abbiamo dimostrato tanto in politica quanto nel calcio, con l’unica differenza che un rigore calciato in maniera pittoresca o un gesto del “cucchiaio” a precedere una carezza verranno dimenticati molto presto, oltre a non provocare altro se non un po’ di mal di pancia o una notte passata a voler dimenticare,  che comunque non è poco.

L’Italia è così, prendere o lasciare, riusciamo a farci notare anche quando arriviamo in terra nemica privi dei nostri pezzi pregiati – Marchisio e Verratti, non smetterò di ripeterlo – e con uno zainetto in spalla da turisti un po’ sui generis.

Antonio Conte, però, ha avuto il grande merito di mettere in mostra un’Italia che lavora, l’Italia che non muore, l’Italia con le bandiere, l’Italia del 12 dicembre, l’Italia povera come sempre.

E si, anche quella del 1° di Luglio.

L’unica fortuna, se di fortuna vogliamo parlare, è che grazie alla mancata vittoria di ieri torneremo ancora una volta a parlare di cose serie, quindi prendiamola con filosofia ricordiamoci che la sconfitta è soltanto una parte del gioco.

Anche se, a dirla tutta, non abbiamo neanche perso, perché una rigirata è tanto crudele quanto poco realista.

Ce ne andiamo più da Matteo Darmian che da Zaza, ma questa è un’altra storia: l’italiano è così, prendere o lasciare.

“Se fossi stato al vostro posto, ma al vostro posto non ci so stare”

Fabrizio De André

Pittoreschi, trasandati e raffazzonati, unici nel nostro essere differenti.

 

Once upon a time

Islanda. Iced land. Iceland. Terra ghiacciata. Disfatta.

Roy Hodgson ha perso, ha perso l’Inghilterra e un modo di concepire il calcio. Hanno perso la pacatezza e l’aplomb tipicamente british del manager più sfortunato di sempre, ha vinto la “garra” islandese decisamente più calda del clima freddissimo in cui vivono gli abitanti di Reykjavík.

I ragazzi di Lagerback, che se la vedranno con la Francia, nonostante i 323.000 abitanti potranno contare su milioni e milioni di simpatizzantiall over the world.

Troppo facile ironizzare sul binomio uscita dall’Unione Europea della Gran Bretagna-uscita dall’Europeo degli inglesi, troppo facile ma anche altrettanto doveroso vista la figuraccia immensa di cui si sono resi partecipi Wazza e compagni.

Non ci piace essere sadici né gratuitamente perfidi, quindi andiamo per gradi, analizziamo i motivi della sconfitta.

Qualche settimana prima delle convocazioni avevamo delineato un’Inghilterra ideale, con un centrocampo clamorosamente variopinto ed un attacco solidissimo, oggi rileggere quelle righe fa quantomeno sorridere.

La vera delusione è stata per molti la mancata convocazione di Danny Drinkwater, che ha causato un tentativo di referendum popolare dal titolo:

inghilterra drinkwater

La petizione l’ha lanciata un mio amico, parrucchiere di John Terry e Gary Cahill, ma non è stato molto fortunato.

Alla fine l’Inghilterra è arrivata comunque in Francia, lo ha fatto senza stupire ma qualificandosi al secondo posto più per “colpa” di una Russia arrembante nella prima uscita e di un super Galles per tutta la durata del Girone che per demeriti personali.

A dire il vero, a costo di sembrare ripetitivo, la mancata convocazione del “Daniele Bevilacqua” anglosassone ha causato un enorme misunderstanding a centrocampo: Wayne Rooney.

C’era una volta il centrocampo messo in campo prima dell’Europeo: la classe di Alli, la duttilità del metodista Dier e la sostanza necessaria di un gregario come James Milner.

england

L’Inghilterra arrivava con tante ambizioni ed un altrettanto consolidato consenso popolare: le vittorie contro i francesi ed i portoghesi avevano confermato come i Red Lions fossero finalmente diventati una squadra rapida, moderna ed infinitamente ricca di alternative.

Proprio le substitutions hanno però svolto un ruolo salvifico e controproducente allo stesso tempo: da una parte hanno risolto le partite che si erano messe male – vedi Galles – ma dall’altro non hanno portato neanche un briciolo di continuità ad una squadra che non faceva – e non fa – la storia fuori dalla Manica da ormai dieci lustri.

Vardy o Kane? Sturridge o Rashford? Sterling o Lallana? E Rooney?

 “Seriously?”

Sono troppe le scelte possibili in attacco per un allenatore che ha scelto di giocare con il 4-3-3, modulo offensivo ma poco comodo per 6 punte se due dei tre attaccanti sono ali veloci e poco ben piazzate fisicamente: Sterling e Lallana non possono essere scambiati con Sturridge e Vardy, fin qui ci arriviamo tutti, ma Roy si è voluto ostinare.

La soluzione era sotto gli occhi, talmente vicina da non essere stata vista da nessuno: la soluzione, secondo noi, si chiama cinismo, quello sconosciuto che non si è visto nelle quattro sfide di Euro 2016 a causa – soprattutto – di un gioco poco quadrato e strutturato per vincere le partite dominando l’avversario. Già, perché le partite si vincono soprattutto a centrocampo, ma se ad impostare si mette Wayne Rooney anziché un veterano come Milner o la sorpresa Drinkwater, rischi di pagarne le conseguenze.

Probabilmente con un modulo diverso, magari un 4-4-2 meno ambizioso, un paio di uomini in area avrebbero potuto chiudere le partite più difficili come l’assedio slovacco o la sfortunata avventura contro la Russia, ma Hodgson ha cercato di stupire tutti con un artificio che purtroppo si è rivelato doloroso più che appariscente e pirotecnico.

Un po’ di semplicità non avrebbe forse fatto male, soprattutto dopo aver visto Harry Kane battere i calci d’angolo, fatto che mi ha personalmente fatto salire la glicemia di qualche gradino.

 Lo strano caso del Kane che batte i calci d’angolo

Probabilmente si parla soltanto di aria fritta, un fish and chips di occasioni perse e gettate al vento, anche perché una vittoria contro la Russia avrebbe probabilmente portato fiducia nei mezzi e un po’ di stabilità in più all’interno dello spogliatoio, fatto sta che così non è stato e che gli inglesi sono usciti agli Ottavi di Finale.

Non per fare i Lineker della situazione, ma la sconfitta di ieri fa un po’ male.

gary lineker

Sarebbe bello potersi sedere in panchina, mostrare serenità a 360° per 90′, non preoccuparsi di nient’altro se non del proprio cravattino e vedere persino la squadra vincere senza troppi crucci. Il viso rugoso di Roy Hodgson è però tutto un programma, foriero nonostante tutto di un senso di insostenibile leggerezza e passione per la vita morigerata, di simpatia verso chi è stato soprannominato per anni “pasticcino”. Vista la capacità tipicamente inglese nel creare torte e dolciumi, credo possa averlo preso quasi come un complimento.

Fatto sta che ha vinto l’Islanda, squadra che non può permettersi nemmeno di cambiare i cognomi: passare da Sigurdsson a Sigthorsson sembra già un’impresa.

A proposito di impresa, loro l’hanno fatta sul serio.

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Siamo antipatici perché vinciamo

Chi l’avrebbe mai detto.

“Sono antipatico perché vinco-o”

Antonio Conte

A chi non è mai capitato il contrario.

Scrivevo qualche settimana fa come essere simpatici perché eternamente sconfitti è piuttosto facile, soprattutto se ti chiami Haiti e ne prendi 7 da un Brasile ai minimi storici, ma se non convochi la coppia Jorginho-Bonaventura quando alleni e rappresenti l’Italia aspettati una pioggia di critiche. Critiche che sono piovute eccome, ma Antonio Conte le ha cercate e le ha anche sapute apprezzare.

Sul 10 a Thiago Motta sono d’accordissimo – sono anche genoano, cercate di capirmi – vista la sua clamorosa ed unica capacità di giocare da fermo, un unicum nella nazionale più mobile degli ultimi tempi: la partita con il Belgio lo ha dimostrato, il gioco azzurro “contiano” è una macchina precisa ed instancabile, la benzina non finisce finché i giocatori non smettono di correre come dei forsennati, l’impresa di ieri pomeriggio l’ha confermato con undici puntini sulle “i”.

L’unica preoccupazione resta ovviamente la mancanza di ricambi per un ingranaggio che l’altro ieri ha nuovamente funzionato ma può darsi che contro la corazzata tedesca non riesca a fare lo stesso: Verratti e Marchisio, in questo senso, avrebbero garantito quella classe che è qualità a prescindere dalle giornate si o da quelle no, avrebbero assicurato due cognomi importanti nella formazione titolare, ma la storia del calcio insegna che non tutte le nazionali vengono fuori con il buco.

Noi siamo fatti strani, ma in fondo ci piace infinitamente sapere di esserlo.

La Spagna si è inchinata a una delle nazionali meno assortite di sempre, con un centrocampo – non posso non ripeterlo, è la verità – raffazzonato ma estremamente efficace, con un’organizzazione e spirito di squadra tipico però di chi gioca insieme da mesi, per non dire anni.

È così, ieri lo abbiamo definitivamente visto tutti. Abbiamo messo in ginocchio una squadra capace di subire solo due reti in 3 partite – entrambe contro la Croazia – senza nemmeno aver dato l’idea di aver faticato troppo per farlo. Ci siamo persino concessi il lusso di sbagliare un paio di occasioni clamorose, rischiano di venire riacciuffati da Piqué per poi freddarli sul più bello: 2-0, sentiamo ancora una volta quel magico “facciamo le valigie” e ci siamo risentiti fieri di essere azzurri.

Noi ci credevamo fin dall’inizio, sebbene ci fossimo ufficialmente autoproclamati portatori del messaggio “Jorginho va convocato”, ci credevamo perché Conte è tutto fuorché stupido.

È l’unico allenatore ancora abituato a creare squadre prima ancora di selezionare i giocatori più forti, è italiano come noi e sa benissimo cosa significhi partire per una spedizione nazionale.

E ha pure un ottimo tocco di palla, ma questa è un’altra storia.

 

Nel report di fine gara abbiamo provato ad analizzare in maniera rapida ma chiara la partita che ha messo fine al dominio spagnolo in Europa, ora non ci resta che goderci l’impresa ed aspettare la Germania senza rimpianti. Senza Marchisio e senza Verratti, ma soprattutto senza paura.

Ben alzati, sentitevi un po’ come De Rossi dopo aver umiliato – senza volerlo – Don Andrés Iniesta.

Io non mi sento Italiano, 

ma per fortuna,

per fortuna lo sono.

Giorgio Gamer

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Essere Kroos

“Non parla tanto, ma ogni suo lancio è una parola chiara e decisa in un concerto di ombre”

Anonimo

Va bene, la citazione ce la siamo inventata noi.

Siamo stati costretti a farlo perché, ahinoi, Toni Kroos è un giocatore di poche – pochissime – parole. Per fortuna in campo è un professore di grammatica e letteratura, ama dialogare con i compagni e mettersi al centro di ogni iniziativa collettiva, alle parole di fronte ai microfoni preferisce i tocchi leggeri e morbidi, piuttosto che spiccicare una sillaba ci regala una delle classiche sventagliate, alle sterili polemiche di mercato preferisce far nascere discorsi giganteschi in mezzo al campo. Lui è la proposizione principale, gli altri le subordinate.

Toni fa anche da solo.

Toni fa anche da solo.

KROOS ERA

Nel 2006, mentre noi italiani godevamo per il trionfo mondiale gloriandoci della genialità di Andrea Pirlo, il Bayern Monaco acquistava colui che ha sempre avuto il pittore di Brescia nella testa e nei poster in cameretta oltre che nei piedi: Toni Kroos arrivava in Baviera, ci arrivava camminando e senza spiccicare una parola. Tutto normale.

Riesce a dire “voglio giocare” soltanto dopo un anno, quindi l’esordio arriva soltanto nel 2007, anno in cui impara anche cosa significhi giocare in Coppa Uefa.

Tutta la carriera di Kroos è un lento ma costante crescendo, dimostrato dal fatto che il 6 novembre 2008 arriva anche l’esordio in Champions League a soli 18 anni contro la Fiorentina. Prossimo passo? La gloria eterna?

Un lato negativo il nostro architetto del centrocampo a dire il vero lo ha, si tratta del feeling con la porta: fenomenale a mandarci i compagni, è tanto timido con le persone quanto con le palle da tirare nello specchio. L’occasione deve arrivare, arriverà e la prenderà al volo.

Non proprio al volo, forse anche meglio.

Da questo momento in poi non ne salta più una: 27 presenze, una quantità indefinibile di passaggi e lanci lunghi, riesce persino a far sorridere van Gaal.

Arrivano due campionati e un brutto strappo al polpaccio, parentesi nera che ricorda a Toni di essere in fondo un essere umano come noi; il 25 Maggio 2013 alza la coppa con le orecchie di fronte ai rivali del Borussia e qualche giorno più tardi chiuderà la stagione con uno storico triplete.

Con l’avvento di  Pep Guardiola alza poi una Supercoppa UEFA, una Coppa del Mondo per club, una Coppa di Germania e già che c’è anche un altro Meisterschale: tutto sotto passa fra le mani di Kroos, tutto passa dai suoi scarpini.

Classica espressione da “Tanto non rinnovo”

 

C’è però un problema. Il ragazzino di Greifswald, città affacciata sul Mar Baltico, non parla con la società. Non lo fa perché è abituato a non esporsi se non quando viene interpellato dai diretti interessati, ma se questi si chiamano Bayern e hanno appena alzato più trofei che gomiti nelle tipiche birrerie tedesche è difficile che vengano a prostrarsi ai tuoi piedi. Anche perché in quegli anni al suo fianco ci sono giocatori del calibro di Xabi Alonso, Javi Martinez, Bastian Schweinsteiger ed il neo acquistato Thiago Alcantara, non proprio quattro frasi incidentali in analisi del periodo.

“Tutti vogliamo che resti ma dipende solo da lui”

Pep Guardiola

A proposito di periodo, quello storico, viene ufficializzato dal Real Madrid il 17 Luglio 2014 e lo stesso giorno put the pen to paper su un contratto faraonico e di sei anni. Ai campioni tedeschi in cambio 25.000.000 di Euro, consideratelo un prezzo di favore.

“Dai che ne riesco a fare più di Danilo” 

 

KROOS È

 

Il resto è storia recente, i numeri sono più chiari della sua carnagione, non fatevi ingannare dal suo modo di correre perché finirete per non cogliere l’essenza del centrocampista più moderno e luminoso del presente.

Il mondo di Toni è una macchina quasi perfetta, sbaglia uno stop ogni morte di Pepe – scusate, ma giocando nel Real Madrid entrambi era quantomeno doveroso – e riesce a dettare praticamente da solo i ritmi di un centrocampo che deve sostenere uno degli attacchi più forti della storia.

Modric è aiutato dall’agilità oltre che da una classe sopraffina ma fisicamente è un’incognita perenne, Casemiro è utilissimo a coprire gli spazi ed a sprazzi regala anche lampi di genio, ma la continuità e la stabilità di Kroos lo rendono unico ed indispensabile.

Gif kroos

Non so se ho reso l’idea

 

Pensavate che Don Andrès Iniesta fosse insuperabile? Sul fatto che sia meravigliosamente elegante e difficilmente imitabile siamo tutti d’accordo, ma il biondino con la cresta ha offerto numeri superiori a quelli dello spagnolo praticamente in ogni fondamentale:

  • 121.4 azioni a partita contro le 115.6 di Iniesta;
  • 71.4 passaggi (di cui il 97% riusciti) a partita contro 63.9 (di cui “solo” il 95% sono andati a buon fine);
  • 7.6 lanci lunghi contro 6.9 a partita, ancora una volta con una maggiore possibilità – seppur minima e quasi stucchevole – di esito positivo.

Diciamo che se il romanticismo e la nostalgia ci portano forse a dire Andrès, la macchina perfetta e più aggiornata per passaggi e cross, nel 2016, si chiama appunto – scusate, dovevamo almeno una volta – Toni Kroos.

Kroos iniesta

Davvero non vi fidavate? All credits to WyScout.com

KROOS SARÀ

Più di così è difficile andare avanti, andare oltre. Andare oltre non è davvero possibile, visto che si sta parlando di un giocatore contemporaneamente campione d’Europa con il club e del mondo con la Nazionale tedesca. Toni Kroos potrebbe però andare altrove, magari fra qualche anno e con una valigia piena di ricordi e altri trofei, magari per approdare in Italia o in Inghilterra, provando ad adattarsi al gioco minuziosamente tatticista della Serie A o alla ruvidità mista a velocità tipiche della Premier League.

Qualora riuscisse, tanto da noi quanto oltremanica, a dominare il centrocampo come sempre, senza far affidamento sul fisico possente che onestamente non ha mai avuto, allora si tratterebbe davvero di un fenomeno en plein air. Come se già non lo fosse.

Tanti passaggi, tutti perfetti, poche parole e soltanto fatti.

Così è (se vi pare) Toni Kroos.

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Quality vs quantity

              

“Allora, facciamo così, metto Vardy e levo Kane, poi pensavo, tu che ne dici se…Gary? Vabbé niente”

Roy Hodgson (semicit.)

Subs saved the Queen si potrebbe cantare da oggi.

A pensarci bene, l’unica e fondamentale vittoria in un girone rivelatosi particolarmente ostico è arrivata grazie alla coppia inedita Vardy-Sturridge, mentre il tandem di partenza diceva Kane-Sterling.

Le amichevoli precampionato avevano messo in luce una squadra nuova, non troppo piacevole da vedere ma piuttosto cinica, rapida – con Sterling cosa vuoi di più dalla vita? – ed acclamata a furor di popolo.

inghilterra

Fuori la Spagna e la Francia, colpiti nel basso ventre soltanto da un’Olanda che tanto non prenderà parte ad Euro 2016, altrettanto precisi con Germania e Portogallo. Nel mezzo ci sono i 2-1 cinici ed identici contro Australia e Turchia: 7 partite, 6 vittorie, 11 uomini messi davvero bene in campo.

La formazione tipo è questa, fate attenzione al centrocampo:

england

Milner garantisce solidità e dinamismo, Dier è il tuttofare per eccellenza, Alli la vera perla di un centrocampo particolarmente ben assortito.

Arrivato a bagnare i panni in Francia, tuttavia, Roy Hodgson è stato folgorato da una invenzione tanto innovativa ed affascinante quanto pericolosa: Rooney al posto di Milner, un fuoco d’artificio al posto del carburante.

england

Bene, ora, perché gli inglesi giocano così male? Fondamentalmente non perché lo cerchino, va anche detto che se in campo ci sono gli avversari un motivo dovrà pur esserci, ma fra Alli e Rooney non si trova nulla che rimandi al concetto di copertura: questo è un problema. Lo è se i tuoi due centrali sono noti per la lentezza, per quanto possano essere aiutati dal genio difensivo di Eric Dier, un vero e proprio predicatore nel deserto oltre che bravo a fare tutto.

Quel che rimane da una formazione simile è una squadra sbilanciata, dove tolto il “povero” Dier si tende sempre a cercare l’azione personale, si prova a stupire senza preoccuparsi delle conseguenze qualora il pallone venga clamorosamente e grossolanamente perduto. Fortuna ha voluto che le uniche reti siano arrivate da palle inattive, come nel caso della punizione di Bale, o da una chiara mancanza di organizzazione quando si tratta di difendere in maniera mista, un po’ a uomo ed un po’ a zona.

Il movimento con le braccia di Alli dice tutto, praticamente si scansa per la paura

Poco male, l’allenatore può davvero poco quando una partita viene gettata via per un episodio nel recupero, può poco ma perde tanto, perché con quei tre punti il discorso nel  girone sarebbe cambiato sensibilmente.

KEY PLAYERS

I due punti di forza della nazionale sono, probabilmente, proprio Eric Dier e Joe Hart, senza dimenticare una difesa che – le reti lo dimostrano – non ha poi concesso così tante palle gol.

england

Come dimostrato dalla statistica l’Inghilterra non commette grandi errori difensivi, anzi, i centrali sono spesso i veri salvatori della patria (All credits to FourFourTwo.com)

Quindi il problema inglese qual è? Se la difesa tutto sommato funziona, anche grazie ai due uomini sopra queste poche righe, dove sbaglia la squadra di Hodgson? Appunto, voce del verbo sbagliare, sbagliare sotto porta. 

I numeri parlano chiarissimo: contro la Russia sono arrivati 20 tiri, “soltanto” 15 con il Galles e addirittura 29 nell’assedio senza reti di qualche giorno fa, di fronte al muro slovacco.

Il grande paradosso è che l’Inghilterra ha probabilmente l’attacco più forte, sicuramente il più prolifico d’Europa: Kane e Vardy hanno segnato 49 reti in due, ma nell’abbondanza di punte non riescono a trovare continuità. Rashford e Sturridge sono troppo grandi per rientrare nella categoria delle riserve.

A Hodgson piace Kane, talmente tanto da reinventarsi un Rooney trequartista. Fondamentalmente il tecnico ex Inter non vuole privarsi dell’enorme potenziale offensivo di cui può disporre ma involontariamente, sbilanciando la squadra tutta verso l’area di rigore avversaria, crea un enorme voragine da cui è difficile fare uscire qualcosa di positivo.

Alcuni tifosi inglesi hanno indetto una petizione per far tornare a casa Raheem Sterling, io invece mi sono accorto solo adesso del fatto che non sia entrata

Meglio pareggiare che perdere, verissimo, senza contare che nonostante il secondo posto dal sapore amaro l’Islanda non fa nemmeno poi troppa paura, ma meglio fare attenzione a non correre ulteriori rischi.

Se Lallana e Sterling sono davvero indispensabili per Hodgson, perché ha convocato 4 attaccanti pur sapendo che ne avrebbe fatto giocare soltanto uno? Non sarebbe stato meglio un Danny Drinkwater in più?

L’abbondanza di centravanti a volte non fa bene, soprattutto se sei abituato a giocare con il 4-3-3 e vuoi che due facciano le ali.

“Ah, e quindi io sarei una riserva? (All credits to GettyImages.it)

il tandem di serie B (All credits to GettyImages.it)

Ripartire non è difficile, fondamentalmente basta ricominciare a segnare, ma non guasterebbero – forse – nemmeno alcuni oculati cambiamenti laddove le partite si vincono, ovvero a centrocampo: un giocatore alla Milner, Wilshere o piuttosto il tecnico ma forzuto Ross Barkley potrebbero garantire maggiore stabilità ad una squadra che, qualora dovesse continuare a patire la fame di gol, difficilmente potrà pensare di andare avanti. Ora non si ragiona più in base ai punti, ora si deve segnare. Bisogna farlo in fretta, bisogna farlo sempre e non soltanto quando serve per rimanere aggrappati.

Rooney potrebbe essere la chiave, potrebbe risolvere una partita che si sta mettendo male con la classica giocata della domenica, ma un po’ di ordine in più a centrocampo credo darebbe maggior solidità ad ogni reparto, oltre a garantire una maggior serenità a chi si troverà a gestire l’attacco: non è facile sapere di avere alle spalle Wazza, isn’t it? La difesa poi si vedrebbe ancor più coperta, mentre l’attacco – ribadisco – capirebbe di avere tutto nelle proprie mani, anzi negli scarpini.

Anche per i due esterni Lallana e Sterling, forse il vero oggetto della disputa sofistica, sapere di avere una maggiore copertura potrebbe farli giocare con maggior serenità e spensieratezza. Proprio quel che servirebbe ad una nazionale ancora poco limpida nonostante il talento cristallino e dal valore assoluto di cui può disporre.

Lallana, io ho paura, scappiamo insieme” (All credits to GettyImages.it)

 

In un mare di punti interrogativi e con davvero troppo poca chiarezza sulla vera essenza dei Red Lions, aspettiamo con ansia il verdetto di Lunedì 27 Giugno, divisi fra un centrocampo libertino e un po’ di sana e robusta fisicità. Divisi fra il bene e il male, fra il peccato ed il rigore, fra ciò che è bello e ciò che è utile.

Forma o sostanza? Qualità o quantità? Rooney o Milner?

La mia è una semplice chiave di lettura, chiaramente resta tutto nelle mani attente e caute di Roy Hodgson. E, a dirla tutta, è proprio questo che spaventa molti inglesi.

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Maturità, t’avessi preso prima

LE PREMESSE

Italia rimaneggiata, Irlanda in assetto da battaglia. Qualsiasi risultato ci qualifica e ci costringe ad affrontare la Spagna, mentre la nazionale più patriottica di Euro 2016 se non vince può salutare la Francia.
italia

eirePRIMO TEMPO

Jeff Hendrick, dopo un inizio di partita movimentato ma senza enormi palle gol, decide di provare a far volare le birre ancora piene dei supporters irlandesi con un bolide che fa la barba al palo e a Sirigu. Che poi a dirla tutta, Salvatore, avresti veramente bisogno di una sfoltita.

Te lo ricorda anche Long (All credits to GettyImages.it)

Calcio d’angolo per i biancoverdi: Murphy si avvita in aria, colpisce la palla di testa, Sirigu vola e devia in angolo.

Barzagli e Bonucci garantiscono una certa solidità in difesa, continuiamo a subire ma non si soffre granché: in Irlanda e sugli spalti del Pierre Mauroy di Lille si trema, agli uomini di O’Neill servono i 3 punti per qualificarsi agli Ottavi di Finale.

Soltanto al 42′ arriva anche la nostra prima volta di fronte alla porta difesa da Randolph: Immobile si crea un varco al limite dell’area, fiuta la rete e ci prova da lontano, sfiorando la gioia del gol.

Prima del duplice fischio dell’arbitro Bernardeschi rischia di rovinarci la serata con una leggera spintarella a McLean: graziato il talentino viola, per ora siamo salvi.

SECONDO TEMPO

Parte meglio Conte, parte meglio l’Italia: grande intensità, poca sostanza, a noi va benissimo il pareggio e loro provano a metterci in difficoltà prendendoci per sfinimento. Non ci resta che stringere i denti, sperare di portare a casa almeno un punto e magari fare qualche cambio: dentro Darmian, El Shaarawy ed Insigne. Sarà proprio il giovane folletto napoletano a far scorrere un brivido sulle oltre 10.000 schiene biancoverdearancio giunte a Lille: colpo da fuori a giro, palo pieno.

“Non ho nulla da rimproverare ai miei ragazzi, sul campo abbiamo dato tutto. Nessun rimprovero.” (All Credits to GettyImages.it)

 

La partita si infiamma con Wes Hoolahan, che solo soletto di fronte a Sirigu non riesce a scavalcarlo finendo per mettere in scena una pessima figura, sotto gli occhi increduli dei tifosi di casa (?!).

Coleman e Brady sono difficili da fermare, due treni aiutati da un centrocampo solido e vigoroso chiamato McCarthy-McLean. Gli azzurri appena entrati ci provano, ma nei minuti finali esce fuori tutta la grinta tipica del paese più pittoresco e orgoglioso di Euro 2016.

Il colpo di testa di Robbie Brady su spiovente perfetto di Hoolahan dalla destra regala a Martin O’Neill una vittoria sensazionale: in Turchia si piange a dirotto, la gente di Dublino fa piovere birre.

Brady is on fire, Barzagli is terrified (All credits to GettyImages.it)

 

Ha vinto la voglia di vincere, hanno vinto la necessità e l’istinto di sopravvivenza: ha vinto l’Irlanda.

CHI SALE…

La nazionale targata Roy Keane ha messo in mostra la vera anima dell’ex bandiera del Manchester United: maglia sudata e sporca fino al 94′, pochi fronzoli e tante occasioni create, poche storie e tre punti.

La rete decisiva arriva nei minuti finali, un rischio tanto grande e grosso quanto il fegato del vice allenatore: riusciranno ad arginare la Senna?

Voto finale 8,5

…CHI SCENDE

Il morale del tifoso medio e mediamente – anche giustamente – esaltatosi per le vittorie contro Belgio e Svezia. Ora arrivano le Furie Rosse, arrivano veloci e fanno tanta, tanta pura.

Niente paura, niente paura. Ci pensa la vita, mi han detto così.

Forever young (All credits to GettyImages.it)

Italia Irlanda

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Sole a catinelle

Italia contro Svezia, la pizza contro l’Ikea, la prima della classe contro l’Ibracrazia.

LE PREMESSE

Buffon, Barzagli, Bonucci, Chiellini, Candreva, Parolo, De Rossi, Giaccherini, Florenzi, Éder e Pellè è la sinfonia diretta da Antonio Conte, la Svezia risponde con Zlatan al cui fianco stanno Isaksson, Lindelöf, Johansson, Granqvist, Olsson, Larsson, Ekdal, Källström, Forsberg e Guidetti.

PRIMO TEMPO

Il più grande riassunto della prima frazione di gara è un frame, questo frame.

italia

Mobili contro armadi

Il primo acuto arriva dall’unico homo novus, arriva da Florenzi: colpo in area di rigore, Isaksson risponde presente.

Ci prova poco dopo anche Éder, ma il suo tentativo di intrufolarsi fra le maglie gialloblu finisce in un nulla di fatto: scacciano via la minaccia i colossi svedesi Granqvist e Johansson.

Momento di difficoltà generale al 28′: Forsberg batte la punizione dalla sinistra, Ibrahimović stacca più in alto di Bonucci ma la bandierina si alza e si ferma tutto. Sulle palle inattive sarà una bella lotta.

Un doppio tentativo svedese finito in mare chiude la prima frazione di gara, tanto cruda quanto poco divertente: soltanto il sole accende una sfida che per il resto di luminoso ha davvero ben poco.

italia

“Ma se ti nascondi così ti vedo subito”

SECONDO TEMPO

Pochissimi brividi nei primi 10′ di gioco, a parte un tentativo di Parolo che con un destro da fuori, respinto dalla difesa, prova a mettere in difficoltà la difesa svedese. La quota del pareggio si sta abbassando sensibilmente, ma proprio in questo momento cominciano ad alzarsi i ritmi.

Zaza per Pellè è il segno premonitore che qualcosa sta davvero cambiando, ma per ora non si tratta del risultato. De Rossi e Ibrahimović si rendono protagonisti di due interventi tanto decisi quanto pericolosi: ammonito solo il centrocampista della Roma, l’arbitro ha timore reverenziale nei confronti di Re Zlatan.

ibrahimovic

“Dove ho messo l’umiltà?”

 

Ci stiamo avvicinando alla fine quando Ibrahimović fa la sponda in precario equilibrio, Durmaz si inserisce centralmente ma non trova la porta: ancora 0-0, ancora partita bloccata nonostante il sole provi a sciogliere gli indugi. La traversa non si scioglie ma trema a 10′ dalla fine, quando Giaccherinho alza un cross leggerissimo sempre per Parolo che non riesce a mettere la parola “Fine” sulla partita colpendo il montante.

 

 

Capita però che l’Italia la vinca come le grandi, come chi si permette di giocare male per poi ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo, capita che a deciderla sia proprio Édercon un’incursione alla Éder, magari non degna del miglior campione europeo ma capace di far volare gli Azzurri di Antonio Conte in testa al Girone E.

italia svezia

Festa grande in campo, l’Italia ora viaggia sulle ali dell’entusiasmo e può chiuderla con Candreva che, dopo essersi autolanciato sulla fascia destra, decide di tirare anziché servire l’accentrato Sturaro finendo tuttavia per colpire in faccia Sir. Andreas Isaksson.

Negli ultimissimi minuti un rigore viene contestato da Andreas Granqvist, strattonato da Giorgio Chiellini, poi fra una pioggia di ammonizioni e calci d’angolo l’ultima parola viene finalmente scritta sul copione della partita di Tolosa. Si tratta del fischio finale dell’arbitro Kassai, con cui tutta la panchina può esultare senza farsi ulteriori problemi.

“Sta senza pensier”

Gomorra – La Serie

Italia fortunosa in quel di Tolosa, vittoriosa e per nulla frettolosa.

italia eder

“Salve siamo la Svezia” 
Checco: “No grazie! Noi siamo cattolici!”

italia svezia

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M’illumino d’immenso

Fate finta di dovervi sedere sul divano con gli amici di sempre, di doverlo fare senza i due centrocampisti più forti della nazionale e consapevoli di doversela vedere con una delle squadre più imponenti del torneo: il Belgio delle meraviglie.

LE PREMESSE

Italia che ci crede, lo fa ma arriva a Lione con molti problemi: Bonucci-Barzagli-Chiellini è l’unica certezza per Antonio Conte, che a dire il vero ha ostentato sicurezza anche nelle scelte più bizzarre dell’ultimo decennio di convocazioni.

Parolo-De Rossi-Giaccherini in mezzo al campo, Candreva e Darmian sugli esterni. Tandem d’attacco Eder-Pellé.

Il Belgio risponde con un 11 di partenza da paura: Courtois il primo nome e Lukaku l’ultimo, se aggiungiamo De Bruyne ed Hazard nel mezzo credo possa già bastare.

de rossi lukaku

Clattenburg: “Lui vuole segnare, tu Danié non vuoi essere espulso: come la risolviamo?”

PRIMO TEMPO

L’Italia deve provare a vincerla con la tattica, stupendo una squadra che sa fare tutto ma qualche volta pecca di ubris (tracotanza ndr.). Il primo schiaffo è di Nainggolan: Buffonrisponde presente dopo essersi disteso.

Italia che reclama un rigore – abbastanza dubbio – dopo pochi minuti: Emanuele Giaccherini, per gli amici “la trottola”, riesce ad incunearsi ma viene toccato dal terzino Ciman, unica vera sorpresa di formazione per i leoni giallorossoneri, per il direttore di gara tuttavia non se ne parla. Niente rigore, ma il Belgio è vulnerabile se si gioca d’astuzia.

A proposito di questo, Bonucci è bravo nei lanci lunghi, lo sa e lo dimostra in mondovisione con una staffilata che arriva in area, viene agganciata da Giaccherini e trasportata in rete scatenando la follia generale sulla panchina azzurra: il naso di mister Conte ne sa qualcosa, vero Antonio? Vero Zaza?

La GIF finisce appena in tempo per evitare la censura: Giaccherinho!

italia

italia

La vera grande risposta alla rete del Giacchero è però ancora azzurra: Edèr mette in mezzo e Parolo spizza, sul pallone rotolante si avvita il solito Graziano Pellé che tuttavia non trova la porta per un soffio.

Questo clima generale costellato da voglia di giocare e di muoversi in perfetta armonia, come un ingranaggio, fa ben sperare per il secondo tempo, una frazione che si apre con l’Italia ancora una volta coraggiosa ma il Belgio micidiale in contropiede.

SECONDO TEMPO

Il primo enorme sospiro di sollievo arriva dopo dieci minuti, quando un errore sulla trequarti di Darmian – che non trova un compagno in sovrapposizione – innesca un’azione velocissima orchestrata da Kevin De Bruyne e finalizzata da Romelu Lukaku: Buffon esce senza pensieri, l’ex attaccante del Chelsea si ricorda che Conte lo vorrebbe riprendere in estate e sbaglia apposta per non farlo arrabbiare. Scherzi a parte, tanta fortuna azzurra. Senza Marchisio, Verratti e Montolivo ogni tanto ci vuole anche quella.

Provate a soffiare nel momento del replay, servirà a farla uscire

Di qui in poi ci crede il Belgio ma l’Italia si sa rendere eccome pericolosa: con un Giaccherini ormai alla frutta ed il cuore della difesa ammonito in pochi minuti può farlo solo con il contropiede, perciò lo farà in contropiede.

Ciro Immobile entra e parte facendo schizzare il pallone da una parte all’altra del campo fino ad accentrarsi per scagliare un missile terra aria simile al colpo di Balotelli a Manuel Neuer: il portierone Thibaut Courtois però risponde presente con la mano di richiamo in quella che rimarrà una delle migliori parate dell’Europeo.

Un paio di mischie enormi in area fanno tremare l’Italia e sperare il Belgio, che tuttavia si scotterà dopo averle provate tutte: agli ingressi di Ferreira Carrasco, Origi e Mertens risponderà l’inattesa capacità italiana di fare male anche nel recupero.

Solito contropiede ben gestito, Immobile gioca per Candreva mentre Parolo e Pellé attendono con ansia un pallone: scucchiaiata in grande stile a premiare il numero 9 che non fa sconti né prigionieri.

La grande bellezza

Vittoria impressionante per gli Azzurri, rivincita altrettanto importante per Antonio Conte e parola umiltà che resta imperativo categorico per la realizzazione – comunque difficile – di un’impresa che avrebbe del clamoroso visto lo scetticismo della vigilia.

Un’impresa difficile e poco probabile, ma se non ci credessimo nemmeno saremmo rimasti a casa.

Sarà che noi a casa non ci sappiamo stare, sarà che non riusciamo nemmeno ad esultare normalmente – vedi Simone Zaza che per poco non rifà il look al mister – ma siamo entrati in questo Europeo in punta di piedi per fare il nostro esordio con i fuochi d’artificio, mostrando per distacco il miglior calcio della settimana.

Siamo fatti così, nessuno si senta offeso, fatto sta che lasciamo Lione e salutiamo il Belgio con la consapevolezza di aver fatto un capolavoro, affrescato da Emanuele d’Arezzo e rifinito da Graziano il leccese.

Nel caso in cui qualcuno se lo fosse dimenticato, in Francia ci siamo anche noi.

CHI SALE…

Fra tutti scelgo con onestà Antonio Conte (9), tanto fissato e a tratti insopportabile quanto desideroso di mettere sul campo un’Italia unica e ammazzagrandi: stasera lo abbiamo capito, speriamo che l’esperimento audace di tenere fuori chi poteva garantire un palleggio ancora migliore si riveli unico e storico.

Credits to Uefa.com

Credits to Uefa.com

Bene anche Candreva (8), De Rossi (8), Bonucci (9) e l’immarcabile Giaccherini (9), autodichiaratosi alla frutta dopo 80′ di assoluto spessore.

Grazie a Squawka.com

Grazie a Squawka.com (Grazie anche a Lukaku)

…CHI SCENDE

Tutto il Belgio, tenendosi per mano. Certo, la rete di Lukaku (4.5) avrebbe probabilmente cambiato l’inerzia della partita, ma con i se e con i ma non si costruisce niente dal giorno della Genesi, quindi ogni discorso è superfluo.

Ciò che pesa è invece come l’Italia abbia giocato e vinto da squadra, mentre Wilmots e i suoi Power Rangers sono caduti nella trappola del narcisismo, da cui difficilmente si esce.

A proposito di Power Rangers, ma i capelli di Fellaini?

A proposito di Power Rangers, ma i capelli di Fellaini? (Immagine tratta da Internet)

Per i belgi che prima della partita scrivevano “gli italiani parlano con le mani, noi con i piedi” la risposta è tutta azzurra.

“Non dire gatto finché non ce l’hai nel sacco”

Giovanni Trapattoni

italia belgio

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Il Grande Gaspe

Alla fine ha vinto lui.Vedere un uomo saltare come un bambino e lanciare la cravatta ai tifosi che lo stanno esaltando fa scappare a tutti un sorriso. Per alcuni dolceamaro, ma pur sempre un sorriso.

gasperini

La cravatta,  simbolo eterno della spocchia dell’allenatore, immagine della superiorità di classe del manager sul tifoso che si accontenta di una sciarpa e di perdere la voce sui gradoni. Quella sciarpa non c’era più, Gian Piero Gasperini aveva deciso di togliersela prima di correre con tutta la squadra a ringraziare chi prima della fine aveva fatto tremare lo stadio ripetendo il suo nome.

Chi lo trova per primo vince una plusvalenza tipo quella di Thiago Motta

Chi lo trova per primo vince una plusvalenza tipo quella di Thiago Motta

Non è una cosa da poco per un centrocampista di quantità, difficile da ricordare in campo – metronomo di Pescara e Palermo – ma incredibilmente carismatico e vincente una volta sedutosi in panchina: ladies and gentlemen, the Great Gasperini.

L’uomo che non si fa scappare niente, che prende tutto e lo trasforma in oro.

A proposito di scappare, qualcuno aveva provato a farlo fuggire, a fargli mollare quel Genoaper cui ormai – parole sue – soffre se perde e gioisce se vince. Ebbene si, qualcuno ci aveva provato, a torto o a ragione, senza però riuscirci.

Gasperini Gianpiero è troppo cocciuto per arrendersi a qualche striscione, troppo orgoglioso per accettare di vedersi screditato da una tifoseria che alla fine ha dovuto accettare il fatto che un Genoa senza Gasp è come un cielo senza stelle.

Il Grande Gatsby fece di tutto per riconquistare la donna amata tempo prima, the Great Gasp ha provato a fare lo stesso riprendendosi con classe ed in maniera stupefacente la fiducia di un popolo che sembrava averlo ostracizzato dopo le pesanti dichiarazioni di qualche mese addietro.

"Al Dio della Scala non credere mai"

“Al Dio della Scala non credere mai”

Dopo la magia del “periodo giovanile”, dal 2006 al 2010, le esperienze di Milano e Palermo hanno rischiato di rovinare una carriera immeritatamente rimasta nel centro classifica. Succede poi che si decida di tornare, un po’ come Jack Gatsby, si decida di farlo con stile e con la consapevole certezza di essere finalmente ritornato a casa.

Gasperini, lavoratore taciturno, non ha tuttavia mai voluto feste degne del peggior Trimalcione o troppo clamore attorno alla sua figura, volutamente rimasta nel mezzo fra riservatezza e genialità.

Il genio gasperiniano che riportò la squadra più antica d’Italia in Europa e che riuscì a ripetersi persino un anno fa, bloccato soltanto da una sciagurata gestione societaria che non è riuscita a fare tesoro delle dozzine di plusvalenze garantite ogni anno dal mister più redditizio d’Italia.

Nonostante tutto ha scelto di restare a Genova, forse per un anno o magari per sempre, sicuramente accortosi dell’influsso quasi mistico che la città marinara riesce a trasmettergli ogni volta che il “suo” Genoa scende in campo al Ferraris, forse anche perché leggermente affezionato emotivamente a quell’atmosfera tutta sentimenti ed emozioni.

Il 3-4-3 è un’istituzione, il trequartista non serve e non servono nemmeno tanti fronzoli: la coppia Juric-Milanetto docet.

"Ma chi me l'ha fatto fare?"

“Ma chi me l’ha fatto fare?”

Il Genoa ha bisogno di Gasperini e Gasperini del Genoa, in un chiasmo che si colora di rossoblù giorno dopo giorno sempre di più.

Il perché non lo sappiamo, mai nessuno lo capirà forse, ma chi passa da Genova sotto le ali del brizzolato piemontese ne esce rigenerato e con un esercito di squadre più vincenti del Grifone pronte a fare follie.

Se il Genoa avesse alle spalle una società meno interessata alle plusvalenze e più alle grandi ambizioni, beh meglio non pensarci per non ritrovarsi ad avere fra le mani una potenziale squadra quasi mitologica (la difesa Criscito, Bonucci, Sokratis e l’attacco El Sharaawi, Milito, Perotti credo parlino da soli).

"C'eravamo tanto amati"

“C’eravamo tanto amati”

Juraj Kucka decide di salutare a modo suo il Gasp prima di andare a Milano

Juraj Kucka decide di salutare a modo suo il Gasp prima di andare a Milano: belli strani gli slovacchi

Il gioco aiuta, le squadre allenate da Gasperson hanno come caratteristica la velocità di manovra, quella croce e delizia che fa esaltare per le miriadi di azioni create e disperarsi allo stesso tempo quando arrivano i contropiede.

Il derby di domenica 8 Maggio, tuttavia, è l’apoteosi della carriera rossoblù del mister sfortunato con le grandi: idee chiare, gioco sulle fasce e mai un passo indietro. Certo, avere giocatori motivati aiuta e non poco, così come trovarsi a giocare contro una squadra invisibile come la Sampdoria delle ultime due settimane, ma la sostanza rimane un gradino sopra a tutto il resto.

Comunque vada a finire, che sia stato un addio oppure un “to be continued”, nella città del rossoblù e del blucerchiato a vincere è stato lui.

A vincere è stato l’uomo con le palle. L’uomo che ha rischiato di perdere tutto, persino di cadere nella piscina della contestazione da cui è difficile uscire vivi ma nella quale ha nuotato senza alcuna esitazione. Alla fine è riuscito anche a far tornare il Sole, un miracolo che ha fatto si che tutta quell’acqua evaporasse, che si asciugasse ogni goccia e si vivesse di nuovo come ai vecchi tempi.

La corsa sotto la Gradinata Nord non verrà cancellata mai, per fortuna non esistono ancora gomme o marchingegni per rimuovere i bei ricordi.

In un calcio pieno di dubbi e controsensi, il credo gasperiniano rimane una delle poche ed intramontabili certezze.

“A un Dio a lieto fine non credere mai”.

Fabrizio De André

"Quasi mai"

“Quasi mai”

"Che poi, voglio dire, anche io sono un po' matto"

“Che poi, voglio dire, anche io sono un po’ matto”

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