Tutti gli articoli di Giulio Ugolini

La Chilena

[Immagine tratta da Internet]

“Nel calcio la rovesciata è un gesto tecnico effettuato per calciare il pallone al volo. Essa viene effettuata lanciandosi in aria in una rotazione all’indietro per poi colpire il pallone violentemente con il collo del piede. Il tiro parte così oltre la testa del giocatore, nel verso opposto a quello verso cui egli era rivolto prima di spiccare il salto. La parabola creata viene indirizzata dal piede con il quale si ha tirato, la potenza con cui va il pallone è emanata in base alla postura e alla posizione in cui il piede viene posizionato.“

Classica e molto distaccata definizione data da Wikipedia; sì, perché definire una rovesciata solo un gesto tecnico è molto riduttivo.

La rovesciata è qualcosa di magico, un colpo che va contro le leggi della fisica, dove il corpo e la palla sono completamente sollevate in aria in uno sport dove solitamente la palla, ma soprattutto il corpo , non dovrebbero alzarsi in volo se non per lo 0,1%, ovvero per un colpo di testa (tralasciando i portieri naturalmente).

Molto probabilmente neanche c’è bisogno di leggere quanto scritto sopra, forse meglio se ve ne guardate qualcuna. Tanto, in Serie A, conosciamo un certo Mauricio Ricardo Pinilla che ci ha fatto sognare con la sua “chilena”, oppure noi italiani la rovesciata ce la ricordiamo per un certo Parola; esatto, proprio quello sull’album dei Calciatori Panini.

“Parte un lancio di Magli verso Pandolini; Egisto scatta, tra lui ed il portiere c’è solo Carlo Parola. L’attaccante sente di potercela fare, ma il difensore non gli dà il tempo di agire. Uno stacco imperioso, un volo in cielo, una respinta in uno stile unico. Un’ovazione accompagna la prodezza di Parola…”

Queste le parole del fotografo Corrado Bianchi che si trova lì a due passi.  E’ l’ottantesimo minuto di Fiorentina-Juventus, quando, grazie a un tempismo e un gioco di prospettive perfetti, Bianchi immortala un’acrobazia che si avvicina alla perfezione. Il fotografo venderà quello scatto a un giornale locale per poche migliaia di lire, inconsapevole del fatto che l’immagine che aveva tra le mani resterà intessuta in una rete senza tempo a cui ancora oggi i calciofili fanno riferimento.

E il bello è che fu una respinta! Quella magica rovesciata di Carlo Parola non fu un gol e nemmeno un tiro, ma una spazzata in gran stile. Una spazzata così esemplare che che il signor Panini decide di rendere eterna piazzandola sulla copertina del celeberrimmo e omonimo album di figurine, copertina sulla quale si trova ancora oggi, da ormai più di 50 anni.

In Italia la chiamiamo rovesciata, in Inghilterra la chiamano bicycle kick, ma il suo vero nome è la “chilena” (nome tutt’oggi usato in Spagna e in quasi tutti i paesi sudamericani).

Immagine tratta da Internet

Tanti si domandano: “chi ha inventato la rovesciata?”

Se sperate di sentire un nome altisonante allora vi sbagliate, perché la rovesciata, questa meravigliosa arte, è stata inventata da un ragazzo basco che ormai non conosce più nessuno: il suo nome è Ramòn Unzaga.

Ramon nacque a Bilbao, nel 1894, a 12 anni si trasferì con i genitori in Cile, finendo inizialmente a lavorare come contabile nella miniera Schwager. Da piccolo si era appassionato ad altri sport come il nuoto e la corsa, successivamente però era passato al calcio perché dopo aver provato a giocarci per la prima vota con i colleghi lavoratori della miniera di carbone non ne potè più fare a meno.

Iniziò a giocare in alcuni club cileni, il più famoso dei quali era la Escuela Chorera. Ed è proprio lì, forse con la testa che ancora pensava all’atletica e non al calcio, che nacque la “chilena”.

Il primo nome della rovesciata non fù però “chilena” bensì “chorera”, proprio in omaggio alla squadra di Unzaga.

Il nome si trasformò in chilena. Su come sia avvenuta questa nomina ci sono due teorie diverse.

Della prima di queste teorie è ancora una volta “attore principale“ Unzaga: durante la quarta Copa America della storia, allora con il nome di Campeonato Sudamericano de Football 1920, disputata tutta all’Estadio Valparaíso Sporting Club di Viña del Mar, il giocatore cileno pare abbia eseguito alcune rovesciate e i giornalisti argentini l’abbiano ribattezzata con quel nome in suo onore.

La seconda teoria racconta di come nel 1927 il club cileno Colo-Colo viaggiò in Europa per una serie di partite contro squadre spagnole e in questi stadi l’attaccante David Arellano mostrò diverse rovesciate. Il pubblico e i giornalisti spagnoli non avevano mai visto un gesto simile e ribattezzarono quella capriola la chilena, perché era arrivata direttamente dal Cile.

Molto probabilmente la verità si nasconde nella prima teoria, accreditata a quei giornalisti argentini che hanno davvero inventato un linguaggio calcistico.

Fatto sta che dal 1916 fino al 1920 il basco ormai naturalizzato cileno esibì la rovesciata, gesto controverso e magico, forse fin troppo .

Proprio così, perché questo magnifico gesto andava talmente tanto contro le regole della fisica e del “calcio” che nel 1918 un’arbitro fischiò fallo ad ogni tentativo di cilena, come ormai la chiamavano tutti .

Unzaga andò a parlare con l’arbitro dicendogli che ormai questo era un gesto consacrato e che faceva da ben due anni, ma il direttore di gara, irritato dal cileno lo cacciò dal terreno di gioco.

Forse meglio se non racconto come andò a finire la partita, o meglio il dopo-partita perché tra i due non ci furono certamente amichevoli carezze.

La cilena però aveva ormai una cittadinanza e questa cittadinanza gliel’aveva data un basco naturalizzato cileno.

Se vi capitasse di passare davanti allo stadio del Talcahuano, club dove Unzaga militò per quasi tutta la sua carriera , vedrete di fronte allo stadio della città una statua dedicata a Unzaga, ovviamente mentre è intento a fare una rovesciata.

Ramòn Unzaga morì a soli 29 anni per un infarto, un colpo al cuore, quel cuore che metteva in ogni sua singola cilena e che probabilmente non ha retto di fronte a un gesto che è entrato nel cuore di tutti.

Gracias por todo Ramòn

Superclásico

[Immagine in copertina tratta da Internet]

Quali sono le cose che uno sportivo deve assolutamente vedere prima di morire?

Nel 2004, in occasione del suo cinquantenario, il periodico inglese The Observer si è posto questa domanda.

Al numero uno degli eventi da non perdere compariva Boca – River, il superclasico argentino, non una semplice partita.

Il superclasico è mistica, passione, una partita definita come “un brulicare di energia, rumori e colori”, è provincia e metropoli insieme.

La Boca è un barrio (Barrio è una parola spagnola che significa “distretto” o “quartiere”), in generale è ogni suddivisione con identità propria di una città o di un paese. La sua origine può essere una decisione amministrativa, un’iniziativa urbanistica, o semplicemente un senso comune di appartenenza dei suoi abitanti basato su motivi storici o di semplice antagonismo con il barrio vicino.

Furono gli immigrati italiani a tirare su le prime case, quelle che oggi vediamo dipinte in mille colori e che accompagnano le strade piene di turisti. Dopo il tramonto resta un quartiere da non transitare se non si vogliono correre rischi. La Boca è un luogo mistico dove la mitologia incontra la realtà, dove sono nate le due squadre più note d’Argentina: il River Plate (1901) e il Boca Juniors (1903).

Il Club Atlético Boca Juniors , meglio noto come Boca Juniors , è una società polisportiva argentina con sede a Buenos Aires. Deve la sua fama soprattutto alla sezione calcistica. Il Boca è l’unica squadra argentina a non essere mai retrocessa: dal 1913 milita ininterrottamente in Primera División. Disputa le partite interne nell’Estadio Alberto Jacinto Armando, noto come La Bombonera , uno dei pochi stadi che possano essere definiti “tempio” del calcio, perché chiamarlo semplicemente stadio è riduttivo. I tifosi del Boca sono chiamati gli “Xeneizes”: il termine ha la sua origine dalla parola ”Zena“, che significa Genova in dialetto genovese, quindi “zeneixe” significa genovese e “zeneixi” genovesi. Per una questione fonetica, e per dare alla Z un suono più forte che alla S con la quale la confondiamo spesso in Argentina, si cambiò con la X e si è pluralizzata parola, castellanizandola: “Xeneizes“. Il motivo per il quale il Boca si chiama in questo modo è dovuto al fatto che il Quartiere de La Boca ebbe una forte immigrazione di genovesi i quali portarono il loro dialetto ed il loro modo di parlare a tal punto che il “lunfardo”, un dialetto di Buenos Aires, ha termini genovesi come “pelandrún” (pelandrone) e perfino la “fainá” (la famosa farinata genovese) è una parola genovese.

Il Club Atlético River Plate, noto semplicemente come River Plate o River, è una società polisportiva con sede a Buenos Aires. Fondato nel 1901, il River Plate, con i suoi 35 titoli nazionali vinti nell’era professionistica , è il club più titolato d’Argentina. Le partite del River vengono giocate al Monumental, un altro tempio del calcio argentino e mondiale, il più grande in Argentina ( 68.000 posti) .

L’allontanamento volontario del River, nel quartiere di Nunez , quartiere a nord di Buenos Aires e molto più ricco del quartiere del Boca ( da qui deriva il soprannome “I Millonarios” riferito ai giocatori del River  , accentuò la rivalità alimentando la mistica del superclasico.

Da un lato il gialloblu dalle radici popolari che ha come simbolo un certo Diego Armando Maradona.

Dall’altro, l’eleganza della banda trasversale rossa di una squadra che ha presentato al mondo alcuni dei migliori esteti del footbal , da Alfredo Di Stefano a Omar Sivori. Nel River la tradizione del bel gioco è radicata dai fasti della “Maquina”, una squadra rivoluzionaria e sfavillante che ha dominato il calcio argentino negli anni 40.

Il primo match professionistico tra le due squadre venne disputato nel 1931. La partita verrà sospesa quando tre giocatori del River, espulsi , si rifiuteranno di lasciare in campo . Partita sospesa sul risultato di 1-1, giusto per farci subito capire cosa ci si sarebbe dovuti aspettare in futuro.

Il superclasico non è solo un partita tra due squadre, ma è anche un teatro dove vengono fuori le qualità dei singoli. E’ Maradona nel suo primo superclasico che dopo aver messo a sedere Tarantini e Fillos segna uno dei gol capolavoro di questa partita. E’ invece Gonzalo Gerardo “El Pipita” Higuain che segna una doppieta , prima con un fantastico gol di tacco e poi in ripartenza .

Da un punto di vista è qualcosa di puramente argentino , e non è un caso che gli “eroi” del superclasico siano profondamente argentini .

Nel superclasico conta solo una cosa, vincere.

Nell’era amateur era toccato più al Boca , poi più equilibrio negli anni Trenta , impatto tremendo del River nei Quaranta , così come nei Cinquanta ; poi nei Sessanta il Boca , come anche nei Novanta. L’antagonismo è necessario. “Noi” e “loro” . River e Boca , due “gemelli” che si sono divisi e che sono diventati estremi rivali dando vita ad una rivalità senza tempo.

Effetti collaterali: sono 90 minuti che potrebbero cambiarvi la vita per sempre, da giocatore ma anche da semplici appassionati.

Questione di Futbol

Vi sembrerà strano leggere la parola fútbol , invece che un football all’inglese.

È vero, il calcio nasce in Inghilterra, furono gli inglesi a giocare le prime partite in Sudamerica; i cittadini di Sua Maestà, diplomatici, funzionari delle im­prese del gas e delle ferrovie, die­dero vita alle esordienti formazio­ni locali.

Se un giorno vi capitasse di andare in Brasile, a San Paolo, chiedete in giro come è arrivato il calcio in sudamerica e loro vi risponderanno sicuramente con la storia di Charles Miller, tutt’oggi la tesi più accreditata .

Un certo paulista di nome Charles Miller fu spedito in terra inglese per studiare poiché come possiamo immaginare il livello delle scuole, se c’erano, a San Paolo come in tutto il Brasile era a dir poco scarso. In inghilterra Charles, per la precisione al Saint Mary’s ( stadio oggi di proprietà del Southampton) conobbe quella che i sudamericani chiamano la bola, la palla.

Al rientro in patria fu organizzata la prima storica partita in terra sudamericana , più precisamente a San Paolo in Brasile, e la partita non fu giocata da brasiliani ( se non 2 o 3 ) bensì dagli inglesi tra i sudditi bri­tannici della São Paulo Railway e quelli della Gas Company.

Non ci volle molto perché il gioco del pallone contagiasse anche gli indi­geni.

Fu Oscar Cox a introdurre il calcio nella città di Rio. Aveva giocato a calcio in Svizzera, durante i suoi studi a Losanna .

Anche se in terra sudamericana agli inizi del 1900 potevamo osservare la “Liga Metropolitana De Futbol” ( quello che era il campionato ufficiale ), non era presente nessun giocatore di colore in campo!

Proprio così, era contro le regole del campionato .

Naturalmente i club sudamericani erano contrari a questa decisione e così proprio nel club fondato da Cox accadde una delle più grandi figuracce della storia del calcio.

In una delle partite della Liga Metropolitana venne schierato in campo un giocatore mulatto, voi vi starete chiedendo giustamente che cosa c’è di tanto strano…ve lo spiego subito .

Questo giocatore mulatto, prima di entrare in campo, venne sbiancato con della farina di riso! Naturalmente durante la partita il sudore fece colare questa “maschera“ e così l’imbroglio fu chiaro a tutti .

Davanti allo stadio del Fluminense , su qualche muro adiacente troverete la scritta “Po De Arroz” (polvere di riso) che tutt’oggi caratterizza il Flu .

Quella figuraccia rimarrà nella storia del calcio e non solo perché la regola che impediva ai giocatori neri di giocare nel loro campionato (regola del tutto razzista) venne finalmente abolita .

In quel giorno nacque il Fùtbol, un misto di calcio all’inglese e senso della musica sudamericano, dove le regole ferree dello sport combaciano con la felicità di praticarlo.

Il calcio diventava così della gente, di tutta la gente, del popolo .

Proprio al Flu nacque il “torcedor”, il nostro tifoso.

Immaginiamo di guardare una partita, o meglio, il derby paulista (Corinthians vs Palmeiras) , più o meno dove Inferno e Paradiso si incontrano. Sicuramente guardando sugli spalti vedremmo gente con magliette a maniche corte o addirittura senza, perché si sà, in Brasile fa molto caldo .

I primi “torcedos” appartenevano all’alta borghesia e di conseguenza andavano a vedere le partite vestiti tutto d’un pezzo, guanti compresi .

Indovinate un po’ cosa significa “torcedores” , da cui deriva la parola torcedo (tifoso); la traduzione letterale è “coloro che stringono “, riferito ai guanti che le signore stringevano alle partite a causa della tensione . Tutti i nomi , sia di cose che di persone, in Sudamerica hanno una storia alle spalle e questo è uno dei fattori che rende il loro calcio unico .

In sudamerica stava nascendo uno stile, il ballo si mescola al gioco e viceversa, la palla non si calcia ma si tiene tra i piedi (se un giocatore calciava via la palla veniva sgridato sia dai compagni che dall’allenatore) e il palleggio diventa un’arte sopraffina, tipica del futbol sudamericano.

Nello stesso momento prendeva forma il calcio brasiliano, con le sue finte di cor­po che provenivano dalla “capoeira”, la danza guerriera degli schia­vi neri che viveva­no nei sobborghi delle grandi città.

Nasceva così quello che noi oggi conosciamo come “jogo bonito”.

Nasce il 4-2-4, nasce la “punta de lança” (una specie di seconda punta), nasce il “volante” (il nostro mediano), nasce la “bicicleta”, nascono Maradona, Pelè e Friedenreich (leggendario meticcio che segnò più goal di Pelè , 1329 per la precisione), nasce el Fùtbol.

Un certo Eduardo Galeano dirà: ”Ci sono alcuni paesi e villaggi del Brasile che non hanno una chiesa, ma non ne esiste neanche uno senza un campo di calcio”.

Questione di fede, questione di fùtbol .