Kessié dell’altro mondo

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“Più no che sì” sarebbe stato, con tutta probabilità, il responso finale qualora in estate ci fossimo radunati per chiedere a qualche tifoso senza particolari pretese“Conoscete Kessié?”.

Probabilmente Gian Piero Gasperini faceva parte della minoranza positiva, del resto che l’allenatore piemontese fosse quasi unico nel saper valorizzare giovani promesse – Criscito, Sturaro, El Sharaawi e Caldara tanto per citare un quartetto sparso qua e là nel tempo – ne eravamo a conoscenza, tuttavia resta clamoroso come il giovanissimo ivoriano abbia preso in mano chiavi del centrocampo e cuore dei tifosi bergamaschi, non facili da scalfire per chiunque.

6 reti e 2 assist in 12 presenze sono una quantità esponenziale per un classe 1996, nato a fine dicembre ma già sulla bocca di tutti a inizio campionato per una doppietta nel 3-4 casalingo contro la Lazio.

Solido ma letale in progressione, agile ed altrettanto abile negli inserimenti, l’equilibrio lo rende uno fra i centrocampisti più pregiati della Serie A, dove un simile exploit può essere trovato solamente nelle figure di Lucas Torreira e Luca Mazzitelli, magari meno estrosi e decisivi dell’ivoriano ma altrettanto promettenti.

Alla media di 1 gol ogni 2 partite, altissima ed impressionante per un giocatore presentatosi al mondo del calcio come incontrista, si unisce un grafico delle zone di campo coperte davvero unico ed impressionante: le heatmaps fornite da WyScout.comci descrivono un giocatore che si ‘spalma’ in maniera omogenea su tutto il prato verde, partendo prevalentemente dal centro-destra senza però disdegnare tanto il ripiegamento difensivo quanto gli inserimenti repentini, entrambe carte vincenti per il gioco dinamico e propositivo di Gasperini.

In 90’ di gioco Franck Kessié si mostra allo spettatore come un vero e proprio albero della cuccagna: puoi trovarlo ovunque e i suoi segreti sono racchiusi nell’enorme tecnica individuale, capace di farlo salire in cattedra soverchiando la grande sostanza del centrocampo atalantino, portata in campo soprattutto dai veterani Carmona e Migliaccio.

La sua preponderanza si mescola poi perfettamente con la  duttilità di Kurtic e con la voglia degli altrettanto promettenti Gagliardini-Freuler. Il ruolo del gioiello alla corte nerazzurra, non ancora pienamente identificato dalle squadre avversarie, resta quindi un mistero per tutti.

Chiamatelo centrocampista tuttofare, mediano-fantasista, un regista di nuova generazione, ma il nuovo giovane lanciato da Gasperini resta la sorpresa più luminosa della prima parte di campionato, esattamente come la sua Atalanta delle meraviglie.

Se poi la scorsa estate Granit Xhaka si è preso le prime pagine dei quotidiani sportivi, volandosene a Londra come prototipo e manifesto del centrocampista moderno per circa 40 milioni di euro, sarà proprio Franck Kessié il nuovo granitico e dinamico di cui nel prossimo calciomercato avrà bisogno una grande squadra?

A vederlo oggi in campo, più sì che no.

Ten Reasons Why – Trump Edition

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Torna la Serie A, torna Ten Reasons Why, torna la rubrica che non vuole imitare Andrea Scanzi ma che inevitabilmente deve seguire il suo modus operandi per garantire al lettore la risata facile.

Torna l’unica rubrica che avrebbe dato fiducia incondizionata a Ronald…ehm Frank de Boer, un po’ perché le sue conferenze stampa erano genuinamente speciali ed un po’ anche perché, in fondo in fondo, ribadisco quanto scritto sopra.

Pioli l’uomo giusto per l’Inter? A giudicare dall’applomb, direi proprio di si.

Oggi non ho tempo ma avrei tanta voglia di scrivere, peccato che la rubrica più trasgressiva ed ammaliante del web – la mia – passerà inosservata di fronte alla moltitudine di post, reazioni ed imprecazioni nei confronti dell’uomo più mainstream del momento, ovvero #DonaldTrump.

Obama passa la palla a Clinton che…oh il liscio!

Ha vinto l’America, quella delle serie televisive e del senso di appartenenza direttamente proporzionale al fastidio verso i possibili ‘conquistatori’ delle proprie terre promesse. Per fortuna, almeno noi che seguiamo il calcio, possiamo dimenticarci di chi per primo sbarcò su quella landa desolata e parlare solamente di quel Colombo esterno del Milan o dell’ormai ex portiere di scorta napoletano, mentre tutto il resto non ci compete. Almeno per ora.

Quel che siamo certi non accadrà, però, è la fine del mondo: altrimenti come farebbe il nostro tanto discusso ed altrettanto discutibile #Trump ad apparire in prima linea? In televisione? In mondovisione? In un mondo che viaggia sempre più al contrario? Contrariamente a quanto pronosticabile, credo proprio che non cambierà molto, soprattutto per noi che negli United Staes possiamo al massimo andare in vacanza. Certo che se alzasse un muro diventerebbe tutto leggermente più complicato; ah, se solo avesse conosciuto la forza proletaria di Walter Samuel!

Sproloqui a parte, ecco una breve ma intensa carrellata di immagini, ovviamente di argomento trumpiano, con cui vi auguriamo una dolceamara giornata di studio, lavoro o di dolce far niente.  Nell’attesa che si compia la beata speranza e arrivi in vostro aiuto la mano d’oro di Papa Waigo.
Papa Waigo

Chi ha paragonato la figura di Donald Trump a quella di Claudio Lotito non ci è andato forse poi così lontano, soprattutto per la politica intransigente verso chi cerca di impossessarsi dei beni di famiglia: giusto per finire in rima, Biglia è stato accostato alla nuova Inter di Stefano Pioli.

schermata-2016-11-10-alle-00-13-32 Ecco svelata l’anti-juve di quest’anno, per l’occasione persino rinnovata nello stemma: chi se non lui poteva essere scelto per commemorare un commovente 5° posto in classifica come quello dell’Atalanta? Utilizzo questo aggettivo perché fare 22 punti in 12 partite con Dramé e Konko – 63 anni in due – non dev’essere di certo facile. A proposito di età, Trump ne ha 70, diciamo abbastanza per togliersi più di qualche sassolino dalla scarpa.

Atalanta

Attenzione, perché la vita non è un film e non siamo vittime di un nuovo Truman Show: quello di Trump sta per cominciare.

Ma quale spettacolo, quale MSN, ieri si è parlato solamente della BTP, tanto simile nel carisma quanto fallimentare e piena di lacune sul piano morale.

Suarez, spietato, Putin.

Neymar, imprevedibile ma a tratti insopportabile, Silvio.

Messi, beh non penso vada neanche nominato. Ma, visto che ormai va di moda, proviamoci tutti insieme come se fossimo ad un suo comizio: #DonaldTrump.

MSN

Capiamoci, non saranno di certo questi quadretti divertenti ma ridicoli e poco costruttivi a far cambiare le cose, a far girare se non bene quantomeno in un senso logico il pianeta terra popolato dagli esseri umani, ma in tempo di crisi ci si accontenta di poco. Con la vittoria del signor Trump ci si accontenta un po’ di tutto, tanto il confine fra la realtà e l’immaginazione credo sia stato ampiamente superato.

Anche quello fra il buonsenso e la candidatura, quello fra un mondo giusto ed un mondo spietato. Ma qui si torna alle tanto amate e pericolose fiction, in cui si fa credere che tutto sia possibile per la mente umana. L’America di plastica – non biodegradabile – che crediamo di conoscere fa sorridere una moglie di nome Cheryl senza lavorare un giorno della settimana, opera bambini come se fossero bambole gonfiabili innamorandosi perdutamente di medici dagli occhi azzurri, sopravvive ad un’epidemia di zombie mortiferi e morsicatori, ha una mamma per amica con cui prende il caffè tutti i giorni nello stesso bar, oppure fa finta di diventare imprenditrice per poi devolvere il ricavato in beneficenza. Ah no, aspetta, quello era The Apprentice.

Trump

Va bene, stai calmo, va bene. Hai vinto tu, un po’ in tutti i sensi, ma ricordati che senza Giovinco la Mayor League Soccer di casa farebbe ridere. La Primera Division messicana  ha più qualità, sarebbe un peccato non poterne vedere neanche mezza partita per via di un muro che vi separa dal resto del mondo.

Nel Blues dipinto di Blues

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Come nella vita, così anche nel calcio, prima o poi arriva il momento della verità.

Non appena ti sfiora vieni sbattuto con le spalle al muro, in difficoltà, consapevole che da quella precisa situazione dovrai in qualche modo tirarti fuori se non vuoi prendere la valigia e tornartene a casa senza applausi.

Le possibilità sono due: puoi prendere la strada della fiducia, mantenendo sempre inalterata la tua linea di pensiero, oppure puoi andare in ‘all in’, puntare tutto su qualcosa di tanto rischioso quanto potenzialmente trionfante. Puoi anche decidere di percorrerle entrambe, ma devi avere un carisma direttamente proporzionale alla voglia di vincere.

Antonio Conte, il Chelsea, un inizio magico e un momento quasi drammatico, poi la rinascita ed ora la vetta in Premier League: la grande bellezza del calcio riassunta in 5 semplici partite, dalle tigri dell’Hull City alla distruzione dell’Everton.

Partiamo dalla Genesi, ovvero dal momento in cui, dopo un inizio più che promettente, Klopp prima e Wenger poi diedero una mazzata nella schiena a una squadra potenzialmente devastante ma ancora poco lucida. In Inghilterra, ad essere onesti, nessuno aveva mai inneggiato all’esonero prematuro di del nuovo tecnico italiano, ma qualche voce negativa è ovviamente arrivata fino ai verdi prati di Cobham, centro sportivo modesto ma allo stesso tempo immenso dove qualsiasi allenatore si sentirebbe nel Paradiso calcistico.

“Idea of football” e “work hard” sono i due concetti base della nuova filosofia ‘contiana’ che si è colorata di blu da quest’estate; seguendo da vicino la squadra londinese, bisogna ammetterlo, alle parole sono sempre seguiti i fatti. Allenamenti brevi ma di enorme intensità, ma soprattutto una volontà ben chiara di cambiare modulo e soluzioni difensive di una squadra che può contare su un attacco stratosferico ma, talvolta, concede qualcosa di troppo agli avversari.

Ecco che quindi arriviamo al turning point, quella scelta chiave che cambierà forse per sempre la stagione del Chelsea meno chiacchierato degli ultimi anni: il 3-4-3.

Chelsea (3-4-3) – Courtois; Azpilicueta, David Luiz, Cahill; Moses, Kante, Matic, Alonso; Pedro, Hazard, Diego Costa

Che Conte amasse la difesa a 3 non era un segreto, nemmeno che prima o poi lo volesse provare oltremanica, ma metterlo in atto proprio nel momento in cui sei messo in discussione? Non so in quanti ci avrebbero mai puntato anche solamente un pound. Facciamo un penny e siamo tutti contenti?

Invece la storia dice altro, racconta di come dal momento del cambiamento tattico siano arrivate 5 vittorie in campionato e soprattutto 5 ‘clean sheets’, concetto che l’allenatore leccese ha imparato prima ancora del significato della parola ‘lascia’.

Prima ha messo in riga i campioni uscenti, poi ha umiliato José Mourinho senza nemmeno dargli tempo di entrare in campo, mentre Southampton ed Everton stanno ancora aspettando di vedere un pallone. Scherzi a parte, con il nuovo sistema di gioco il Chelsea non vince, il Chelsea vola.

Chelsea

I paragoni con la Juventus si sprecano, vuoi la somiglianza fra Victor Moses ed Asamoah oppure quella di Cesar Azpilicueta con Lichtsteiner, fatto sta che la squadra di Conte ha imparato a vincere gli avversari con l’unica arma consentita in Premier League: il dominio.

“Ho deciso di non sostituire Diego Costa anche se eravamo 3 a 0 perché in questo campionato un calo di concentrazione può essere fatale” ha dichiarato al termine della vittoria contro il Leicester, beh una frase simile la dice lunga su come i giocatori ai suoi ordini non hanno tempo per prendere fiato, almeno per i 90′ di gioco settimanali. Chi lo accontenta gioca, gli altri possono accomodarsi in panchina. Ne sanno qualcosa Michy Batshuayi e Cesc Fabregas, per nulla svogliati ma non ancora entrati a pieno regime negli schemi del mister, che se non vede la giusta intensità ha preferisce aspettare, piuttosto facendo esordire giovani volenterosi come Nathaniel Chalobah ed Ola Aina, senza dimenticarsi ovviamente di quel Ruben Loftus-Cheek riadattato centravanti.

Diego è ancora un po’ restio, ma in fondo in fondo sono…quasi amici

 

Il Chelsea di Conte è onestamente imprendibile, ricorda a tratti – da un paio di partite – l’Italia degli Europei, tanto cinica quanto capace di soffrire e far giocare l’avversario.

In tutto questo Cesar Azpilicueta è il simbolo della rinascita blues: ordinato e preciso, silenzioso ma efficace, ha rubato il posto persino a John Terry, che si vede sostituito in larga parte anche dal carisma clamorosamente divertente di Geezer, alias David Luiz. Se Gary Cahill ha sulla coscienza un paio di reti, 2/3 delle palle recuperate sono merito dei frangiflutti laureati per eccellenza, ovvero la coppia Matic-Kante, unica vera differenza rispetto al centrocampo “tutto qualità” di cui poteva disporre in bianconero. A proposito di qualità, Hazard, Willian e Pedro garantiscono un ricambio di soluzioni da Oscar, che non ci siamo dimenticati di citare. Sulle fasce Moses ed Alonso hanno vinto i ballottaggi con tutti gli altri, forse perché garantiscono sgroppate veloci, triangolazioni o quadrilateri efficaci e coperture difensive allo stesso tempo, o forse solamente perché ricordano a Conte proprio Asamoah e Lichtsteiner. Chi lo sa, fatto sta che la squadra funziona, va alla grande anche perché può contare sul capocannoniere del campionato, quel Diego Costa che in estate voleva tornare all’Atletico Madrid ma che alla fine ha deciso di restare. Per il momento sembra che abbia fatto la scelta giusta.

“Felice di stare lassù”

La partita contro l’Everton è stata una passeggiata di salute, pazzesco se considerato il potenziale straordinario di cui gli avversari erano forniti. Non in ultimo proprio l’ex BluesRomelu Lukaku, sostituto designato dell’attaccante brasiliano naturalizzato spagnolo ma ‘rimasto’ a Goodison Park per una lunga e complicata serie di eventi.

Il Chelsea a tratti gioca già a memoria, ne sono una prova le continue triangolazioni perfette e ben oliate fra terzino, centrocampista ed esterno d’attacco: vedere per credere.

Sulla faccia di Roman Abramovich si è rivisto un sorriso, Eden Hazard ha ricominciato a darsi da fare e ad incantare, mentre nel frattempo il Chelsea tornava a vincere. Anzi, a stravincere.

Tutto merito del gioco di squadra, cavallo di battaglia di Antonio Conte, capace di far credere agli avversari che un difensore in meno sia un punto debole; si tratta invece di un’enorme asso nella manica, perché la sue squadre attaccano in 7 e si difendono in 5, proprio come il numero di vittorie consecutive in Premier senza subire una rete.

Un tecnico a volte burbero, molto settario e poco diplomatico è tornato a far sorridere un gruppo che da tropo tempo si era seduto sugli allori, lo ha fatto cominciando con un lungo processo di recupero fisico-mentale nei verdi prati austriaci di Velden mettendo in pratica le sue tabelle persino nelle ore dei pasti. Il risultato dopo pochi mesi di video-lezioni e ore di training sessions è un Chelsea oggi primo in classifica, forse solamente per una notte, ma siamo certi che a Londra questa ‘big revenge’ (citando Ranieri) se la siano goduta tutta. Forse perché un po’ meno scontata e melensa del solito?

Una squadra che gioca da squadra, rigorosamente quadrata e motivata. Una squadra che vince, pareggia o perde ma facendolo da squadra. Anzi, per non fare arrabbiare Conte, una squadra che vince e basta. Così è (se vi pare) il nuovo Chelsea.

Ho un brutto rapporto con la sconfitta; se perdo sto male per dei giorni, quindi cerco di trovare tutti i modi per evitarla

Antonio Conte

Esiste un aggettivo per descrivere questa foto?

 

O plata O plomo

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LIVELLO DI SPOILER: Medio-Alto

Premessa: chi si è avventurato nella Foresta Amazzonica chiamata Narcos, cercando di dare una visione più o meno pittoresca della splendida e tanto menzionata opera Netflix, ne ha guardato le due serie in circa una settimana. Poi, commettendo un errore gravissimo, si è preso qualche giorno di pausa, perdendo così un po’ di smalto nei ricordi e nelle suggestioni che una serie come quella su Pablo Escobàr può generare. Detto questo, ce la metterà, anzi ce la metterò tutta. Del resto, o piace o non piace.

Cominciamo con la scena chiave della serie, il momento in cui si è ad un passo dalla fine ma si sceglie di far nascere un nuovo inizio. La sola vista di “Don Pablo’ provoca nei soldati dell’esercito un senso di paura e desolazione, come se fossero letteralmente legati con una corda, impotenti di fronte al nemico che passa in mezzo a loro senza che nessuno abbia la forza di muovere un dito.

Prima osservazione: la corda è disegnata proprio sulla felpa di Pablo.

Seconda osservazione: l’esercito colombiano era stato inviato in quel bosco con un solo imperativo categorico, prendere Pablo Escobar ed ucciderlo. Ma non accadde nulla di tutto questo.

Narcos

Bogotà è il centro del mondo.

Momento, momento, momento. C’è stato anche chi ha paragonato la figura del protagonista con quella di Peter Griffin, tanto buffa quanto esilarante. Se a tratti si potrebbe anche trovare un punto d’accordo, soprattutto nella fisiognomica, credo si siano dimenticati una dote fondamentale e peculiare del personaggio interpretato da  Wagner Moura: la spietatezza. Rigorosamente unita ad una nonchalance tipica di chi pensa di avere in tasca le sorti del mondo.

Il Pablo Escobar raccontato dal trio Chris Brancato, Carlo Bernard e Doug Miro è un personaggio quasi mitologico, una leggenda che respira ma di cui si narrano gesta totalmente contrastanti. Se il rispetto e l’attaccamento quasi morboso per la famiglia pervadono le scene in casa, nei giardini delle ville di sua proprietà vengono prese decisioni clamorosamente pesanti, rumorose e degne del peggior terrorista mai esistito sulla faccia della terra.

Un dettaglio tanto particolare quanto potenzialmente interessante della serie è però il rapporto del protagonista con i vari personaggi.

Diciamo che non avete scelta, o andate avanti a leggere le nostre teorie oppure il senso di colpa sarà così forte da impedirvi di prendere sonno la notte, facendovi sentire pesanti ed eternamente insoddisfatti. Insomma, tanto per restare in tema, o plata o plomo.

o-plata-o-plomo

 

Prima di tutto presentiamo però i due protagonisti in sottofondo, i due agenti della DEA che rendono Narcos un vero e proprio intreccio di sensazioni e sentimenti: parlo ovviamente di Javier Peña e Steve Murphy, probabilmente il personaggio più riuscito oltre che la voce narrante di tutta la serie.

Partiamo dalla familia, cosa buona e giusta.

Durante tutto il percorso di ‘prigionia’ e latitanza, Pablo si rifiuta categoricamente di perdere anche soltanto per un secondo la quotidianità, la tranquillità mattutina ed il caffè del pomeriggio, motivo per cui le scelte più dure vengono prese proprio quando questo idillio viene ridotto in frantumi o bloccato sul più bello.

Rapporto con la moglie e considerazione dei figli sono il lato chiaro e quello scuro di una medaglia al valore che il nostro protagonista ha da sempre cercato di guadagnarsi, ergendosi a capopopolo sperando di conquistarsi l’amore dei cittadini elargendo soldi come fossero volantini:

  • Te Amo Tata” resterà la frase più sentita in presenza della moglie, tradita però con una brillante ed ammaliante giornalista nel corso di buona parte della serie;
  • Nella stessa misura ma con le dovute proporzioni Pablo vive per rendere felici i due figli, ma non si preoccupa minimamente del fatto che per colpa sua la figlia sia rimasta sorda da un orecchio. O, perlomeno, non lo farà mai trasparire.

“Ogni scarrafone è bello a mamma sua” si dice quotidianamente, non so come si dica in colombiano ma ecco spiegato il motivo per cui Pablo ed Hermilda saranno complici dal primo all’ultimo minuto di partita. La figura familiare più importante è però quella di‘hermano’ Gustavo, ma ne parleremo in fase conclusiva.

Il mancato arrivo al potere segnò la fine di un sogno forse genuino ma sicuramente poco realizzabile e rappresentò soprattutto l’inizio di quella sciagurata e spietata campagna di attentati, linciaggi ed opere di sterminio verso chiunque osasse frapporsi tra la legalità e il suo operato.

A proposito di legalità, per il nostro protagonista non esiste. Ne sa qualcosa il ministro della giustizia Rodrigo Lara Bonilla, il candidato presidente Luis Carlos Galàn, i passeggeri del volo Avianca 203 su cui Cesar Gaviria sarebbe dovuto salire. Giusto usare il condizionale, perché gli agenti della DEA glielo impedirono proprio sul filo di lana, mentre un siluro si esplose a 5 minuti dal decollo proprio per volontà dell’onnipotente Pablo.

Gaviria, ma chi è Gaviria? Il presidente della Repubblica della Colombia, arrivato a palazzo scampando un paio di volte alla morte, incarna più che mai la figura degli uomini che davvero possono mettere in difficoltà rivali come Escobar. Se da una parte sembra dimesso, silenzioso e quindi piuttosto malleabile, dall’altra nasconde un enorme senso di responsabilità e un coraggio più grande di quanto possa trasparire dalle prime scene. Oltre a questo, non mancano numerosi amici e collaboratori capaci di coprirgli le spalle nel momento del bisogno. Insomma, se a Pablo Escobar piace mettere a tacere chi parla troppo, gli riesce decisamente più complicato sbarazzarsi di un taciturno intelligente.

Saranno infatti proprio le parole di sdegno pronunciate dal generale Carrillo mentre fa uccidere il braccio destro di Pablo, Gustavo, a suon di pugni dai suoi soldati che per colpa sua hanno perso qualche familiare, a ritorcersi contro qualche anno dopo. Partito per la Spagna ma tornato alla base per combattere Escobar, farà recapitare un proiettile al ‘capo della droga’ con la speranza di farlo intimorire. In tutta risposta, quello stesso venne utilizzato per freddare il generale nel giorno della resa dei conti. La classica imboscata tesa all’esercito colombiano, eternamente corrotto e pervaso da cimici, metterà fine alla vita di un eroe della patria, colpevole di aver detto una parola di troppo ed aver messo fine al chaos calmo in cui ormai Pablo si era abituato a vivere.

narcos

“Mi sento bene, forte, pronto a combattere contro le ingiustizie” disse un giorno. Beh, dipende dai punti di vista.

Escobar ha una lista interminabile di compagni, amici, sicari, piccioni viaggiatori, informatori e spie sparse per tutto il mondo. Il trattamento che riserva a tutti è particolarmente oscuro da comprendere, ma l’unica cosa che resta limpida è la modalità con cui si lega a loro: non ci sono mezze misure, regna sempre il famoso “o sei con me o contro di me”, che per Pablo è più semplicemente ‘O plata o plomo’.

Nonostante questo, tra i suoi fedeli compagni, solamente quelli silenziosi riescono a campare più a lungo rispetto agli altri:

  • La Quica e Limòn: il primo, amico di vecchia data ma disposto a parlare non appena catturato dalla DEA, il secondo arrivato nel finale ma pronto a tutto pur di proteggere chi gli ha dato uno stipendio sicuro. Tutti e due resistono tanto e tutto sommato se la passano bene, questo perché servi modesti e sottomessi alla causa del loro ‘patròn’. Non è un caso che siano gli unici a rispondere ‘Si patròn’ pressoché a qualsiasi richiesta.
  • Tutti gli altri, dai ‘galletti’ Leòn fino al genuino ma ingenuo attentatore dell’aereo, hanno pagato il loro eccesso, sia di fiducia sia di sicurezza, tanto di fatti quanto di parole.

E poi ci sono quei tria nomina, tanto corrispondenti a realtà quanto suggestivi, che compongono l’appellativo di Pablo Escobar Gaviria.

Gaviria, proprio come il presidente della Repubblica della Colombia, cosa che il protagonista sognava di essere da sempre, Gaviria come il fedele compagno Gustavo.

“Io penso che tutto è andato a rotoli da quando te ne sei andato. Mi manchi ogni singolo dannato giorno, fratello” dice Pablo in un passo piuttosto importante della serie. La morte del braccio destro dunque segnerà il definitivo confine fra la familìa escobariana e il resto del mondo. Che si trattasse di bambini, donne o suoi precedenti fedeli elettori non importava: la spietatezza del narcotrafficante più pericoloso del mondo non si ferma dinnanzi a nulla. A parte per lo sport e le mangiate in compagnia.

Narcos

Solo una persona esce vincitrice da una delle serie tv fra le più viste di sempre, si tratta del poliziotto Trujillo.

Da qualcuno paragonato persino al nuovo acquisto dell’Inter João Mário, arriva rigorosamente in silenzio, senza proferire parola, ma sarà proprio lui a porre fine alla vita del narcotrafficante più pericoloso e potente del mondo con un colpo di pistola: “Viva Colombia” griderà, mettendo a tacere per sempre quello che finora era stato il padrone indiscusso del paese più corrotto del mondo.

Pablo Escobar vive in un contiuno dissidio interiore ridotto ai minimi termini da un ego spaventosamente smisurato, ma nel profondo dell’io narcotrafficante c’è anche un lato positivo. Purtroppo, però, nella vita contano i fatti, non le intenzioni.

Non importa quel che pensi ma la strada che scegli di percorrere: o plata o plomo, ma il proiettile lo ha sempre in mano lui.

“Io mi sento bene, forte, pronto a lottare contro le ingiustizie“

Pablo Escobar

L’eleganza del cigno

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Che legame può avere Goffredo di Buglione con un centrocampista delloSwansea? A parte i cigni, probabilmente nulla.

L’eroe della prima, vera e grande crociata è tuttavia raffigurato calcisticamente ed in terra gallese con il volto di un olandese dai riccioli d’oro: Leroy Fer di Zoetermeer.

Piccola parentesi riguardante la famiglia degli Anatidi. Si narra che l’eroe Lohengrin, secondogenito del Re del Sacro Graal, dopo aver salvato la duchessa di Brabante dovette salpare a bordo di una barca a forma di cigno per inabissarsi nuovamente nella nebbia dell’anonimato in nome di una vecchia promessa non mantenuta, proprio come accaduto a Francesco Guidolin, incapace di garantire stabilità ad una squadra che vive costantemente nell’ombra. Lohengrin o Guidolin, finché c’è rima c’è speranza.

Detto questo, Goffredo di Buglione ha un’origine, per alcuni storici, mitica. Un giorno tutti i fratelli del padre vennero trasformati in cigno e, proprio lui, sfuggito all’incantesimo, riuscì a liberarli salvandoli per sempre. Inutile dire che da quel giorno proprio il cigno sia diventato il nobile simbolo della famiglia di Buglione, il ‘Cavaliere del Cigno‘ per eccellenza.

Facciamo ora finta che sia tutto vero e che al timone di una navicella a forma di cigno ci sia proprio Fer, discendente della famiglia e volenteroso di portare in salvo una damigella chiamata Premier League.

BurnleyLeicesterChelsea e Liverpool hanno subito le 4 reti in 8 partite segnate dal centrocampista olandese classe 1990, artefice dell’unica vittoria dello Swansea in campionato. La prima e, finora, anche l’ultima.

Fu forse questa magia, incantesimo inferto ai tempi del Queens Park Rangers proprio ai cigni dove gioca oggi – per l’occasione con una tenuta rossonera – a stregare gli abitanti del Galles?

A pochi mesi dall’inizio di campionato, l’unica pedina salvata da tifosi, media e statistiche è proprio il talento olandese, preso in prestito a Febbraio e blindato a titolo definitivo proprio lo scorso Luglio per quasi 6 milioni di euro.

Piazzatosi al 19esimo posto nella graduatoria dei migliori giocatori in Premier League fra Agosto e Settembre, nelle prime giornate di stagione si è persino trovato a dividere il primato della classifica marcatori con Diego Costa, Sergio Aguero e Zlatan Ibrahimovic, paragonabili metaforicamente ai Cavalieri della Tavola Rotonda.

Nell’ultima partita, pareggiata dai cigni bianchi contro il Watford di Walter Mazzarri, il centrocampista olandese non è stato utilizzato. ‘Colpa’ probabilmente del cambio gestionale in panchina, tifone che ha costretto il sopracitato Guidolin a lasciare le redini ad un americano proveniente dal New JerseyBob Bradley.

Penso che la squadra scelta per oggi avesse senso” ha dichiarato proprio il tecnico al termine del pareggio contro i calabroni gialloneri: che si tratti della fine di Fer?

Chi lo sa, il campionato è lungo e la terza gara sotto la nuova gestione è alle porte, fatto sta che i pochi punti conquistati dallo Swansea in questi lunghi, difficili e travagliati mesi di campionato, portano la firma del ‘cavaliere del cigno’. Destinato forse a rimanere nell’ombra proprio come un altro eroe mitico legato agli Swans, quel Lohengrin che fa rima con il suo mentore Guidolin.

Lo Swansea quindi si salverà? Ma soprattutto, se non venisse più utilizzato, qualcuno di Leroy Fer si ricorderà?

Chiamarsi Rodwell

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Maggio 2013, Etihad Stadium

Il Manchester City batte 1-0 il West Bromwich Albion, grazie ad una rete messa a segno da Edin Dzeko. Quel giorno in campo c’era Jack Rodwell, centrocampista prelevato per una cifra vicina ai 20 milioni di euro, sostituito al 79’ per fare spazio a Maicon – che oggi si allena a Trigoriainsieme alla punta bosniaca – ma partito titolare in una sfida decisiva per le speranze di titolo azzurre.

Perché torniamo a parlare oggi di una sfida così vicina ma allo stesso tempo lontana?

Proprio da quel giorno, Jack Rodwell e la starting XI non hanno avuto un buon rapporto: nelle 33 partite che l’inglese ha disputato con la maglia del Sunderland partendo da titolare, sono infatti arrivati 15 pareggi e 18 sconfitte. Quindi nessuna vittoria, di conseguenza un record negativo che non è passato inosservato agli occhi più attenti e maliziosi del mondo inglese.

Quando il 25enne di Southport entra a gara in corso la statistica non vale, visto e considerato che qualche volta sono arrivati anche i 3 punti, ma in due stagioni da Black Cat Rodwell non si è ancora tolto di dosso il nomignolo di ‘loser’, restando ovviamente entro i confini del campo da calcio.

In generale, molto dipende anche dal Sunderland di David Moyes, ancora fermo a 2 punti in classifica senza vittorie in tasca, ma c’è chi ancora fa dell’ironia su ‘un record fra i più imbarazzanti che si possano avere’, come letto ‘sfogliando’ un quotidiano anglosassone online.  Qualcuno sperava che la 33esima sfida con l’Arsenal, sempre che il tecnico avesse deciso di farlo partire dal primo minuto, potesse essere quella decisiva per sfatare il mito, altri invece rimarcavano come una sconfitta anche contro i Gunners avrebbe peggiorato ulteriormente un record già di per sé abbastanza suggestivo e grottesco.

Nel frattempo invece l’ex stella dell’Everton, leggermente offuscata soprattutto per il poco spazio trovato dai tempi del suo passaggio al Manchester City, parlava  come se nulla fosse: “Siamo noi a scendere in campo, abbiamo fatto un po’ di passi indietro in questo periodo ma siamo gli unici a poter rimettere a posto le cose”.

Purtroppo il Sunderland ha fatto un altro capitombolo, è uscito dallo Stadium of Lightdevastato per colpa di 4 reti targate Sanchez e Giroud, mentre proprio il nostro Rodwell cercava di guidare il centrocampo.

Insomma, tutto è andato come previsto e il record negativo del ‘povero’ Jack è rimasto intatto, addirittura si è aggiunto un tassello al domino ormai diventato davvero molto lungo e contorto.

Sabato prossimo arriva il Bournemouth: sarà il momento di buttare finalmente giù il castello di carta? Ma, soprattutto, Jack Rodwell giocherà?

Mainstream

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Non tutti i derby sono alla moda.

Intendiamoci, se vivi in Inghilterra non puoi non sapere che Aston Villa eBirmingham siano una il Polo Nord e l’altra il Polo Sud di una città arroccata nelle West Midlands.

Se una vanta solamente due Carling Cup, lo stesso non si può dire dei Villans, che a 7 campionati hanno accostato negli anni ’80 persino una Coppa dei Campioni. Se da una parte gli Zulu Warriors, frangia più nota della tifoseria, fanno del multiculturalismo e del meltin’ pot la chiave per avere successo e riempire gli spalti, dall’altra ci sono i tifosi claret and blue, di cui si può dire tutto tranne che passino inosservati in giro per il mondo.

La poca notorietà e l’orgoglio del cosiddetto Second City derby lo rendono straordinariamente pittoresco, un miscuglio di nubi, foschia e boati che farebbero tremare ma allo stesso tempo appassionare qualsiasi appassionato di calcio. Non solamente anglosassone. Chi negli anni lo paragonò al mitico ed intramontabile Old Firm non ci è andato poi così lontano, non tanto per le coreografie sugli spalti – poche – quanto per i fuochi d’artificio e le ‘sportellate’ che si vedono in campo – molte – ogni volta che il blu incontra quel colore un po’ particolare.

Oggi tornano in campo, sfidandosi nuovamente in un inside out reso ancora più piccante dal fatto che una squadra – l’Aston Villa – stia cercando in ogni modo la risalita dopo un inizio di campionato traumatico.

Ci sono storie contrastanti sul derby di Birmingham. C’è chi parla ancora oggi di una partita, giocata nel lontano 1925, in cui si passò dal 3-0 al 3-4 per i Blues in soli 10′, mentre altre leggende sulla sponda opposta narrano di una splendida rovesciata dell’ormai noto Gary Cahill a far da ciliegina sulla torta alla doppietta di un certo Milan Baroš. Si tratta del 2006, si raccontano storie magiche.

Oggi lo scenario è chiaramente ed ampiamente cambiato: tutte e due le compagini si sono ritrovate nel minestrone chiamato Championship, una vera e propria selva selvaggia che a fine anno ordina di tornare sedute a ben 19 squadre per premiarne solamente 3. Se il Birmingham può ritenersi ormai abbastanza abituato al clima teso e di contesa che si respira sui campi della Serie B d’oltremanica, lo stesso non può dirsi dei Villains, ancora spaesati in un centro gravitazionale che non sembra fare davvero per loro, ma che tuttavia devono accettare. Aut nolens aut volens.

Le formazioni sono lo specchio di quanto appena scritto; da una parte la sostanza, dall’altra molta classe ma tanta leggerezza.

 

 

A volte, forse, un po’ troppa leggerezza.

Titolo tratto da 'La Gazzetta dello Sport'

Titolo tratto da ‘La Gazzetta dello Sport’

 

A proposito dell’italiano Roberto Di Matteo, lui domani non ci sarà visto il recente esonero, ecco perché sarà l’esperto e scafato Steve Bruce a sfidare il giovanissimo Gary Rowett.

Porterà un po’ di azzurro invece Pierluigi Gollini, portiere dell’Aston Villa che ha già ammesso come ‘questa partita è più importante per i tifosi che per noi semplici giocatori’, ben consapevole del fatto si troverà a difendere i pali della sua squadra in un diluvio di fischi. Già, perché domani si gioca al St. Andrew’s e non è prevista pioggia – evento piuttosto raro -, motivo per cui il grande baccano sarà prodotto dalle corde vocali dei tifosi allo stadio.

L’idea che traspare dal Second City derby è proprio quella dell’impossibilità di tirarsi indietro, consapevoli di come una volta arrivati lì al centro si debba lottare con tutte le forze per strappare un pallone, un fallo e magari anche un risultato. Per il bene di una città che vive di questa rivalità, sempre nei limiti della normalità ma nel bello della quotidianità.

Con le unghie e con i denti, a tutti i costi. Che piaccia o no, anche se sei passato un po’ di moda. Volente o nolente. Birmingham City o Aston Villa.

Effetto Draxler

Scritto e disponibile su iogiocopulito.ilfattoquotidiano.it
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“Quel che nella natura è il cristallo, nell’arte è l’ornamento” scriveva Ernst Fischer.

Avete mai provato a guardare una partita intera del campioncino di Gladbech, cresciuto a pane e calcio nelle giovanili dello Schalke? Quando è in giornata, ovviamente. Se la risposta è sì, allora potrete capire quel che state per leggere, mentre qualora non aveste ancora trovato il tempo per farlo consiglio vivamente di lanciarvi in mare aperto per osservarne le gesta.

Julian Draxler è un giocatore preziosissimo, tanto raro da trovare su un campo da calcio quanto fastidioso da sopportare se la squadra non ne regge l’individualismo.

Giocata personale ed ultimo passaggio sono proprio i cavalli di battaglia del 23enne del Wolfsburg, che la Juventus tanto ha cercato nel recente passato dopo le partenze di Arturo Vidal e la crescita esponenziale di Paul Pogba, poi tornato allo United.

Ma perché il suo gioco fa rimanere incantati gli spettatori?

Limpidissimo è il dato riferito ai passaggi: dei 26.5 eseguiti in media ogni partita (fonte WyScout.com) oltre l’80% resta nel cosiddetto half space fra la linea del centrocampo e l’area di rigore avversaria, questo rende bene l’idea di come la trequarti sia il campo di battaglia su cui riesce a causare più dolori.

Sono invece più di 80 le volte in cui Draxler si rende protagonista di un’azione o di un tentativo in 90’, con una media di un tocco ogni 2’ di gioco.

Insomma, se è in giornata non ha rivali: ne sa qualcosa la Slovacchia di Hamsik, ‘trascinata’ fuori da Euro 2016 con una rete ed un assist proprio del centrocampista classe 1993.

Supportare e non farsi sopportare dagli avversari, questo è il segreto del suo gioco;protegge la palla come un equilibrista.

Draxler è il prototipo del giocatore moderno, capace di garantire stabilità al centrocampo senza tuttavia doversi ‘cacciare’ in situazioni troppo pericolose in fase di copertura. Se lui è di cristallo, Luiz Gustavo è di ferro, tanto per capirci.

Il gioco del trequartista tedesco è una ragnatela di passaggi, tocchi e carezze con cui il pallone va a finire proprio laddove serve, infilandosi nei buchi lasciati dalle difese avversarie. Se a questo si unisce un tiro dalla distanza quasi proibitivo, ecco che Julian Draxler diventa a tratti imprendibile.

Il Wolfsburg lo scorso anno faticava in campionato e si esaltava in Europa, oggi si ritrova nelle zone basse della classifica nonostante una rosa di grandissimo spessore: riuscirà la leggerezza di Draxler a ribaltarne le sorti?

Non si tratta di un gioiello limpido e brillante a tutto tondo, se una faccia ispira, l’altra si rabbuia e cerca di farlo nascondere nell’ombra.

Giornata si o giornata no, le squadre che scelgono di affidarsi alla classe cristallina di Julian Draxler non riescono più a farne a meno, ne diventano dipendenti. Nel bene e nel male.

La poesia è indispensabile, ma vorrei capire il perché

Ernst Fischer

Ten Reasons Why – Pioggia di vetro

Scritto e disponibile su Numerosette.eu
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Torna la Serie A, torna Ten Reasons Why, torna la rubrica che non vuole imitare Andrea Scanzi ma che inevitabilmente deve seguire il suo modus operandi per garantire al lettore la risata facile.

O mio bel turno infrasettimanale, capace di offrire ben 8 partite in contemporanea, avvenimento tanto unico quanto raro fra spezzatini, minestroni e pezzi di vetro sparsi per terra.

Mauro Icardi ha dimostrato di sapervi camminare senza paura, Felipe Anderson li ha superati in slalom, mentre Edin Dzeko non ne ha bisogno: lui li calpesta semplicemente con la stazza.

CAPITOLO PRIMO – Carta e penna

Prendete carta e penna, provate a tracciare la traiettoria del tiro di Maurito Icardi e ciò che verrà fuori non è altro se non un enorme cuore nerazzurro: perdonatemi l’esagerazione pirandelliana nel rappresentare la realtà, ma se chiunque può scrivere – o farsi scrivere – un libro allora vale davvero tutto. Anche pensare che una rete possa sancire la pace definitiva tra un uomo e i suoi seguaci. Fedelissimi.

CAPITOLO SECONDO – Juriclandia

Non so voi, ma a tratti il Genoa di Ivan Juric ricorda quello senza confini che portò in alto i nomi di Milito e Thiago Motta. Forse sbaglio, sicuramente i giocatori sono differenti ma il clima che si respira al Ferraris è onestamente lo stesso.

Vincenzo Montella ne sa qualcosa, umiliato per 3-0 lo scorso anno e pietrificato nel giorno del ‘primato per una notte’.

CAPITOLO TERZO – Il Secretum di Giampaolo

Senza considerare il crollo contro la Juventus, la prestazione della Sampdoria nel derby di Genova ha messo in luce come si possa vincere da sfavoriti semplicemente giocando sui punti deboli degli avversari. Fin qui tutto facile, non è vero?

Barreto-Torreira-Linetty è un trittico spaventosamente potente, ma se Luis Muriel non scende in campo – fisicamente o mentalmente – diventa ‘un bel casino’.

CAPITOLO QUARTO – Edin

Edin. Ripetetelo per dieci volte.

E pensare che qualcuno sosteneva fosse Dzeko. Un abbraccio a chi lo ha comprato al fantacalcio l’anno scorso, conscio delle doti giganti del bosniaco, ma che lo sta osservando sbocciare solamente oggi nelle mani di un altro. Che magari lo ha pagato pure poco.

Non disperare: nel cuore, lo sai, a scoprirlo sei stato tu.

CAPITOLO QUINTO – Quanto può durare?

La vera domanda che attanaglia Sarri ed il San Paolo è solamente una: ma senza ‘Armadiusz’, quanto può durare?

Nel frattempo ci si consola con Mertens falso nueve, Callejon trascinatore ed Insigne sempre propositivo ma poco incisivo. Nel frattempo si spera di sentire ancora a lungo un urlo diventato ormai celebre, ovvero “the champions” a 100 dBA.

Lo stesso cruccio potrebbe avvolgere la capitale giallorossa, qualche metro più in basso in campo e qualche centimetro in altezza: Alessandro Florenzi salterà tutto il resto di stagione?

CAPITOLO SESTO – Caldara freddissimo

Mattia Caldara, classe 1994, ha sconfitto da solo il Pescara di Massimo Oddo.

Atalanta a 16 punti, squadra corsara e partita in maniera pericolosamente difficoltosa. Da mister quasi esonerato a punto di forza della squadra, capace di inventarsi persino Petagna attaccante titolarissimo: così è, se vi pare, Gian Piero Gasperini.

CAPITOLO SETTIMO – Keita-Immobile-Anderson

A parte il fatto che hanno segnato tutti e tre nel trionfo contro il Cagliari di ieri sera, resta comunque davvero interessante notare come Simone Inzaghi, da allenatore richiamato, sia riuscito a farsi amare da tutti in pochi e rapidi mesi. Persino da Keita Baldé Diao e Felipe Anderson, che non sono notoriamente due caramelle da scartare. Ora a scartare sono loro, si fanno beffe di chiunque gli passi davanti, segnano e fanno segnare. Meglio di così non si può: o forse no?

CAPITOLO OTTAVO – Sousa, Sousa, Sousa

Ripetuto per tre volte, come il numero di punti che lui e tutto il mondo viola sperava di ottenere dalla sfida bagnata e poco fortunata contro il Crotone. Falcinelli invece ha messo un velo nero sulla vittoria sontuosa ed esaltante contro il Cagliari del fine settimana, lasciando ancora una volta il tecnico portoghese nella bufera.

I punti persi per strada sono davvero tanti, ma l’Inghilterra insegna come avere la forza di lasciare tempo alle persone spesso sia un grande dono, oltre che un punto di forza. Non è sempre domenica, in tutti i sensi, ma forse basterebbe soltanto un po’ di coraggio. Aspettare che la pioggia passi da sola, liberando Sousa.

CAPITOLO NONO e CAPITOLO DECIMO – Dedica

Doppio capitolo dedicato a Frank de Boer, che contro il Toro ha probabilmente salvato la panchina grazie a una doppietta del giocatore più discusso sugli spalti. Sono però anche due le lingue utilizzate dall’olandese di fronte alle televisioni: quando si accorge di non poter esprimere come vorrebbe un termine in italiano, si rifugia senza paura né vergogna in un inglese praticamente perfetto.

Tutto molto sincero, non so voi ma de Boer apparentemente ha davvero un grande fegato. Nonostante questo temo non durerà molto, vista la difficoltà all’adattamento in un campionato tanto difficile quanto insidioso. Spero solo che possa mettermi a tacere, che lo faccia con il suo inglese-olandese o con un italiano maccheronico non importa, continuerò ad amare le sue continue aposiopesi…#jesuisdeboer

EPILOGO – Poesia

La forza di Sansone

Scritto e disponibile su iogiocopulito.ilfattoquotidiano.it
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Nicola Sansone ha salutato qualche mese fa la Serie A, lo ha fatto per spostarsi in Spagna e inabissarsi nei mari della Liga con il Submarino Amarillochiamato Villarreal.

Il Sassuolo non sembra sentire più di tanto la mancanza dell’esterno offensivo, nato a Monaco di Baviera e cresciuto nelle giovanili del Bayern, grazie soprattutto alle ottime prestazioni messe in mostra da Matteo Politano, fatto sta che il classe ’91 sta colpendo e stupendo molti per l’inizio brillante di stagione.

Eppure subito dopo il suo arrivo in maglia amarilla un ciclone aveva investito il Madrigàl, colpito duramente dalle dimissioni del tecnico Marcelino, a cui è subentrato Francisco Escribà. Il tecnico spagnolo, reduce dal deludente campionato con il Getafe retrocesso in Segunda Divisiòn, ha risposto presente alla chiamata proprio del Villarreal riponendo piena fiducia nella stella italiana, che lavora spalleggiando alla perfezione gli attaccanti a cui deve fare da garzone. Il papero Pato (3 gol all’attivo di cui solamente uno in campionato), l’infortunato Soldado e la nuova stella congolese chiamata Bakambu (una sola rete ma anche due sole presenze) stanno faticando non poco a farsi notare nella classifica marcatori della Liga proprio per ‘colpa’ del compagno italo-tedesco, che di reti ne ha messe a segno ben 4 in 8 gare e che risolve molto spesso i rebus presenti nelle difese avversarie.

Bruno e Roberto Soriano insieme a Manu Trigueros rendono solido il centrocampo, capace di reggere le sue scorribande insieme alle giocate di Jonathan dos Santos.

Le 5 reti rifilate al Celta Vigo nella scorsa giornata hanno permesso agli uomini di Escriba un salto in alto nella classifica dei gol fatti, che restano comunque relativamente pochi: 21 per l’Atletico Madrid, solamente 14 per il sottomarino giallo. Nella siccità di reti segnate è tuttavia proprio il ‘nostro’ Nicola Sansone a distinguersi tra la folla con prestazioni da trascinatore e reti da distanza proibitiva.

Come questa:

“Nico ci dà la possibilità di giocare sulla fascia, si smarca molto bene ed è più veloce dei difensori avversari. Per noi è un attaccante importante e ci porta molti vantaggi” ha ammesso proprio il suo nuovo tecnico, affascinato dalle gesta con cui si è presentato in Liga l’ex giocatore neroverde.

La dote più importante dell’esterno offensivo è proprio la capacità di creare occasioni da rete: il fisico poco possente e la grande tecnica di cui è sempre stato provvisto lo hanno reso a tratti imprendibile dalle difese di mezza Italia ed ora a maggior ragione sta accadendo in Spagna, dove si vive per attaccare lo spazio.

“Cos’è più dolce del miele, e cos’è più forte del leone?” [Gdc 14.18] recita un noto indovinello posto dall’eroe e giudice biblico Sansone, famoso per la forza esponenziale.

Calcisticamente parlando e fatte le dovute proporzioni, la risposta al quesito secolare sembra essere proprio il gioco di Nicola Sansone, capace di renderlo un esterno ammirato da mezza Europa. Dolce ed efficace, silenzioso ma sublime.

Che possa essere lui la chiave per l’attacco azzurro di Giampiero Ventura?