Io non ho paura

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Don’t go away cantavano gli Oasis.

Difficile trovare le parole per raccontare la vita di Ryan Mason in maniera distaccata e da una corretta angolatura, giusta e doverosa nei confronti di un giocatore che ha lottato fino a pochi giorni fa tra vita e morte in un ospedale di Londra, colpito alla testa proprio nel momento più alto della sua carriera, a pochi passi dalla definitiva consacrazione.

A dire il vero non saranno d’accordo molti tifosi del Tottenham, squadra che lo ha fatto crescere garantendogli fiducia e minuti sul campo per due intere e brillanti stagioni, prima che una lauta offerta dell’Hull City facesse partire ‘capitan futuro’ verso una squadra decisamente meno prestigiosa ma convinta di poter garantire al centrocampista classe 1991 un posto al riparo dalla folta concorrenza che regna a White Hart Lane.

Scelta sicuramente discutibile quella di andare via, anche considerate le oltre 50 presenze da attore non protagonista con gli Spurs, fatto sta che Ryan Mason decise di unirsi alle Tigri dell’East Yorkshire per ricominciare da zero assumendosi rischi e responsabilità. Come quando scelse di trasferirsi al Lorient in prestito, squadra dalla casacca arancione come quella dell’Hull City ma decisamente meno convinta a credere nell’allora appena 21enne, che non scese in campo nemmeno una volta durante la sua avventura francese.

“Ci sono stati giorni in cui ho pensato di lasciare il mio passato alle spalle per ricominciare da zero, un fresco nuovo inizio” .Ryan Mason intervistato dal Daily Mail.

Giocatore arcigno sul campo, divertente e spigliato nella vita di tutti i giorni, chi ha avuto la fortuna di conoscere il centrocampista londinese non può  non averne apprezzato il modo di fare.

Una prova? La presentazione ai nuovi compagni dell’Hull City in ritiro. In piedi sulla sedia.

Harry Redknapp ci aveva visto lungo facendolo esordire a 17 anni; stregò i tifosi e rubò  il posto a Paulinho e Dembelé, prima che una lunga serie di infortuni lo tenesse fuori dal campo proprio sul più bello. Ben 4 negli ultimi 12 mesi con il Tottenham, per un totale di circa 21 partite saltate.

Innamorato del numero 8, motivo per cui è stato più volte paragonato a un’icona del calcio moderno quale Steven Gerrard, a pochi giorni dal terribile infortunio contro il Chelsearischia seriamente di non poter toccare un pallone per molti mesi, forse anni, come confermato dalla stessa dirigenza neroarancio.

Il sogno nel cassetto di Ryan è sempre un posto di rilievo nella nazionale inglese, gioia che ha potuto assaporare a spizzichi e bocconi senza mai trovare continuità nelle convocazioni. Gareth Southgate e la F.A. si sono uniti al coro quasi infinito in suo sostegno, sicuramente giusto e doveroso ma per nulla scontato.

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In un turbinio di pensieri e sensazioni contrastanti, fra chi spera di poterlo rivedere prestoin campo e chi ancora non crede alle immagini di Stamford Bridge, nel frattempo Mason sembra lentamente recuperare.

Non appena tutto sarà passato, il soldato Ryan potrà rileggere ed apprezzare – a patto che già non lo abbia fatto – tutti i messaggi che il mondo intero, quello che non lo ha mai dimenticato, gli ha tributato nelle ultime e travagliate ore di silenzio. Magari si accorgerà di avere ancora in mano un futuro grandioso, non senza macchie ed alcune anche dolorose, ritrovando quella forza che ha sempre mostrato sul prato verde.

Da una parte un braccio tatuato, segno di una vita travagliata, dall’altra una pelle candida simbolo più che mai di un talento cristallino.

Magari incontrerà ancora una volta Terry e Cahill (che sono subito accorsi in ospedale), magari per una sfida a biliardo, sport in cui oltre alla tecnica conta saper usare la testa. Un po’ come a centrocampo, un po’ come nella vita, quella che Ryan Mason merita di vivere fino in fondo. Da protagonista, in piedi sulla sedia, con un’ultima biglia da imbucare: quella nera, nera come il buio di cui non deve avere più paura.

Sarà quel che Zaha

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E quando avremo qualche anno di più 

Se a dirmi t’amo sarai ancora tu?

Tiziana Rivale – Sarà quel che sarà

La citazione musicale potrà non essere delle più appropriate, ma faremo del nostro meglio per garantire un filo conduttore se non sensato quantomeno pertinente.

Cosa c’entra Wilfried Zaha con le canzoni d’amore? Cosa con il futuro? E cosa con Tiziana Rivale? Va bene, con lei proprio nulla, mi arrendo.

Selhurst Park, tana ventosa del Crystal Palace ricca di mattoni rossi e di sciarpe blu, quasi unica al mondo per il baccano prodotto dai non pochi sostenitori delle Eagles. Ogni squadra ha un beniamino, se il Manchester City – e non solo – venera tutt’ora i fratelli Touré, se lo Stoke City aveva creato un coro appositamente per Marc Muniesa cosa vieta ai supporters del club di Croydon di sostenere in maniera pittoresca un giocatore simbolo? Esattamente nulla, motivo per cui Wilfried Zaha è venerato ogni domenica, sia che parta dalla panchina e sia che scenda in campo regolarmente.

IL CORO DELLO STOKE CITY 

Che la tifoseria del Crystal Palace sia una delle più calde d’Inghilterra non devo certamente essere io a rimarcarlo, fatto sta che negli anni sono stati tanti i cori divertenti costruiti con non poca genialità per acclamare un determinato giocatore: non in ultimo Yannick Bolasie, ma guai a parlare di lui oggi in terra rossoblù.

Queste erano le parole d’amore nei suoi confronti, lui però ha scelto l’Everton, motivo per il quale di “Ya-Ya-Yannick Bloasie” non sentirete più nemmeno l’eco in lontananza.

Nato e cresciuto proprio nelle giovanili del Palace, Wilfried Zaha aveva scelto di cedere alle lusinghe del Manchester United invece di provare a maturare in una ‘piccola’ londinese, ma la favola di Old Trafford durò ben poco. Due sole partite, forse troppi ricordi e di conseguenza un ritorno a casa tanto veloce quanto piacevole per i tifosi che ne avevano ammirato da vicino la crescita da quando era ‘alto così’.

Da quel giorno Zaha non è diventato il trascinatore indiscusso delle Eagles, sarebbe stato bello e forse anche giusto, ma questo non è accaduto: complice la sua classe ad intermittenza, non sempre ha trovato spazio negli schemi di Alan Pardew, manager da poco silurato per far posto al redivivo Sam Allardyce, che ora cerca un appiglio nello spogliatoio e forse, sotto sotto, spera di trovarlo proprio nell’ex starlet dello United.

Se avete 20 minuti di tempo e una buona conoscenza di un inglese parlato in maniera veloce e stressante questo può essere buono per descrivere la vita del talentuoso attaccante inglese nato ad Abidjan. Anzi, niente male.

Se anche voi nonostante i vari tentativi e le tante congetture mentali non siete ancora stati in grado di comprendere a fondo l’essenza che porta il nome di Wilfried Zaha, non preoccupatevi. Non fatelo perché non siete i soli, in molti non hanno trovato la soluzione per far esplodere definitivamente un talento dai colori luccicanti. Molti tranne forse proprio Alan Pardew, salutato così dal suo uomo della provvidenza.

Zaha

Sarà Big Sam colui il quale farà sbocciare Zaha? Finalizzerà invece per davvero un passaggio al Tottenham, squadra che in estate lo ha voluto senza però trovare le porte aperte? Riuscirà a tirare fuori dal cilindro altre reti come quella contro le tigri gialle dell’Hull City?

È la teoria dell’eterno rimpianto; alzi la mano chi non si è mai chiesto ‘ma lui…si, proprio lui, perché non ha ancora alzato una coppa’.

Scegliendo di tornare a casa ha forse chiuso dietro di sé le porte per il successo, ma dipende dai punti di vista. Per alcuni vincere è alzare un trofeo, per altri invece sentire intonare il loro nome con qualsiasi tempo e temperatura basta per sentirsi un vincitore e volare più in alto con la mente e le emozioni. Visto che si parla di Eagles, almeno questa volta il tema è azzeccato.

Milinkovic-Savic e altri rimedi

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Sergej Milinkovic-Savic fa brillare gli occhi, generando sentimenti contrastanti in chi ne vede le gesta sul campo.

A proposito di occhi e sentimenti, ricordate cosa accadde nel luglio del 2015 a Firenze? Un centrocampista serbo, nato in Spagna e cresciuto nelle giovanili del Vojvodina, era ormai in procinto di firmare per i viola quando tutt’a un tratto mutò decisione, animo e a quanto pare scoppiò persino in lacrime sussurrando “non posso firmare, davvero”. La motivazione sembrava una via di mezzo tra la poca voglia della compagna a trasferirsi in una città italiana che non fosse Roma e proprio l’interesse di una squadra capitolina per l’allora appena 20enne nato in Spagna da genitori serbi. Si trattava della Lazio, mentre quel ragazzo appena atterrato nella ‘Città Bella’ era proprio lui: Milinkovic-Savic.

With or without you cantavano gli U2; ebbene si, con o senza di lui la Fiorentina è andata avanti senza particolari preoccupazioni, così come i biancocelesti hanno accolto un talento cristallino fra le mura di Formello integrandolo pian piano in un centrocampo già abbastanza pregiato.

Lucas Biglia e Marco Parolo hanno trovato un paggio niente male proprio in Milinkovic-Savic, capace di inserirsi negli spazi con rapidità e ripiegare difensivamente dando respiro al trio d’attacco promesso al ‘Loco’ Bielsa ma ereditato da Simone Inzaghi.

Nativo – come già ribadito – di Lleida, della Catalogna ha preso l’originalità, il sapersi distinguere cercando di portare in campo valori e giocate differenti, trasformandosi molto presto in un mix perfetto fra talento e raziocinio, con cui proprio la Lazio sta andando a nozze in questa prima metà di campionato.

Ha poi ricevuto una sola ammonizione in 15 partite di campionato, ingaggia in media 8 duelli offensivi a partita con una media positiva del 73% e copre il campo – specialmente la corsia di destra – con grande costanza e caparbietà.

Nei grafici di WyScout.com possiamo inoltre notare il dato dei tiri in porta: in media, ogni due tiri scoccati da Milinkovic-Savic, uno entra in rete.

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La grande duttilità del centrocampista serbo calza perfettamente nel gioco dispendioso di Simone Inzaghi e del suo magico trio offensivo, una vera e propria fabbrica di tiri, dribbling ed inserimenti. Ecco che quindi Milinkovic-Savic diventa il perfetto connubio fra sentimento e ragione; è capace di inserirsi come ‘underdog’ nelle scorribande offensive firmate Felipe Anderson-Immobile-Keita e rivelarsi un cliente piuttosto scomodo per gli avversari quando si tratta di intercettare e fermare una ripartenza. I suoi 192 centimetri e i 10 duelli aerei in media a partita ne sono la prova vivente. Un calciatore che copre praticamente tutto il campo e che quando non è in serata ne risente tutta la squadra, come successo nella disfatta di San Siro contro l’Inter.

Figlio di un calciatore professionista e di una giocatrice di basket, Sergej ha ereditato dal padre la proprietà di palleggio e dalla madre un’elevazione fuori dall’ordinario per un centrocampista offensivo. Milinkovic-Savic ha avuto però il grande merito di saperle unire in maniera magari non perfetta ma sicuramente unica, ritagliandosi in pochi mesi un ruolo da protagonista in una squadra che fa della mancanza di punti fermi il suo punto di forza.

Come Cupido fece con una freccia, la sua prima rete con la maglia della Lazio è stata inferta proprio alla Fiorentina, che tanto lo ha cercato ma che mai lo avrà con sé.

MIlinkovic-Savic ha scelto di non essere soltanto un trequartista o un mediano, solamente una mezzala oppure un centrocampista di quantità, Milinkovic-Savic ha scelto l’imprevedibilità, proprio come in quella strana mattina di Firenze quando cambiò idea in pochi istanti fra l’incredulità generale.

Milinkovic-Savic ha scelto la Lazio.

 

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Che tempo che Fa…zio

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Più che ‘tempo’ sarebbe il caso di chiamare in causa la parola ‘tempismo’.

Federico Julián Fazio, 195 centimetri di difensore, è arrivato a Roma nel momento giusto.

Luciano Spalletti descritto in maniera laconica l’ex giocatore di Tottenham e Siviglia, presentandolo all’universo giallorosso come “un giocatore di assoluto valore, con qualche difetto ma tante qualità”. Come, ad esempio, la bravura nei colpi di testa.

Se Manolas e Rudiger garantiscono grinta e rapidità di pensiero, nella città dei monumenti e delle rovine non può non trovarsi una colonna alta e solida, valido aiutante e costante presenza difensiva.

Presentiamo ora il dato dei duelli aerei e delle intercettazioni di Federico Fazio, sintomatico dell’importanza acquisita dal difensore argentino nella retroguardia della Roma:

– 5 duelli aerei in media a partita, il 75% dei quali viene vinto dal centrale giallorosso;

– 5.7 intercettazioni, tutte all’interno dell’area di rigore.

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Oltre a questi dati significativi, Fazio copre piuttosto bene il campo, a dimostrazione di quanto si sia adeguato rapidamente al metodo ‘spallettiano’ in cui la mobilità delle posizioni ed un’intensità costante rendono tutta la manovra più fluida.

Il difensore con il più alto numero di respinte difensive nella prima Europa Leaguevinta con il Siviglia (anno 2013-2014), si è conquistato un ruolo da protagonista nella nuova Roma chiamata ad impensierire la capolista Juventus, lo ha fatto nelle prime 15 giornate di campionato e – cosa molto importante – senza ricevere nemmeno un cartellino; una bella rivincita per chi ne rimarcava i limiti nel gioco individuale.

Se l’unico cartellino risale all’infausto preliminare di Champions League contro il Porto, è in Europa League che troviamo la sua prima e finora unica rete, ovviamente di testa, con la maglia giallorossa: non è bella, non è pulita, ma quel che conta è sempre metterla dentro.

giphy

Che tempo che fa nella Roma giallorossa?

Statisticamente parlando, sulla terza retroguardia del campionato (16 reti subite in 16 partite) splende il sole. Grazie anche a Federico Fazio, meraviglioso conduttore di una difesa che finalmente funziona.

Meravigliosamente

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PREMESSA

Date un veloce sguardo alla classifica di Ligue 1, cosa notate di strano?

Eccetto il Paris Saint-Germain al terzo posto ovviamente.

Ligue 1

Bene, il Monaco ieri ha raggiunto il Nizza, che se la vedrà in serata proprio contro i parigini di Laurent Blanc, mentre i biancorossi si sono impossessati della vetta imponendo un impetuoso 0-4 al Girondins de Bordeaux, con tripletta di Falcao.

TRIPLETTA DI FALCAO

Meriterebbe un sonetto, scritto in maniera dolce e leggiadra, tipico degli stilnovisti che in epoche ben più antiche della nostra misero per le strade della città un nuovo modo di poetare, raccontando il sentimento che ‘dittava’ dentro il cuore dell’amante parole d’amore.

Bene, senza starci ad arrovellare su un passato glorioso che probabilmente non tornerà più, Radamel Falcao Garcia Zarate è letteralmente rinato sotto una nuova stella, quella della squadra che ne aveva interrotto la crescita esponenziale comprandolo a peso d’oro nell’estate 2013.

Chiamatela rinascita, chiamatelo ritorno, chiamatela fortuna o semplice evento naturale, visto e considerato che si tratta di un giocatore le cui potenzialità non sono di certo rimaste nascoste negli anni, ma rivedere ‘il Puma con le Puma’ sul podio nella classifica marcatori ci fa sospirare e sorridere leggermente.

11 partite, 10 reti, quando lui segna il Monaco vince sempre con risultati astronomici: se non ci credete controllate il tabellino.

Make Principato di Monaco great again!

Fatte le dovute proporzioni, 10 reti finora nel campionato francese corrispondono ad un lento risollevarsi, leggero e sottovoce, niente di magico se consideriamo i suoi precedenti ma unico e meravigliosamente importante se ne vediamo solamente il recente passato: i due prestiti al Manchester United prima e poi al Chelsea lo hanno rovinato, parola di Jardim.

Il problema di Falcao non è stato solamente legato agli infortuni, ma anche al fatto che ha lasciato il club per giocare altrove due stagioni; ha provato a mantenere un livello alto quando normalmente, dopo essere stato fermo per una situazione del genere, dovresti rimanere al tuo club per recuperare velocemente.

SOGNO CHAMPIONS

Il primo posto in un girone tutto tranne che di ferro consente a Radamel Falcao di non placare quella fame di grandi partite che lo ha reso grande; dopo aver guidato i monegaschi alla fase a gironi, l’attaccante colombiano cercherà probabilmente di riprendersi la squadra sulle spalle a partire dagli ottavi di finale.

Come all’Atletico Madrid, insomma: come ai vecchi tempi.

Everything’s Different, Nothing’s Changed. Solita rete ‘alla Falcao’.

L’attaccante più pericoloso del recente passato è tornato, non lo ha fatto con giocate da strabuzzare gli occhi ma nascondendosi nel silenzioso campionato francese, approfittando di un momento di défaillance parigino per rialzare testa, posizione in classifica e guadagnare consensi nella città che lo aveva portato a braccetto come nuovo ambasciatore del Principato nel mondo.

Sarà ancora possibile fare una rivoluzione?

Con un posto fra le grandi di Champions, lì in vetta alla Ligue 1, calcolando la classifica marcatori, Falcao segna ancora e fa innamorare il modernissimo Stade Louis-II.

C’è ancora tempo per un secondo mandato? A giudicare dall’imponenza del suo ritorno, la risposta sembra essere ‘oui’.

Meravigliosamente si.

 

L’uomo che viaggiava nel vento

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‘Di solito, a nessuno vai bene così come sei’, canta Luca Carboni in una celebre canzone.

In Nigeria, con la presenza costante dei fondamentalisti islamici di Boko Haram, è davvero difficile vivere in pace se ti professi cristiano, soprattutto se – come i genitori di Victor Moses – fai proseliti nella tua città, ben consapevole del fatto che i terroristi ti daranno la caccia in lungo e in largo ma convinto forse che al mondo esista ancora un barlume di buonsenso.

Austin Moses era un pastore cristiano, nato e noto a Kaduna, la madre Josephineinvece lo aiutava con dedizione; inutile dire come si trattasse di due bersagli ben visibili ai radar degli attentatori, che ancora oggi straziano la città nigeriana con attacchi bomba.

Era il 2002 quando i terroristi ‘bussarono’ alla loro porta, proprio mente Victor stava giocando a calcio per la strada. Come ogni giorno.

Dopo aver passato un paio di giorni nascosto in casa di amici, come raccontato dallo stesso giocatore, decisero di mandarlo a Londra dove alcuni parenti – fuggiti anch’essi dal fondamentalismo – lo attendevano per mettere al sicuro la vita di un ragazzino, allora appena dodicenne.

Chi conosce bene la capitale inglese sa che a Croydon regna il Crystal Palace, squadra perfetta per far crescere un giovane dalle belle speranze ma dal passato buio come il nigeriano; dopo sette anni nell’academy delle Eagles, dal momento del suo passaggio al Wigan, quando due stagioni su ritmi impressionanti gli valsero una chiamata dal Chelsea, tutto il resto è storia.

Europa League al primo anno, giocato da protagonista, poi tre anni di prestiti e 60 presenze totali: bene al Liverpool, meglio allo Stoke City e sempre in prima fila persino al West Ham, ultima squadra prima di tornare a rapporto per cercare un posto nei 23 uomini prescelti da Antonio Conte in carica ai Blues.

Inutile dire che ci sia riuscito, diventando uomo chiave nel 3-4-3 tutto italiano, dimostrandosi una vera e propria forza della natura tanto per grinta quanto per continuità.

Per resistere agli urti della vita Victor Moses ha dovuto stringere i denti, riprendersi da un trauma infantile prima di trovare la forza di farsi largo nel calcio che conta, entrandovi un po’ a modo suo; prima con grande fatica, ora con enorme soddisfazione. Il campionato inglese è particolarmente lungo e periglioso, ecco perché tanto il Chelsea quanto lo stesso Moses potranno trovare qualche problema a mantenere questi ritmi incessanti e devastanti, ma se tutto dovesse procedere su questi binari il nigeriano diventerebbe senza ombra di dubbio una vera e propria icona della squadra londinese. C’è chi lo ha definito ‘il nuovo Giaccherini di Conte’, chi lo ritiene il giocatore più in forma del campionato, c’è anche chi sarebbe davvero molto fiero di lui.

Moses corre, corre come se qualcuno lo stesse spingendo, accelera senza mai fermarsi mantenendosi però sempre lucido nonostante la velocità quasi proibitiva.

Dalla strada a Stamford Bridge, da una strage a una nuova vita, da talento nascosto a giocatore fondamentale.

Ovunque siano adesso, credo che dovrebbero essere fieri di me

Victor Moses

Fofana is the way

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Immaginate un giocatore di origini africane che brilli nel centrocampo dell’Udinese. Facile, no? Un tempo regnava la sostanza, alias Christian Obodo, poi presero campo la duttilità di Kwadwo Asamoah e la costanza di Emmanuel Agyemang-Badu, con quest’ultimo ancora pedina fondamentale della mediana bianconera. Quest’estate è arrivato però anche lui, l’uomo del momento, Seko Fofana, leggermente sottovoce nonostante un curriculum di tutto rispetto: Player of the Season con la seconda squadra del Manchester City, poi oltre 50 presenze in due stagioni europee, prima con la maglia del Fulham e poi con quella meno blasonata del Bastia in Ligue 1.

Adattarsi nella nuova e coloratissima Dacia Arena non è stato facile, tanto per il franco-ivoriano quanto per Beppe Iachini, allenatore con cui il talento ha cominciato la stagione senza riuscire a far breccia nei cuori delle ‘zebrette’.

Il 3-5-2 portato avanti dal mister marchigiano aveva un ruolo da playmaker proprio per Fofana, paragonato tanto a Vieira quanto a Yaya Touré per la doppia origine di cui è provvisto. Nonostante una posizione centrale nei piani del centrocampo bianconero, tutti si sono accorti della sua forza soprattutto con l’avvento di Gigi Delneri, capace di cucire su misura una posizione da mezzala per il classe 1995, che svaria, si inserisce e copre il campo in maniera esemplare, come evidenziato da questa grafica offerta da WyScout.com:

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Il manifesto del gioco ‘fofanesco’ potrebbe ritrovarsi nella rete con cui si è presentato ai seguaci della Serie A che ancora non si erano accorti di lui. Siamo al Renzo Barbera, piove a catinelle e un giocatore rosanero sbaglia un passaggio in uscita. Ne scaturisce una ripartenza, Fofana parte e rientra, sferrando un colpo che lascia senza parole l’incolpevole Posavec.

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Il trio a centrocampo dell’Udinese ha bisogno di un giocatore frizzante ma intelligente, con un pizzico di pepe in più e capace di sbucare spesso dalle retrovie; Fofana si è auto-candidato vincendo il premio in questione con ben 3 reti in sole 15 giornate di campionato.

Le puntuali pagelle del Messaggero Veneto dopo la sfida contro il Bologna hanno dato un ritratto decisamente migliore del mio proprio sul talento ibrido dei friulani, definendolo un “tuttocampista, capace di fare la mezzala destra e poi quasi il trequartista”.

Un po’ francese e un po’ ivoriano, un po’ mediano e a tratti trequartista, fondamentalmente mezzala, diviso tra i paragoni con Yaya Touré e quelli con Patrick Vieira.

Centrocampista al passo con i tempi ma più rapido degli avversari: insomma, Fofana is the way.

Sanchez mania

Sono sempre stato ambizioso

Alexis Sanchez, in arte ‘El Niño Maravilla’

Non è facile come possa sembrare. Non si tratterà certamente dell’affare più complicato del mondo, ma dover trovare i segreti di un giocatore che ha fatto del gioco aperto e barocco la carta vincente non è come bere un bicchier d’acqua.

Tanto per capirci, questa rete non è affatto facile da segnare. Soprattutto così. Agile, in scioltezza.

Eppure sembra un gioco da ragazzi, Alexis Sanchez rende semplice anche una giocata sopraffina, tocca il pallone con la stessa classe con cui un mago fa sparire le carte dal tavolo.

Rapidità, intelligenza e classe rendono il folletto di Tocopilla un fenomeno onestamente immarcabile. Insomma, a modo suo inimitabile. Si, inimitabile, perché che piaccia o no non esiste sulla faccia della Terra un giocatore simile all’ex stella dell’Udinese, non lo abbiamo ancora trovato perché una stella così stravagante non rinascerà mai; al Barcellona non poteva di certo superare Messi, un po’ per il ruolo ed un po’ per la miriade di purosangue con i quali si trovava ogni mattina al centro sportivo, ma nell’Arsenal di Wenger quando manca Sanchez sono tutti un po’ spaesati.

https://twitter.com/Arsenal/status/487307212562632704/photo/1?ref_src=twsrc%5Etfw

 

 

LA STATISTICA

Quando il maravilloso segna, i Gunners non perdono mai; è già capitato 6 volte quest’anno, per un totale di 11 reti in campionato e nemmeno una partita saltata.

Il secondo miglior attacco della Premier League è propiziato anche – e soprattutto – dalla fantasia intelligente di un esterno d’attacco come Sanchez, autore di 5 assist ma praticamente sempre coinvolto nelle scorribande offensive della squadra più glamour e stravagante d’Inghilterra.

Sanchez è ovunque, tutti lo cercano e tutti lo trovano.

Wy Scout

 

SANCHEZ ERA, È E SARÀ

Una promessa mantenuta. Forse non meritevole di palloni dorati o di scarpe argentate, forse perennemente inguaiato da una maniera di toccare il pallone troppo fine a sé stessa, sicuramente rimasto troppo a lungo nella landa desolata del ‘non vinco niente’, motivo per cui ancora oggi non viene quasi mai annoverato tra i più grandi calciatori del momento.

Nella mia testa, non mi sento una persona famosa. Sono un ragazzo come tutti gli altri, quelli che passano per strada. Mi è solo capitata la fortuna di poter giocare a calcio

 

ABBRACCI FANTASTICI E DOVE TROVARLI

Altra ‘caratteristica’ colorata di Alexis Sanchez? Quella di essere un giocatore che porta il buonumore.

Nella sua carriera variopinta, oltre a una Liga, due Community Shield e tre campionati sudamericani può vantare un numero non identificato di abbracci, semplici e sincere dimostrazioni d’amore.

Lui manda in porta, lancia lungo, trova lo spazio e spesso lascia persino la gioia del gol ai compagni: si dovranno in qualche modo sdebitare, o no?

 

 

 

 

SCUSA SE TI CHIAMO ALEXIS

Dopo i baci sulla testa arriveranno puntuali le bacchettate sulla mano, visto che in così tante righe non siamo riusciti a portarvi probabilmente un’immagine chiara e ben definita dell’uomo di cui stiamo parlando ormai da minuti. Il motivo? Semplice, perché non se lo meriterebbe. Sarà difficile da accettare per voi lettori ma è così, qualsiasi paragone, parallelo o tentativo di descrivere un giocatore così strepitoso banalizzerebbe la storia di un numero 9 che si fa ancora scrivere Alexis sulla maglia per sembrare un po’ sbarazzino.

Sanchez ci mostra sul campo come nulla debba mai passare inosservato, lo fa sbucandoti repentinamente alle spalle rovinando contemporaneamente festa, pranzo e partita. Anzi, quella no, al massimo con una giocata riesce a renderla più divertente. Insomma, ad abbellirla.

Così è, se vi pare, El Niño Maravilla.

Kessié dell’altro mondo

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“Più no che sì” sarebbe stato, con tutta probabilità, il responso finale qualora in estate ci fossimo radunati per chiedere a qualche tifoso senza particolari pretese“Conoscete Kessié?”.

Probabilmente Gian Piero Gasperini faceva parte della minoranza positiva, del resto che l’allenatore piemontese fosse quasi unico nel saper valorizzare giovani promesse – Criscito, Sturaro, El Sharaawi e Caldara tanto per citare un quartetto sparso qua e là nel tempo – ne eravamo a conoscenza, tuttavia resta clamoroso come il giovanissimo ivoriano abbia preso in mano chiavi del centrocampo e cuore dei tifosi bergamaschi, non facili da scalfire per chiunque.

6 reti e 2 assist in 12 presenze sono una quantità esponenziale per un classe 1996, nato a fine dicembre ma già sulla bocca di tutti a inizio campionato per una doppietta nel 3-4 casalingo contro la Lazio.

Solido ma letale in progressione, agile ed altrettanto abile negli inserimenti, l’equilibrio lo rende uno fra i centrocampisti più pregiati della Serie A, dove un simile exploit può essere trovato solamente nelle figure di Lucas Torreira e Luca Mazzitelli, magari meno estrosi e decisivi dell’ivoriano ma altrettanto promettenti.

Alla media di 1 gol ogni 2 partite, altissima ed impressionante per un giocatore presentatosi al mondo del calcio come incontrista, si unisce un grafico delle zone di campo coperte davvero unico ed impressionante: le heatmaps fornite da WyScout.comci descrivono un giocatore che si ‘spalma’ in maniera omogenea su tutto il prato verde, partendo prevalentemente dal centro-destra senza però disdegnare tanto il ripiegamento difensivo quanto gli inserimenti repentini, entrambe carte vincenti per il gioco dinamico e propositivo di Gasperini.

In 90’ di gioco Franck Kessié si mostra allo spettatore come un vero e proprio albero della cuccagna: puoi trovarlo ovunque e i suoi segreti sono racchiusi nell’enorme tecnica individuale, capace di farlo salire in cattedra soverchiando la grande sostanza del centrocampo atalantino, portata in campo soprattutto dai veterani Carmona e Migliaccio.

La sua preponderanza si mescola poi perfettamente con la  duttilità di Kurtic e con la voglia degli altrettanto promettenti Gagliardini-Freuler. Il ruolo del gioiello alla corte nerazzurra, non ancora pienamente identificato dalle squadre avversarie, resta quindi un mistero per tutti.

Chiamatelo centrocampista tuttofare, mediano-fantasista, un regista di nuova generazione, ma il nuovo giovane lanciato da Gasperini resta la sorpresa più luminosa della prima parte di campionato, esattamente come la sua Atalanta delle meraviglie.

Se poi la scorsa estate Granit Xhaka si è preso le prime pagine dei quotidiani sportivi, volandosene a Londra come prototipo e manifesto del centrocampista moderno per circa 40 milioni di euro, sarà proprio Franck Kessié il nuovo granitico e dinamico di cui nel prossimo calciomercato avrà bisogno una grande squadra?

A vederlo oggi in campo, più sì che no.

Ten Reasons Why – Trump Edition

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Torna la Serie A, torna Ten Reasons Why, torna la rubrica che non vuole imitare Andrea Scanzi ma che inevitabilmente deve seguire il suo modus operandi per garantire al lettore la risata facile.

Torna l’unica rubrica che avrebbe dato fiducia incondizionata a Ronald…ehm Frank de Boer, un po’ perché le sue conferenze stampa erano genuinamente speciali ed un po’ anche perché, in fondo in fondo, ribadisco quanto scritto sopra.

Pioli l’uomo giusto per l’Inter? A giudicare dall’applomb, direi proprio di si.

Oggi non ho tempo ma avrei tanta voglia di scrivere, peccato che la rubrica più trasgressiva ed ammaliante del web – la mia – passerà inosservata di fronte alla moltitudine di post, reazioni ed imprecazioni nei confronti dell’uomo più mainstream del momento, ovvero #DonaldTrump.

Obama passa la palla a Clinton che…oh il liscio!

Ha vinto l’America, quella delle serie televisive e del senso di appartenenza direttamente proporzionale al fastidio verso i possibili ‘conquistatori’ delle proprie terre promesse. Per fortuna, almeno noi che seguiamo il calcio, possiamo dimenticarci di chi per primo sbarcò su quella landa desolata e parlare solamente di quel Colombo esterno del Milan o dell’ormai ex portiere di scorta napoletano, mentre tutto il resto non ci compete. Almeno per ora.

Quel che siamo certi non accadrà, però, è la fine del mondo: altrimenti come farebbe il nostro tanto discusso ed altrettanto discutibile #Trump ad apparire in prima linea? In televisione? In mondovisione? In un mondo che viaggia sempre più al contrario? Contrariamente a quanto pronosticabile, credo proprio che non cambierà molto, soprattutto per noi che negli United Staes possiamo al massimo andare in vacanza. Certo che se alzasse un muro diventerebbe tutto leggermente più complicato; ah, se solo avesse conosciuto la forza proletaria di Walter Samuel!

Sproloqui a parte, ecco una breve ma intensa carrellata di immagini, ovviamente di argomento trumpiano, con cui vi auguriamo una dolceamara giornata di studio, lavoro o di dolce far niente.  Nell’attesa che si compia la beata speranza e arrivi in vostro aiuto la mano d’oro di Papa Waigo.
Papa Waigo

Chi ha paragonato la figura di Donald Trump a quella di Claudio Lotito non ci è andato forse poi così lontano, soprattutto per la politica intransigente verso chi cerca di impossessarsi dei beni di famiglia: giusto per finire in rima, Biglia è stato accostato alla nuova Inter di Stefano Pioli.

schermata-2016-11-10-alle-00-13-32 Ecco svelata l’anti-juve di quest’anno, per l’occasione persino rinnovata nello stemma: chi se non lui poteva essere scelto per commemorare un commovente 5° posto in classifica come quello dell’Atalanta? Utilizzo questo aggettivo perché fare 22 punti in 12 partite con Dramé e Konko – 63 anni in due – non dev’essere di certo facile. A proposito di età, Trump ne ha 70, diciamo abbastanza per togliersi più di qualche sassolino dalla scarpa.

Atalanta

Attenzione, perché la vita non è un film e non siamo vittime di un nuovo Truman Show: quello di Trump sta per cominciare.

Ma quale spettacolo, quale MSN, ieri si è parlato solamente della BTP, tanto simile nel carisma quanto fallimentare e piena di lacune sul piano morale.

Suarez, spietato, Putin.

Neymar, imprevedibile ma a tratti insopportabile, Silvio.

Messi, beh non penso vada neanche nominato. Ma, visto che ormai va di moda, proviamoci tutti insieme come se fossimo ad un suo comizio: #DonaldTrump.

MSN

Capiamoci, non saranno di certo questi quadretti divertenti ma ridicoli e poco costruttivi a far cambiare le cose, a far girare se non bene quantomeno in un senso logico il pianeta terra popolato dagli esseri umani, ma in tempo di crisi ci si accontenta di poco. Con la vittoria del signor Trump ci si accontenta un po’ di tutto, tanto il confine fra la realtà e l’immaginazione credo sia stato ampiamente superato.

Anche quello fra il buonsenso e la candidatura, quello fra un mondo giusto ed un mondo spietato. Ma qui si torna alle tanto amate e pericolose fiction, in cui si fa credere che tutto sia possibile per la mente umana. L’America di plastica – non biodegradabile – che crediamo di conoscere fa sorridere una moglie di nome Cheryl senza lavorare un giorno della settimana, opera bambini come se fossero bambole gonfiabili innamorandosi perdutamente di medici dagli occhi azzurri, sopravvive ad un’epidemia di zombie mortiferi e morsicatori, ha una mamma per amica con cui prende il caffè tutti i giorni nello stesso bar, oppure fa finta di diventare imprenditrice per poi devolvere il ricavato in beneficenza. Ah no, aspetta, quello era The Apprentice.

Trump

Va bene, stai calmo, va bene. Hai vinto tu, un po’ in tutti i sensi, ma ricordati che senza Giovinco la Mayor League Soccer di casa farebbe ridere. La Primera Division messicana  ha più qualità, sarebbe un peccato non poterne vedere neanche mezza partita per via di un muro che vi separa dal resto del mondo.