“Gli italiani giocano poco”

In seguito all’allarme lanciato dal CT azzurro, proviamo ad analizzare alcuni dati statistici a livello europeo

A poche ore dall’esordio nella Nations League – gli Azzurri scenderanno in campo questa sera a Bologna contro la Polonia del rossoblu Piątek – il commissario tecnico Roberto Mancini ha lanciato un grido d’allarme:

“Mai così pochi italiani in campo, è il momento più basso, ma spesso gli italiani in panchina sono meglio di chi è titolare in certi club. C’è bisogno che giochino, specie i giovani, ci vuole più coraggio. Speriamo che con il tempo abbiano più spazio”

Parole che hanno generato numerose reazioni, dall’ex capitano nerazzurro Javier Zanetti(“In Serie A è giusto che giochi chi è più bravo, indipendentemente dalla nazionalità. Io penso che vada premiato il talento”), passando per Roberto Donadoni (“Se si dà spazio ai giovani e poi questi sbagliano e si perdono le partite, arrivano le critiche”), fino ad arrivare al Ministro Salvini.
Parole a cui lo stesso Mancini ha voluto dare immediato seguito, convocando in azzurro il millennial ex-Genoa Pellegricostretto ad abbandonare Coverciano per i postumi di un infortunio – ed il classe ’99 della Roma Zaniolo, finalista all’Europeo con l’Under 19 ma ancora a secco di presenze in serie A.

Le polemiche sull’utilizzo degli italiani nel nostro campionato e sul poco coraggio nel lanciare i giovani si susseguono ciclicamente: proviamo allora ad analizzare la questione da un punto di vista più oggettivo, con l’ausilio dei numeri.
Partiamo dall’utilizzo in prima squadra di giocatori provenienti dal vivaio: secondo i dati forniti dall’Osservatorio sul Calcio CIES, il campionato italiano si colloca al penultimoposto in Europa. Nella scorsa stagione di Serie A, i calciatori formati nei vivai nazionali hanno disputato solo il 6,36% sul totale dei minuti stagionali. In Bundesliga e Ligue 1 questo dato si attesta sopra il 14%, in Liga addirittura al 20%.
E le genovesi? Per il Genoa un dato superiore alla media italiana – 11,26% – secondo solo a Milan e Roma. La Samp si attesta invece poco sopra il 2%

Altro aspetto interessante è l’utilizzo medio di calciatori formati all’estero: in questa statistica la Serie A – con il 55% dei minuti stagionali disputati da giocatori stranieri – si colloca alle spalle della Premier League (61%), ma con un dato nettamente superiore ai campionati tedesco (50%) e spagnolo (40%)

Infine, il tema dello scarso utilizzo dei giovani: ancora dai dati CIES, la Serie A con i suoi 27,42 anni di media è il campionato più vecchio tra i cinque principali: la Liga si attesta a 27,21 mentre la Ligue 1 ci distanzia di un anno con 26,40.
A livello italiano, il Chievo si affida decisamente all’esperienza con un’età media di ben 30,69 anni. Il club più virtuoso è invece il Milan con soli 25,40 anni e un tentativo di rifondazione basato proprio su giovani italiani come Donnarumma, Calabria, Romagnoli e Cutrone. Per Genoa e Sampdoria rispettivamente 28,30 e 27,48 – in entrambi i casi dati superiori alla media.

I numeri sembrano quindi suffragare la tesi del Mancio: riuscirà il nuovo Ct azzurro ad ottenere maggiore collaborazione dai club, per avere a disposizione giocatori più formati e pronti per il palcoscenico internazionale? La rifondazione della Nazionale passa – anche – da qui.

Di Diego Baracchi

 

La scheda di David Neres

Data di nascita : 03 – 03 – 1997 (20 anni)

Nazionalità: Brasiliana

Altezza: 175 cm

Peso: 66kg

SEGNI PARTICOLARI

Squadra attuale : Ajax
Numero di maglia: 7
Piede preferito: sinistro
Ruoli : centrocampista offensivo

Con la prima squadra degli olandesi 25 presenze, 11 gol, 12 assist. Prelevato dal Sao Paulo nell’ultimo giorno della finestra del mercato invernale nel 2017. Costo del cartellino: 12 milioni di euro più 3 di bonus, un record per una squadra di Eredivisie. Anticipate Arsenal e Chelsea, Neres aveva segnato 3 gol in 8 partite nella fase cruciale del Brasileirão. Ha un contratto con i lancieri biancorossi fino al Giugno 2021. A dieci anni passa nelle giovanili del Sao Paulo, squadra della sua città, del quale il padre era grande tifoso. Nel 2015 viene votato come Migliore Giocatore nella Coppa Brasiliana Under-20, dopo averla vinta ed essersi aggiudicato la classifica marcatori. Vinse la Copa Libertadores Under-20, oggi parte in pianta stabile della nazionale brasiliana (Under-20), con cui ha collezionato 9 presenze dal 2017 ad oggi.

Con la selezione Under-21 dell’Ajax, Neres ha messo a segno 3 gol e un assist in 5 partite fra il marzo e il settembre del 2017.

NERES IN SINTESI

Punti di forza: passaggi filtranti, passaggi chiave, dribbling, fiuto, agilità, cambio di marcia, fantasia. Tecnica sublime.

Peculiarità: È in grado di giocare su entrambe le fasce.

Debolezze : duelli aerei.

Lo spettacolo suo, il suo spettacolo: Brunori contro la paura

“Vivere come volare”, morire come rinascere. Passare una serata a teatro, in dolce compagnia o  rigorosamente in solitaria, tanto Dario Brunori è anche il cantautore della solitudine. Non ce ne voglia nessuno, men che meno il diretto interessato, ma riuscire a far breccia nel cuore dei maxi fruitori di musica auricolare in camera o sui treni, è stato un asso nella manica da sfoderare in bella vista. Un cantautore che si definisce poi via di mezzo tra Don Abbondio e Don Chisciotte, fra la triste realtà e la vana speranza, accoglierà sicuramente di buon grado in platea qualsiasi genere di spettatore. Si, persino chi soffre di selacofobia. E non spaventatevi, perché fra una canzone ed un dialogo il tuo vicino di posto svanirà per qualche istante. Del resto siamo nella società liquida di Baumann, ma Brunori spiegherà anche questo con la solita nemmeno troppo velata ironia.

“La vita va vissuta, io la penso” (Dario Brunori)

A pochi giorni dalle elezioni, con slogan e frasi fatte ancora appese per la città,  lo spettacolo di Brunori Sas preferisce affidarsi alle parole di Lucio Dalla e si tufferà persino in un ardito e scherzoso – ma calcolato – autocitazionismo, tipico del cinema dei fratelli Cohen, non poi così diverso dalla filosofia di vita del cantautore di Cosenza. Dal dude del Grande Lebowski all’ambientazione di perenne confine tra innovativo e tradizionale, presente in ogni sequenza innevata di Fargo. Strade dritte, gironzolando come in una tratta Lamezia-Milano con qualcosa fra le mani per passare il tempo. Canzoni contro la paura “e maledetto Spielberg” per la paura degli squali. Com’è profonda la vita, com’è profondo il mare.

Non potendo andare oltre, alla domanda “pensi davvero che sia una splendida idea andarcene a teatro a vedere Brunori” risponderei forse, perché lo stato di confine che governa il regno dell’incertezza va mantenuto intatto, va rispettato. E perché morire è come rinascere, parola di un cantautore diviso tra due mondi ma capace di unire under, over e perennemente indecisi sul da fare. Anche se comprare un biglietto o restarsene a casa, sul divano, con una serie televisiva in cui tutti sembrano grandi e in cui ci si commuove davanti a nessuno.

“Brunori non scrive solo belle canzoni, fa molto di più” (Paolo Talanca – Il Fatto Quotidiano)

Must The Show Go On?

Non sempre il contrasto serve, non sempre porta vantaggi: non sarebbe forse meglio fare un passo indietro?

A caduta libera. Conte risponde a Mourinho, Mourinho risponde a Conte, in un groviglio di dichiarazioni spinte, forse nemmeno troppo volute, sicuramente evitabili. In mondovisione.

Tutto è cominciato con una freccia ardente dello Special One all’indirizzo degli allenatori che nell’area tecnica “si atteggiano come clown”, frase a cui hanno risposto – in maniera diametralmente opposta – tanto Conte quanto Klopp.

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Le insidie della nostra Europa League

Che sia verso Kiev o per Lione, Champions o Europa League, la storia non cambia. A partire dal 14 febbraio, le italiane si troveranno di fronte a 6 sfide dal sapore diverso, nella speranza che altrettante vittorie nel doppio incontro/scontro possano innaffiare con altre gocce di fiducia un calcio italiano che, fuori dal Belpaese, dopo la vittoria nerazzurra del Maggio 2010 si è colorato a forti tinte bianconere. Per fortuna. Proseguiamo il tour, analizzando le sfidanti delle nostre regine proprio in Europa League.

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Champions League: Wembley e Kharkiv, terre da conquistare

Che sia verso Kiev o per Lione, Champions o Europa League, la storia non cambia. A partire dal 14 febbraio, le italiane si troveranno di fronte a 6 sfide dal sapore diverso, nella speranza che altrettante vittorie nel doppio incontro/scontro possano innaffiare con altre gocce di fiducia un calcio italiano che, fuori dal Belpaese, dopo la vittoria nerazzurra del Maggio 2010 si è colorato a forti tinte bianconere. Per fortuna. Se il calcio italiano deve in qualche modo ringraziare la potenza della corazzata agli ordini di Massimilano Allegri, quest’anno anche il Sassuolo di turno – l’Atalanta di un Gasperini inappuntabile – ha sbaragliato la concorrenza rendendo ancor più dolce la presenza di un sestetto azzurro nei sorteggi delle fasi finali a Nyon.

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Non passa…

I giorni passano. Ma il dolore no. Ancora non ci credo. E non ci voglio credere. Solo pensare a un’estate senza preparativi per andare al bar a tifare con gli amici, con cui per tutto il resto dell’anno litigo perché tifano colori diverso dal mio, ma che per un mese la pensano esattamente come me, mi distrugge. L’estate 2018 si preannuncia come una delle più vuote per molti, moltissimi di noi. È da quei maledetti rigori con la Germania che ci ripetiamo “state sereni cari tedeschi… Al Mondiale ci rifacciamo”. E invece niente… E fa male vedere Ballack, che in totale mancanza di spirito sportivo, ci sfotte come se fossimo un giochino da 4 soldi. E forse da 4 soldi lo eravamo davvero. Perché il campo ha detto questo. La Svezia non ha demeritato. Non siamo fuori dal Mondiale per un rigore non concesso, per un gol annullato o per un gol subito in fuorigioco. È questo che fa più male. Siamo fuori perché è giusto così.

La sconfitta in Spagna ci sta. Obbiettivamente erano troppo per noi. Quello che non ci sta è che da quella partita non ci siamo più ripresi. La colpa di Ventura non è il modulo, non sono le scelte tecniche. È la voglia, la grinta. Quella è la causa per cui il Mondiale lo guarderemo in tv. Perché in Nazionale il tempo è poco, e se hai uomini di qualità straordinaria viene tutto più semplice, ma dal mondiale 2006 la qualità non ce l’abbiamo più. E come si sopperisce quel gap? Con la voglia, con la fame, con la rabbia. Rabbia per non aver messo subito al sicuro la qualificazione, rabbia per essere usciti ai gironi negli ultimi due Mondiali, rabbia per essere arrivati a giocarsi tutto negli ultimi 90 minuti sotto di un gol. E se non riesci a battere Macedonia e vinci a stento con l’Albania, è giusto stare a casa.

“È una tragedia” si legge ovunque. Ma già si parla del Mondiale 2022. Sbagliato. Perché saremo in difficoltà anche per il Mondiale 2022. Perché un Mondiale porta più esperienza e mentalità di quanta se ne possa acquisire in tutta una carriera. E questo sarà lo step che ci mancherà il Qatar. Perché Chiesa, Romagnoli, Belotti, Immobile e compagnia avranno superato tutti i 25 anni. Che per una stagione segnano la maturità, ma per un mondiale l’età anagrafica non conta: conta quante partite hai già affrontato con quell’atmosfera, con quella pressione. E saranno tutti degli sbarbati da questo punto di vista. Quindi non stupiamoci se sarà una spedizione fallimentare anche quella…

L’avevamo trovata la quadra, e si è vista all’Europeo. Con una squadra non eccezionale abbiamo fatto un signor europeo, fermati AI RIGORI solo dai campioni del mondo in carica. Dopo aver battuto la Spagna dei funamboli, il Belgio dei talenti straordinari, la stessa Svezia che ora ci ha fatto piangere. Perché in panchina c’era un grande, grandissimo allenatore. Che Tavecchio ha fatto di tutto per mandare via.

Ma chi deve andare via è proprio Tavecchio assieme a Ventura. Il progetto è fallito, e non male, malissimo. E il fatto che non ci siano state le dimissioni immediate di entrambi, si aggiunge ai motivi per cui era giusto non andare in Russia. La squadra ti fa vincere la partita, la mentalità fa vincere i campionati.

Ricostruire, ma ricostruire da zero, a partire dai settori giovanili: è da lì che si costruiscono i futuri giocatori delle nazionali. Il talento è un elemento in più, quello che ti fa vincere nel lungo periodo è la sistematicità, l’organizzazione, sia di squadre professionistiche che dilettantistiche. Puntare sulla crescita dei giocatori, non sul risultato. E quindi riformare anche gli allenatori, che insegnino questo anziché vincere la singola partita e sentirsi pronti per vincere una Champions League. Riformare la mentalità dei genitori, in modo che quando i bimbi tornano a casa chiedano “hai giocato bene?” e non “hai vinto?”. Basterebbe poco… Ma significherebbe tanto, davvero tanto.

Quindi ora asciughiamoci le lacrime, cuciamoci le ferite e ripartiamo. Perché l’Italia e gli italiani avranno tanti difetti, ma quando si tratta di calcio, purtroppo o per fortuna siamo tutti uniti. E ne abbiamo bisogno, ora più che mai. Per non dover aspettare 20-30 anni prima di poter dire che siamo a un buon livello come Nazionale. Perché io soffro a vedere gli altri che lottano per una coppa che abbiamo vinto 4 volte senza poter dire la nostra.

E voi?

Generazione perduta

Girando per il web in una delle giornate più tristi della mia breve “coscienza calcistica”, mi sono imbattuto in un Tweet breve ma molto, molto conciso:

Il concetto espresso da Lonzani, come da molti altri tifosi e appassionati, testimonia una grande sconfitta per il movimento calcistico italiano. I 10 calciatori sopra elencati sono gli attuali migliori Under-27 italiani, a cui personalmente aggiungerei il rossonero Donnarumma e il portiere rossoblu Perin. Una dozzina di giocatori che, avendo tra i 18 e i 26 anni, hanno sì davanti almeno un altro lustro di livello davanti (anche due o tre, in alcuni casi), ma che arriveranno al Mondiale il Qatar del 2022 (sempre se ci arriveranno) con un’esperienza importante in meno rispetto a giovani provenienti da altre nazioni, qualificatesi alla rassegna russa.

Tutto questo aggiungendo che calciatori come Immobile, Jorginho, Gabbiadini e Zaza, altri giocatori azzurri di qualità, non potranno vivere l’esperienza mondiale in quella che, di solito, è la fase più alta della carriera di un giocatore (tra i 25 e i 30 anni).

Altri danneggiati da questa figuraccia, infine, sono i giocatori nati tra il 1985 e il 1988, che avrebbero partecipato al mondiale con un’età compresa tra i 30 e i 33 anni. Non giovanissimi i primi, al tramonto della propria carriera i secondi. Per loro una chance buttata per giocarsi l’ultimo grande evento della loro carriera.

La grande sconfitta sopracitata, nella mia personalissima opinione, arriva dal day after il trionfo azzurro di Berlino nel lontano 2006. Tutti contenti, contentissimi in tutta Italia, ma il bello sarebbe dovuto arrivare in quel momento. Lippi portò una rosa nata tra il 1973 e il 1983 (dai 23 ai 33 anni), con giocatori di carisma e qualità come Materazzi, Cannavaro, Gattuso, Totti… L’errore è stato affidarsi di nuovo nei loro piedi, pensando di più a coccolare e venerare questi eroi e non concentrandosi su chi avrebbe dovuto, in seguito, sostituire i campioni del mondo.

Ecco arrivare così le brutte figure in Sudafrica e in Brasile, con dei lampi avvenuti negli Europei, pur senza avere in rosa dei giocatori che potessero davvero fare la differenza.

Ed ecco seguirle le regole sulla gestione dei vivai in Serie A, ormai troppo tardi per poter cambiare davvero le cose.

Sempre nella mia personalissima (e opinabilissima, ovviamente) opinione, adesso sarebbe il momento, per il movimento calcistico italiano, di cambiare davvero le cose: rinnovare il calcio in tutti i suoi aspetti, dal ct alla rosa (via chi non può più dare un vero apporto alla causa azzurra) fino ad arrivare ai massimi esponenti della FIGC, cominciando da Tavecchio che, sulla falsa riga dei suoi precedessori, non ha fatto quel che serviva per cominciare un ciclo, se non vincente, almeno soddisfacente partendo da quella notte di 11 anni fa.

 

Ruggero Rogasi

Twitter @RuggeroRogasi

Disastro Italia, ora si deve ricominciare

[Immagine di copertina tratta da Internet]

Il momento più basso nella storia del calcio italiano. È così che probabilmente verrà ricordato il ciclo sportivo che si è appena (si spera) concluso. Abbiamo sbagliato tutti e abbiamo sbagliato tutto, fin dalle fondamenta il nostro movimento è ora da rifondare ed è obbligatorio che qualcuno decida di dimettersi dalle cariche più alte della FIGC. Non è possibile che ad oggi a reggere la nazionale siano i soliti pochi senatori e che una squadra nemmeno troppo povera di talenti non sia stata in grado di qualificarsi per la fase finale del campionato mondiale di calcio, perché se andiamo a leggere la rosa che l’anno scorso ha costretto ai rigori la Germania campione del mondo non è diversa da quella che oggi non è stata in grado di segnare nemmeno una rete in 180′ contro la non propriamente inarrivabile Svezia.

Questo ciclo di quattro anni deve servirci da lezione, è stato sbagliato selezionare un allenatore che non avesse alcuna esperienza in una grande, nè tantomeno a livello internazionale, incapace di rianimare un gruppo dopo una sconfitta grave come quella subita al Bernabeu, incapace di comprendere come il 4-2-4 non fosse parte di questa Italia, incapace di dare un’impronta fissa agli Azzurri, che non potevano e non dovevano sperimentare in una partita come questa,che non potevano e non dovevano lasciare fuori il loro numero 10 in questa gara. La speranza è che questo sia il fondo e da qui il movimento si rialzi, bisogna ripartire dai giovani, quelli delle scuole calcio ed istruire dei buoni maestri di pallone nelle giovanili, che devono avere spazio nelle prime squadre, servono dei tetti massimi di stranieri nelle primavere e magari anche l’inserimento delle Squadre B, modello che si è già rivelato funzionante in Spagna e Germania. Serve mettersi in discussione per poter ritornare grandi, questo fallimento può e deve servirci a tornare i più forti, salviamo il calcio italiano, è già tardi.

Panama nel paese delle meraviglie

[Immagine in copertina tratta da internet]

“Questa vittoria è anche tua” scrive un noto giornalista spagnolo, Alexis Martin-Tamajo, meglio conosciuto al mondo dello sport con il soprannome “Mister Chip”.

La dedica è per Amilcar Henriquez, colonna portante della nazionale di Panama, ucciso a colpi di pistola il 15 Aprile scorso nel centro di Colon.

Chi pensa a Panama si ritrova negli occhi colori perlopiù sgargianti, paradisi fiscali e scandali mondiali che ne portano – almeno in parte – il nome. Presidenti divenuti dittatori e connessioni contrastanti con gli stati confinanti, legami fortificati dalle serie televisive che negli ultimi tempi hanno esaltato la figura di Pablo Escobarpatròn della vicina Colombia e compagno di affari di Manuel Noriega, generale e di fatto dittatore del Paese dal 1983 al 1989, morto anch’egli come il centrocampista Henriquez nella primavera del 2017.

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